LE SARDINE E ALTRE INCERTEZZE POLITICHE

LE SARDINE E ALTRE INCERTEZZE POLITICHE

 

I giornali dei giorni scorsi riferivano con meraviglia i dati relativi al successo delle Sardine, chiaro sintomo di una ritrovata istanza di valori di democrazia e diritti in contrasto con i prevalenti indirizzi politici. La meraviglia dovrebbe in vero nascere dal costatare che ci siano volute le Sardine in campo nazionale e Greta in campo internazionale perché nella società sorgesse il dubbio che qualcosa non funziona nell’attuale impianto economico/politico delle democrazie avanzate.

Sembrerebbe di poter dedurre che il precedente equilibrio si è rotto solo perché oggi il popolo, incapace di giudizio, sceglie politici inadeguati, inseguendo qualsiasi falsa promessa. Eppure solo guardando l’U.E. e gli USA, vediamo che ancora 30 anni fa le discussioni vertevano principalmente su democrazia, libertà, diritti; Kennedy davanti al muro dichiarava “io sono berlinese”, i nostri leader anticipavano il futuro e le democrazie vincenti sostituivano progressivamente i regimi dittatoriali.

Gli stessi popoli, finora sempre attraverso libere elezioni, esprimono oggi la tendenza opposta: scelgono uomini incapaci, bugiardi che fanno riferimento alla parte peggiore di noi, mentre anche i (rari) politici capaci non riescono a incidere. Le democrazie sono perdenti, a rischio e in ritirata: tre piccoli dittatori decidono liberamente il genocidio dei Curdi perché l’America ha ritirato 1.000 uomini e l’Europa si volta dall’altra parte per non vedere. Inoltre uomini di sinistra teorizzano la superiorità della Cina sugli Usa grazie al suo sistema meritocratico e vincente.

Si dimenticano così gli insegnamenti della storia: anche il nazismo era più efficiente delle incerte democrazie europee ma ha ugualmente perso. Capire il perché, può aiutare a spiegare la realtà odierna che con le dovute variazioni ricorda quella seguita agli anni ’20: le società avanzate dell’Europa e Nord America avrebbero potuto allora aumentare significativamente benessere collettivo, libertà e diritti grazie al salto tecnologico conseguente all’introduzione del motore nel ciclo produttivo in sostituzione della fatica umana. Nel ’28 Keynes aveva previsto, cosa incredibile per quei tempi, un aumento del reddito (Pil) del 400% e invece la crisi del ’29 ha sconvolto la situazione riducendo redditi e libertà e facilitando l’evoluzione dittatoriale, che pur nasceva sull’onda di un successo elettorale.

La previsione di Keynes non era sbagliata ma da economista, come gli economisti di oggi, aveva dimenticato il primus politico, che imponeva di eliminare prima i privilegi borghesi, cioè trasformare la neonata democrazia da formale a reale; questo è avvenuto solo dopo la guerra, sulle macerie delle città europee, permettendo un miglioramento generale che ha anche superato le previsioni di Keynes. Nell’iniziale fase iniziale evolutiva le dittature, potendo ignorare i condizionamenti politico/sociali, erano vincenti ma pagavano un gap politico; così l’incompatibilità con il nuovo livello economico le ha spinte verso un’inaccettabile violenza, da cui è scaturita la sconfitta finale Nel dopo guerra la costruzione delle democrazie ha finalmente reso il sistema vincente, capace di raggiungere alti livelli di benessere e libertà.

Oggi la storia si ripete: in solo 50 anni la rivoluzione elettronica ha inserito nel ciclo produttivo il computer in appoggio al cervello umano; il possibile salto politico/economico dovrebbe essere superiore a quello prodotto dal motore nei secoli precedenti; per valutare l’ampiezza del fenomeno basta confrontare la situazione europea a fine ‘800 con quella di fine ‘900. Avviene però, come allora, il processo opposto con un progressivo peggioramento generale: oggi l’obbiettivo non è più abbattere i privilegi borghesi ma elaborare un meccanismo partecipativo che vada oltre l’attuale della tripartizione dei poteri, ideata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 proprio per dare legittimazione e potere alla rivoluzionaria classe borghese.

In mancanza di questo necessario passo avanti il sistema rimarrà perdente e rimarranno marginale i vari cambiamenti degli uomini politici perché l’inefficienza pubblica è prodotta dall’inadeguatezza strutturale, e l’incapacità degli uomini ne rappresenta solo la conseguenza e non la causa. I 5 Stelle avevano ragione fino a quando contestavano il sistema ma sono diventati peggio degli altri quando loro stessi hanno impersonato il potere. Perciò la crisi continua a mordere togliendo diritti, certezze e occupazione – legittima è la diffusa paura; l’uso che ne fanno i demagoghi è strumentale, ma è comprensibile che nell’incertezza vinca la pancia sulla ragione.

Vengono così oscurati i concetti di democrazia, libertà, Europa, ed altro, che di questi popoli sono i valori fondanti, origine dell’attuale livello di civiltà. Ogni tanto questi valori riesplodono travolgenti come il successo di Macron in Francia o le Sardine in Italia. I vincoli istituzionali esistenti li condannano però inevitabilmente alla marginalizzazione. Se le Sardine diventano movimento e poi partito non possono sfuggire al destino dei 5 Stelle.

