BRUNO MUSSO – Genova 30.9.22
CAP. I – DEMOCRAZIA – LA CRISI
Dimensione della crisi: La crisi della democrazia è ormai indiscussa, non c’è articolo o dibattito che non lo rilevi e tutti sottolineano l’incapacità sempre più evidente dei regimi democratici di fronteggiare le grandi necessità economico/sociale della società moderna. Alcuni, per non dire molti, anche di sinistra, incominciano a pensare che oggi solo l’uomo forte può garantire l’ordine e una certa coerenza comportamentale, valutando che la democrazia abbia fatto il suo tempo e non sia più compatibile con la complessità della società moderna.
È una deriva spaventosamente pericolosa che rischia di annullare duemila anni di storia e i valori che ci caratterizzano e rappresentano la nostra vera forza. In realtà è vera l’ipotesi diametralmente opposta: il salto tecnologico degli ultimi 50 anni dovrebbe infatti poter permettere per la prima volta di ampliare gli spazi democratici fino a livelli in precedenza inimmaginabili. Parallelamente, lo stesso sviluppo tecnologico, impone alle dittature di ricorrere a una violenza sempre maggiore, mentre la potenza delle armi può compromettere la sopravvivenza dell’umanità.
È generale la domanda di come andremo a finire e quale nuovo equilibrio generale sarà possibile; tutti però esaminano solo il comportamento degli uomini coinvolti come che fossero i possibili artefici dello sperato cambiamento, mentre l’incapacità degli uomini è la conseguenza non la causa della crisi. Diventa quindi necessario confrontare necessità e possibilità del mondo reale rispetto a quello auspicato e reso possibile dall’attuale livello di sviluppo politico/economico; si evidenzierà chiaramente che le dittature, possibili in passato, difficilmente potranno sopravvivere in futuro. Si confermerà che, contrariamente all’opinione generale, i cambiamenti hanno reso la democrazia cioè il potere legittimato dal basso, non più una semplice opzione positiva ma la condizione di sopravvivenza della nostra società.
L’attuale salto tecnologico dell’elettronica, ha inserito il computer nel ciclo produttivo in sostituzione ed aiuto all’intelligenza umana. Si tratta quindi di un passo forse maggiore di quello fatto dalla società nei 5 secoli precedenti con l’utilizzo della meccanizzazione e del motore in sostituzione della fatica umana. La rivoluzione industriale in 5 secoli ha permesso di passare dal medio evo all’età moderna e solo nell’ultimo secolo in Europa ed in particolare in Italia ha fatto aumentare di 10 volte (1.000%) diritti, libertà, benessere collettivo ed equità distributiva. Un proletario italiano all’inizio del ‘900 avrebbe considerato un sogno utopico le condizioni del suo omologo a fine secolo.
La rivoluzione elettronica, sviluppatasi in 50 anni, avrebbe dovuto portare vantaggi analoghi se non superiori, invece nello stesso periodo gli aumenti del Pil delle democrazie avanzate sono stati trascurabili (in Italia nulli); nonostante che la crescita del Pil non significhi aumento di reale benessere della collettività. Questa mancata crescita evidenzia chiaramente ciò che la miopia collettiva impedisce di vedere: qualcosa si è rotto nel nostro meccanismo politico/economico che impedisce il funzionamento generale e blocca lo sviluppo.
Prima di affrontare l’esame del meccanismo produttivo e gli elementi che determinano il suo buon funzionamento, vediamo come questa violenta evoluzione, pur in mancanza di risultati positivi e forse proprio per questo, rende la democrazia necessaria e condanna definitivamente la dittatura.
Necessità e funzione della democrazia. L’idea della democrazia nasce più di 2.000 anni fa in Grecia perché, se l’uomo è il centro della società, per essere tale deve poter partecipare alle scelte che determinavano il suo destino. Nasce così l’istanza di un potere che si legittima dal basso per permettere a tutti di partecipare alla gestione della comunità.
Istanza certamente nobile che però nei secoli si è scontrata con mille difficoltà rendendo la gestione democratica, più un eccezione che una regola, in cui la parziale partecipazione “democratica” era prevalentemente riservata a una minoranza al potere; possiamo ricordare le democrazie greche, rimaste più istanze che soluzioni concrete, l’organizzazione romana, i comuni italiani, le repubbliche marinare e pochi altri fino ad arrivare alle democrazie formali dell’Ottocento (specie in Italia) governate dalla borghesia, unica con diritto di voto.
Dopo il predominio dittatoriale della prima metà del ‘900 si formano le democrazie della seconda metà del ‘900 che rappresentano il livello più avanzato raggiunto e costituiscono il punto di partenza per capire cosa ha sancito il successo e alla fine ne ha bloccato il funzionamento. Vediamo preliminarmente perché in passato hanno avuto scarsa fortuna, con la normalità del potere imposto dall’alto, mentre oggi incontra sempre maggiori difficoltà.
La democrazia ovviamente permette e richiede una minima omogeneità dei membri della società sia a livello di conoscenza che di tenore di vita, per cui il modo di produrre e il conseguente livello di benessere sono determinanti. È evidente che tali caratteristiche mancavano in una società agricola primitiva in cui la maggioranza della popolazione era impegnata in lavori massacranti che garantivano la pura sopravvivenza; il potere imposto dall’alto era la caratteristica naturale.
Dall’arretratezza produttiva derivava anche il livello di conoscenza; ancora all’inizio del secolo scorso, nei paesi avanzati, il proletariato, cioè oltre il 90% della popolazione, era analfabeta. Questo vincolo era determinante perché allora i libri, cioè la parola scritta, erano il solo strumento di comunicazione e chi non poteva accederci ignorava tutto ciò che esulava dal suo orizzonte fisico; il libro era appannaggio quasi esclusivo della borghesia.
L’imposizione dell’alto da parte di una minoranza al potere era anche consona, per non dire necessaria, allo sviluppo della nostra società; Aristotele non avrebbe potuto passeggiare amabilmente con Platone sotto i portici dell’agorà ponendo le basi della nostra cultura se non avesse avuto schiavi, marinai, artigiani e contadini che lavoravano per lui, garantendogli l’appagamento delle proprie necessità pratiche e il tempo per pensare.
Aspetti internazionali. Finora abbiamo visto i rapporti tra singoli soggetti dello stesso gruppo, città o Stato, ma il discorso vale anche e soprattutto nei rapporti internazionali fra soggetti diversi; il gruppo o Stato più forte aveva infatti la convenienza ad impossessarsi delle risorse del vicino più debole invece di produrle in proprio. A tutti i livelli quindi l’uso della forza per regolare i rapporti umani era un passaggio quasi obbligato e il potere imposto dall’alto era il suo naturale modo di manifestarsi.
L’evoluzione democratica si è evidenziata con forza nella seconda metà del secolo scorso quando, grazie al suffragio universale, le democrazie utilizzando la loro spinta positiva, sono diventate vincente ed hanno cancellato progressivamente le esistenti dittature. Il nostro impianto istituzionale aveva però gli strumenti per svolgere alcune funzioni, per le quali era stato pensato, e non altre che verso fine ‘900 sono diventate determinanti ed hanno bloccato l’evoluzione positiva; impossibile superare lo stallo senza eliminare la causa che lo determina. La crisi delle democrazie ha spinto la crescita delle dittature, nonostante che l’evoluzione tecnologica le rendesse sempre più incompatibili. Vediamo i vari elementi condizionanti.
Primo – Si è drasticamente ridotto l’analfabetismo e quasi tutti anche in posti perduti, accedono a internet e ai vari mezzi di comunicazione, mentre la conoscenza si trasmette sempre meno attraverso la parola scritta dei libri. Tutti sanno tutto di ciò che succede nel mondo, possono comunicare e interconnettersi e rivendicano un ben maggiore spazio di partecipazione. Lo sviluppo della mobilità collettiva, difficilmente frenabile, aumenta la difficoltà di controllare i singoli; la tecnologia inoltre fornisce ai singoli, mezzi di offesa piccoli e sofisticati che danno forza alla guerriglia.
Secondo – L’umanità è divisa fra circa un 15% del totale (1 miliardo di individui) di privilegiati benestanti, mentre la restante popolazione vive al di sotto di qualsiasi livello di dignità economica e sociale. Situazione insostenibile ed analoga a quella dei paesi avanzati nell’Ottocento caratterizzata da una minoranza borghese con grosse possibilità economiche – la belle époque – e oltre al 90% della popolazione, il proletariato, mantenuto al limite della sopravvivenza. Il sistema si è rotto nella prima metà del ‘900 con dittature e guerra arrivando solo dopo la guerra al salto politico che ha permesso un totale cambiamento del benessere collettivo e dell’equità distributiva.
La diseguaglianza accentua l’instabilità sia a livello nazionale che internazionale ma non trova sbocchi concreti perché non sappiamo come realizzare una reale logica democratica. All’interno delle dittature mancano anche i presupposti per realizzarla, per cui i cambiamenti possono solo sostituire di un dittatore feroce con un altro che nel tempo risulterà analogo al precedente.
Terzo – Aggredire il vicino perché più debole è nel DNA di qualsiasi dittatura ed è insito nella sua stessa logica organizzativa; però il salto tecnologico rende più difficile il ruolo dell’aggressore creando eterni scontri senza sbocco. In passato infatti l’azione arricchiva il più forte e, bene o male, permetteva di arrivare a punti di equilibrio rappresentati dagli imperi che si sono affermati negli ultimi 5.000 anni di storia.
Non è più così. Le guerre fra paesi avanzati, vedi Ucraina, servono al dittatore aggressore per legittimarsi, ma risultano poco redditizie anche per l’aggressore. Con gli attuali rapporti di forza sul campo, Davide può vincere Golia, perché non è più determinante il numero di uomini ma il livello tecnologico disponibile. L’alto livello tecnologico delle armi fornite dal blocco democratico può così permettere alla resistenza ucraina di resistere e forse prevalere.
Anche quando lo scontro è fra due paesi sottosviluppati il vantaggio per l’aggressore è molto limitato perché, salvo possibili risorse naturale, l’uomo sottopagato, lo schiavo, non è più un valore aggiunto che possa consolidare il potere dell’aggressore. Sono quindi scontri che si protraggono senza un vero vincitore e che di fatto servono principalmente a legittimare i dittatori coinvolti.
Limiti delle dittature. Si confermano quindi gli elementi di forza e di debolezza che limitano il potere delle dittature e delle democrazie creando uno continuo stallo; infatti: Primo – la capacità produttiva anche militare deriva dal livello tecnologico che si alimenta di intelligenza diffusa, casualità e libertà; tutti elementi che mancano strutturalmente alle dittature e grazie ai quali gli ucraini, pur inferiori di numero, hanno potuto resistere e si spera vincere.
Secondo – l’evoluzione tecnologica aiuta la guerriglia contro i grandi eserciti. Le divisioni corrazzate di Hitler potevano essere fermate solo da altri carrarmati, unici in grado di contrastarle; oggi i carrarmati di Putin sono stati fermati da piccole armi molto sofisticate che gli ucraini erano in grado di portare in spalla movendosi a piedi. Già nella guerra del Vietman i guerriglieri che si muovevano a piedi nudi nella foresta, disponevano di una potenza di fuoco pari a quella di un carrarmato dell’ultima guerra. Putin potrebbe quindi perdere per inferiorità tecnologica e per la fragilità dei grandi eserciti contro la guerriglia. La guerra comunque è in “perdita” con costi superiori ai vantaggi.
Terzo – forza delle dittature – i due limiti dei sistemi dittatoriali dovrebbero tranquillizzare le democrazie; ma purtroppo non è così perché a fronte di questa piccola superiorità militare hanno una spaventosa debolezza politica. Le nostre democrazie sono infatti fragilissime se vengono attaccate dall’interno perché con modico sforzo è possibile mettere in crisi il nostro già instabile equilibrio politico.
La Russia di Putin queste cose le ha capite da tempo e il generale Gerasimov già dal 2013 ha teorizzato che la guerra “ibrida”, può facilitare la vittoria; il suo uso ha permesso risultati significativi. Certamente ha aiutato la vittoria di Trump negli U.s.a, con il quale al potere la vittoria in Ucraina sarebbe stata assicurata, la caduta di Johnson in Inghilterra e quella di Draghi in Italia che potrebbe cambiare la situazione in Ucraina.
In sintesi le dittature non sono per ora militarmente vincenti contro le democrazie, le aggressioni sono scarsamente redditizie e servono solo a legittimare il dittatore, in contropartita le democrazie per la fragilità del loro equilibrio politico possono facilmente essere paralizzate. È la tempesta perfetta: dittature che non possono prevalere, ma spinte all’aggressione anche se poco redditizia e incapaci di generare un nuovo punto di equilibrio (la pax romana); democrazie leggermente più forti ma facilmente attaccabili dall’interno minando il loro precario equilibrio politico.
In aggiunga i meccanismi di entrambi gli opposti fronti, condizionati dalla crisi, tendono a selezionare gli uomini peggiori, dotandoli anche di ampi poteri compreso la possibilità di scatenare la guerra atomica. L’instabilità e i rischi conseguenti, salgono al massimo livello; forse è giunto il momento di cercare una via d’uscita da questa spaventosa precarietà.
Come uscirne: il primo punto è naturalmente di tipo culturale e rappresenta il maggiore ostacolo: dobbiamo superare preliminarmente molti preconcetti, convinzioni radicate e false certezze, valide nella situazione precedente ma non più oggi; solo allora potremmo guardare la realtà senza paraocchi, individuare i nodi irrisolti e le possibili soluzioni.
Il primo preconcetto consiste nell’attribuire le disfunzioni al comportamento degli uomini, mentre i soggetti coinvolti non determinano la situazione ma sono solo gli attori, spesso le marionette, di un copione già scritto determinato dalla condizionante realtà economica/sociale. Se non modifichiamo i suoi meccanismi vincolanti non è possibile qualsiasi risultato reale ma solo sostituire un soggetto all’altro più o meno capace.
Il secondo punto è capire la dimensione del salto necessario che permette di passare dall’era industriale a quella elettronica e questo significa un passaggio analogo a quello effettuato nei 5 secoli precedenti passando dal Medio Evo all’età moderna. Non parliamo quindi di piccoli cambiamenti come le ricorrenti richieste di migliorie della Costituzione; bisogna ipotizzare una diversa e più avanzata logica della partecipazione collettiva che superi i limiti della tripartizione dei poteri.
Quando la borghesia ha preso il potere non si è accontentata di un miglioramento dell’esistente quale un’Assemblea dei baroni, ma ha cercato la necessaria nuova forma organizzativa e, attraverso l’Illuminismo, a metà del ‘700 ha teorizzato la tripartizione del potere che rompeva con tutta la precedente impalcatura politico/sociale. È stato questo cambiamento radicale a permettere, con i tempi lunghi di rivoluzione e guerre, il prevalere della borghesia, arrivando all’età moderna. Oggi siamo potenzialmente in un mondo post borghese e post industriale però la sua effettiva realizzazione richiede un’analoga discontinuità e coraggio. Queste scelte radicali sono sempre difficili da fare ma i passi sono obbligati e non esistono alternative.
Riscaldamento globale: Possiamo utilizzare il problema del riscaldamento globale come esempio parallelo ed emblematico delle difficoltà di adeguarsi alle nuove necessità produttive, dei tempi necessari e degli scontri conseguenza dei primi timidi passi verso la soluzione. Il riscaldamento globale ha incominciato a manifestarsi circa mezzo secolo fa, producendo inizialmente conseguenza marginali, cresciute progressivamente nel tempo, e costruendo la coscienza collettiva formatasi attraverso quattro fasi.
I fase (negazionismo) – La coscienza del fenomeno è nata da sparute denunce sulle possibili conseguenze, rimaste però inascoltate perché contrastavano cultura, abitudini e interessi fortemente consolidati nell’organizzazione esistente. Si tendeva a considerare i singoli fenomeni come fatti casuali connessi a situazioni specifiche; Trump ne negava ancora l’esistenza.
II fase – Il cambiamento climatico ha lentamente raggiunto livelli pericolosi e solo allora se ne è preso atto misurando l’ampiezza e le tendenze evolutive: il ritiro dei ghiacciai alpini, la grande riduzione di quelli polari, le nuove rotte marittime a Nord dell’Europa, l’instabilità climatica, l’aumento dei gradi della temperatura. Con uno scarso margine di soggettività quasi tutti hanno concordato sulle valutazioni fatte.
III fase – Si è così aperta la possibilità di andare oltre e cercarne le cause. Le spiegazioni legate a fenomeni naturali quali le glaciazioni e gli storici cambiamenti climatici, sono state progressivamente superate per attribuire la responsabilità del fenomeno alle attività produttive umane. Tutte spiegazioni complesse che, pur basate su elevate competenze specifiche, non garantiscono certezze. Dopo anni di dibattito la tesi prevalente ha attribuito la disfunzione climatica al nostro dissennato consumo energetico; si sono quindi effettuate valutazioni e misurazioni del meccanismo causa/effetto, che hanno permesso di meglio inquadrare il fenomeno, le relative tendenze e pesare le drammatiche conseguenze di un mancato intervento.
IV fase – E’ iniziata la ricerca di possibili soluzioni. L’acceso dibattito, coinvolge l’intero pianeta con elevati conflitti di interesse; dalle soluzioni che verranno adottate deriva lo sviluppo o la chiusura di molte attività e il peso internazionale dei diversi Paesi. Si incomincia comunque a intravvedere una strada non facile, né certa, ma comunque necessaria perché rimanere fermi conduce all’auto distruzione. È comunque indiscutibile che anche questo è uno dei fenomeni legati alla generale incapacità della struttura pubblica di far fronte alle proprie responsabilità: le dittature per scarso di interesse, le democrazie per mancanza di mezzi.
