Bruno Musso – Genova 29.9.20
Colpiscono le discussioni e le valutazioni a proposito delle ultime elezioni, da cui risulta prevalente la convinzione che i (molti) risultati negativi derivano dagli errori dei singoli attori: si poteva fare meglio, ma… Valutazioni di tipo esistenziale sul comportamento dei protagonisti incapaci di cogliere le possibili alternative positive. Nessuno riconosce che si possono realizzare piccoli miglioramenti, ma che non esistono soluzioni reali perché l’incapacità dei singoli non è causa ma conseguenza della crisi generale ed è prodotta dall’attuale impianto democratico non più idoneo a soddisfare le necessità della società.
Così i 5 Stelle vengono accusati (giustamente) di non avere una strategia; ma il loro travolgente successo si è basato proprio sulla (giusta) critica della situazione attuale: corretta ma non sufficiente; arrivati al potere i protagonisti del Movimento sono quindi risultati analoghi agli altri, forse anche vittime di maggiori condizionamenti culturali ed ideologici. Infatti ingenuo e infantile è ipotizzare il cambiamento come sostituzione di noi “buoni” al posto degli altri “cattivi”, ignorando tutti i meccanismi necessitanti del sistema economico/sociale (Marx si rivolta nella tomba). La loro così detta democrazia diretta è anche truffaldina perché in pratica il potere viene legittimato da una manciata di voti facilmente manipolabili. Il referendum giustificato da un inesistente risparmio di costi diventa pura demagogia che serve a nascondere la totale incapacità di perseguire obbiettivi reali.
La Lega ha attinto la sua forza dalla (legittima) paura degli italiani, però un pur breve periodo a guida populista ha prodotto, con il contributo del coronavirus, una (legittima) nuova paura del caos, superiore alla precedente. Hanno tutti invocato ordine e continuità scoprendo in Conte il difensore di questi valori, ruolo prima coperto solo da Mattarella.
Il Pd, orfano di un’ideologia marxista che ha dimenticata ma non sostituita, deve quotidianamente combattere contro i suoi fantasmi ideologici e le strutture che li rappresentano (specie i sindacati), scontando la paralisi e la continua scissione in mille gruppetti contrapposti. D’altronde, all’interno di questa situazione, non è comunque possibile svolgere una seria politica di sviluppo economico/sociale.
Nessuno può quindi raggiungere risultati positivi; possiamo condannarli tutti o tutti assolverli perché oggettivamente non dispongono di un’alternativa. Durante il fascismo e il nazismo collaborare implicava essere più o meno colpevoli e per salvarsi bisognava opporsi, ma esisteva un’alternativa democratica già affermata nel mondo a cui fare riferimento. Oggi quest’alternativa manca a livello globale perché è l’attuale forma istituzionale che non regge più, mentre noi non conosciamo ancora un’alternativa possibile.
Democrazia infatti significa che la tutta collettività è in grado di controllare la struttura produttiva ed imporre di soddisfare le sue necessità, ma per farlo deve disporre di un adeguato potere di controllo. Le elezioni dove tutti i cittadini dispongono pariteticamente di un voto per scegliere e controllare i governanti sembravano (giustamente) garantire il massimo dell’uguaglianza democratica; era quindi corretto interpretare i comportamenti errati come inevitabili incidenti di percorso dovuti a fattori individuali che non compromettono il discorso generale. Churchill correttamente affermava che il sistema democratico è il peggiore all’infuori degli altri. Era però corretto allora (come ha confermato la storia), ma non è più valido oggi, perché le elezioni alla fine del secolo scorso si sono trasformate, da controllo reale a formale.
Possiamo riscontrare un significativo precedente analogo rappresentato dall’istanza della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, nucleo della cultura marxista, ed elemento qualificante di tutte le rivoluzioni mancate del ‘900. Anche in quel caso togliere l’odiato “padrone” sfruttatore e sostituirlo dando alla collettività la proprietà e la gestione di tutte le risorse economiche e dei mezzi di produzione, sembrava il massimo livello immaginabile di democrazia e uguaglianza. La storia ha confermato che non è stato così ma c’è voluto più di un secolo per capire (e molti non ci sono ancora arrivati) che il potere che la proprietà pubblica dava alla collettività era solo formale perché quello reale restava senza controllo saldamente in mano ai decisori pubblici. Così il controllo della concorrenza capitalistica poteva invece rappresentare per la collettività una maggiore garanzia di diritti e benessere; infatti la proprietà pubblica era nobile ma solo formale, mentre la concorrenza era rozza ma reale.