Nessuna soluzione esiste con l’attuale sistema istituzionale; è necessario un salto di qualità difficile ma non impossibile. La borghesia non poteva arrivare al potere senza il capitalismo e la tripartizione dei poteri ma anche allora la nuova forma istituzionale era stravolgente rispetto alla situazione vigente.

Oggi il nuovo necessario equilibrio politico richiede un più elevato livello di partecipazione collettiva; non certo l’ipotizzata democrazia diretta ma un meccanismo organizzativo che renda l’obbiettivo reale e non solo formale. Certo il passaggio è impegnativo però forse possibile; il primo passo comunque consiste nello smettere di sperare in nuovi uomini, come salvatori mandati dalla Provvidenza.

Personalmente ho scritto vari libri cercando ipotesi di soluzioni; è probabile che siano sbagliate, nessuno ha il monopolio della verità, però ho la certezza che sia questa la direzione giusta, l’unica possibile. In calce ho comunque riportato una sintesi di 12 pagine dell’ultimo libro Cercando la Democrazia; credo che continuerà a suscitare scarsa attenzione perché come sempre chi ha il potere pensa di poterlo mantenere e non ama chi lo mette in discussione.

Non scoraggiamoci, le grandi evoluzioni maturano lentamente e richiedono tempi lunghi; sappiamo che bisognerà aspettare. Nell’attesa però non illudiamoci che le Sardine siano risolutive e all’opposto che le varie dittature, purtroppo oggi vincenti, rappresentino sistemi più avanzati.

 

RIFERIMENTO

CERCANDO LA DEMOCRAZIA –dalla dittatura diffusa alla gerarchia condivisa

Di Bruno Musso – Il Melangolo (Genova 2018)

Letture Scientifiche –        Presentazione del 22.10.19                   10.12.19

 

La crisi politico/economica. La crisi generale continua a crescere e coinvolge sia l’economia incapace di garantire maggiore benessere e occupazione, sia la politica in progressivo imbarbarimento che, tra Brexit, Trump, governo italiano, ed altro, non sembra idonea a fronteggiare i complessi problemi della realtà odierna. Non si può più parlare di crisi congiunturale o sognare salvifiche riforme pubbliche: siamo in presenza della più profonda crisi sistemica della storia e tale che, se non risolta, può compromettere il futuro stesso dell’umanità.

La soluzione viene però prevalentemente cercate nelle modifiche da apportare alle azioni del capitalismo a cui si attribuisce la mancata crescita e l’aumento inaccettabile delle diseguaglianze economiche; logica consolidata ma legata al passato e oggi non più attuale. Nel libro presentato Cercando la Democrazia si ipotizza la tesi opposta: il vero punto di rottura è politico e la crisi economica altro non è che un suo modo di manifestarsi.

Il primus politico sfugge però alle analisi degli economisti che, come nel ’29, sottovalutandolo non hanno previsto la crisi, né trovato soluzioni per superarla. Allora era necessario far cadere i privilegi borghesi, mentre oggi, raggiunti i precedenti obbiettivi, è necessario andare oltre l’attuale istituzione borghese e creare un più avanzato meccanismo di partecipazione collettiva. Un imprenditore come il sottoscritto, meno preparato in economia, ma con una consolidata esperienza di un punto di sintesi del processo produttivo, con più facilità può tenere conto di tutti gli elementi che lo compongono. Cinquant’anni passati a contatto con il ritardo evolutivo del porto di Genova hanno permesso di vedere con alcuni decenni di anticipo i drammi che oggi condizionano le economie dei vari Paesi.

Non considero oggi il capitalismo il punto di rottura: rimane anzi un efficiente sistema tecnico di ottimizzazione produttiva, che richiede l’esistenza del mercato e di uno Stato che ponga le regole e le faccia rispettare. Lo Stato è oggi latitante, legittimando abusi e sperequazioni economiche, mentre lo spazio del mercato, come vedremo, si è fortemente ridotto a causa del peso crescente della gestione del territorio.

È necessario superare i limiti dell’attuale meccanismo democratico, senza rinunciare alla democrazia, che ha 2.500 anni di storia, perché l’attuale forma istituzionale non è la Democrazia, ma solo il suo manifestarsi storico dell’ultimo secolo; si basa infatti sulla tripartizione dei poteri, teorizzata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 per legittimare il potere della nascente e rivoluzionaria società borghese. Oggi però non c’è più una classe maggioritaria priva di diritti, cioè il proletariato, dalle cui caratteristiche, come vedremo, si originava la funzionalità d’attuale forma istituzionale.

 

Evoluzione tecnologica e capacità produttiva Facile rilevare che il livello di democrazia è causa e conseguenza del potenziale livello di benessere collettivo e cresce quindi con l’evoluzione tecnologica; fino alla metà del ‘400, per più di due millenni, il livello tecnologico è restato praticamente invariato e i vari tentativi di gestione democratica sono rimasti embrionali.