Negazionismo della crisi istituzionale: parlando invece della crisi della democrazia siamo ancora alla fase iniziale nella quale si nega l’esistenza del fenomeno e le disfunzioni rilevate vengono normalmente attribuite all’errato comportamento degli uomini coinvolti, non volendo vedere che la diffusa incompetenza rappresenta solo la conseguenza e non la causa della disfunzione. Sarebbe come se, nell’esempio del riscaldamento globale, attribuissimo al singolo ghiacciaio la causa del suo scioglimento invece che al fenomeno generale da cui è generato.
La posizione è molto pericolosa perché fino a quando non si identifica il fenomeno, non se ne possono studiare le cause, né cercare possibili soluzioni. Finora infatti si valutano le inefficienze delle nostre democrazie come fatti contingenti specifici o come una maledizione divina senza soluzione e intrinseca nella logica democratica. Entrambe le soluzioni sono false: se il fenomeno fosse italiano potremmo pensare a un nostro problema specifico, ma coinvolgendo, pur con diversa intensità, tutte le democrazie del mondo, rappresenta necessariamente una comune disfunzione organizzativa. La forte crescita della capacità produttiva non è la causa delle disfunzioni mentre rappresenta una magnifica opportunità finora non utilizzata. Chiedersi le ragioni del generale negazionismo della crisi istituzionale, è propedeutico per capire le possibili strade per superare l’ostacolo. Le ragioni sono molteplici e si integrano a vicenda consolidando la spinta all’immobilismo.
Primo – condizionamento di tipo culturale: pensiamo che i ghiacciai seguono leggi fisiche vincolanti mentre l’uomo dispone del libero arbitrio. Il discorso è corretto ma falsante a livello economico/sociale perché contradetto da due precise leggi della statistica: la prima è “la probabilità non ha memoria” quindi, gettando i dadi per 10 volte, anche se è venuto sempre pari non esiste nessuna probabilità maggiore che la prossima volta sia dispari. La seconda è “sui grandi numeri la frequenza è uguale alla probabilità” cioè se getto i dadi 1.000 volte certamente il 50% delle volte viene pari e 50% dispari.
Il comportamento economico/sociale riguarda grandi numeri per cui pur con la totale libertà del singolo individuo i comportamenti della collettività risultano obbligati. L’esame di qualsiasi momento storico può confermare che le collettività si sono sempre adeguate alle necessità economico/sociale dello specifico periodo. Anche oggi i comportamenti dei singoli attori si conformano alle necessità della propria organizzazione. Il comportamento delle dittature è però coerente con le proprie necessità condizionanti, mentre quello delle democrazie risulta incoerente e nasce dall’inadeguatezza del proprio impianto istituzionale incapace di assolvere al proprio ruolo.
Secondo – Ogni cambiamento stenta ad imporsi perché normalmente richiede di rinunciare a privilegi e prassi consolidate in nome di un vantaggio futuro. Il vantaggio deve quindi essere consistente e credibile ma anche in quel caso tutti hanno difficoltà a fare il primo passo e preferiscono aspettare un secondo tempo quando il cambiamento sarà confermato.
Possiamo ricordare la diffusa opposizione contro i vincoli dei risparmi energetici nonostante che la stragrande maggioranza abbia coscienza dei pericoli legati al mancato intervento e l’oggettiva necessità del cambiamento. In quel caso le conseguenze negative coinvolgono tutti ma sono a carico di pochi produttori; però stando alle previsioni, potrebbero anch’essi ricavare dei vantaggi economici/occupazionali proprio dalla conversione green. Il cambiamento stenta comunque ad imporsi.
Facile capire la forte opposizione a riesaminare la coerenza del nostro impianto istituzionale che implica necessariamente la modifica sostanziale della Costituzione. Le certezze alternative sono poche mentre la difesa dell’esistente è fortissima. Parliamo di elementi che per molti rappresentano quasi dei dogmi di fede, come il Vangelo e quindi poco discutibile. Inoltre la nostra Costituzione è culturalmente e socialmente una delle più avanzate, nata dalla Resistenza e portatrice di elevati valori umani.
Nessuno vuole sottovalutarla, solo si pensa necessario integrare il molto che c’è, con il poco che manca, perché la parte mancante, prima non necessaria, oggi è indispensabile e proprio questa mancanza potrebbe trasformare le nobili istanze di uguaglianza, libertà, progresso e benessere collettivo da obbiettivi possibili a sogni utopici. Il dibattito quotidiano e la situazione reale evidenziano questa deriva negativa vista quasi invitabile mentre proprio questi valori, nucleo della nostra Costituzione, devono e possono essere preservati e fatti crescere.
Terzo -Valutiamo necessario modificare le regole del gioco della parte politica, settore che oggi sembra poco interessato a raggiungere i nobili obbiettivi dichiarati ma più propensa a mantenere e far crescere il proprio potere. In questa prima fase, e verosimilmente anche nelle fasi successive, è difficile capire come varieranno i ruoli e le funzioni dei singoli soggetti e degli organi preposti; il cambiamento è molto ampio e dovrebbe riguardare la maggioranza della popolazione, forse addirittura il 70%. Certamente non facile, ma come vedremo non ci sono alternative e la quotidianità, lo conferma ripetutamente. I grandi cambiamenti normalmente nascono dalla necessità non dalle scelte volontarie.
Quarto – A tutto questo si aggiungono alcuni problemi legati alla peculiarità del problema. Le democrazie dell’Ottocento, specie in Italia, erano oligarchie borghesi perché la borghesia, l’unica con diritto di voto, disponeva sia del potere politico che di quello economico. Il suo comportamento non è stato dei più nobili perché, pur dimenticando la politica coloniale, in patria ha difeso solo i propri interessi, festeggiando a fine secolo la belle époque mentre il proletariato senza diritti ha subito la più disperata miseria mitigata solo dall’emigrazione (allora eravamo noi i migranti). A inizio secolo (in Italia nel ’11) si è ottenuto il suffragio universale, prontamente cancellato dalle dittature e dalla guerra, che finalmente dopo la guerra è diventato reale (inserendo anche le donne) e abbiamo avuto finalmente un forte sviluppo economico/sociale. Il problema pareva quindi risolto.
Quinto – Il suffragio universale è infatti oggi effettivamente operante, uno vale uno, le elezioni sono libere, non sembra quindi ipotizzabile un più elevato livello di democrazia, se ne deduce quindi che è solo possibile migliorare la cultura degli uomini, il loro impegno e la coesione fra le persone. Se questo non succede, come oggettivamente non succede, significa che gli uomini non sanno o non vogliono autogestirsi e quindi conviene lasciare tutto in un limbo indefinito, per evitare che nasca, come effettivamente sta avvenendo, la richiesta dell’uomo forte unico capace a superare la paralisi operativa.
Sembra una spiegazione razionale ma invece è equivoca e fortemente falsante. In verità i singoli uomini son chiaramente capaci di autogestirsi se dispongono di un potere reale e della conoscenza necessario ad esercitarlo. Se il potere è invece formale e non reale, soprattutto mancano gli strumenti per fornire la conoscenza necessaria, non possono fare nulla di diverso da quello che oggettivamente fanno, cioè effettuare scelte casuali indotte da altri e legate principalmente a slogan basati sulla semplificazione buono/cattivo.
Sesto – In seguito vedremo quali poteri sono reali e da difendere e quali sono solo formali possiamo però ricordare una situazione analoga che ha condizionato per più di un secolo gli intellettuali di sinistra di tutto il mondo. Marx aveva (giustamente) teorizzato la lotta di classe per garantire i diritti del proletariato e aveva identificato (meno giustamente) lo sfruttamento nella dialettica padrone/lavoratore che permetteva al padrone di “rubare” il plus valore al lavoratore. Se quindi si pubblicizzano i mezzi di produzione, si elimina il padrone, cade lo sfruttamento e può finalmente nascere una società di uguali. La rivoluzione russa ha compiuto anche un secondo passo con la costituzione dei Soviet cioè una struttura produttiva autogestite dagli stessi lavoratori, che costituiva il nucleo di base dell’organizzazione pubblica. Tutto risolto!
Non è stato così e si è impiegato quasi un secolo per riconoscerlo; molti ancora oggi non ne hanno capito il perché. Anche allora era difficile superare la legittima convinzione che nessuna alternativa potesse essere meglio per i lavoratori: non c’era più il padrone che sfruttava l’operaio, tutto era pubblico e i lavoratori si autogestivano: doveva per forza essere, come dichiarato, “il paradiso dei lavoratori”. C’è voluto parecchio a capire ed ha richiesto molti drammi personali; i lavoratori erano infatti inseriti in un meccanismo produttivo che lavorava “per conto terzi” e quindi finalizzato a soddisfare necessità che non conoscevano e non interessavano.
Mancava quindi la conoscenza e l’interesse a servire le necessità della collettività/utente e non le proprie; il potere centrale ha dovuto quindi imporle trasformando il loro potere da reale a solo formale, e sostituirlo con quello della burocrazia di partito gestita centralmente da una feroce dittatura. Col tempo si è capito che il potere d’acquisto, garantito dal mercato capitalistico, era certo meno nobile ma reale e come tale garantiva un benessere ben maggiore del potere solo formale della proprietà pubblica dei mezzi di produzioni. Molti però ancora oggi sognano la gestione pubblica delle strutture produttive, non perché sono settori non gestibili dal mercato ma perché, contro ogni evidenza, dovrebbe garantire una maggiore socialità.
Settimo. Per evitare che il suffragio universale diventi un’analoga trappola culturale dobbiamo capire cosa può fare e cosa no. Il nostro impianto istituzionale infatti serve a garantire, l’indispensabile libertà e diritti dei votanti; inizialmente solo a favore della borghesia, ma ora estesi alla collettività. Non sono state invece previste né la gestione economica pubblica né l’equità distributiva, perché erano obbiettivi contrari agli interessi della borghesia al potere.
Per non buttare via il molto che c’è, dobbiamo integrarlo con ciò che manca e impedisce di raggiungere i nobili risultati sperati. Questo studio vorrebbe aiutare a capire come giocano i vari elementi e quali sono i meccanismi necessitanti che impongono i nostri comportamenti.
Legittimazione: Vorrei preventivamente giustificare la mia presunzione di invadere il campo di economisti, politici e sociologi senza disporre dei necessari titoli legittimanti; però di fronte alla forte evoluzione degli ultimi anni e all’elevata interdipendenza fra settori di competenza diversa, forse un imprenditore, con minore competenza nei singoli campi, ma punto di sintesi del processo produttivo può cogliere con più facilità i condizionamenti e le interdipendenze fra i diversi campi del processo economico/politico.
La mia conoscenza non si è infatti consolidata nell’Università né nell’anno di specializzazione alla London School of Economics, ma negli oltre cinquant’anni di master spesi nell’ “Università del porto di Genova” che non mi ha fatto ottenere la libera docenza, ma mi ha permesso di sperimentare e patire, con 50 anni di anticipo, l’incapacità della struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo, la sua funzione oggettivamente di destra e le molte disfunzioni che rileviamo attualmente nel generale meccanismo economico/sociale.
Inoltre l’argomento trattato riguarda le disfunzioni politiche, campo nel quale conta non tanto ciò che si elabora nelle segrete stanze del sapere, ma ciò che condiziona l’opinione pubblica. L’esame quindi fatto da un non addetto ai lavori, con un linguaggio un po’ approssimativo ma più comprensibile, potrebbe aiutare a meglio capire i preconcetti che condizionano la nostra conoscenza collettiva e le conseguenti scelte politiche.
CAP. II – DEMOCRAZIA E IMPIANTO ISTITUZIONALE
Origine e caratteristiche. Incominciamo a vedere quando nasce e cosa comprende l’impianto istituzionale delle moderne democrazie. Il suo nucleo è la tripartizione dei poteri che risale a quasi 3 secoli fa ed è stato teorizzato dall’Illuminismo francese per legittimare e consolidare la crescita della nuova e rivoluzionaria classe borghese.
Già questo dovrebbe accendere una lampadina dall’allarme; una struttura pensata tre secoli fa, può continuare a valere a livello dei diritti che si evolvono progressivamente ma mantengono obbiettivi omogenei; essi possono essere cambiati per adeguarsi agli interessi non solo della borghesia, allora minoranza al potere, ma a quelli ben più ampi l’intera società post borghese. Certamente però non può reggere per la gestione economica che continua ad evolversi e deve essere continuamente aggiornata; mancano infatti gli strumenti necessari per l’equità distributiva e la gestione produttiva.
La collettività, o se vogliamo il popolo, si esprime attraverso le elezioni periodiche ed elegge il Parlamento che rappresenta l’intera popolazione e può stabilire attraverso le leggi diritti e doveri dei singoli membri della collettività. Il suo obbiettivo è massimizzarne libertà, diritti, ed equità distributiva al fine di garantire il più alto benessere collettivo, che deriva da due elementi: la disponibilità di risorse e i criteri di ripartizione.
Sono due fattori che si integrano e condizionano a vicenda ma che seguono due logiche diverse abbastanza opposte: la produzione è finalizzata all’ottimizzazione produttiva per massimizzare le risorse disponibili e segue quindi logiche meritocratiche e selettive. Non è di sua competenza l’equità distributiva perché, in quanto meccanismo produttivo, non è responsabile di scelte sociali, ma si limita ad applicare quanto stabilito dalla struttura pubblica, unica responsabile dei criteri distributivi.
A conferma possiamo ricordare che, utilizzando lo stesso meccanismo produttivo capitalistico, nell’Ottocento la borghesia, unica con diritto di voto, ha festeggiato incosciente la belle époque condannando il proletariato alla più disperata miseria; nella II metà del ‘900 invece, con il suffragio universale, la collettività ha raggiunto il più alto livello di benessere diffuso ed equità distributiva. Solo la struttura pubblica determina infatti l’equità distributiva e la ottiene regolando i diritti, mentre poco determinante è il livello culturale/umano dei politici coinvolti; infatti, nonostante il loro ottimo livello nell’Ottocento, hanno avvallato una inaccettabile diseguaglianza economica, mentre quelli ben più modesti della seconda metà del ‘900, hanno costruito il più alto livello di uguaglianza.
Il comportamento della struttura politica nel fissare i diritti, si adegua agli interessi di chi detiene il potere: i feudatari nella società precedente, i borghesi nell’Ottocento e la collettività nella seconda metà del ‘900. Oggi fortunatamente, con il suffragio universale e le libere elezioni il Parlamento rappresenta l’intera collettività e deve, o dovrebbe, privilegiare gli interessi della maggioranza della popolazione e quindi quelli della base della piramide sociale che è la più numerosa. Rappresentando l’intera collettività il Parlamento ha pieni poteri e libertà comportamentale; quindi può decidere l’abolizione della proprietà, dell’eredità, dei diversi livelli rimunerativi e quanto valuta necessario.
Le sue scelte non devono essere condizionate dagli interessi preesistenti ma essere solo compatibili con la crescita delle risorse; è infatti facile capire che se la perfetta equità penalizza la produzione c’è poco da dividere, così come se la massima efficienza produttiva pur massimizzando le risorse, le destina a pochi la maggioranza riceverà ben poco. Attualmente, forse diverso sarà in futuro, esiste un fragile punto d’equilibrio tra efficienza produttiva (produzione di risorse) ed equità distributiva e questo, superando gli stupidi slogan politici è la complessa partita da giocare.
Come ha correttamente capito Marx, le risorse si ripartiscono fra i vari soggetti in funzione del loro grado di potere, cioè dei diritti di cui dispongono i singoli o le categorie; diventa quindi legittima la lotta di classe per garantire i diritti del proletariato. I proletari sono stati identificati con i lavoratori perché tale era la situazione nell’Ottocento quando esisteva una totale identità fra le due categorie. La realizzazione del suffragio universale è stata la premessa per superare questa inaccettabile discriminazione e creare un’uguaglianza di diritti come condizione preliminare per l’equità distributiva e la conseguente logica comportamentale.
Braccio operativo del Parlamento è il Governo, in alcuni casi come in Italia, nominato dal Parlamento, in altri, come negli Usa, da un’investitura popolare. Il suo compito è operare all’interno delle leggi per realizzare gli obbiettivi che il Parlamento ha fissato. Infine la Magistratura rappresenta il terzo potere che non è eletto ma selezionato per meriti perché si presuppone che non faccia scelte politiche ma semplicemente controlli che l’operato dei singoli, privati o soggetti pubblici rispettino le leggi esistenti.
Sintetizzato così l’impianto istituzionale, possiamo esaminare gli strumenti di cui dispone per capire quali sono le funzioni che può svolgere e quali no. Lo strumento utilizzato per permettere alla collettività di delegare il potere ai propri rappresentanti è l’elezione periodica in cui la base elegge il vertice, con un rapporto diretto base/vertice e li investe del mandato di regolare i diritti dei singoli membri della collettività. Obbiettivo della borghesia era rompere i condizionamenti di un potere legato alla terra e legittimato dall’alto, cioè Imperatore e/o Dio e delegare a un gruppo di propri rappresentanti l’elaborazione delle libertà operative e dei nuovi diritti necessari alla sua produzione capitalistica, con Governo e Magistratura che operava e controllava il rispetto di quanto deliberato.
Facile capire che lo strumento è adatto, ed è stato pensato, per riconoscere diritti e libertà della borghesia che prima ne era priva; essi nascono da un rapporto diretto vertice/base e sono facilmente identificabili perché riguardano gli stessi votanti, che sanno quindi cosa vogliono e possono controllare come il delegato assolve alla loro richiesta.
