La drammatica esperienza della guerra in Ucraina forse può aiutarci a capire la situazione generale e la probabile evoluzione futura. È fuori discussione che lo scontro è fra democrazia in crisi e dittatura vincente. Nella seconda metà del secolo scorso, con la caduta del muro di Berlino la Germania Ovest ha inglobato la Germania Est, rompendo i precedenti accordi e gli equilibri geopolitici senza che nessuno obbiettasse perché rappresentava l’evoluzione dell’allora vincente democrazia.
L’unificazione della Germania è però avvenuta per spinta popolare senza l’utilizzo dei carri armati; se analogamente gli ucraini avessero accolto i russi nessuno avrebbe potuto negare i diritti di Putin. Non è successo: la violenza è la discriminante fra ragione e torto, come hanno capito gli intellettuali comunisti quando i carri armati russi hanno occupato le città europee che chiedevano libertà. Gli ucraini hanno anche dimostrato una imprevedibile volontà di resistere ben oltre ogni previsione.
Tiriamo le prime conseguenze: le dittature sono un inferno da cui la gente vuole fuggire mentre le democrazie, per quanto in crisi, sono ancora un quasi paradiso dove rifugiarsi. L’uso della violenza per le dittature è quindi fisiologico e rappresenta il solo modo per espandersi e spesso di sopravvivere; inoltre le crisi mondiali mettono in crisi le democrazie con drammatici flussi migratori che non coinvolgono i paesi dittatoriali. È quindi ingenuo pensare che Putin liberi il grano ucraino, per limitare la carestia che è la sua migliore arma di potere e ricatto.
Esaminiamo ora i rapporti di forza sul campo, per spiegare come Davide può vincere Golia; in guerra non è più determinate il numero di uomini ma il livello tecnologico di cui la parte dispone; in questo campo le nostre democrazie, pur decadenti, dispongono ancora di una superiorità. Ma vediamo lo scontro Russa/Ucraina solo come caso di riferimento, per esaminare la più generale dialettica dittatura/democrazia e gli elementi che determinano il livello economico/sociale e la supremazia sul campo.
Le troppe schegge impazzite del marxismo e di altre teorie superate ma non sostituite, impongono qualche chiarimento. il nostro meccanismo istituzionale, basato sulle elezioni periodiche a suffragio universale, garantisce un elevato livello di diritti della collettività e la costruzione di una struttura pubblica capace di regolamentare e controllare il meccanismo produttivo capitalistico. Era lo scopo per cui è stato pensato a metà del ‘700 ed ha assolto egregiamente al suo compito nella seconda metà del ‘900, unico periodo in cui ha funzionato correttamente.
Il meccanismo della produzione impone invece uno strumento diverso che deve essere continuo, possa recepire le istanze dei singoli, imporle e controllare che siano soddisfatte; queste funzioni il capitalismo le svolge attraverso il mercato, ottenendo l’ottimizzazione produttiva e di conseguenza la crescita di risorse e conoscenza; il binomio democrazia/capitalismo ha garantito, nel periodo citato, il più alto livello di libertà, diritti, benessere ed equità distributiva.
Verso la fine del secolo scorso la modificata realtà ha rotto il meccanismo perché la parte predominante della produzione non ha più potuto essere gestita e controllata dal mercato per motivi sociali (istruzione, sanità, giustizia) o in quanto svolta in regime di monopolio naturale (gestione del territorio) o per vincoli generali (riscaldamento globale, il gas di Putin, ecc.). La struttura pubblica a cui fa necessariamente capo questo compito non dispone degli strumenti necessari perché, mancando il mercato, non ha un meccanismo per recepire le istanze, fissare gli obbiettivi, ottimizzare la produzione e controllare l’operato dei soggetti coinvolti.
La mano pubblica opera quindi senza reali obbiettivi e controlli del risultato, alimentando un progressivo spazio di abuso, corruzione, parassitismo e selezione dei peggiori; perde anche la capacità di svolgere la tradizionale funzione di regolamentazione e controllo del capitalismo, legittimando nuovi abusi e maggiori diseguaglianze. Inevitabile l’esplosione di populismo, instabilità, demagogia politica e il prevalere delle dittature.
Le dittature prive di questi limiti risultano vincenti, disponendo di stabilità, strategie di lungo periodo, potere decisionale; la produzione però si nutre di fantasia creativa, libertà e intelligenza che le dittature soffocano. Così Putin si è dimostrato una “tigre di carta” perché la tecnologia dell’Ucraina, grazie all’aiuto delle democrazie è risultata vincente, anche se non ha potuto evitare l’immenso costo di vite umane e di distruzioni. Certo esiste sempre l’arma atomica ma la minaccia è così totale e generale che razionalmente non è reale, salvo l’atto disperato del dittatore sconfitto; è bene quindi cercare una soluzione diplomatica.
La Cina potrebbe forse fare eccezione, ma il discoro è generale e quindi tale da poterci tranquillizzare rispetto ai pericoli futuri. È meglio però non illuderci perché le nostre democrazie sono ancora vincenti rispetto a un attacco esterno, ma sono debolissime, vere “tigri di carta”, se attaccate dall’interno. L’incapacità di far crescere il benessere in parallelo alla crescita dell’economia ha creato finti lavori, corruzione, scontento, distacco dalla politica e una massa instabile pronta a credere a qualsiasi follia pur di sognare un domani migliore.
Manipolare queste masse e destabilizzare i governi democratici si può realizzare con risorse e sforzi limitate; le dittature l’hanno capito e operano con spregiudicatezza, come dimostra la storia di Trump, Salvini, Le Pen e tanti altri. Possono così fare proseliti e far cadere senza combattere le nostre fragili democrazie. Nel breve periodo questo è il pericolo maggiore ed è particolarmente grave per l’Italia; tutto sottolinea l’urgenza di identificare un meccanismo democratico più avanzato.