La successiva evoluzione tecnologica ha permesso nell’arco di quasi 5 secoli di inserire nel ciclo produttivo la meccanizzazione e il motore in sostituzione della fatica umana, permettendo che i paesi avanzati a fine ‘900 raggiungessero risultati eccezionali che possono essere così sintetizzati: aumento del reddito medio di oltre 10 volte (1.000 %); riduzione delle sperequazione economica con il 50% della popolazione che fruiva del 50% delle risorse; il 10% più ricco con un reddito medio pari solo a 10 volte il 10% più povero.  Nella situazione precedente il reddito medio del borghese era 300 volte quello del proletario; mai nella storia si erano raggiunti questi livelli di reddito, libertà, diritti ed equità distributiva.

La crescita tecnologica e il conseguente aumento della capacità produttiva è però condizione necessaria ma non sufficiente. Il forte aumento di produttività dell’800 infatti non ha creato benessere ma disoccupazione e miseria, tanto da spingere alcuni movimenti quali i luddisti a propugnare la distruzione delle macchine per difendere l’occupazione; se cresce infatti la capacità produttiva (produttività) e non la produzione, cresce solo la disoccupazione. Basta considerare la condizione di vita delle classi povere dei paesi europei alla fine dell’800 per cogliere la drammaticità di una popolazione che moriva di fame e per sopravvivere doveva massicciamente emigrare in zone allora poco popolate come l’America e l’Australia.

Non era però possibile aumentare la produzione fino a quando tutto il potere e le risorse erano riservati alla borghesia che rappresentava solo un 3% della popolazione. Così alla prima guerra mondiale non è seguito il possibile benessere, perché la crisi del ’29 che ha bloccato la crescita economica. Solo l’anno prima Keynes (agli economisti sfugge sempre la componente politica) aveva previsto un possibile aumento di ben 4 volte (400%); i salari invece sono stati ridotti (in Italia del 10%) innestando repressioni e violenze che hanno portato fascismo, nazismo e seconda guerra mondiale. Solo dopo la seconda guerra mondiale, sulle macerie delle città europee, hanno potuto prevalere gli interessi della collettività che con il regime democratico hanno innestato la forte crescita economico/sociale.

 

Situazione attuale. Oggi drammaticamente la storia si ripete: verso la fine del secolo scorso, in meno di 50 anni la rivoluzione elettronica ha inserito nel ciclo produttivo il computer in sostituzione del cervello umano; il possibile salto politico/economico dovrebbe essere superiore a quello che il motore ha permesso nei 500 anni precedenti. È quindi possibile un analogo miglioramento di benessere, libertà e diritti, la cui ampiezza si può cogliere paragonando l’Europa di fine ‘800 con quella di fine ‘900. È la differenza potenziale fra la realtà odierna e quella possibile.

Come avvenne alla fine dell’800, però anche oggi cresce la povertà, si riducono diritti e libertà; all’inizio del ‘900 era necessario abbattere i privilegi borghesi, oggi elaborare un meccanismo più avanzato di partecipazione e conoscenza collettiva. Non facile ma possibile, rimane comunque la strada obbligata per salvare benessere, diritti e libertà; esaminiamo quindi come interagiscono democrazia, conoscenza e produzione.

 

Democrazia. Vorrei definirla, usando polemicamente un linguaggio marxista, come un sistema nel quale “i mezzi di produzione sono al servizio della collettività”. questo non si ottiene però dichiarando di essere l’avvocato del popolo o di difendere il suo interesse né, come ci insegna la storia, rendendo pubbliche le aziende proprietarie dei mezzi di produzione.

Il superamento di questa ideologia, residuo di una cultura marxista, non legittima il “liberi tutti”, fonte dei peggiori abusi: sono necessari nuovi strumenti democratici di gestione e controllo per evitare che si rimanga, come in tutte le rivoluzioni del ‘900, alle semplici dichiarazioni di principio.  Esaminiamo pertanto i meccanismi che condizionano l’uso dei mezzi di produzione e come interagiscono con le istanze democratiche; analizziamo quindi prima il capitalismo e poi la struttura pubblica.

 

Capitalismo- Per semplificare l’argomento partiamo da un elementare esempio di produzione capitalistica e chiediamoci quali sono le condizioni perché il panettiere possa soddisfare la nostra necessità di pane; discorso analogo vale per qualsiasi altra attività produttiva che vogliamo prendere in esame.

È necessario che il panettiere conosca in tempo reale le nostre necessità di pane perché i nostri gusti e bisogni sono volubili e in continuo cambiamento; in mancanza di questo il pane prodotto sarà per quantità e qualità non adeguato alle nostre necessità. Ma non basta: il panettiere ha infatti la convenienza a soddisfare le proprie necessità e non quelle della collettività utente (gli acquirenti del pane) per cui è necessario un meccanismo coercitivo idoneo a far prevalere le seconde sulle prime.

Entrambe queste funzioni vengono svolte (bene) dal mercato che mette in rete in tempo reale le necessità di tutti gli utilizzatori mondiali, permettendo al panettiere di conoscere non solo la necessità di pane ma anche la disponibilità delle materie prime e dei macchinari necessari alla sua attività. La collettività utente attraverso il mercato dispone anche del meccanismo di controllo e coercizione, potendo eliminare i produttori non idonei: tutte funzioni indispensabili. Nulla è perfetto, però il mercato, all’interno dei limiti che vedremo, è la soluzione migliore.