Funzione produttiva. Lo strumento delle elezioni periodiche non è però in grado di gestire una qualsiasi attività economica, in continua evoluzione dove le scelte sono complesse, spesso sbagliate e i risultati incerti con successive correzioni in un continuo adeguamento alle variabili che si manifestano strada facendo. La produzione richiede anche di effettuare migliaia di scelte sparse sul territorio che riguardano un numero variabile di utenti; le scelte relative a divorzio, aborto, parità di diritti, salario minimo, licenziamenti ed altro sono, o devono essere, regolate dalla legge e riguardano tutti; totalmente diverso è la situazione se si decide l’asilo, la riparazione della strada, l’ospedale, l’autostrada, l’autonomia energetica e su su risalendo lungo la catena organizzativa.
La irrinunciabile istanza democratica impone inoltre che la specifica collettività/utente, che viene condizionata dalle quelle scelte, possa partecipare alla loro elaborazione; deve quindi disporre di uno strumento reale idoneo a raggiungere questo obbiettivo, capace di affrontare gli specifici problemi e quindi:
Primo: il singolo utente non può dare periodicamente un elenco delle sue necessità al vertice politico, perché sarebbe troppo lungo e inoltre conosce le necessità del momento, non quelle di un mese o un anno dopo; quindi il meccanismo deve essere continuo, capillare e legato al territorio in modo da ricevere le varie istanze via via che si presentano.
Secondo: il singolo conosce il problema dell’asilo nido e della riparazione della strada di casa, ma non è in grado di valutare la convenienza di autostrada, autonomia energetica e altro. Per disporre della conoscenza necessaria a quelle scelte deve essere inserito, come avviene nelle aziende, in una struttura piramidale costituita da una catena gerarchica/conoscitiva, che ad ogni livello organizzativo, fornisce il potere e la conoscenza necessaria.
È quindi necessario che la base (collettività/utente) possa esprimere le proprie necessità da soddisfare, relazionandosi con la base del produttore, in modo che queste possano, attraverso i vari livelli gerarchici, essere selezionate e salire al vertice produttivo; le informazioni ricevute determineranno le scelte più idonee a soddisfare le necessità della specifica collettività/utente che verranno imposte ridiscendendo, come potere e coordinamento, attraverso gli stessi livelli. L’argomento sarà affrontato analizzando i meccanismi che determinano l’efficienza produttiva, cioè la crescita delle risorse; senza questo strumento comunque la base perde qualsiasi potere di condizionare la struttura politico/produttiva, dispone quindi solo della possibilità di dare una delega in bianco, priva di significato che lascia piena libertà comportamentale alla struttura pubblica.
L’abuso che quotidianamente rileviamo nasce dall’impossibilità di effettuare un serio controllo sui risultati raggiunti, non identificabili né controllabili. Salta soprattutto la logica democratica del potere dal basso della collettività, sostituita da quella opposta dittatoriale di gestione dall’alto senza controlli. In altri termini il meccanismo delle elezioni, insostituibile per garantire i diritti, diventa invece solamente formale e senza contenuto per la gestione economica. Abbiamo ricreato un finto potere della collettività, analogo a quello marxista della proprietà pubblica dei mezzi di produzione; serve solo per ingannare l’opinione pubblica e nascondere gli abusi del potere.
Si può ancora aggiungere che parlando di diritti è facile identificare le scelte di sinistra che difendono la maggioranza, da quelle di destra favorevoli alle minoranze. Difficile con le scelte produttive che si differenziano invece fra quelle giuste che aumentano le risorse disponibili (di sinistra) e quelle sbagliate che le riducono (di destra). Il risultato spesso si rileva solo a posteriori, disponendo di un meccanismo di controllo dei risultati (quello che non c’è); solo allora è possibile valutare quali erano di sinistra e quali di destra. Inoltre se una scelta economica, effettuata a base democratica, difende ingiustamente le minoranze, quasi sempre denuncia o un’inadeguatezza nel livello di diritti che deve essere modificato, oppure un illecito che non rispetta i diritti e che richiede l’intervento della Magistratura.
La struttura pubblica priva degli strumenti per un’effettiva partecipazione della collettività/utente alla gestione economica, supplisce con una goffa gestione dall’alto che non dispone però degli obbiettivi da raggiungere né della possibilità di valutarli ed è quindi finalizzata più alle necessità del produttore, cioè le proprie, che della collettività/utente, mancando così il suo principale obbiettivo rappresentato dall’equità distributiva.
Alcuni esempi emblematici posson chiarire il punto ed evidenziare le contradizioni fra la corretta gestione dei diritti economici e la fallimentare sua realizzazione pratica. Vediamo che sanità, istruzione e al limite anche giustizia sono stati considerati servizi essenziali e irrinunciabili e come tali devono essere garantiti a tutti con logiche diverse da quelle del mercato della produzione capitalistica privata.
Il diritto sancito è corretto, ma la mancanza degli strumenti produttivi ha fatto crescere il costo e peggiorare il servizio, creando un’inevitabile spinta alla privatizzazione; scelta che la sinistra considera giustamente di destra. Non è però di destra privatizzare un servizio per renderlo più efficiente, quanto mantenere un meccanismo di gestione pubblica che non garantisce i livelli di eccellenza, necessari e possibili.
Bisogna quindi esaminare i meccanismi che determinano il livello delle risorse cioè l’ottimizzazione produttiva. Per il momento anticipiamo solo che il pezzo che manca nel nostro impianto istituzionale è storicamente giustificabile perché serve per garantire produzione pubblica ed equità distributiva, tutte funzioni che non interessavano, anzi ostacolavano, gli interessi della borghesia che, con l’Illuminismo francese tre secoli fa, ha teorizzato l’attuale impianto istituzionale.
La borghesia infatti aveva solo bisogno dei diritti politici e delle libertà economiche necessarie a svolgere il proprio ruolo produttivo attraverso il capitalismo; obbiettivo ampiamente raggiunto: nell’Ottocento per i soli borghesi, unici con diritto di voto, e dalla seconda metà del ‘900 per l’intera collettività. La scritta che leggiamo nelle aule dei tribunali “la legge è uguale per tutti” è formalmente corretta, ma la mancanza di adeguati strumenti produttivi può trasformare tali diritti da reali a solo formali.
Non aveva invece l’obbiettivo dell’equità distributiva e della produzione pubblica in quanto, minoranza fortemente privilegiata, valutava che qualsiasi protezione economica interessasse solo al proletariato senza diritti e rappresentasse una limitazione ai propri privilegi. Così non necessitava della produzione pubblica, salvo la gestione della forza – ordine pubblico e guerra – perché giustamente considerava la produzione di propria competenza.
Oggi la realtà è totalmente cambiata; abbiamo una società post industriale e post borghese per la quale un impianto istituzionale pensato in situazioni e condizioni totalmente diverse risulta obsoleto e privo degli strumenti necessari a gestire le due principali necessità, cioè equità distributiva ed equilibrio sociale. Queste rappresentano oramai la parte strategica e maggioritaria, quasi il 70%, del meccanismo produttivo, mentre la relativa produzione non è gestibile dal mercato e allo stato attuale non esistono strumenti alternativi di ottimizzazione e controllo.
Confronto democrazie e dittature. Il dibattito se la democrazia può rappresentare un’alternativa stabile e virtuosa rispetto alla dittatura per lungo tempo vincente, è antico e risale già al suo primo manifestarsi presso i greci.
Democrazia nel ‘900. Senza però andare troppo lontano può essere interessante vedere la situazione del ‘900 perché stiamo rivivendo situazioni ed evoluzioni di allora. Esattamente un secolo fa, negli anni ’20 e ’30 del ‘900 l’istituzione democratica era in forte crisi; in Europa si imponevano le varie dittature di Franco, Mussolini e Hitler ed era diffusa la convinzione che la logica democratica non poteva più reggere per la sua incapacità di far uscire l’economia da una crisi stabile che durava praticamente dalla fine della guerra.
Le varie scuole di pensiero portavano avanti un intenso dibattito, senza però trovare reali soluzioni. La scuola classica, spesso maggioritaria, sulla base della legge di Say in base alla quale “l’offerta crea la propria domanda”, sosteneva che l’economia raggiungeva automaticamente il proprio equilibrio e quindi se molti prodotti restavano invenduti significava che era necessaria una riduzione dei prezzi, ottenibile solo con la riduzione dei salari. Era una posizione folle sia perché i salari costituivano il livello minimo per la sopravvivenza, sia perché riducendo i salari si tagliava ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori e di conseguenza la domanda globale e le vendite. Il cane che insegue la propria coda.
Keynes, uno dei più ascoltati economisti del momento, contestava la teoria classica e per primo proponeva un forte programma di investimento pubblico che, grazie ai moltiplicatori economici da lui individuati, poteva far ripartire l’economia. A momenti alterni le sue teorie sono state recepite dal presidente americano Roosevelt e contribuirono al New deal; i risultati furono però modesti e non risolutivi.
La logica era infatti corretta ed è stata utilizzata con successo nel dopo guerra ma allora esisteva un vincolo politico che ne vanificava l’utilizzo. Colpisce, anche se oggi il fenomeno si ripete, che tutti gli economisti, compreso Keynes, abbiamo portato avanti approfonditi studi sui meccanismi produttivi, senza accorgersi che la causa della disfunzione non era economica ma politica, per cui si poteva risolvere il problema solo dopo aver superato il vincolo politico; la borghesia voleva mantenere un potere non più compatibile con l’evoluzione economico/sociale nata da suffragio universale e sviluppo tecnologico.
La continua crescita tecnologica, già iniziata nell’Ottocento, permetteva infatti una maggiore produzione a parità di occupazione, ma portava di conseguenza una perdita occupazionale se la produzione rimaneva costante; fino agli anni ’30 del ‘900 si è sacrificata l’occupazione perché il proletariato, che rappresentava un ‘90% della popolazione, non aveva diritti né potere d’acquisto (lo si voleva ancora ridurre) e questo faceva mancare un 70% della domanda globale rendendo impossibile qualsiasi equilibrio economico.
Le teorie keynesiane erano quindi correte ma sbagliato l’ordine di grandezza dell’intervento necessario: anche oggi un intervento pubblico straordinario quale il Pnrr copre meno del 2% del Pil annuale, difficile pensare che a inizio ‘900 si potesse andare oltre. Un’insignificante goccia nel deserto che non poteva risolvere nulla. Il problema si è infatti risolto solo nel dopoguerra quando i diritti acquisiti e la travolgente crescita dei salari hanno fatto esplodere la domanda globale permettendo di decuplicare produzione e benessere. In quella fase sono state determinanti le teorie keynesiane per una regolamentazione millimetrica della domanda globale che limitasse le crisi periodiche e garantisse una crescita continua.
Democrazie nel 2000. È impressionante come a un secolo di distanza si ripetono uguali situazioni ed errori: vedremo che anche oggi un 70% della domanda globale, per vincoli politici non ha gli strumenti per esprimersi e quindi non compare sul mercato. Si ripete così l’identica situazione di un secolo fa: l’economia che non esce dalla crisi, gli economisti che studiano i meccanismi economici senza capire che il problema è politico (limiti dell’eccessiva specializzazione conoscitiva!) e quindi non risolvibile a livello economico, l’illusione di rianimare l’economia con la logica keynesiane di stimolo alla domanda globale, l’incapacità di identificare il vincolo politico da eliminare, la sfiducia nella democrazia. L’esperienza del ‘900 potrebbe aiutarci a trovare le soluzioni.
La necessità democratica è inoltre cresciuta; vediamo quindi quali ripercussioni positive/negative sul processo democratico può avere la rivoluzione elettronica; il salto tecnologici dell’elettronica implica un lavoro più qualificato basato su intelligenza, fantasia creativa e casualità. La diffusione di queste caratteristiche richiede che i membri della collettività non siano semplici esecutori di ordini ma partecipino alle scelte che determinano il loro futuro e le condizioni di vita. Sempre più necessario diventa quindi un sistema democratico di potere gestito dal basso.
Nelle nostre democrazie le elezioni a suffragio universale garantiscono che tutta la collettività partecipi all’elaborazione di leggi e diritti che dovranno condizionare modalità e logica produttiva. Vedremo che la produzione capitalistica, se correttamente regolata e controllata, fornisce ad ogni membro della collettività il potere d’acquisto con il quale può esprimere le proprie necessità, imporle alla struttura produttiva e, attraverso il mercato controllare che siano soddisfatte al meglio. Attualmente, e forse anche in futuro, questo rappresenta il livello più alto in campo economico di potere dal basso della partecipazione democratica.
L’abbinamento di partecipazione politica gestita delle elezioni ed economica gestita attraverso il mercato ha permesso, nella seconda metà del ‘900 grazie al suffragio universale, di raggiungere risultati di benessere ed equità distributiva in precedenza mai raggiunti e neppure sperati. Dovrebbe quindi essere automatico uno sviluppo economico sociale analogo se non superiore a quello della seconda metà del ‘900 confermando la netta superiorità delle democrazie.
La crescita è invece mancata perché l’aumento di produttività della rivoluzione elettronica ha reso la parte strategica della produzione, quasi il suo 70%, non gestibile dal mercato. Sarebbe quindi necessario un maggior coinvolgimento della mano pubblica, che però non dispone degli strumenti necessari a garantire la partecipazione della collettività; la struttura pubblica di conseguenza opera con gestione dall’alto, di tipo dittatoriale, senza controllo della base e difende i propri interessi e non quelli prioritari della collettività/utente. Questa drammatica disfunzione impedisce anche alla struttura pubblica di regolare e sorvegliare il meccanismo capitalistico, legittimando gli abusi dei produttori privati e creando riduzione di risorse, povertà e ulteriori diseguaglianze.
Abbiamo ricostruito la situazione della crisi economico/istituzionale del secolo scorso: anche oggi manca un 70% della domanda globale potenziale e necessaria; allora perché il proletariato non aveva potere d’acquisto, oggi perché la domanda non individuale non ha strumenti per esprimersi. Gli interventi pubblici per stimolare la domanda, secondo la logica keynesiana, sono solo pannicelli caldi perché le necessità sono del 70% e non del 3%; inoltre i vincoli dell’inefficienza pubblica impediscono la crescita. Come nel secolo scorso non si capisce che il vincolo è politico e non si riesce quindi ad identificarlo. Nessun equilibrio economico/sociale è possibile e le democrazie risultano perdenti.
La democrazia diventa il fantasma di sé stessa; rimangono in funzione i diritti acquisiti, ma a livello economico perdono di contenuto perché manca la struttura economica controllata dal basso capace di renderli reali. A livello economico prevale la gestione dall’alto: per la parte pubblica per mancanza di controllo dal basso, per la parte privata per l’attutirsi di regole e sorveglianza pubblica. Nasce uno strano ibrido, per metà democrazia (diritti civili) e per metà dittatura (gestione economica dall’alto che nega i diritti economici); diventa il fantasma della democrazia, ne mantiene la parvenza, ma è privo dei principali punti di forza che le permetterebbero il prevalere sulle dittature
Dittature – Le dittature, basate sull’ideologia marxista, rifiutavano la produzione capitalistica, rivendicando una produzione pubblica, cioè ufficialmente gestita dalla collettività, ma di fatto gestita dall’alto in forma dittatoriale; successivamente si sono limitate ad escludere le elezioni, o renderle solo formali, per contenere i diritti civili, utilizzando però il capitalismo per la produzione economica. Ma anche il capitalismo senza i diritti civili è solo il fantasma di se stesso, incapace di attingere al patrimonio di libertà e fantasia creativa che ne rappresenta la forza; è analogo alla democrazia senza uno strumento economico che garantisca i diritti economici.
Inoltre il potere politico senza controllo, violento e corrotto, legittima necessariamente un capitalismo non controllato, gestito solo dall’alto, gli oligarchi, che non prosperano sull’efficienza produttiva ma sulla rendita di posizione, con margini ingiustificati e servizio non reso alla collettività. Le dittature (forse con l’eccezione della Cina, difficile da interpretare) hanno quindi una difficoltà strutturale a sfruttare il potenziale sviluppo economico/sociale conseguenza della rivoluzione elettronica, capace di garantire la forte crescita economico/sociale oggi possibile.
Solo Le democrazie possono quindi permettere l’aumento delle risorse di 10 volte (1.000%) congiunta a una vera equità distributiva, e sarebbero in grado di garantire un livello di libertà, benessere diffuso, ed equità distributiva, oggi inimmaginabile e invece possibile. È la grande sfida che ci attende, vinta la quale, cade l’alternativa democrazia/dittatura perché la superiorità della prima, come è avvenuto nella seconda metà del ‘900, sarà ancora più schiacciante e si imporrà progressivamente ovunque, garantendo un futuro possibile decisamente migliore.
Condizionati però dal voler difendere i piccoli privilegi della classe al potere, non vediamo o fingiamo di non vedere che la mancanza di un adeguato strumento istituzionale rende le democrazie totalmente impotenti con diseguaglianze inaccettabili, povertà diffusa e drammi ecologici, facendo di nuovo prevalere le dittature.
CAP. III – DEMOCRAZIA E MECCANISMO PRODUTTIVO
Pregiudizi condizionanti. Prima di affrontare l’esame del meccanismo produttivo e valutare vincoli, possibilità e limiti, dobbiamo superare alcuni diffusi pregiudizi in base ai quali la produzione e la sua ottimizzazione sono poco significative e di competenza solo dei tecnici delegati allo scopo. Niente di più errato; queste convinzioni nascono da motivi ideologici e storici.
L’ideologia marxista: Marx valutava infatti la produzione come “la farina del diavolo” che serviva solo alla borghesia e non al proletariato; Marx aveva perfettamente ragione infatti tale era nell’Ottocento, periodo da lui esaminato; l’errore al solito è dei contemporanei che utilizzano questa logica fuori dal contesto di riferimento arrivando a risultati completamente falsati.
