Bruno Musso – Genova 21.5.24
La valutazione dei comportamenti denunciati nel caso Genova è necessariamente della magistratura per l’aspetto penale e dei politici per la coerenza comportamentale; noi vorremmo esaminare solo le disfunzioni che possono averli stimolati, convinti che i comportamenti umani derivino spesso da meccanismi produttivi che li facilitano, rendendoli inevitabili.
I problemi non risolti del porto sono un esempio emblematico di questi meccanismi perversi: i terminalisti che gestiscono l’attività del porto di Genova dispongono globalmente di meno di 200 ettari, mentre, anche senza fare riferimento ai 10.000 dei porti concorrenti del Nord Europa, un fabbisogno corretto sarebbe almeno di 4 o 5 volte superiore, cioè 800 – 1.000 ettari. Di conseguenza può operare solo il 20% dei soggetti interessati mentre gli altri vengono esclusi. La Grendi, azienda storica fondata nel 1828, la più vecchia azienda logistica genovese, la prima a costruire in Italia una nave porta container, opera oggi a Marina di Carrara perché a Genova non le è stato concesso lo spazio necessario.
L’ Autorità portuale, assegnando le concessioni, determina i premiati e gli esclusi, cioè chi può operare e chi no, senza disporre degli strumenti necessari per effettuare scelte che difendano oggettivamente l’interesse generale. Le valutazioni infatti sono difficili e gli impegni assunti dagli imprenditori su investimento, occupazione e traffico, riguardano un futuro lontano le cui variazioni legittimano spesso il mancato adempimento. La Grendi ha perso una gara per una concessione perché il nostro concorrente, senza fissare scadenze, si era impegnato ad effettuare significativi investimenti tuttora non realizzati; oggi dopo vent’anni è impossibile pretendere il riesame dell’assegnazione.
La carenza di spazio portuale impedisce così l’ingresso di nuovi soggetti e crea monopolio naturale, rendita di posizione e profitti imprenditoriali decuplicati, ed è l’Autorità portuale che effettua le scelte che producono tutto ciò. Pur con tutta la buona volontà, deve affidarsi a valutazioni “personali”, legate a fatti storici o ad altro, che rendono incerta la distinzione fra lecito ed illecito, fra scelta corretta e nepotismo. La nostra azienda che si è procurata “antipatie” per aver partecipato allo scontro per la riforma portuale, legge 84/94, eliminando tanti privilegi, in seguito non ha saputo o voluto crearsi nuovi “amici”.
La soluzione però non può essere delegata alla magistratura; infatti analoga situazione si ripeterebbe inevitabilmente, perché è determinata da una disfunzione produttiva e gli eventuali illeciti penali ne sono solo la conseguenza inevitabile. Diventa quindi urgente affrontare il male alla base e identificare un’ipotesi di sviluppo portuale che permetta logiche comportamentali diverse. Venerdì 17.5.24 il Cieli ha organizzato nelle aule dell’Università un Convegno finalizzato a discutere di possibili ipotesi alternative di sviluppo portuale.
È stata esposta una soluzione, elaborata dal Siti (politecnico di Torino e Compagnia di S. Paolo) e convalidata dal Rina che, traguardando ’intero porto, permette con costi e tempi inferiore a quelli dei progetti in corso, di quadruplicare la potenzialità globale (dagli attuali 2,5 milioni teu a 10), decongestionare l’attraversamento dell’Appennino, servire linee regolari delle mega navi, creare il centro logistico del Su Europa con 300.000 posti di lavoro, ridurre l’impatto ambientale e ridare alla città un affaccio al mare, inizialmente di 2 km. aumentabili a 14 km.
Sarebbe soprattutto possibile ricreare un equilibrio fra domanda ed offerta per rende anche il porto una normale struttura produttiva dove il mercato, senza condizionamenti esterni, decide chi può svilupparsi e chi deve passare la mano. Ma politici e operatori portuali combattono questa soluzione, perché i politici non potrebbero più decidere chi sono gli scelti e chi gli esclusi, con gli inevitabili effetti collaterali; gli operatori perderebbero la rendita di posizione del monopolio che decuplica i profitti. Il sistema però, come si è visto, non può reggere ed è giunto il momento che la società civile finalmente si svegli.