Lo scontro con la Compagnia Portuale del porto di Genova affrontato a partire dagli anni ’70, mi ha facilitato la comprensione del fenomeno. Si trattava infatti di una gestione operaia di 8.000 uomini, aristocrazia operaia, autogestiti senza “padrone”, forti di una lunga tradizione di autonomia e partecipazione democratica, che simboleggiava allora l’ipotesi più avanzata di una gestione di sinistra. Operava però in regime di quasi monopolio naturale e di conseguenza poteva privilegiare le proprie necessità a scapito di quelle prioritarie della collettività utente del Nord Italia. È stato necessario scavalcare la Compagnia Portuale con la legge di riforma 84/94, per ottenere il servizio necessario.

In aggiunta posso ricordare che all’inizio del ‘900 i rivoluzionari russi per portare il proletariato al potere hanno ipotizzato la gestione operaria, cioè i Soviet, che attraverso una catena gerarchica partente dalla base, creava il potere esecutivo. Nell’ideologia marxista la soluzione era perfetta: eliminava il plus valore del padrone, dava il potere alle masse. I nuclei di base erano però dei produttori privi del controllo dal mercato e quindi, come tante Compagnie Portuali, hanno soddisfatto le proprie necessità e non quelle della collettività utente. Per difendere la produzione e gli interessi della collettività si è dovuto passare alla “centralizzazione democratica”: una feroce dittatura che negava alla collettività qualsiasi difesa. Il mercato poteva essere una difesa più reale di quella formale della proprietà pubblica dei mezzi di produzione.

Ottimizzazione produttiva: L’interagire attraverso il mercato di possibilità e necessità porta all’ottimizzazione del ciclo produttivo, obbiettivo fondamentale anche se sottovalutato dal perdurare dell’ideologia marxista. Infatti Marx, o meglio le forze politiche legittimate dalla teoria del plus valore, ha focalizzato l’attenzione solo su metà del ciclo economico, cioè la produzione (fabbrica o azienda agricola), privilegiando il lavoro e lo scontro padrone-lavoratore. Il lavoro invece non è un obbiettivo ma solo una necessità, e compito dell’evoluzione produttiva è ottenere maggior benessere con minor lavoro. Il vero obbiettivo è il tenore di vita, l’altra metà del ciclo, cioè la disponibilità di beni e servizi di cui ciascuno può fruire.

Ampliando l’angolo visuale l’ottimizzazione produttiva non rappresenta più l’interesse del “padrone” ma uno dei due elementi strategici del benessere collettivo. Il tenore di vita viene infatti determinato da due fattori: la capacità produttiva del Sistema Paese (oggi misurata dal Pil), e i criteri con cui viene ripartito. Il primo è conseguenza dell’ottimizzazione produttiva, il secondo del livello democratico del Paese. Entrambi gli elementi non si determinano a livello aziendale ma politico: i salari possono salire solo se cresce almeno uno dei due, cioè livello democratico o Pil: la crisi di oggi ha portato alla riduzione di entrambi.  Ovviamente il “padrone” cerca di modificare le regole a proprio favore, e usa il proprio potere per farlo, ma un regime democratico gestito dalla maggioranza è tale solo se riesce a impedirlo.

Conseguenze economiche: Nel caso quindi che vi sia un buon livello democratico e l’imprenditore operi in regime di concorrenza il suo margine è intorno al 2%-3% del valore del prodotto; significa quindi che a fronte di solo un 2%, egli si dà carico di valutare le necessità della collettività, soddisfarle ottimizzando la produzione e pagare con il fallimento un possibile insuccesso. La struttura pubblica preleva più del 50% del Pil (cioè del prodotto), non produce quello che serve, non ottimizza ciò che fa e nessuno paga per gli errori commessi. Si tratta di un’affermazione polemica e non “politicamente corretta”, ma questo significa che il valore aggiunto dell’imprenditore è superiore al suo costo, cioè che il padrone regala un “plus valore” alla collettività. Questa lettura della realtà, rovesciata rispetto a quella dominante, rappresenta forse il principale punto di rottura del sistema attuale.

Come esperienza personale posso ricordare che negli anni ’80 ho costituito una comune agricola alla ricerca di forme organizzative alternative; pensavo che l’autoproduzione, bypassando l’intermediazione capitalistica, permettesse dei risparmi di costi; ho dovuto invece rilevare la situazione opposta perché l’organizzazione capitalista rappresenta un valore aggiunto e non un costo, ed è un elemento determinante del benessere di fine ‘900 dei paesi avanzati.

Non è corretto però dedurre che si debbano cancellare le teorie marxiste sullo sfruttamento e sulla lotta di classe, ma solo che il capitalismo non è altro che un efficiente sistema tecnico di ottimizzazione produttiva. Lo sfruttamento infatti anche se si manifesta all’interno dell’azienda, è generato nella struttura pubblica che deve stabilire le regole del capitalismo e farle rispettare, garantire la parità di diritti, effettuare le opere strategiche di sua competenza, fornire efficienti e parzialmente gratuiti servizi pubblici.