Nell’Ottocento infatti i borghesi, unici con diritto di voto, disponevano del potere sia economico che politico ed assorbivano più dell’80% della produzione lasciando al proletariato solo le briciole. Inoltre una buona parte della produzione riguardava mezzi produttivi quali trattori, trebbiatrici, telai meccani ed altro, che aumentavano la produttività, permettendo di produrre gli stessi quantitativi impegnando meno mano d’opera.
L’aumento di produttività può svolgere alternativamente due differenti e opposte funzioni; nella seconda parte del ‘900, grazie al suffragio universale, ha prodotto maggiore produzione, crescita dei salari, riduzione delle ore di lavoro e aumento del benessere collettivo; viceversa nell’Ottocento, gestito dalla minoranza borghese, è rimasto quasi invariato il quantitativo prodotto, aumentando solo la disoccupazione. Questa situazione protrattasi fino all’inizio del ‘900 ha prodotto una disoccupazione crescente e un’inaccettabile miseria del proletariato. Diventava allora anche legittima la protesta dei luddisti che proponevano la distruzione delle macchine. Questa chiave interpretativa è oggi priva di senso.
La differenza fra le due situazioni non dipende infatti dal mezzo tecnico produttivo impiegato (capitalismo) ma dal potere politico che stabilisce logiche comportamentali e obbiettivi da raggiungere; in seguito vedremo come i due opposti comportamenti possano rovesciare le valutazioni della situazione sociale, e rappresentino il solo punto di svolta che può rendere reale la realizzazione della democrazia e il raggiungimento degli obbiettivi possibili.
Decrescita felice: L’altro pregiudizio nasce rilevando i vari disastri produttivi. La sola risposta a questa legittima paura consiste però nel produrre meglio e non meno, perché la “decrescita felice” è tecnicamente impossibile e socialmente inaccettabile. Sotto il profilo tecnico fermare la crescita produttiva richiede di bloccare preventivamente l’evoluzione tecnologica per non ricreare la situazione dell’Ottocento in cui ogni aumento di produttività si trasformava in maggiore disoccupazione. Situazione analoga si è verificata, specie in Italia, negli ultimi 40 anni creando una forte disoccupazione che è stata mascherata con finti lavori e coperture assistenziali.
In ogni caso esiste ancora una spaventosa miseria che deve essere debellata, anche se tale livello è totalmente diverso se parliamo delle democrazie avanzate o dell’intero pianeta. Nelle nostre democrazie se riuscissimo effettivamente a realizzare una maggiore equità distributiva potremmo forse raggiungere livelli non elevati ma accettabili per tutti. Potrebbe avere un significativo morale ma certo sarebbe più difficile da realizzare rispetto alle possibili modifiche al sistema produttivo per produrre meglio e di più.
Totalmente diverso è il problema internazionale che può essere risolto solo con un massiccio aumento produttivo perché una più equa ripartizione delle risorse, oltre ad essere irrealizzabile, avrebbe il risultato di lasciarci tutti poveri, con un tenore di vita non compatibili con la nostra civiltà e la democrazia. Basta esaminare le cifre in gioco per capire che una “decrescita felice” a livello globale, risulta chiara demagogica.
Stando ai dati di fine secolo, la popolazione mondiale di 7,5 miliardi di individui ha un reddito globale anno di 82.000 miliardi di €, pari a 11.000 dollari pro capite, fruito, per un po’ meno del 50%, da 6,5 miliardi di individui con un reddito pro capite di 6.000 € e per l’altro 50% da 950 milioni con un reddito pro capite di 43.000 € e punte intorno ai 60.000 € per Usa e Canada. Abbiamo ricostruito a livello globale la situazione esistente in Italia nell’Ottocento: una piccola minoranza, poco più del 10%, fortemente privilegiata con una maggioranza al di sotto di qualsiasi livello tollerabile di reddito e dignità.
Come nell’Ottocento, in Italia e nelle democrazie avanzate, una più equa ripartizione delle risorse non avrebbe potuto dare risultati significativi; il problema si è risolto invece nella seconda metà del ‘900 con un aumento globale del reddito di 10 volte (1.000%) che ha permesso di garantire a tutti benessere, diritti e libertà. Analogamente a livello globale le risorse disponibili sono oggi rigidamente insufficienti, per cui anche un’impossibile equa ripartizione delle risorse avrebbe solo la funzione di lasciare tutti poveri e a un livello economico/sociale incompatibile con il livello tecnologico, la nostra cultura e la democrazia.
L’attuale drammatica diseguaglianza economica non può però reggere perché non è né economicamente né socialmente accettabile e impone l’urgente ricerca di una soluzione; abbandoniamo quindi le follie della “decrescita felice” e identifichiamo una possibile strategia di sviluppo. La crescita necessaria è però molto elevata, come risulta solo moltiplicando i dati forniti con le diverse possibili ipotesi; l’ordine di grandezza è una crescita prevista intorno alle 10 volte (1.000%) per le democrazie avanzate che traina anche una di 3 – 4 volte degli altri paesi.
Solo questi valori possono innescare un’equa ripartizione delle risorse, come è avvenuto da noi nel ‘900, e possono garantire un futuro equilibrio mondiale non più dominato dalla guerra ma da rapporti pacifici. Questo sviluppo produttivo non è però compatibile, specie a livello ecologico, con l’attuale modo di produrre perché creerebbe un disastro globale inaccettabile. Ancora una volta si rileva la necessità di un salto qualitativo per adeguare la nostra struttura istituzionale all’attuale livello economico/sociale perché la sola alternativa consiste nel crollo del sistema.
Preconcetti culturali sul capitalismo. Gli intellettuali non amano entrare nel complesso meccanismo produttivo, considerato un problema tecnico di competenza del “vile meccanico” e preferiscono impegnarsi su problemi più elevati di libertà e democrazia. Inoltre la complessità della produzione si è accentuata negli ultimi secoli quando con il capitalismo ha prevalso la logica produttiva “in conto terzi” sostituendo progressivamente la situazione precedente caratterizzata dalla produzione “in conto proprio”.
In passato la produzione era principalmente al servizio di chi la effettuava, con il capitalismo nasce invece la specializzazione produttiva in cui il produttore lavora per servire le necessità degli altri. Questo ha prodotto il salto tecnologico che ha traghettato l’umanità dal Medio Evo all’età moderna, ma ha anche cambiato le regole del gioco; il meccanismo produttivo non solo è diventato molto più complesso, caratterizzato da necessità contrapposte, ma anche fortemente interconnesso con la politica, creando i principali spazi di equivoci e di scontro politico.
L’equivoco si origina già a livello del nome perché il termine capitalismo nasce dalla logica marxista che divide la società in padroni borghesi capitalisti sfruttatori e lavoratori proletari sfruttati, ai quali viene rubato il “plus valore”, cioè una parte del lavoro effettuato. La definizione corretta è “produzione in conto terzi di attività industriali, finanziarie, agricole e commerciali”. Come vedremo la differenza tutt’altro che lessicale è sostanziale, infatti la dialettica padrone/lavoratore, corretta se intesa come borghesia/proletariato, quando esce da questo specifico alveo, perde significato e nella società moderna deve essere sostituita da quella produttore/collettività utente. Si modificano quindi le regole del gioco perché i produttori, padroni e lavoratori, hanno loro necessità che sono contrastanti con quelle prioritarie da soddisfare dei soggetti terzi, che costituiscono la collettività/utente; questa dialettica è il nucleo che condiziona l’evoluzione produttiva e il livello sociale.
Questa logica interpretativa è però più complicata e molti preferiscono la semplificazione manichea di buoni (i lavoratori), cattivi (i padroni) che fornisce risposte sbagliate ma immediate, semplici e facilmente comprensibili. Come lo slogan della “Fattoria degli animali”, 4 gambe buono, 2 gambe cattivo. Per capire e trovare soluzioni è necessario entrare nelle regole del meccanismo produttivo per valutare le interdipendenze esistenti e distinguere il ruolo politicamente positivo e negativo nel soddisfacimento delle necessità umane di padrone, lavoratore e sindacato.
Meccanismo produttivo – l’acquisto – Superati alcuni preconcetti condizionanti possiamo valutare asetticamente i fenomeni economici. L’obbiettivo del regime democratico consiste nel massimizzare il benessere della collettività, che è determinato dal far crescere sia l’equità distributiva, compito esclusivo della struttura pubblica governata dalla maggioranza, sia il livello delle risorse garantito dall’efficienza produttiva.
Per appagare le necessità della collettività non basta però una dichiarazione di principio, come affermare di essere l’avvocato del popolo, ma è necessaria l’esistenza di un meccanismo idoneo a raggiungere l’obbiettivo. Deve quindi esistere uno strumento che permetta al singolo membro della collettività/utente, di capire le priorità delle proprie necessità, esprimere le proprie scelte, imporle e controllare che le richieste siano soddisfatte al meglio.
Non basta neppure che il regime soddisfi le principali necessità della collettività perché anche nell’ipotesi irreale di un dittatore buono che persegue l’interesse del popolo, i singoli soggetti perderebbero la possibilità di partecipare, diventando simili a tacchini all’ingrasso. È comunque un’ipotesi dell’irrealtà su cui è inutile soffermarsi.
Esaminiamo quindi l’operazione dell’acquisto nucleo dell’attuale sistema capitalista; è un’operazione così quotidiana da sembrare banale mentre rappresenta lo strumento di cui dispone la collettività/utente per esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio; da essa deriva infatti l’ottimizzazione produttiva, elemento fondamentale per garantire lo sviluppo sociale. In seguito valuteremo tale importanza, per il momento vediamo i vari passaggi e per ognuno quali elementi sono necessari e quali sono disponibili nell’attuale produzione pubblica. Vediamo i vari punti.
Primo – l’acquisto è un preciso ordine al produttore di realizzare un determinato prodotto; ogni singolo soggetto per effettuarlodeve conosce le risorse di cui dispone, cioè il proprio reddito, nonché caratteristiche e prezzi dei vari bene e servizi necessari a soddisfare le proprie necessità. Solo così la scelta diventa reale, ragionata e tale da garantire, secondo la sua valutazione, la maggiore soddisfazione. Esattamente l’opposto del semplice mi piace, che non produce conseguenze economiche
Struttura pubblica: le sue scelte produttive sono teoricamente finalizzate a soddisfare le necessità della collettività, però questa, oltre a non avere lo strumento per esprimerle, non dispone neppur della conoscenza necessaria a valutare alternative e necessità; ignora infatti quali risorse sono disponibili e il costo necessario a soddisfare le singole necessità; può quindi effettuare solo finte scelte di tipo casuale basate su slogan di facile lettura. Quindi la collettività/utente dà una delega in bianco ai responsabili pubblici, pregandoli di agire al meglio. Cade quindi il contenuto democratico del potere d’acquisto e viene a mancare l’elemento determinante.
La mano pubblica dall’altra parte non conosce le necessità della collettività e quindi anche volendo non è in grado di soddisfarle, salvo utilizzare illuminati programmi degli uffici studi; ha quindi una totale libertà comportamentale nell’effettuazione delle scelte, ma non risponde neppure dei risultati raggiunti perché li ha fissati non un soggetto terzo, cioè collettività/utente, ma lei stessa e di conseguenza può valutarli e modificarli a proprio piacere. La mano pubblica quando svolge attività produttiva opera libera da qualsiasi controllo in un totale arbitrio, come evidenziano i risultati e le storie quotidiane.
Secondo – la catena gerarchica/conoscitiva – Le necessità dell’utente si interfacciano nell’acquisto in modo continuo con la struttura produttiva, non attraverso un rapporto diretto base/vertice ma attraverso l’azienda, cioè una catena gerarchica/conoscitiva piramidale. Le necessità della collettività/utente vengono infatti elaborate dalla base di tale organizzazione, il venditore, che le riceve, effettua le scelte di sua competenza e trasmette le informazioni al livello gerarchicamente superiore il quale a sua volta le elabora per la parte di propria competenza relazionandosi con il livello superiore. Via via risalendo la catena gerarchica si arriverà al vertice che ricevute le informazioni necessarie (conoscenza), prenderà le decisioni per meglio soddisfare la domanda ricevuta.
Il potere discenderà la stessa catena gerarchica, livello per livello, fino a ritornare alla base. L’efficienza di questa catena gerarchico/conoscitiva è il nucleo dell’organizzazione aziendale e della capacità di soddisfare le necessità della collettività/utente. Sono vincenti le aziende che hanno l’organizzazione aziendale più sensibile e capace di adeguarsi al continuo variare della domanda (necessità umane).
La società/utente se disponesse, come unico mezzo di comunicazione con il produttore, solo di un periodico rapporto diretto base/vertice esercitato compilando un elenco delle proprie necessità, perderebbe drasticamente le possibilità di soddisfare le proprie necessità. È esattamente quello che avviene nella produzione pubblica gestita da una struttura politica che dispone solo delle elezioni come meccanismo di comunicazione diretto base/vertice; a questo fine sono un “non meccanismo”, che toglie ogni potere alla collettività/utente.
Terzo – l’ottimizzazione produttiva – La scelta del singolo soggetto, utente/consumatore con l’acquisto costituisce la “domanda”, cioè un ordine rivolto al produttore che ha l’obbligo, anche legale, di soddisfarla. Però l’utente non si limita a dire “voglio un frigorifero” ma sceglie la marca del frigorifero, cioè il produttore che a parer suo ha realizzato il prodotto che meglio soddisfa le sue necessità, raggiungendo l’ottimizzazione produttiva.
Ne deriva che il produttore, pur rispettando i vincoli comportamentali previsti dalla legge quali sindacali, fiscali, ecologici ed altri, deve però poter godere della massima libertà operativa, rispondendo solo dei risultati ottenuti misurati dall’ottimizzazione produttiva. L’eccellenza produttiva, è infatti figlia dell’intelligenza umana, della casualità e fantasia creativa per cui è difficilmente programmabile e gestibile centralmente; è possibile ipotizzare logiche di indirizzo, di facilitazione e di aiuto pubblico ma difficilmente si può andare oltre. L’inferiorità delle soluzioni dittatoriali deriva dalla difficoltà di attingere a queste caratteristiche positive, figlie della libertà e penalizza le dittature, permettendo la residua tenuta alle nostre democrazie.
Quarto. Questa libertà operativa si legittima solo se la collettività/utente è tutelata da una forza, che permetta di ottimizzare la produzione facendo prevalere le necessità della collettività su quelle del produttore. Il punto è fondamentale perché il produttore (padrone e lavoratore) se non violentemente costretto privilegia le proprie necessità su quelle prioritarie della collettività/utente e non assolve al proprio ruolo.
La produzione pubblica a questo livello è priva di qualsiasi controllo o vincolo, inoltre non sa cosa deve fare, nessuno può controllare che lo faccia, manca quindi degli strumenti per effettuare l’ottimizzazione produttiva. È comunque un produttore a cui la collettività/utente non riesce a imporre le sue necessità per cui soddisfa principalmente le proprie. Subisce invece troppi vincoli puramente formali, inutili e spesso negativi perché limitano la responsabilità all’adempimento formale e lasciano la “licenza di uccidere”, di un totale arbitrio operativo.
Produzione al servizio della collettività. È forse utile una puntualizzazione perché l’istanza democratica stravolge un fondamentale principio che ha caratterizzato il meccanismo produttivo di tutti i precedenti secoli della storia umana; la produzione è sempre stata al servizio esclusivamente delle classi al potere e quindi condizionata, indipendentemente dal modo di produrre, da regole diverse e decisamente più semplificate.
Senza risalire alla preistoria ma fermandoci alla società feudale, è evidente che la produzione feudale aveva solo il compito di soddisfare le necessità dei vari signori. Non molto diversa era la situazione della società borghese dell’Ottocento; era aumentato il numero degli aventi diritto passando percentualmente da meno dell’1% della popolazione a più del 3%, ma la logica produttiva era rimasta fondamentalmente costante, perché lo produzione conto terzi invece che conto proprio, modificava ma non stravolgeva le regole generale; la produzione infatti soddisfaceva solo le necessità dei borghesi, minoranza così sparuta che con facilità poteva sapere cosa voleva e capire le conseguenze delle diverse scelte produttive.
Questo facilitava l’intero ciclo; gli obbiettivi produttivi erano infatti facilmente identificabili, riguardando gli stessi decisori e quindi era facile controllare l’operato di chi era delegato a raggiungerli. Soprattutto il momento produttivo e quello dell’utilizzo erano quasi sovrapposti per cui era corretto limitare l’analisi al primo senza quasi analizzare il secondo. Questo ha condizionato il nostro modo di vedere e ci ha portato inconsciamente a mantenere la stessa logica anche nelle valutazioni attuali, impedendoci di capire che invece il momento dell’utilizzo era diventato strategico e principale.
Era comune sia alla società feudale che a quella borghese dell’Ottocento che gli esclusi dal potere, il contadino medievale e il proletario ottocentesco, non avevano diritti e quindi non disponevano neppure del potere d’acquisto di cui abbiamo parlato. Tale potere implica infatti che chi lo esercita abbia la possibilità di scelta fra ipotesi alternative; caratteristica che mancava perché i pochi beni di cui gli esclusi disponevano erano determinati dalla scelta del signore e rappresentavano il minimo indispensabile per continuare a effettuare il lavoro richiesto. La disponibilità di stalla e fieno non deriva alla mucca da un suo potere d’acquisto ma dalla necessità del responsabile della produzione.
Costruire una società democratica reale e non solo formale, significa come primo passo garantire parità di diritti a tutta la collettività includendo anche il proletariato, che ne era privo; in mancanza nessun cambiamento è possibile. La borghesia aveva capito che la disponibilità dei diritti era prioritaria e a tale scopo ha sconvolto il precedente meccanismo di investitura dall’alto, sostituendolo con una delega dal basso, in grado di garantirle i diritti di cui era priva.