Le elezioni a scadenza periodica con la delega diretta base/vertice hanno rappresentato un controllo reale nella seconda metà del ‘900 perché allora esisteva il proletariato, stragrande maggioranza, che rivendicava i suoi diritti negati, ottenibili scaglionati nel tempo da un rapporto diretto base vertice. L’abbinamento virtuoso capitalismo/democrazia ha permesso di sfruttare finalmente le immense risorse dell’evoluzione tecnologica, facendo esplodere lo sviluppo economico/sociale, con una generale crescita di diritti, libertà, benessere collettivo ed equità distributiva. Per la simbiosi creatasi nella seconda metà del ‘900, tutti i regimi democratici erano capitalisti e il capitalismo avanzato esisteva solo nei regimi democratici; le soluzioni alternative, quali Urss, Cina, Cuba, sono miseramente fallite.
A fine del secolo scorso è scomparso il proletariato come classe priva di diritti, mentre invece crescevano le sperequazioni e si riducevano i diritti. La rivoluzione elettronica ha fatto precipitare la situazione perché ha reso possibile un’immensa possibilità di crescita produttiva che è incompatibile con l’attuale meccanismo istituzionale. Infatti l’utilizzo del motore e della meccanizzazione ha permesso in 500 anni di raggiungere il benessere diffuso di fine ‘900; l’utilizzo del computer, avvenuto in meno di 50 anni, dovrebbe permettere un miglioramento economico/sociale ancora maggiore. La differenza quindi fra la situazione attuale e quella possibile dovrebbe superare quella esistente fra la fine del ‘900 e del ’800; perdurando le attuali disfunzioni si riducono invece redditi e diritti.
Per trasformare i diritti acquisiti da formali a reali è necessario controllare una struttura produttiva sempre più complessa e interconnessa, che ha come principale compito la gestione del territorio, attività strategica e maggioritaria, ma necessariamente pubblica perché priva del controllo del mercato. Le elezioni, pensate dalla borghesia per garantire diritti e libertà hanno raggiunto il loro fondamentale obbiettivo ma non sono in grado di svolgere questo nuovo ruolo, per cui sta riducendosi il controllo della collettività e il livello democratico. È inutile parlare dell’irresponsabilità dei governati e delle loro politiche, perché sono la pura conseguenza della caduta di controllo, così “non ti curar di lor ma guarda e passa”
È necessario invece ipotizzare un meccanismo continuo di controllo che partendo dalla base, ancorata al territorio, possa recepire le scelte fatte dai singoli cittadini (come il mercato nel meccanismo capitalistico), utilizzandole per costruire una catena gerarchica/conoscitiva che unisca la base al vertice, con potere e conoscenza che si ferma ai vari livelli di propria competenza. Logica analoga a quella che crea l’efficienza aziendale; da notare che tradizionalmente nell’azienda il potere dall’alto scendeva verso il basso e la conoscenza risaliva in senso inverso, oggi invece, in anticipo sui tempi, si tende a una gerarchia condivisa in cui anche il potere sale parzialmente dal basso.
La realizzazione pratica non è certo facile ma tale era anche la tripartizione dei poteri quando è stata pensata; comunque una soluzione non si trova fino a quando non la si cerca; bisogna però smettere di credere che sostituendo gli uomini i problemi possono essere risolti: è la classica politica dello struzzo che conviene superare prima di produrre danni irreversibili.
Ciao Bruno, leggo sempre attentamente i tuoi articoli e tutti i tuoi scritti da molto anni.Condivido le tue analisi, assolutamente corrette, molto scomode per i più, ma caparbiamente ripetute alla sorda classe dirigente.E vengo alle ultime elezioni. Per la prima volta non ho votato, ritenendo il voto assolutamente svuotato da ogni significato e privato da qualunque delega.Una farsa di cui non voglio più essere complice.L’unico atto che mi ha dato la possibilità di risentirmi soggetto, non avendo per ora altre strade.Grazie
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purtroppo da un pò ripeto che le elezioni possono servire a livello di diritti e libertà ma non sono un mezzo idoneo per le nuove e pressanti necessità della società moderna; devono infatti essere integrate da altri strumenti. Però nessuno condivide ne pensa logico neppure porsi il problema; è quello che ho cercato di dire nell’ultimo articolo anche se purtroppo è risultato un pò lungo. Un caro saluto . Bruno
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