I servizi pubblici quali istruzione, sanità, trasporti urbani, città vivibili, sicurezza, garanzie sociali ecc., rappresentano infatti il nucleo dell’equità sociale e qualità della vita.  Purtroppo la sinistra, subendo i condizionamenti della teoria marxista del plus valore, ha difeso gli interessi (privilegi) dei dipendenti pubblici contro quelli prioritari della collettività utente. Questo ha compromesso l’efficienza della macchina pubblica arrecando alla collettività, specie nella sua parte debole, un danno sociale incalcolabile; se la sinistra non ha la forza di invertire la rotta la sua politica nell’attuale situazione rimarrà, come è, di destra.

Destra e sinistra non sono infatti la stessa cosa: dovrebbe difendere gli interessi dei pochi la prima e della collettività la seconda. Purtroppo nell’attuale cultura prevalente destra e sinistra si differenziano per le dichiarazioni di principio: “politicamente corrette” quelle di sinistra, mentre le prassi di entrambe sono oggettivamente di destra, difendendo chi detiene il potere. Si legittima così il rifiuto populista e per ritornare a dire “qualcosa di sinistra” si impone il miglioramento della macchina pubblica, ottenibile solo con un maggiore livello democratico: questo è il nucleo del cambiamento.

Conseguenze conoscitive: il valore strategico dell’ottimizzazione capitalistica è la capacità di sviluppare la conoscenza del “fare”, principale meccanismo conoscitivo della collettività; l’uomo medio infatti conosce quello che fa e dal fare attinge la sua conoscenza. Il discorso vale per qualsiasi attività umana: fare il pane come sciare; per essere un panettiere bisogna fare il pane, come per essere sciatore sciare. Non si riesce a conoscere la logica del “fare” senza effettuare la specifica attività. Però non è sufficiente “fare” perché la conoscenza nasce dal suo meccanismo di ottimizzazione.

Per riuscire ad ottimizzare è necessario che chi opera veda il risultato della sua azione per poterla migliorare, sviluppando così la sua conoscenza: lo sciatore deve capire se e quando cade e il panettiere controllare la qualità del pane. Deve quindi esserci un’unità conoscitiva fra il fare e i suoi risultati: il meccanismo capitalistico di ottimizzazione ottiene questo risultato. Ovviamente il singolo processo produttivo può coinvolgere più uomini ciascuno dei quali non coglie l’intero processo, è però necessario e sufficiente un punto centrale di responsabilità che colga il risultato globale e distribuisca compiti e responsabilità ai vari centri di ottimizzazione: ognuno di loro parteciperà al processo conoscitivo.

La conoscenza è poi un fatto collettivo e non individuale per cui se esistono molti centri di ottimizzazione in essi si sviluppa la conoscenza che diventa collettiva e facilita partecipazione e scelte dell’intero gruppo. Se spacchiamo invece l’unità del ciclo, rompiamo il meccanismo di conoscenza; tornando all’esempio del panettiere, se uno impasta, uno panifica e uno vende il pane, ma senza unità conoscitiva e tutti ignorano l’interdipendenza fra i diversi lavori nonché il risultato finale, la produzione sarà inadeguata e nessuno dei tre diventerà un panettiere: rimarranno solo uomini che fanno gesti ripetitivi.

 

La struttura pubblica.  Il nostro meccanismo istituzionale si è dimostrato altamente efficiente fino alla fine del secolo scorso ed ha contribuito a determinare i magnifici risultati raggiunti; risultati però progressivamente compromessi con la crisi degli ultimi 30 anni. Capire la causa di questa inversione di tendenza è propedeutico per cercare una soluzione.

Intendiamo per struttura pubblica tutta l’articolata organizzazione dei tre poteri, cioè magistratura, parlamento e governo nonché tutte le organizzazioni e burocrazie che da essi derivano. Anche queste sono organizzazioni produttive e come tali hanno gli stessi condizionamenti, più o meno accentuati, evidenziati per il capitalismo: devono cioè sapere cosa fare per soddisfare le necessità della collettività ed essere costrette a farlo senza privilegiare i propri interessi.

È idea comune che in questi settori i soggetti coinvolti assolvono al proprio dovere per il bene comune; sono affermazioni legittime ma ricordano quelle degli imprenditori che lavorano solo per i propri operai. Certamente esistono differenze, ma la storia ci ha insegnato che i comportamenti sono analoghi: l’eccezione di san Francesco non modifica la statistica.

Le elezioni hanno permesso di costruire l’avanzato livello della nostra struttura democratica perché, come il mercato nel capitalismo, hanno svolto la duplice funzione di far conoscere ai governanti le necessità della collettività e dare agli elettori il potere di controllare l’operato degli eletti. Il sistema ha brillantemente funzionato nel secolo scorso perché la stragrande maggioranza degli elettori era costituita dal proletariato che rivendicava i propri diritti negati. Obbiettivo facile da raggiungere: la mano pubblica rappresentava poco più del 10% della struttura produttiva e i proletari che rappresentavano la maggioranza, sapevano cosa volevano e potevano controllare l’eletto, cambiandolo se non assolveva al suo compito.

Abbiamo avuto così quasi mezzo secolo in cui pubblico e privato si sono integrati: il pubblico allargava le fasce degli aventi diritto, riducendo le sperequazioni; il capitalismo, gestito dal mercato, ottimizzava la produzione. Il meccanismo virtuoso alimentava anche lo sviluppo capitalistico; l’aumento del costo della mano d’opera, spingeva la domanda globale, stimolando la crescita economica e selezionando i produttori più efficienti. Situazione ovviamente non solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali; è stato il momento della loro costruzione, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi democrazia – capitalismo. Nel secolo scorso i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato prosperava solo nei paesi democratici. Era il sistema vincente, mentre tutte le soluzioni alternative fallivano; oggi il quadro si sta rovesciando, con le soluzioni autoritarie che tendono a prevalere.