La tripartizione dei poteri ha assolto bene a questo compito garantendo alla borghesia, unica allora col diritto di voto, i diritti necessari al suo potere e il conseguente benessere che le ha permesso di festeggiare con la belle époque il massimo splendore. Solo grazie alla lotta di classe è stato possibile, dopo dittature e guerre, garantire da metà del ‘900 uguali diritti a tutta la collettività; questa però è condizione necessaria ma non sufficiente perché la logica democratica richiede che i singoli membri della collettività dispongano del potere d’acquisto, cioè della possibilità di imporre alla struttura produttiva di soddisfare le proprie necessità.
Cioè i diritti devono prevedere gli strumenti necessari per garantire effettivamente a tutti un potere d’acquisto che diventi il nucleo dell’economia e determini le scelte produttive capaci di garantire alla totalità della collettività/utente di massimizzare il soddisfacimento delle proprie necessità. Esaminare come gli strumenti esistenti abbiano nel tempo assolto a questa funzione primaria ci permette di evidenziare ciò che manca e i limiti dell’attuale meccanismo democratico; tale funzione infatti non è stata prevista perché ancora non ne esisteva la necessità e non interessava.
Oggi invece la logica democratica che include l’intera collettività ha reso questo elemento determinante cambiando drasticamente le regole del gioco e decuplicando le difficoltà del meccanismo produttivo. Diventa infatti determinante il momento di utilizzazione della produzione, sempre sottovalutato, perché il produttore non è più formalmente e di fatto l’utilizzatore stesso, come nelle fasi precedenti, ma la sua contro-faccia portatrice di interessi contrapposti; la dialettica produttore/utente diventa così l’elemento che determina il livello sociale e il reale tenore di vita della collettività.
Il mercato nella società borghese era infatti principalmente un meccanismo di ottimizzazione produttiva che permetteva di far crescere le risorse e selezionare i soggetti più idonei alla gestione economica; il mercato in campo economico e le elezioni in quello politico avevano la funzione di selezionare i migliori all’interno della classe al potere. Nella logica democratica diventa invece lo strumento determinante, finora non sostituibile, grazie al quale la collettività può imporre le proprie necessità, farle prevalere su quelle del produttore e controllare i risultati: il potere d’acquisto è il contenuto economico dei diritti acquisiti.
Vedremo in seguito le conseguenze di questo vuoto istituzionale ma possiamo già anticipare che nell’economia della seconda metà del ‘900, prima fase evolutiva della democrazia, la collettività, forte dei diritti acquisiti, ha dovuto soddisfare prioritariamente le proprie necessità fondamentali e il mercato ha svolto egregiamente al suo compito; questo spiega lo sviluppo economico sociale delle democrazie a fine ‘900. La carenza istituzionale si è evidenziata solo nella seconda fase per il soddisfacimento di necessità più complesse caratterizzate dall’impossibilità della gestione dal mercato. Tale impossibilità nasce da vincoli sociali (sanità, istruzione), di monopolio naturale (gestione del territorio), di globalità e/o temporali (riscaldamento globale, strategia internazionale). Questa parte dell’economia è diventata strategica e maggioritaria facendo esplodere le contraddizioni e rendendo ingestibile l’intero meccanismo produttivo.
Dialettica produttore/utente. È diventato così determinante al fine del livello democratico il meccanismo di soddisfacimento delle nostre necessità condizionato dalla dialettica produttore/utente, che invece finora è stata vista prevalentemente come un semplice meccanismo economico senza ricadute sociali, per cui l’attenzione era concentrata solo sul momento produttivo; da questo equivoco nascono le principali contraddizioni che hanno confuso per quasi un secolo le anali sociali e le strategie di sinistra.
Il sistema economico ripetiamo è invece costituito da due momenti organizzativi, contro-faccia uno dell’altro, che si integrano a vicenda: il momento produttivo e quello dell’utilizzo. L’intera struttura però si legittima perché la collettività/utente ha delle necessità da soddisfare e la struttura produttiva ha il compito di soddisfarle; le necessità della collettività sono quindi prioritarie e ad esse devono essere subordinate le necessità dei produttori che devono soddisfarle.
Sono due momenti economici distinti, con logiche diverse e spesso dialettiche, per cui solo la loro integrazione permette di raggiungere l’obbiettivo democratico del benessere diffuso. La maggioranza, per non dire la quasi totalità, delle analisi politico/economico, affronta invece solo l’aspetto produttivo considerando il loro utilizzo da parte dell’utente, un fatto quasi automatico e abbastanza marginale. Anche le istanze di equità distributiva vengono cercate principalmente nel momento produttivo (maggiori salari) che non in quello di utilizzo (servizi efficienti e parzialmente gratuiti).
L’analisi di solo metà del ciclo e non dell’insieme porta inevitabilmente a valutazione errate che legittimano obbiettivi opposti a quelli dichiarati. Anche l’analisi marxista analizza principalmente la produzione ma, come vedremo in seguito, le particolari condizioni storiche del momento legittimavano la sua analisi. Inficiano invece le strategie dell’attuale sinistra che, cosciente o no segue l’alveo delle teorie marxiste, chiudendola in un vicolo cieco. Le cause di questa analisi parziale sono molteplici:
Primo – l’analisi risulta enormemente semplificata perché si limita solo alla parte produttiva più facile da identificare ed esaminare, trascurando la funzione della produzione caratterizzata da forti interdipendenze, spesso dialettiche, per cui la realtà è quasi sempre l’opposto di quello che appare.
Secondo – il fenomeno è nuovo e legato alla produzione conto terzi al servizio della collettività perché quando era contro proprio della società feudale o in conto terzi ma al servizio della sola minoranza borghese, praticamente non esisteva. Infatti in entrambi i casi la produzione aveva scarse variabili distributive, perché serviva il signore titolare di diritti, mentre i sudditi o proletari senza diritti, non avevano potere d’acquisto e disponevano solo del minimo necessario alla sopravvivenza.
Terzo: la produzione è organizzata mentre l’utenza no, quindi più facile esaminare e intervenire sulla prima che sulla seconda. Nelle strutture produttive inoltre, specie in passato, si concentravano moltissimi lavoratori (proletari) che lavoravano insieme con necessità e condizioni analoghe ed era quindi facile contattare e coordinare. Sono stati infatti gli operai delle fabbriche che hanno messo in moto la protesta scardinando l’ordine precedente, portando al suffragio universale e all’attuale democrazia. Erano lotte di operai, ma erano vincenti perché rivendicavano i diritti negati dei proletari.
L’equivoco di analizzare solo il momento produttivo e non l’intero sistema ha condizionato la logica organizzativa dell’Urss seguita alla rivoluzione Russa. I rivoluzionari russi utilizzando infatti la teoria marxista dello sfruttamento del “plus valore” della dialettica padrone/lavoratore (solo momento produttivo), hanno ipotizzato un diverso impianto istituzionale basato sui Soviet cioè la gestione operaia dell’attività produttiva. I Soviet nell’ottica marxista erano una soluzione perfetta: eliminavano il padrone e il relativo sfruttamento, davano il potere e la conoscenza alle masse che gestivano l’attività produttiva, infine agglomerando via via questi nuclei di base costruivano la nuova struttura pubblica fortemente ugualitaria.
Sembrava un sogno bellissimo che risolveva tutto; tanti, per non dire tutti e in parte anch’io, abbiamo creduto in questo possibile mondo più avanzato. Il sogno si è però tradotto in incubo perché appunto esaminava solo metà del ciclo, quello produttivo e ignorava la dialettica produttore/utente; l’autogestione infatti potrebbe funzionare in una produzione conto proprio ma non di quella conto terzi prevalente nel ‘900, se l’obbiettivo era soddisfare le necessità dell’intera collettività/utente, che sono esterne e dialettiche rispetto a quelle del produttore.
È inevitabile che il produttore soddisfi le proprie necessità, trascurando quelle prioritarie dell’utente per cui la produzione non assolve più al proprio compito. Queste cose le ho capite per la prima volta all’inizio della mia attività lavorativa quando mi sono scontrato con la Compagnia Portuale del porto di Genova, praticamente un Soviet italiano. Erano 8.000 uomini autogestiti che rappresentavano l’aristocrazia operaia, lunga tradizione -il capo si chiama Console-, preparati e socialmente sensibili; gestivano però bene le proprie necessità, ma grazie al monopolio potevano ignorare quelle prioritarie del Nord Italia che avrebbero dovuto servire.
La legge di riforma portuale (84/94) ha dovuto cancellare il monopolio per garantire questo servizio essenziale al Nord Italia; così nell’Urss le necessità produttive sono state imposte ai Soviet produttori, dal potere centrale che li ha bypassati imponendo una feroce dittatura. Nel capitalismo privato il mercato assolve bene al compito di imporre al produttore, con adeguata violenza, le necessità della collettività utente. Manca invece attualmente un meccanismo coercitivo per la produzione della struttura pubblica perché tale intervento è richiesto proprio dal non potere (monopolio naturale, vincoli temporali e strategici) o non volere (vincoli sociali, scuola e sanità) ricorrere al mercato.
La mancanza del mercato, o di altro mezzo impositivo alternativo, porta a privilegiare le necessità dei produttori su quelle della collettività/utente; inoltre il consumatore membro della collettività/utente, è un singolo, mentre la produzione è costituita da organizzazioni strutturate e consolidate; è inevitabile che prevalgano le necessità dei produttori. Le necessità della collettività hanno anche difficoltà ad essere valutate ed esprimersi, salvo gli inutili sondaggi, mentre i produttori sanno cosa vogliono ed hanno gli strumenti per condizionare la struttura pubblica direttamente e attraverso le varie associazioni di categorie. Inevitabile che struttura pubblica e i sindacati, difendano le necessità del produttore, padrone e lavoratore, nonostante che siano dialettiche con le prioritarie necessità da soddisfare.
Quando si affronta il problema di un’azienda da potenziare o chiudere si fa riferimento quasi esclusivamente alla crescita o riduzione dell’occupazione e non alla necessità di ciò che si produce che invece è, o dovrebbe essere, l’obbiettivo principale da difendere. La conseguente scelta è facilmente sbagliata perché, consolidando lo status quo, è effettivamente di destra, rallenta la crescita del benessere collettivo e penalizza anche l’occupazione; l’esperienza della seconda metà del’ 900 ha infatti insegnato che l’occupazione si nutre di efficienza produttiva e non di assistenzialismo.
L’ipotesi di una riduzione dei salari incontrerebbe un’immediata e giusta protesta, mentre si accetterebbe senza difficoltà (anzi spesso viene incoraggiata) una riduzione di ottimizzazione produttiva, eppure il risultato sul benessere collettivo sarebbe sostanzialmente lo stesso. La differenza è che le conseguenze del primo caso si vedono immediatamente e colpiscono soggetti specifici, mentre quelle del secondo riguardano l’intera collettività, si manifestano in seguito ed è complesso cogliere il rapporto di causa ed effetto. Per questo non esiste oggi forza politica disponibile a difendere un interesse generale futuro poco visibile contro un piccolo vantaggio limitato ma immediato e chiaramente identificabile.
Vantaggi dell’ottimizzazione produttiva. L’ottimizzazione produttiva è sottovalutata mentre rappresenta il nucleo del complesso meccanismo produttivo/organizzativo perché garantisce il nostro benessere e la nostra stessa civiltà. Infatti essa permette la crescita dei due elementi che, integrandosi a vicenda, garantiscono il nostro livello economico/sociale: livello delle risorse e della conoscenza
L’ottimizzazione produttiva garantendo la crescita delle risorse è la strada obbligata per un maggiore benessere collettivo; esso non consiste però in una semplice crescita qualitativa cioè maggiore disponibilità di telefonini, televisori, ma soprattutto qualitativa cioè soddisfare tutte le necessità collettive quali aria pulita, sicurezza, città vivibili, equità distributiva, equilibrio ecologico, ecc. Sono tutti obbiettivi raggiungibili, ma è necessaria un’adeguata capacità produttiva; invece essendo produzioni non controllabili dal mercato, non possono essere svolte dai privati ma la mano pubblica, che dovrebbe subentrare, finora non dispone degli strumenti necessari.
È patetico vedere Draghi che promette a Greta, una ragazzina svedese di 16 anni, una futura riduzione dell’inquinamento senza disporre né delle risorse né degli strumenti per tenere fede alla sua promessa. Promesse che verranno infatti disattese alla prima crisi, riattivando le centrali a carbone e legittimando le accuse di Greta sul bla bla bla delle promesse dei politici. Il problema sarà risolvibile solo quando avremo identificato uno strumento per soddisfare anche le necessità collettive che non possono esprimersi a livello individuale e quindi essere soddisfatte attraverso il mercato.
Il secondo vantaggio fondamentale, conseguenza e causa del primo, consiste nella crescita della conoscenza; infatti l’uomo medio conosce principalmente quello che fa e dal fare trae il nucleo della sua conoscenza. Però non basta fare bisogna anche ottimizzare il fare. Il principio vale per tutte le attività e coinvolge il panettiere, lo sciatore, l’architetto, il pittore, il costruttore di ponti, ecc.; i livelli di eccellenza in ogni settore derivano dall’aver svolto l’attività controllando i risultati e progressivamente perfezionando la capacità del fare.
La possibilità di controllare i risultati è l’elemento che determina la crescita conoscitiva; se ci limitiamo a fare gesti ripetitivi senza sapere a cosa servono né che risultati producono, nessun miglioramento conoscitivo è possibile. Il controllo dei risultati dev’essere immediato, continuo ed affidabile; nella produzione privata, se ben regolata, tale controllo è effettuato dal mercato. La mano pubblica, chiamata in causa nei settori non controllabili dal mercato, non dispone invece di un meccanismo alternativo di controllo reale; in aggiunta i risultati da controllare non sono neppure identificati e rilevabili. Dispone quindi di controlli solo formali, relativi ai comportamenti seguiti, inutili e spesso negativi. Questo vuoto organizzativo ha originato un meccanismo di “non conoscenza” collettiva che rappresenta il principale dramma delle società democratiche.
La forza dirompente del capitalismo è stata proprio l’aver creato attraverso l’azienda una struttura capace di connettere le necessità della produzione con quelle della collettività/utente e scomporre la complessità dell’intero ciclo economico in mille punti di decisione e controllo in modo che i singoli gruppi della catena gerarchica potessero ottimizzare la parte di propria competenza, promuovendo così una crescita capillare della conoscenza collettiva. Prova ne sia che ancora oggi, nonostante la crisi istituzionale, le democrazie avanzate si caratterizzano per un elevato livello sia economico che conoscitivo che si alimentano reciprocamente grazie alle strutture produttive efficienti.
In passato infatti il benessere poteva derivare in parte dallo spregiudicato sfruttamento dei paesi arretrati; il salto tecnologico dell’ultimo mezzo secolo ha modificato la situazione, rendendo la conoscenza l’elemento determinante della produzione per cui lo schiavo sottosviluppato rappresenta un onere e non più un vantaggio.
Ripercussioni generali: Il controllo della produzione esercitato dalla concorrenza svolge anche un’azione determinante sull’equità distributiva che sfata la “teoria del plus valore” tuttora uno dei punti condizionanti della logica marxista nonostante che, ironia della sorte, né rappresi l’unico elemento inesatto. Infatti la storia economica ci insegna che in un sistema capitalistico regolato bene e con una corretta concorrenza il margine imprenditoriale è abbastanza limitato e mediamente dell’ordine di grandezza del 2 – 3% sul fatturato cioè sul valore della produzione.
È un valore decisamente basso basta pensare che a fronte di solo un 2 – 3%, l’imprenditore si dà carico di valutare le necessità della collettività, investire preventivamente per soddisfarle, ottimizzare la produzione e pagare con il fallimento un possibile errore; nel margine imprenditoriale è compresa anche la fantasia creativa che ha prodotto il salto tecnologico degli ultimi secoli. La struttura pubblica invece preleva più del 50% del Pil (cioè del prodotto globale), non ha fantasia creativa, non produce quello che serve, non ottimizza ciò che fa e nessuno paga per gli errori commessi.
In qualsiasi altra attività produttiva quale quella di notaio, architetto, politico, commercialista, avvocato, broker, cantante, calciatore, la quota riservata al produttore è di un analogo ordine di grandezza; ciascuno la paga, senza considerala né un furto né scandaloso, in quanto contropartita di un lavoro che ha permesso un risparmio maggiore. Il margine imprenditoriale, per un preconcetto ideologico, fa invece eccezione, perde qualsiasi dignità e tende ad essere assimilato a un furto.
Nella realtà la situazione è diametralmente opposta perché la fantasia creatrice e capacità imprenditoriale è stata storicamente determinante per ridurre i costi e massimizzare le risorse disponibili. A riprova possiamo ricordare che le aziende anche dove potrebbero autoprodursi alcuni beni o servizi che utilizzano, spesso preferiscono appaltarli a un produttore esterno il cui intervento riduce e non aumenta i costi. Non è quindi tecnicamente sbagliato sostenere, che l’imprenditore non “ruba” ma “regala” un plus valore alla collettività/utente; questo rompe con tutto il sentire collettivo, ma è un passaggio obbligato per uscire dall’attuale vicolo chiuso.
Tenuta della teoria marxista sul capitalismo. A questo punto può essere logico aprire una parentesi per capire quanto sono ancora attuali le teorie marxiste o quanto invece sono ormai superate, come molti sembrano pensare. Io, che mi considero l’ultimo dei marxisti, considero la lettura marxista della realtà sempre valida; la generale condanna deriva infatti dall’averla utilizzata fuori dal contesto di riferimento quando erano cadute le ragioni che la legittimavano.
Soffermiamoci solo su alcuni punti e vediamo preliminarmente la teoria del “plus valore” apparentemente nucleo di tutto il marxismo, che invece personalmente valuto, inesatta ma anche non inficiante il discorso generale. La grande intuizione di Marx consisteva infatti nell’aver capito che, contrariamente a quanto sosteneva l’economia classica, la ricchezza e la povertà non erano la conseguenza inevitabile della realtà produttiva, ma derivava dalla mancanza di diritti della classe subalterna, il proletariato.
La lotta di classe era quindi necessaria per togliere i privilegi della borghesia, che disponeva sia del potere economico che di quello politico e non avrebbe mai pacificamente accettato il cambiamento riconoscendo i diritti del proletariato; questa fondamentale intuizione ha permesso progressivamente di arrivati al suffragio universale e alla democrazia della seconda metà del ‘900.
Però l’intuizione così esposta era poco “vendibile” perché scarsamente comprensibile dall’operaio e dal contadino fondamentalmente analfabeta; doveva quindi essere semplificata nella più facile formulazione: ti pagano meno di quanto dovrebbero e ti rubano un “plus valore”. Il risultato era lo stesso ma il concetto diventava facile e comprensibile da chiunque. Forse è stata proprio questa semplificazione che ha moltiplicato la forza dirompente delle teorie marxiste e ancora quella che ne legittima la forza.
Questa semplificazione falsifica nella sostanza la logica marxista e legittima altri equivoci che tuttora perdurano anche perché forse sono utili a molti. Nasce infatti la divisione manichea tra buoni (i lavoratori) e cattivi (i padroni), dove i buoni sono i lavoratori cioè praticamente quasi l’intera collettività mentre i cattivi sono i padroni, soggetti in via di estinzione; viene concessa così un’indulgenza plenaria a tutti, in quanto lavoratori, legittimati a qualsiasi comportamento ed abuso.
Ne deriva soprattutto la più grande contraddizione della sinistra, cioè la difesa del lavora senza se né ma. Marx invece non si rivolgeva tanto ai lavoratori quanto ai proletari senza diritti: “proletari di tutto il mondo unitevi”; allora però lavoratore e proletario erano sinonimi e quindi era corretto organizzare la lotta dei lavoratori per rivendicare i diritti dei proletari. Oggi dopo il suffragio universale e l’evoluzione legislativa che formalmente riconosce gli stessi diritti a tutti, l’obbiettivo non è più l’acquisizione di diritti quando rendere i diritti acquisiti da formali a reali.
Scatta infatti la necessità di un meccanismo produttivo idoneo allo scopo; usciamo quindi dal campo dei diritti ed entriamo in quello più complesso e contradittorio della produzione e dobbiamo di conseguenza non guardare solo il momento produttivo ma anche l’utilizzazione della produzione. In quest’ottica il lavoratore diventa un produttore e pertanto le sue necessità devono essere subordinate a quelle primarie della collettività/utente. Ignorare questo aspetto porta a una logica di finta sinistra, in realtà di destra, perché penalizza la collettività/utente debole per difendere lavoratori forti.
Questo avviene specie nei servizi pubblici, quali sanità e istruzione, dove la logica della sinistra di difendere i privilegi dei lavoratori ha danneggiato progressivamente il meccanismo della macchina produttiva, penalizzando in particolare le categorie deboli, impossibilitate a usare soluzioni alternative e ha spinto verso la privatizzazione selvaggia nonostante che in questi settori ne manchino i presupposti. Non è un caso che la sinistra titolata a difendere gli interessi degli strati bassi della piramide sociale, cioè la maggioranza, non riesce a prevalere sulla destra che invece tutela un vertice minoritario. La sinistra infatti è più equivoca perché la prassi contradice le sue dichiarazioni; la destra dice cose che non ci piacciono ma fa quello che dice.
Una corretta rilettura di Marx, superando i preconcetti accumulati, permette di capire l’utilità del complesso meccanismo capitalistico, abbandonando la sensazione che sia un mostro senza anima che impedisce qualsiasi equità sociale. Le valutazioni di Marx erano corrette di fronte alla spaventosa violenza economico/sociale dell’Ottocento, che però si manifestava nella produzione capitalistica, ma originava a livello politico per i privilegi della borghesia, sparuta minoranza inferiore al 5%, che disponeva del potere economico e di quello politico che ne stabiliva le regole.
Una visione corretta ci fa capire che nella logica produttiva per conto terzi, è solo un efficiente meccanismo tecnico di ottimizzazione produttiva e quindi non socialmente responsabile dei risultati che sono da imputare alla struttura politica che lo gestisce e fissa gli obbiettivi.
Evoluzione storica. La lettura della storia conferma quanto affermato; il capitalismo nell’Ottocento quando il potere politico era della sola borghesia ha portato a violenza e diseguaglianze inaccettabili con una borghesia troppo ricca e privilegiata contro un proletariato spaventosamente povero, tenuto in condizioni drammatiche che spesso per sopravvivere doveva emigrare. La borghesia ha stravolto l’ordine sociale impedendo che l’evoluzione tecnologica si trasformasse in crescita produttiva, perché avrebbe richiesto un aumento di domanda globale possibile solo con un parallelo aumento salariale, lesivo degli esistenti privilegi.
Cambiando secolo, nella seconda metà del ‘900 con lo stesso meccanismo produttivo economico, ma con il suffragio universale che attribuiva eguali diritti all’intera collettività, si sono raggiunti, nei paesi democratici, i più alti livelli di diritti, libertà, benessere diffuso ed equità distributiva mai ottenuti in precedenza. Qualche dato può fornire l’ordine di grandezza degli incredibili risultati; a tale scopo utilizzo una breve sintesi dei dati riportati nel mio libro Scacco alla crisi (De Ferrari – Genova-2010). In termini quantitativi dagli anni ’10 agli anni ’90 del ‘900, la produzione delle democrazie avanzate è aumentata di 10 volte (1.000%).
I risultati sono stati ancora migliori per l’equità distributiva; sinteticamente (elaborazione Banca d’Italia 2004) in Italia il 50% della popolazione fruiva del 50% delle risorse, vi era poi un 15% ricco e un 35% povero, però il reddito medio del 10% più ricco era “solo” 10 volte quello del 10% più povero; soprattutto facendo riferimento ai soggetti più ricchi risultava che il 2,2% della popolazione fruiva del 10% dei redditi totali, che diventava 26,7% se si considerava il 10% più ricco della popolazione; facile dedurre che il reddito di quel 5% di soggetti privilegiati, che costituiva la borghesia, si era ridotto dal 90% a meno del 20% del totale permettendo la nascita dell’attuale società post borghese.
I dati reali, al di là della fredda logica numerica, erano migliori perché secondo l’uso consolidato facciamo riferimento solo al Pil, cioè ai redditi monetari, la disponibilità economica dei singoli, ma si trascura il reddito non monetario dei vari servizi gratuiti di cui si disponeva e che non esistevano prima, quali sanità, istruzioni (allora eccellenti) ed altri benefit che l’equilibrio economico/sociale metteva liberamente a disposizione.
Vi è poi un altro capitolo poco misurabile numericamente, ma forse ancora più importante, costituito dal livello di diritti e libertà raggiunti. Credo che anche in questo settore possiamo parlare per similitudine di un aumento di 10 volte, che sottolinea il risultato incredibile; mai nella storia si era raggiunto un tale livello di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva. Il risultato è stato possibile grazie alla mano pubblica che sapeva regolamentare e vigilare, la travolgente capacità produttiva del capitalismo, integrandola con la logica distributiva ugualitaria.
Infatti i diritti acquisiti permettevano di superare la lotta di classe, per cui pubblico e privato, equità distributiva ed efficienza produttiva, si potevano integrare in un gioco di squadra, win to win, potenziandosi a vicenda. La parte pubblica spinta dalla logica democratica aumenta i diritti, quindi i salari, la domanda globale, lo sviluppo produttivo, mentre riduce le sperequazioni e offre servizi gratuiti o agevolati quali sanità, istruzione, pensioni, garanzie sociali e altri. Il capitalismo massimizza e aumenta la produzione, seleziona anche, grazie agli aumenti salariali, le aziende tecnologicamente più avanzate, quindi potenzialmente più produttive e mette a disposizione più risorse per garantire la crescita del benessere.
La logica democratica impone inoltre che la collettività, una volta ottenuti l’uguaglianza dei diritti, disponga anche degli strumenti per partecipare alla gestione del meccanismo economico che condiziona sviluppo e benessere; il capitalistico è lo strumento che permette in campo economico il più alto livello democratico, perché ogni membro della comunità/utente dispone del potere d’acquisto per imporre le proprie necessità ai produttori e controllare che vengano soddisfatte.
Nella seconda metà del secolo scorso la collettività ha fruito del più alto livello di potere democratico perché poteva controllare attraverso le elezioni il potere politico cioè i diritti e attraverso il mercato capitalistico il “potere d’acquisto” cioè quello economico. Questa felice integrazione ha permesso che la seconda metà del secolo scorso sia stato il periodo delle democrazie vincenti, l’imprenditore non più considerato il “padrone” da combattere, ma il soggetto necessario per difendere occupazione e crescita economica. Questa situazione non era solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che potevano nascere e consolidarsi, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi capitalismo/democrazia.
Nella II metà del ‘900 esisteva infatti solo il binomio capitalismo/democrazia e tutti i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato, prosperava solo nei paesi democratici. La democrazia si imponeva progressivamente in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre le soluzioni alternative fallivano. La spinta virtuosa si è interrotta però alla fine del secolo scorso perché lo sviluppo tecnologico e la maggiore complessità produttiva faceva prevalere sia la domanda collettiva e non più individuale, sia la legittima istanza di partecipazione ed equità; tutti elementi privi del controllo del mercato, che hanno imposto un diverso coinvolgimento della mano pubblica.
Il nostro impianto istituzionale però non dispone attualmente degli strumenti necessari a gestire questa parte crescente e strategica della produzione per cui si vanificano così le immense possibilità dell’evoluzione elettronica e si ricrea, come nel secolo scorso, uno squilibrio crescente a livello mondiale fonte di un drammatico rischio incombente. Abbiamo cercato di identificare cosa manca, vediamo ora quali conseguenze produce, prima di cercare una possibile via di uscita.
CAP. IV – DEMOCRAZIA NEGATA
Le democrazie nella II metà del ‘900 erano vincenti perché la struttura pubblica, grazie al suffragio universale, regolava e vigilava il capitalismo privato mentre faceva progressivamente crescere i diritti di tutta la collettività arrivando ad una quasi totale uguaglianza formale; parallelamente il capitalismo, controllato dal mercato, ottimizzava la struttura produttiva e massimizzava risorse disponibili e livello di conoscenza.
La spinta virtuosa si è interrotta a fine secolo ed è iniziata la crisi delle democrazie di tutto il mondo sempre più insidiate dalle dittature, perché la struttura pubblica non riusciva ad assolvere al proprio ruolo. La rivoluzione elettronica aveva infatti ridotto, potenzialmente quasi eliminato, il lavoro di pura esecuzione svolto da “non pensanti”, mentre richiedeva una sempre maggiore conoscenza e partecipazione; conseguenza logica era la parallela rivendicazione di una partecipazione democratica più avanzata rispetto all’attuale concepita tre secoli fa. Tale richiesta di partecipazione veniva accentuata dal comportamento tutt’altro che tranquillizzante della struttura pubblica.
Si era inoltre drasticamente ridotta la parte di produzione gestibile dal mercato, perché erano cresciuti: i vincoli sociali di settori quali sanità, istruzione e giustizia che dovevano essere garantiti indifferentemente a tutti; le situazioni di monopolio naturale, caratterizzanti quasi tutta la gestione del territorio (infrastrutture e altro); alcuni problemi generali ecologici, di equilibrio generale (riscaldamento globale) e i rapporti internazionali sempre più condizionanti (il gas di Putin).
Questi settori, parte strategica della struttura produttiva, ne rappresentano una percentuale crescente, valutabile intorno al 70% del totale; mancando però del controllo del mercato, non possono essere di competenza dei privati che opererebbero in regime di completo arbitrio con forti sperequazioni distributive e scarsa crescita delle risorse; dovrebbero far capo la mano pubblica, che però è priva degli strumenti necessari ad assolvere a questo compito.
La tempesta perfetta. Siamo così alla tempesta perfetta: contrariamente alla situazione del settore economico a domanda individuale, per questo ampio e strategico spazio produttivo la collettività/utente non dispone degli strumenti per esaminare e valutare le proprie necessità con riferimento alle possibilità reali, perché priva dei dati di riferimento. Non conosce né risorse disponibili né oneri delle varie soluzioni, elementi che, come abbiamo visto esaminando l’acquisto, sono determinanti per l’efficienza capitalistica. Inoltre, nel caso dell’acquisto le conoscenze del singolo utente erano sufficienti, perché trattandosi di un acquisto individuale (frigorifero, televisore, ecc.), ne conosceva caratteristiche, necessità e priorità.
I casi sopra elencati sono invece di competenza della mano pubblica perché caratterizzati da una domanda non individuale ma collettiva che coinvolge più utenti ed è più complessa. Le scelte devono spesso tenere conto di necessità contrapposte quali: interdipendenze, ad esempio la logica di costruzione urbana varia a seconda che si preveda l’uso della metropolitana o dell’automobile; incompatibilità, come la richiesta della zona pedonale ma anche dell’accesso in auto alla propria abitazione.
Sono scelte che il singolo non può effettuare se non dispone di un diverso inserimento organizzativo che garantisca il meccanismo di conoscenza/potere necessario; se manca, come avviene oggi, non ha punti di riferimento perché ignora di cosa dispone, quanto costano le singole scelte e quale è la loro effettiva necessità. La collettività/utente che si trova oggi in questa situazione, non può esprimere nessuna richiesta reale e, specie peggiorando la situazione economica, chiede tutto e crede a chi lo promette. La sua domanda però non è un ordine, che mette in moto il sistema produttivo, ma un semplice mi piace privo di contenuto economico.
La struttura pubblica non riceve quindi richieste specifiche e può stabilire lei stessa quali sono le necessità della collettività/utente e il modo di soddisfarle; sono scelte non partecipata imposte dall’alto dove la stessa mano pubblica fissa gli obbiettivi da raggiungere e controlla che siano stati raggiunti; nessun reale controllo esterno. Il politico inoltre non ha né l’interesse né la possibilità di raggiungerli per cui prometterà ma curerà solo i propri interessi. Colpiscono le promesse politiche in campagna elettorale in cui si garantisce di aumentare pensioni, aiuti economici, redditi di cittadinanza, assunzioni pubbliche, ecc. e parallelamente ridurre tasse, cunei fiscali e molto altro. Non ci si preoccupa neppure di dare una minima giustificazione perché intanto non servirebbe; nessuno ha gli strumenti per capire, non chiede, e perde l’interesse a votare.
Ho scritto molte pagine per evidenziare i comportamenti assurdi della mano pubblica; Genova, dove nasce la mia esperienza, è un caso emblematico di come si fanno programmi e si prevedono investimenti non per risolvere i problemi che attanagliano la città, ma per drenare soldi allo Stato da ripartire e garantirsi il potere. Chi non ha un’esperienza diretta difficilmente può immaginare un meccanismo così perverso; la colpa però non è degli uomini, ma della logica di selezione e incentivazione.
Logiche comportamentale e cifre in gioco. È bene preventivamente sfatare un diffuso luogo comune, privo di senso; si sostiene che l’imprenditore opera per massimizzare il proprio profitto, mentre l’uomo politico per l’interesse pubblico generale. Pura demagogia analoga a quella di chi sostiene che l’imprenditore vuole solo il benessere dei propri operai. Nella realtà entrambi, imprenditore e politico difendono i propri interessi, l’uno il profitto, l’altro il consenso. La sostanziale differenza fra le due situazioni è che, in un sistema ben regolato dalla struttura pubblica e controllato dal mercato, l’imprenditore ottiene il profitto realizzando l’ottimizzazione produttiva, valore generale che fa crescere le risorse economiche e la conoscenza.
Il politico attualmente opera invece in un settore senza mercato e quindi allo sfascio perché privo di controllo sui risultati; per ottenere il consenso deve mentire, nascondere la sua oggettiva impotenza e promettere l’impossibile, per fare crescere il consenso e poter attingere ai soldi allo Stato da dividere con i propri fedeli. Cerca quindi di illudere gli elettori, ormai un po’ vaccinati, della possibilità del cambiamento e della validità delle sue promesse. Tutte logiche da cui nasce il progressivo peggioramento che si rileva ogni giorno. Il politico quindi difende “oggettivamente” il proprio consenso in contrasto spesso con l’interesse pubblico!
Non vogliamo però ripetere quanto già detto troppe volte perché lo sfascio della struttura pubblica è sotto gli occhi di tutti e diventa inutile illustrarlo ancora una volta. Forniamo solo pochi dati di sintesi per capire la dimensione degli interessi in gioco; la spesa pubblica in Italia rappresenta quasi il 50% del Pil ed è un immenso flusso di denaro che corrisponde a circa 800 miliardi all’anno cioè 2 miliardi/giorno, 1.000 € mese/cittadino che fluisce senza controlli reali attraverso le casse dello Stato, a cui tutti, in forma lecita o illecita, cercano di attingere.
È una cifra di cui nessuno riesce a fermare la crescita; inizialmente era poco più del 15% del Pil ma con la giustificazione dalla necessità di un maggior intervento, la percentuale è rapidamente quintuplicata; la giustificazione era corretta ma è servita da pura copertura perché le maggiori funzioni richieste sono state assolte male o solo parzialmente.
La vera ragione è che la struttura pubblica svolge, piaccia o no, la funzione di produttore e, operando senza un controllo reale, difende le proprie necessità e non quelle della comunità/utente che dovrebbe servire; di conseguenza crescono i costi e si riduce la qualità. Cose già dette che è inutile ripetere. Trascuriamo quindi l’esame dei danni prodotti da ciò che i politici fanno, ma vediamo invece quelli poco visibili, ma ben maggiori, conseguenza di ciò che non fanno.