Cambiamenti Cosa è cambiato alla fine del secolo e perché si è rotto il meccanismo virtuoso? È cambiato tutto, complicando una possibile analisi a causa dei tanti, troppi, fattori che hanno contribuito a far degenerale il sistema; mi limiterò a esaminare i più condizionanti. Innanzi tutto il fatto che la mano pubblica non deve più, come nel secolo scorso, riconoscere i diritti negati del proletariato, oggi spesso eccessivi, bensì trasformarli da formali a reali: i diritti del lavoro cadono se non c’è lavoro, si vanifica la sanità, l’istruzione, la mobilità, ecc. se prevale il caos.

Inoltre il meccanismo della democrazia delegata, pensato dall’Illuminismo francese, aveva la funzione di mantenere in una società formalmente ugualitaria il potere alla minoranza borghese, l’unica culturalmente adeguata; lo stesso meccanismo non può soddisfare l’attuale richiesta legittima di una più avanzata partecipazione collettiva. La nuova società indistinta non è disponibile a delegare a terzi le scelte che ne determinano il reddito e la qualità della vita.

Il vero punto di rottura comunque è determinato dal cambiamento produttivo che ha reso la gestione del territorio la parte portante dell’intero sistema, di cui rappresenta la parte strategica, e ne assorbe quasi il 70% delle risorse. Per ottimizzare le sue scelte questa attività solo in minima parte può utilizzare il mercato del capitalismo privato: infatti si tratta sia di struttura istituzionale di programmazione e governo, sia di infrastrutture e servizi al territorio, caratterizzati dal monopolio naturale. Nel caso di monopolio infatti cadono il controllo del mercato e il conseguente stimolo all’efficienza, rendendo il gestore privato l’esattore di un arbitrario pedaggio che costituisce una vera e propria tassa.

 

Nuova necessità di ottimizzazione produttiva – La principale forza del capitalismo, come abbiamo visto, consiste nella sua capacità di ottimizzazione produttiva capillare e autonoma; infatti qualsiasi operatore, come il panettiere ipotizzato, è un punto di ottimizzazione e può effettuare le scelte con riferimento solo agli elementi interni al proprio ciclo produttivo. Anche l’utente effettua le scelte autonomamente e sempre con riferimento solo al bene richiesto, il cui desiderio è misurato dal prezzo. Esistono per entrambi, produttore e consumatore, effetti esterni collaterali, ma la mano pubblica, pur con crescente difficoltà, può limitarli per garantire l’equilibrio generale. Sistema non perfetto, ma accettabile se la struttura pubblica è efficiente.

Totalmente diversa è la situazione relativa alla gestione del territorio perché, sia per il produttore che per il consumatore, l’ottimizzazione produttiva è finalizzata a obbiettivi che sono esterni al punto che si vuole ottimizzare: son infatti prevalenti i fenomeni di interdipendenza e compatibilità.

Interdipendenza – basta un esempio: ha poco senso ottimizzare un servizio di trasporto metropolitano sulla base dei risultati di bilancio aziendale; sia perché, dato il monopolio, essi risentono più della crescita delle tariffe che dell’efficienza, sia perché il livello del servizio reso determina le principali caratteristiche della città, quali la conformazione urbanistica, i tempi persi della popolazione, la qualità della vita, i valori immobiliari e molti altri elementi caratterizzanti. Si tratta inoltre di condizionamenti irreversibili e poco modificabili: Londra non sarà mai idonea alle automobili così come Los Angeles al servizio pubblico. Il discorso vale per quasi tutte le scelte relative al territorio.

Compatibilità – altro esempio: tutti vogliono la zona pedonale ma anche arrivare a casa con l’automobile, la corrente elettrica ma non l’impatto delle centrali, il lavoro ma non la fabbrica. La maggioranza delle scelte relative al territorio sono utili per qualcuno ma penalizzanti per altri: scelte oggettivamente complicate la cui ottimizzazione non è all’interno del punto di scelta ma dell’intero territorio.

Anche sul lato della collettività utente o consumatore, la scelta non è più individuale; mentre è facili decidere se comprare un frigorifero o un televisore, valutare la priorità fra metropolitana, verde pubblico, aria pulita diventa una complessa scelta collettiva: questa complessità valutativa caratterizza quasi sempre l’uso del territorio. Per le scelte individuali è sufficiente la conoscenza del singolo, per quelle collettive è necessaria una conoscenza allargata all’intera comunità utente, impossibile senza un diverso inserimento di ognuno nell’organizzazione produttiva.

Conseguenze per la democrazia: Riassumendo la situazione non potrebbe essere più complicata: l’evoluzione economico/sociale ha reso predominante l’attività di gestione del territorio, attività prevalentemente pubblica, gestita in regime di monopolio e quindi priva del mercato che attualmente è l’unico meccanismo di ottimizzazione produttivo conosciuto. Inoltre nelle scelte del territorio prevale l’interdipendenza e la compatibilità per cui la singola attività non può essere ottimizzata al proprio interno ma deve traguardare l’intero territorio di riferimento, che esula dalla specifica struttura produttiva in cui si opera. Parallelamente anche il consumatore o utente deve effettuare scelte che non sono individuali ma collettive e per le quali non ha i necessari strumenti conoscitivi.