Mancata crescita: Si è già detto che la rivoluzione elettronica degli ultimi 50 anni rappresenta un salto tecnologico analogo a quella della rivoluzione industriale dei 5 secoli precedenti: si è infatti inserito il computer in parziale sostituzione del cervello umano e questo vale di più dell’introduzione della meccanizzazione e del motore a sostituire la fatica umana. La rivoluzione industriale, pur facendo riferimento solo al secolo scorso, ha aumentato di 10 volte (1.000%) il benessere, collettivo nonché libertà e diritti; la rivoluzione elettronica non ha dato alcun consistente vantaggio reale.
Il Pil è cresciuto di poco, in Italia è rimasto costante; inoltre il Pil è poco attendibile per valutare il benessere collettivo perché inserisce nel reddito anche i maggiori costi delle disfunzioni; il benessere collettivo non è aumentato se non addirittura diminuito. Questo significa che il reddito di ciascuno di noi avrebbe potuto decuplicare, aprendo spazi di benessere inimmaginabili e invece è rimasto costante per l’impossibilità della struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo.
Questa drammatica situazione che sfugge alla valutazione collettiva, nasconde un altro dramma ancora maggiore. Si è ripetuto, anche se per motivi diversi, quello che era successo nell’Ottocento: un forte aumento di produttività cioè capacità produttiva non accompagnato da un parallelo aumento di produzione e benessere collettivo. Il fenomeno era prodotto, nell’Ottocento dal governo borghese che impediva la crescita dei salari del proletariato, oggi dalla struttura pubblica che non ha gli strumenti per assolvere al proprio compito.
Aumento di produttività senza aumento di produzione significa crescita della disoccupazione; nell’Ottocento più del 50% del proletariato è stato espulso del ciclo produttivo ed è riuscito a sopravvivere grazie all’emigrazione (allora eravamo noi i migranti), oggi è esplosa una disoccupazione ancora maggiore che, per evidenti motivi sociali e grazie alla maggiore ricchezza acquisita, abbiamo mascherato e nascosto.
Disoccupazione: per mascherare il fenomeno si ricorre come al solito a dati non falsi ma falsanti, per cui sono necessarie alcune precisazioni, facendo riferimento all’Italia che non si discosta però molto dalle altre democrazie. I dati ufficiali parlano di un’occupazione totale intorno ai 23 milioni di unità e una disoccupazione di 2,5 milioni cioè intorno al 10%; un 5% è fisiologico, quindi il 5% residuo è facilmente risolvibile. Non si dice però che ci sono 12,5 milioni di inattivi che, salvo casi non significativi, sono disoccupati che hanno rinunciato a trovare lavoro.
Aggiungiamo i 21 milioni di inattivi in età formalmente non lavorativa, che date le varie agevolazioni (vedi quota 100), possono essere considerati disoccupati per un 50%; di conseguenza il numero dei disoccupati è pari a quello degli occupati e rappresenta quindi il 50% del totale. Gli occupati contengono però anche chi vive di politica e i dipendenti pubblici che (dati Istat 2007) sono 4,5 milioni a cui si devono aggiungere i professionisti che difendono la mano pubblica e quelli che difendono il cittadino dalla mano pubblica che valutiamo circa in di 1,8 milioni di unità; a questi aggiungiamo la cassa integrazione che oscilla ma può corrispondere, base anno, a circa 8,8 milioni di unità e abbiamo che i veri occupati sono solo 6 milioni cioè poco più del 15% della totale forza lavoro disponibile, con una disoccupazione del 85%.
Purtroppo non è, come potrebbe sembrare, un semplice gioco matematico; abbiamo risultati analoghi utilizzando altri parametri: l’aumento di 10 volte della produttività a produzione costante, dovrebbe matematicamente ridurre l’occupazione necessaria al 10% di quella precedente; l’intero meccanismo produttivo si regge cioè sul lavoro di circa un 10% – 15% della popolazione. Altra conferma viene dall’esame della crisi del ’29: nuovamente la crescita della produttività a produzione costante aveva espulso dal ciclo produttivo il 50% dei proletari/lavoratori e la disoccupazione del residuo 50% era arrivata al 30%, con valori analoghi a quelli sopra riportati.
Altre conseguenze: svariate sono le altre conseguenze:
Primo – Questo aumento occupazionale della mano pubblica, finalizzato a nascondere la disoccupazione, ma giustificato dalla necessità di risolvere mille disfunzioni, crea una moltitudine di soggetti inseriti nella struttura produttiva, privi di compiti specifici, della conoscenza e dei mezzi per raggiungere qualsiasi obbiettivo, però dotati di un potere reale. È inevitabile che difendano il proprio potere cercando spazi di attività che lo legittimino. Nasce così l’odiata burocrazia, la dittatura diffusa che, forse inconsciamente, complica ogni passaggio, formalmente per evitare gli abusi, ma in realtà per legittimare la propria funzione.
Ingenua è la generale ansia di semplificare perché la complicazione non è un incidente di percorso ma l’inevitabile conseguenza di una più grave disfunzione; non potrà quindi essere sanata senza risolvere prima il motivo che la genera. Ancora più ingenuo è pensare di affidare la riduzione della complicazione burocratica proprio agli stessi burocrati di cui alimenta il potere e che l’hanno creata.
Secondo – Il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione sia disoccupata, sottooccupata o occupata male, pesa soprattutto a livello culturale; infatti il “non lavoro” crea la “non conoscenza”, che è il fenomeno collettivo che più drammaticamente caratterizza le nostre democrazie. Difficilmente nella storia c’è stato un periodo analogo all’attuale, perché mai si era verificato un cambiamento potenziale così rapido prodotto dal salto tecnologico.
Terzo – si perde qualsiasi rapporto causa/effetto, azione/conseguenza, che avrebbe potuto evidenziare il contenuto reale delle promesse dei politici; falso e vero diventano indistinguibili, creando una spaventosa instabilità generale. I politici lo sanno, ne approfittano e i promettono tutto e il suo contrario, intanto nessuno può distinguere; episodi drammatici sembrano normali come il tentativo di colpo di stato alla fine della presidenza Trump, la caduta del governo Draghi e vari altri. Tutti fenomeni passati nell’indifferenza generale senza una condanna collettiva dei politici responsabili, anzi in Italia sono stati proprio quelli premiati nelle recenti elezioni.
Il populismo dei movimenti quale i 5 Stelle, rendendosi conto dell’incapacità della mano pubblica, giustamente la contesta e la sua spinta viene ampliata dall’impossibilità collettiva di valutare qualsiasi programma o promessa; ha grande successo iniziale ma non dispone di soluzioni alternative e quindi giunto al potere si comporta come, i predecessori, spesso peggio, accentuando ulteriormente lo squilibrio politico,
Quarto – La grande incognita è però il coinvolgimento internazionale di tutta la parte sottosviluppata che comprende l’85% della popolazione mondiale e subisce i nostri stessi problemi, che in quelle drammatiche condizioni rappresentano l’impossibilità di sopravvivenza. La disoccupazione tecnologica infatti da noi è stata coperta grazie alla precedente ricchezza accumulata; nelle zone sottosviluppate non esiste invece alcuna copertura sociale ed esplode in tutta la sua brutalità. Inoltre da noi la disoccupazione tecnologica è in parte bilanciata dall’attività necessaria a pensare e costruire gli oggetti tecnologici; ciò manca completamente nelle zone sottosviluppate dove l’utilizzo di un trattore significa 300 disoccupati. Unico spazio di sopravvivenza rimane l’emigrazione o l’arruolamento in una delle tante milizie.
Le dittature sono vincenti perché le democrazie sono politicamente paralizzate, però la superiorità tecnologica, salvo forse l’eccezione della Cina, è ancora dei paesi democratici e quindi, come mostra la guerra in Ucraina, le dittature possono destabilizzarle dall’interno, ma non vincerle usando la forza. Sono quindi azioni in “perdita” con i costi superiori ai vantaggi; anche dominare i vicini poveri aumenta di ben poco potere e risorse. Quindi poco spazio di arricchimento e nessuno equilibrio possibile.
Tutti questi elementi aumentano instabilità generale, miseria e degrado inaccettabili, che producono in tutto il mondo i flussi inarrestabili di migranti e i mille punti di scontro armato; si alimenta così una polveriera pronta ad esplodere che coinvolge 7 miliardi di individui incontrollabili ed incontenibili. Sono inoltre i soggetti più esposti a tutti gli squilibri mondiali, spesso prodotti da noi e non di loro competenza, quali siccità, squilibri ecologici, blocco del grano ucraino, ed altro; per loro significano morte, disperazione, crollo di qualsiasi spazio di sopravvivenza, moltiplicando ulteriormente l’inaccettabilità della crisi.
Per concludere le democrazie sono di fronte a un drammatico bivio: da una parte un possibile sviluppo meraviglioso, ma dall’altra un dramma peggiore di qualsiasi previsione. Il prevalere di una o dell’altra ipotesi non dipende però da un volere divino ma dalla nostra volontà e capacità di adeguare il nostro impianto istituzionale alle nuove necessità della società moderna. È forse giunto il momento di affrontare il problema e cercare una soluzione senza aspettare che la situazione peggiori ulteriormente. Stiamo molto vicino al punto di non ritorno.
CAP. V – DEMOCRAZIA – IDEE PER LA RICOSTRUZIONE
Abbiamo visto che la parte predominante e strategica della produzione non è controllabile dal mercato perché la domanda del singolo non ha possibilità di condizionare i risultati. È quindi necessario un maggior coinvolgimento della struttura pubblica per evitare che la mancanza di controllo lasci il produttore libero di non assolvere al suo compito, ignorando le necessità della collettività/utente per curare solo le proprie.
La struttura pubblica non è però in grado di creare un sistema di controllo reale ma solo formale; finisce quindi ad operare senza controllo, libera di abusare della situazione come le aziende private e a volte peggio. Per risolvere il non facile problema è necessario identificare un meccanismo idoneo a questo specifico scopo; l’esperienza aziendale, può aiutarci a ipotizzare una struttura organizzata, ancorata al territorio, costituita da una piramide gerarchico/organizzativa strutturata per livelli che fungono da mezzo di collegamento tra la base e il vertice e forniscono a tutti i soggetti coinvolti la conoscenza e il potere necessario.
Se questa struttura è costituita da organizzazioni produttive, il rischio, per non dire la certezza, è ricreare la logica dei Soviet con tutti i problemi già evidenziati. Per evitarlo bisognerebbe che tale struttura non effettuasse come attualmente la produzione conto terzi ma quella conto proprio in modo che la produzione riguardi principalmente il soddisfacimento di necessità dei soggetti coinvolti, che diventano così consapevoli e interessati ai risultati ottenuti.
In quest’ottica negli anni ’80 avevo costituito una Comune agricola in provincia di Spezia per capire la possibilità di una produzione in contro proprio autogestita con logica democratica. La cosa teoricamente è realizzabile ma estremamente difficile ed inoltre in una gestione collettiva è quasi impossibile sfruttare la libertà e la fantasia creativa del singolo che costituiscono uno dei principali elementi di forza delle nostre democrazie.
Per uscire da queste difficoltà dobbiamo superare i condizionamenti mentali che impediscono di capire la realtà; infatti, come abbiamo ripetuto, la produzione non rappresenta un momento autonomo ma esiste solo al fine di soddisfare le necessità umane e quindi ad esse è subordinata. Principio fondamentale che spesso è ignorato perché la produzione è organizzata mentre le necessità della collettività/utente sono espresse in forma individuale senza un’organizzazione alle spalle; di conseguenza quando parliamo di cambiare il meccanismo produttivo pensiamo ai cambiamenti della produzione. Sembra un punto ovvio e banale, quasi inutile da evidenziare; invece è il vincolo mentale che ci impedisce di capire.
Infatti la produzione presa in esame non funziona perché la domanda individuale non può controllarla; non è quindi necessario riorganizzare la produzione, bensì solo la domanda e adeguarla alla dimensione della prima. La domanda del singolo non può condizionare l’organizzazione dell’asilo nido, mentre possono farlo tutti gli utenti organizzati insieme. Il discorso non vale solo per l’asilo, ma anche per parchi pubblici, autostrade, ferrovia, e su su, fino ad aria pulita, equilibrio ecologico, ecc. Infatti mentre il singolo può solo subire la struttura che non è in grado di condizionare, l’organizzazione degli specifici utenti può dettare legge, pretendere, imporre, controllare e così ottenere anche in questo settore l’ottimizzazione produttiva, come avviene per l’azienda nei settori a domanda individuale controllati dal mercato.
La produzione di beni e servizi a domanda collettiva può quindi diventare analoga a quella ampiamente collaudata a domanda individuale controllata dal mercato; sembrerebbe l’uovo di Colombo capace di semplificare un problema complesso. Forse non è così facile da realizzare ma probabilmente possibile. Certamente fra la formulazione teorica e la realizzazione pratica la distanza è notevole ma questo è inevitabile in un salto organizzativo di tale dimensione.
A questo livello è importante fissare un principio da discutere ed approfondire; se risulterà corretto il risultato sarebbe notevole e la sua realizzabilità si potrà mettere a punto in un secondo momento. L’Illuminismo francese si è limitato a fissare il principio della tripartizione dei poteri che rompeva con la logica passata, la sua prima realizzazione pratica è avvenuta mezzo secolo dopo con la Costituzione americana e dopo un altro mezzo secolo con le Costituzioni europee.
Il discorso quindi dovrebbe chiudersi qui; a scopo puramente illustrativo cerco di identificare una possibile forma organizzativa, cosciente però che un tale stravolgimento politico non può essere costruito a tavolino in solitudine, ma deve essere elaborato dalle collettività secondo la loro storia e cultura e richiede un continuo adeguamento alla realtà basandosi sull’esperienza e sugli errori fatti. In attesa proviamo comunque a usare la fantasia creativa.
IV potere: Ripetiamo che la borghesia per prendere e consolidare il proprio potere ha teorizzato attraverso l’Illuminismo francese la tripartizione dei poteri finalizzata a realizzare una struttura istituzionale, legittimata dal basso, consona alle proprie necessità, cioè acquisire i diritti e la libertà operativa necessaria a se stessa e al capitalismo, suo modo di produrre. Non era prevista né la produzione pubblica né l’equità distributiva perché entrambi gli elementi non erano consoni, anzi contrari agli interessi della borghesia.
I due elementi, fra loro interconnessi, coinvolgono infatti l’aspetto sociale dei diritti ormai prevalente. Tutti i diritti hanno una ripercussione economica e condizionano la qualità della vita, indifferentemente che si tratti di matrimonio o di salario garantito, anche se spesso con una diversa incidenza. Abbiamo i diritti civili quali libertà di stampa, di parola, di movimento, ecc. che sono automaticamente applicabili in quanto derivano dalla legge e riguardano un rapporto diretto e stabile base/vertice; devono quindi essere solo compatibili con cultura e tradizioni della società; sono quelli dove sono stati ottenuti i maggiori risultati.
Diversa è la situazione dei diritti economici che stabiliscono più specificatamente le condizioni economiche che devono essere garantite ai singoli membri della collettività. Anche essi sono comunque diritti che derivano da un rapporto base/vertice, quindi un ruolo che può correttamente svolgere l’attuale struttura pubblica; compito quindi del Parlamento che ha i più ampi poteri con il solo limite economico della disponibilità di risorse. L’aumento di risorse prodotto dalla rivoluzione elettronica dovrebbe permettere risultati oggi insperati.
Il sistema produttivo deve però avere la possibilità tecnica di soddisfare i diritti riconosciuti ma, fermo restando la potenzialità globale, il modo di soddisfarli riguarda due categorie produttive diverse. La prima è rappresentata dalle attività a domanda individuale per cui l’attuale meccanismo produttivo non è perfetto ma funziona ed è in grado di soddisfarle al meglio. L’Autorità deve solo fissare le regole e vigilare il rispetto di diritti e regole; può continuare a fare quello che sta facendo, migliorando per evitare gli esistenti buchi neri (i braccianti a 3 €/ora), ma utilizzando le attuali strutture anche se fortemente smagrite e riviste.
Vi sono poi, come abbiamo visto, settori che non sono controllabili dal mercato per necessità sociali (sanità, scuola), monopolio naturale (gestione del territorio), limiti dimensionali/temporali (riscaldamento globale); questa impossibilità produce due disfunzioni:
Primo – la necessità non riesce ad esprimersi quindi viene a mancare la principale fonte di domanda globale rendendo impossibile qualsiasi equilibrio economico. Durante la crisi del ’29 mancava circa un 70% di domanda globale perché il proletariato senza diritti, era senza potere d’acquisto; oggi la mancanza è nuovamente intorno al 70%, ma questa volta perché manca la parte relativa alla domanda collettiva che non ha gli strumenti per esprimersi.
Secondo – la necessità non viene soddisfatta rendendo impossibile sia la crescita per il formarsi di colli di bottiglia, sia l’equità distributiva e la disponibilità di risorse che dovrebbero garantirla. Di conseguenza i diritti economici, specie quelli sottratti al mercato per motivi sociali, diventano solo formali con scarso contenuto reale
L’esempio della sanità è emblematico: il Parlamento ha sancito la sua fruizione gratuita e il Governo ha fatto il possibile per garantire il servizio più efficiente, dedicando grandi risorse e capacità umane. Sono stati ottenuti risultati notevoli, però l’oggettiva mancanza di meccanismi di controllo reale ha fatto progressivamente prevalere gli interessi dei produttori – medici, infermieri, personale sanitario – su quelli della collettività/utente rendendo il servizio sempre più caro e meno efficiente. La mala sanità!
Diversa ma abbastanza analogo è la situazione dei diritti il cui soddisfacimento non è gestibile dal mercato perché i beni e servizi richiesti sono prodotti in regime di monopolio naturale o esulano dall’orizzonte temporale del mercato: così avviene per infrastruttura, urbanistica, sicurezza sociale, equilibrio ecologico, aria pulita, ecc. Non si tratta quindi di una scelta politica ma di una necessità intrinseca del bene o servizio richiesto. Anche questi attualmente o vengono parzialmente gestiti dalla mano pubblica maggiorando i costi e peggiorando il servizio o vengono delegati ai privati che fruiscono così di un’ingiustificata rendita di posizione. I grandi problemi, quale il riscaldamento globale, vengono solo discussi, senza trovare soluzioni.
L’elemento comune di queste situazioni è la mancanza del mercato per cui gli interessi della comunità/utente vengono subordinati a quelli del produttore (imprenditore, funzionario, politico, impiegato, operaio, ecc.), facendo lievitare i costi e peggiorare il risultato. Molti per superare questa situazione spingono verso la privatizzazione, che risolve ben poco, quando non peggiora.
Privatizzare la soddisfazione dei diritti che nascono per necessità sociali, quali la Sanità,forse, sottolineo forse, può essere efficace, viene però a cadere la necessaria equità distributiva; per le attività condizionate da vincoli produttivi di monopolio o tempo, privatizzare serve a poco o nulla, infatti si trasferisce solo la rendita dal pubblico al privato con la speranza che sia un po’ più efficiente e meno esoso; per i vincoli temporali non esistono soluzioni. Draghi può promettere alla ragazzina svedese, una politica virtuosa ma Greta ha ragione dicendo che si tratta solo di bla.bla.bla.
Funzione del IV Potere, Vediamo se è possibile ipotizzare la realizzazione di un IV potere con il compito di coprire il buco esistente nella formulazione istituzionale del ‘700 e dotare la struttura pubblica degli strumenti necessari a garantire anche i diritti che hanno contenuti economici e non sono controllabili dall’attuale logica di mercato per motivi sociali, temporali o di monopolio. Abbiamo scartato l’ipotesi di organizzare la struttura pubblica per assolvere direttamente questo compito perché mancherebbe comunque un controllo esterno, continuo, affidabile e reale e si verrebbe a ricreare la situazione attuale.
Il maggior intervento pubblico è però richiesto perché la domanda individuale non può controllare queste produzioni, dobbiamo quindi agglomerare le necessità di più utenti e organizzarne le specifiche domande adeguandole alla dimensione della struttura produttiva che deve soddisfarle; per l’asilo sarà quella dei residenti nel Municipio, per la viabilità urbana quella degli abitanti del Comune, per l’autostrada quella della zona coinvolta, per l’equilibrio ecologico quella dell’intera collettività.
Non si tratta però di una dichiarazione di principio o di un’istanza volontaristica, ma è necessaria una struttura istituzionalizzata e organizzata, ancorata al territorio e strutturata per livelli in cui ogni livello garantisce il soddisfacimento delle sue specifiche necessità e delega al livello superiore quelle che esulano dal suo campo territoriale. Sarà quindi un’organizzazione piramidale realizzata sulla falsa riga di quella aziendale, unica attuale struttura produttiva, con però alcune fondamentali differenze.
Nell’azienda la conoscenza sale per livelli dalla base al vertice e poi ridiscende come potere dal vertice alla base – potere dall’alto. Nel nostro caso invece sia conoscenza che potere salgono livello per livello dalla base al vertice per ridiscendere alla base – potere democratico dal basso. Differenza che in parte si sta già attenuando perché anche le aziende hanno capito che il decentramento del potere aumenta la partecipazione produttiva e quindi la competitività.
Comunque nel nostro caso il decentramento del potere dovrà essere più spinto e ogni livello sceglierà sul campo, non per titoli ma per capacità e risultati, il proprio leader, nonché il rappresentante che opererà al livello superiore finalizzato a soddisfare le specifiche necessità di quel più ampio spazio territoriale. In campo pratico come prima approssimazione, salvo che l’esperienza identifichi divisioni diverse, possiamo ipotizzare come nucleo di partenza il Municipio, che si agglomera nel Comune, e via via nella Regione, nello Stato, nella Ue e forse alla fine nell’Onu o altro organo creato ad hoc.
Differenze con la situazione esistente: mentre le elezioni sono un’espressione di volontà della collettività esercitata con cadenza periodica per collegare direttamente base/vertice, l’organizzazione ipotizzata prevede un collegamento continuo che esprime la volontà della base (collettività) al vertice non direttamente ma attraverso i vari livelli. Nell’attuale collegamento diretto delle elezioni la collettività conosce i diritti che rivendica ma non è in grado di valutare le interdipendenze del complesso meccanismo economico per cui quando sceglie uomini o soluzioni, ha comportamenti assolutamente casuali, spesso influenzati da disinformazioni o da slogan privi di significato.
Nell’ipotesi del IV potere, organizzata per livelli, ciascuno è coinvolto solo in scelte che riguardano il proprio livello quindi relative a cose che conosce e che lo riguardano; analogamente quando sceglie i soggetti con funzione di leader o rappresentante nei livelli superiori, fa riferimento a uomini che conosce, ha visto operare e ne ha sperimentato direttamente le capacità. Tutti sono interessati a raggiungere i risultati previsti perché sono loro stessi i fruitori della produzione, possono valutare se sono stati raggiunti e chi promette senza mantenere perde qualsiasi credibilità futura.
Attualmente chi esprime la domanda (necessità) da soddisfare è diverso da chi paga per i beni o servizi richiesti ed ha quindi poco interesse a ridurre tempi e costi d’attuazione; anzi i lavori in loco pagati da un soggetto esterno, lo Stato, rappresentano per molti una significativa fonte di reddito e potere per cui prevale la convenienza a far crescere tempo e prezzo. Nell’ipotesi del IV Potere il gestore della domanda, che esprime la necessità, è lo stesso soggetto che paga i costi necessari al suo soddisfacimento e quindi cercherà di conoscere prima i relativi costi e contenerli al massimo.
Ovviamente si potranno ipotizzare aiuti fra zone a diverso livello di sviluppo economico ma questo dovrà riguardare solo una percentuale dell’intero costo, come già avviene per le aziende; più del 50% dovrà sempre essere a carico dell’utilizzatore per non ricreare l’attuale logica di irresponsabilità collettiva.
Necessità del IV Potere L’utente cioè il gestore individuale della domanda, nell’attuale sistema produttivo, deve conoscere le risorse disponibili (reddito) e il costo del singolo bene o servizio richiesto; la conoscenza di questi due elementi, permette l’acquisto, rendendo la domanda un atto giuridicamente tutelato che condiziona l’economia e non un semplice mi piace privo di contenuto reale. Le stesse condizioni si devono poter ricreare per la domanda collettiva, cioè conoscere risorse disponibili e costi delle varie alternative.
Una buona organizzazione della domanda può risolvere con facilità il problema relativo ai costi necessari a soddisfare le nostre necessità; la situazione è analoga a quella di un’azienda che, se ben organizzata, può stabilire, con accettabile approssimazione qualità, tempi e costi, per l’acquisto di beni e servizi, anche abbastanza complessi come quello di una nave.
La mano pubblica invece subisce normalmente tempi e costi decuplicati per qualsiasi appalto effettuato; il fatto non è però casuale ma l’inevitabile conseguenza della mancanza di controllo reale, per cui l’interesse a ridurre costi e tempi, è solo della generica collettività senza volontà né voce, mentre tutti i soggetti coinvolti, politici, tecnici, professionisti, manager, impiegati, operai, sono di fatto produttori e come tali hanno l’interesse di farli lievitare. È questo il punto di rottura della struttura pubblica che legittima l’organizzazione della domanda collettiva attraverso il IV Potere per superare questo vincolo inaccettabile.
Più complesso è stabilire di quali risorse possono disporre i vari gestori di domanda collettiva; difficile non impossibile, ma comunque indispensabile per non fare crollare l’intera costruzione. Una prima ipotesi sarebbe prelevare una parte del gettito fiscale, ma apriremmo complicati meccanismi di calcolo che farebbero la gioia della dittatura diffusa dei burocrati, togliendo qualsiasi certezza. Potremmo invece trattenere in loco una quota delle tasse della zona mettendole a di disposizione dei gestori della domanda collettiva; un po’ meglio ma complesso e discriminatorio fra zone ricche e povere.
Reddito di cittadinanza. La carica di novità della soluzione richiede forse un analogo salto di qualità nella logica organizzativa, per garantire semplicità e maggiore contenuto democratico; tale potrebbe essere l’utilizzo del reddito di cittadinanza, visto però anch’esso da un’angolazione innovativa. Non deve essere un sussidio alla povertà perché diventa fonte di truffa e lavoro per i burocrati, ma un reddito a cui tutti i cittadini hanno diritto.
Contrariamente a quello che può apparire, questo non implicherebbe un aumento di spesa perché con un sistema fiscale decente, punto irrinunciabile, sarebbe a carico della collettività solo quello relativo ai soggetti in difficoltà economica, mentre per gli altri sarebbe una semplice partita di giro che esce ed entra pagando le tasse. La semplificazione sarebbe immensa, per questo non piace ai furbetti e ai burocrati.
Potrebbe inoltre sostituire in buona parte la giungla assistenziale esistente, tanto cara ai burocrati; darebbe anche una vera garanzia economica – l’eliminazione della povertà – necessaria perché la nostra cultura non tollera che qualcuno muoia di fame o viva in un’inaccettabile indigenza; le garanzie sociali sono quindi necessarie e forse è più economico realizzarle in una visione unica e generale, invece di sbriciolarle in mille casi specifici da gestire singolarmente.
Esse non rispondono solo a istanze morali ma anche a convenienze economiche perché, come ci insegnava Galbraith più di mezzo secolo fa, costa meno assistere gli esclusi che reprimere i disperati che non hanno nulla da perdere. Infine il salto qualitativo ipotizzato dovrebbe permettere un tale aumento delle risorse disponibili da rendere possibili cose oggi inimmaginabili, dove la copertura dei costi non sarà più il problema fondamentale.
È così possibile alimentare il territorio con una fonte di risorse rigidamente paritarie e fortemente democratica che strada facendo può aumentate per far crescere le coperture sociali. Parliamo infatti di una funzione economica inserita funzionalmente nella logica produttiva e gestita su base democratica, grazie a una reale partecipazione della collettività, che può scegliere cosa vuole ed ha la competenza e il potere per farlo. Finisce così la delega in bianco per la gestione economica delle attuali elezioni e potrebbe crearsi un incredibile spazio di crescita di risorse e conoscenza collettiva.
Possibile futuro impianto istituzionale: sempre utilizzando la fantasia creativa, per capire un possibile assetto futuro del sistema economico/sociale possiamo immaginare
- il Parlamento stabilisce i diritti sia civili che economici dei membri della collettività: lo scopo per cui è stato pensato.
- il Governo, come braccio operativo, è incaricato di farli rispettare; fondamentalmente quindi rispetto della legge, e gestione della forza cioè ordine pubblico e difesa (spero non guerra); anche questa è la funzione per cui era stato pensato ed ha sempre assolto.
- IV Potere gestirà la domanda collettiva per garantisce il controllo della collettività/utente anche su tutte le attività a domanda non individuale attualmente non controllate dal mercato.
- La Magistratura dirime le controversie fra tutte le parti in causa e i diversi poteri, subendo però un controllo sui risultati da adeguare alla nuova logica
- Un’attività produttiva privata con regole e vigilanza pubblica e la garanzia di un rigido controllo dei risultati effettuato dal mercato.
Potrà funzionare? Difficile dirlo a priori, sembrerebbe di sì, anche se ovviamente dovrà essere messo a punto strada facendo. Possono comunque tranquillizzarci due elementi: nessuno finora ha identificato una diversa soluzione potenzialmente migliore, direi anzi che il problema è stato parzialmente ignorato; una situazione peggiore dell’attuale è difficile da immaginare per cui qualsiasi piccolo miglioramento sarebbe comunque un successo; centrare l’obbiettivo significherebbe ottenere un miglioramento finora inimmaginabile. Vale la pena di provare!
Strategia realizzativa e conclusioni provvisorie. Non pensiamo di aver trovato la formula magica che apre un futuro radioso, oggi inimmaginabile. La realtà è sempre più complessa e condizionata da variabili non considerate che modificano la situazione, imponendo continui adeguamenti. Siamo però sicuri che abbiamo incominciato a muoverci nell’unica direzione per una possibile soluzione che superi i discorsi correnti sugli uomini politici la cui inadeguatezza non è causa ma conseguenza della crisi. La strada quindi è obbligata e forte è l’urgenza perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve potrà essere in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia, dell’equilibrio ecologico e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà.
Il momento storico ricorda gli analoghi anni ’20 del Novecento ed è necessario intervenire per evitare che la situazione degeneri come negli anni ’30 del secolo scorso con dittature e guerra. Gli anni ’20 e ’30 del ‘900 hanno portato dittature e guerra che sono costate lacrime e sangue, però alla lunga l’equilibrio è stato ritrovato. L’attuale potenza delle armi non può far sperare che possa esistere un “dopo” al conflitto. Einstein diceva: ”non so con quali armi si combatterà la prossima guerra mondiale ma so che quella successiva userà la clava”.
Si impone quindi una “discontinuità radicale”, che non possiamo chiamare rivoluzione perché non siamo in presenza della maggioranza che abbatte gli inaccettabili privilegi di una minoranza privilegiata, ma al contrario della necessità di rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di ingiustificati privilegi, singolarmente piccoli ma tali da impedire alla struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo.
Si rompe di conseguenza l’equilibrio generale e tutta la catena virtuosa di ottimizzazione produttiva, crescita di risorse, sviluppo, uguaglianza e benessere diffuso. Si riduce così il tenore di vita dell’intera collettività, compreso gli stessi privilegiati che nella veste di utenti subiscono danni maggiori dei privilegi ottenuti. Il cambiamento potrebbe quindi essere indolore e accadere nel punto in cui la crisi è più penalizzante; forse in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica.
Però queste cose le ho ripetute troppe volte e ha poco senso nuovamente ripeterle, anche perché forse siamo arrivati a un bivio che impone un diverso passo. Le pessimistiche previsioni fatte in questi anni sono state in buona parte confermate e la realtà purtroppo è stata peggiore del previsto. Non posseggo certo la verità però sono convinto che lo studio che porto avanti da più di 10 anni è arrivato a un livello sufficiente per capire che la strada imboccata è attendibile e può portare a delle reali soluzioni.
Diventa quindi urgente uscire dalla solitudine della mia scrivania per incominciare un dibattito che coinvolga più soggetti e possa approfondire, mettere a punto l’argomento e renderlo conosciuto e divulgabile. I cambiamenti nella realtà politico/sociale sono determinati dalle necessità della collettività e non dalle elaborazioni teoriche; però queste possono servire, e spesso sono necessarie, per indicare alle forze evolutive una direzione possibile, idonea a raggiungere l’obbiettivo sperato. È stata la rivoluzione francese che ha travolto il potere feudale, però la tripartizione dei poteri dell’Illuminismo francese ha fornito la logica per costruire lo strumento tecnico necessario alla crescita ed al consolidamento della vincente società borghese.
Oggi la crisi è forte, compromette gli equilibri, internazionali, sociali, economici, culturali; l’istanza di cambiamento è dirompente e alimenta i movimenti contestativi sia in Italia che negli altri Paesi. Basta pensare in Francia a Macron e ai Gilet jaunes, in Italia ai 5 Stelle, i vari populisti, le Sardine ed altri. Tutti i movimenti hanno un grande successo iniziale ma si rilevano ben presto fuochi di paglia perché mancano di una qualsiasi ipotesi di gestione alternativa della struttura pubblica. Si illudono che il cambiamento possa nascere da un loro comportamento più virtuoso, ma presto è evidente che nulla cambia, la situazione peggiora e la prassi risulta peggiore di quella dei predecessori perché l’inadeguatezza dei soggetti rappresenta solo il modo di manifestarsi della crisi.
Dotare questa continua protesta di un’analisi strutturale, come quella che può uscire da un serio dibattito, ed evidenziare i meccanismi condizionanti che impediscono all’impianto istituzionale di funzionare, potrebbe trasformare il fuoco di paglia in un incendio che travolge il presente ed apre al futuro. Certamente non facile né breve, però forse possibile e, come diceva Mao, anche la lunga marcia inizia con un piccolo passo.
Mi rivolgo quindi a chi pensa che quanto scritto contenga qualcosa d’interessante e non vuole aspettare, come lo struzzo, che il peggio succeda, e gli chiedo di fare un passo avanti. Con l’e-mail, che in parte già conoscete (bruno.musso@grendi.it) è facile un contatto circolare (potenza dell’elettronica!), che permetta di vedere se esistono le condizioni per questo secondo passo. Nessuno si aspetti successi immediati, l’obbiettivo è immenso perché riguarda il mondo che deve evitare il disastro annunciato; la posta in gioco giustifica però l’oggettivo rischio di insuccesso.
Io sono a disposizione di tutti e, data la mia veneranda età, fino a quando le sinapsi si collegheranno posso continuare a fornire il mio supporto logico, ma per la parte organizzativa servono dei volontari; magari giovani che in un domani, lontano o vicino non so, potrebbero diventare responsabili di una qualche nuova struttura pubblica finalmente funzionante. Non appartengo però all’attuale mondo politico e quindi non faccio promesse, né fornisco garanzie di successo, dico solo: “vale la spesa di provare”. Aspetto di vedere chi si fa avanti per capire se siamo in grado di fare quel fatidico “primo piccolo passo”