È la tempesta perfetta: una collettività che non sa cosa vuole, deve delegare il soddisfacimento delle proprie necessità alla struttura pubblica senza poter controllare quello che essa fa; una struttura pubblica, a cui non dicono cosa deve fare e che comunque non ha gli strumenti per farlo, deve però effettuare le scelte strategiche, ulteriormente complicate perché la singola scelta non riguarda il caso specifico ma l’intero sistema. In questa nuova realtà il nostro sistema istituzionale è un meccanismo perfetto di non funzionamento, eppure continuiamo a lamentarci perché funziona malamente.

La disfunzione iniziale, come sempre capita in economia, fa scattare tutti i moltiplicatori perversi che la caratterizzano. L’inefficienza pubblica ha originato la crisi economica riducendo reddito, libertà e diritti; la collettività, cioè gli elettori privi degli strumenti necessari per capire priorità, interdipendenze e compatibilità delle proprie necessità, da una parte chiede tutto e il suo contrario, dall’altra non è in grado di valutare l’operato dei governanti. Capisce però che la crisi cresce mentre i governanti tutelano solo i propri interessi: la richiesta principale diventa quindi il cambiamento, rendendo vincenti coloro, come i populisti, che lo promettono. Si prediligono i programmi irresponsabili, ma ricchi di promesse senza valutare la loro irrealizzabilità. Le promesse sono sempre prive di contenuto perché a causa dei vincoli di cui si è detto il cambiamento è impossibile; quindi l’opposizione se passa al potere, seguirà la stessa logica dei suoi predecessori.

Inoltre a livello di conoscenza continua a crescere la parcellizzazione dell’organizzazione pubblica che limita ulteriormente la conoscenza del “fare”; i programmi pubblici infrastrutturali e organizzativi sono di lungo periodo e quindi incompatibili con l’orizzonte temporale dei politici; l’elettorato non rappresenta un punto di riferimento perché non sa cosa vuole né può controllare le azioni dei politici e valutarne i risultati; vengono selezionati gli uomini peggiori perché falsificare la realtà e offrire la luna fa aggio su un lavoro serio di fatto impossibile. In questa situazione le elezioni non alimentano più la democrazia ma solo la demagogia.

Il risultato è una struttura pubblica totalmente fuori controllo che genera corruzione, sottogoverno e inadempienza verso la collettività. L’obbiettivo di contrastare il fenomeno spinge a limitare la discrezionalità di chi opera con un’ulteriormente parcellizzazione: si aumentano i controlli e le conseguenze penali per gli illeciti. Si ottiene però il risultato opposto: la mancanza di discrezionalità blocca l’operatività, ma nessuno è più responsabile dei risultati perché si limita a seguire comportamenti obbligati, mentre cresce la parcellizzazione e si riduce la conoscenza. Tutto diventa proibito e delegato alla magistratura che viene paralizzata da un compito troppo difficile; così tutto è permesso e crescono gli illeciti. Per realizzare qualsiasi opera pubblica in tempi ragionevoli si deve ricorrere a un commissario legibus solutis perché all’interno della legge nulla è possibile.

L’inarrestabile evoluzione tecnologica potrebbe permettere a occupazione costante come nella seconda metà del ‘900, di ridurre l’impegno lavorativo e aumentare il benessere collettivo (Pil), ma l’incapacità della mano pubblica di assolvere al proprio ruolo impedisce di raggiungere entrambi gli obbiettivi e fa crescere, come nell’800, solo la disoccupazione. Per contrastarla nella struttura pubblica e nelle aziende operanti in monopolio si effettuano assunzioni che vengono legittimate dalla necessità di fronteggiare i mille obblighi non assolti.

Questa mano d’opera sparsa in tutti gli uffici pubblici e nei servizi in monopolio non ha né reali compiti identificati, né la conoscenza e gli strumenti necessari al proprio compito; dispone però di un potere molto parcellizzato, difficilmente controllabile, che può essere utilizzato con una forte discrezionalità per bloccare e sanzionare. Assistiamo a un ulteriore perdita di conoscenza mentre crescono i vincoli operativi e l’inevitabile corruzione. Gli esecrati “burocrati”, integrati dai politici, costituiscono ormai quella che può essere definita la “dittatura diffusa”. Utopistico è pensare di poter semplificare gli adempimenti burocratici perché il compito viene delegato proprio a coloro che creandoli garantiscono il proprio potere.

 

Meccanismo di conoscenza – La principale contraddizione dell’attuale struttura organizzativa consiste nell’aver rotto il meccanismo della conoscenza del “fare”; la maggioranza della popolazione svolge un lavoro parcellizzato di cui non controlla logiche, obbiettivi e risultati. La mancanza dei meccanismi di ottimizzazione, da cui nasce la conoscenza, produce l’attuale stupidità collettiva, che con troppa superficialità viene attribuita alle nuove tecnologie come la televisione e i telefonini. Nasce così il paradosso per cui l’attuale società della conoscenza ha distrutto uno dei principali meccanismi conoscitivi; il contadino medievale aveva un centesimo delle nozioni dell’uomo moderno ma aveva una capacità di capire e ottimizzare la produzione cento volte superiore.

Il nucleo portante della crisi odierna è questa generale perdita di conoscenza che blocca i processi evolutivi e tende a diventare irreversibile, poiché il vincolo conoscitivo è determinante a causa dell’interdipendenza conoscenza-produzione, dove la conoscenza deriva dalla produzione che a sua volta è figlia della conoscenza. Non sarà facile passare dal livello attuale a quello necessario: un prezzo da pagare è inevitabile. Anche l’introduzione del suffragio universale è costata lacrime e sangue ma era necessaria per la nascita della società moderna.

Nel libro presentato sono state illustrate ipotesi e possibili soluzioni, però a tavolino è possibile solo tracciare dei principi generali mentre le soluzioni concrete le scriveranno i popoli adeguandole alla propria storia. Così l’Illuminismo francese a metà del ‘700 ha stabilito il principio della tripartizione dei poteri, però le Costituzioni democratiche, che rispecchiavano tali principi, sono state scritte solo molto dopo (la prima quella americana di fine ‘700) dai vari popoli secondo le loro specifiche necessità.

Certamente il salto necessario è difficile da immaginare, ma tale era anche la tripartizione dei poteri nel momento in cui è stata pensata. Vediamo i punti fermi: ruolo determinante della struttura pubblica che richiede una conoscenza collettiva capace di valutare priorità e compatibilità delle nostre necessità. Tale conoscenza è propedeutica a una partecipazione più avanzata non più basata sulla delega che realizzi un’intelligente gestione pubblica capace di fissare obbiettivi e raggiungerli, selezionare gli uomini e ripartire i compiti. È quindi necessario partire da un capillare organizzazione sul territorio finalizzata ad agglomerare le sue specifiche necessità. Possiamo immaginare qualcosa come un club sportivi o una cooperativa dove i soci forniscono lavoro (part time) a fronte di beni e servizi.

Questa unità di base dovrà agglomerarsi con le unità limitrofe per gestire i problemi che coinvolgono la maggiore dimensione territoriale. Si costruirà così una piramide gerarchico/conoscitiva che formando un’unica unità organizzativa, collegherà la base al vertice. Dovrebbe corrispondere geograficamente all’attuale organizzazione di quartiere, comune, regione, nazione, U.E. Oggi però ogni livello di potere si legittima con una delega della base, meccanismo fuorviante perché il rapporto base-vertice non è reale ma solo formale, in quanto incapace di trasmettere conoscenza e potere.

L’esperienza aziendale ci insegna che il meccanismo diventa reale solo se ad ogni livello si fermano la conoscenza e il potere di competenza di quello specifico livello; questo interagire necessità/possibilità, crea la conoscenza necessaria e permette di “promuovere sul campo” gli uomini che riscuotono la fiducia e hanno la capacità necessaria per svolgere l’attività richiesta. Possiamo chiamare “gerarchia condivisa” questa catena gerarchico/conoscitiva in cui conoscenza e potere partono dalla base, risalgono al vertice e ritornano alla base, diventando il nucleo del potere esecutivo.

Come abbiamo detto queste sono semplici ipotesi perché le realizzazioni effettive possono nascere solo dalla sperimentazione e dagli errori iniziali; la strada è però obbligata perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve sarà in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà.

È necessaria quindi una “discontinuità radicale”, che non chiamerei rivoluzione perché non siamo in presenza di una maggioranza che abbatte una minoranza privilegiata, ma di un’ampia maggioranza che fruisce di privilegi lavorativi, piccoli ma sufficienti ad impedire l’ottimizzazione produttiva; di conseguenza si riduce il tenore di vita non solo dell’intera collettività, ma anche degli stessi privilegiati, per cui i danni subiti come utenti superano ai vantaggi lavorativi. Il passaggio potrebbe quindi essere indolore e avvenire nel punto in cui la crisi è più penalizzante; potrebbe quindi essere in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica. Valuto che In questo momento potrebbe esserci una finestra temporale capace di far partire la valanga; la coscienza collettiva non sembra però ancora matura.

7 pensieri riguardo “LE SARDINE E ALTRE INCERTEZZE POLITICHE

  1. Ciao Bruno,
    ho apprezzato ancora una volta la tua diagnosi che mi trova molto in sintonia,
    Ho letto un interessante libro, “Perchè le nazioni falliscono” di Acetoglu e Robinson, che potrebbe integrare le tua teoria in una visione storica relativa alle evoluzioni positive e negative delle comunità umane : se non lo hai ancora letto te lo consiglio!

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  2. Le sardine vorrebbero dare un immagine poetica di se stessi. Un branco unito di sardine contro il grande squalo. Ahimè la fiducia per questo gruppo di giovani è pochissima, sopratutto dopo aver appreso che Romani Prodi è uno degli “endorses” più affezionati di questo gruppo emergente. Qui non c’è ne poesia ne una reale battaglia. E’ tutto un marketing politico. Tra poco il PD/la sinistra Italiana ne uscirà gloriosa perché (come d’accordi) cavalcheranno la lunga vigorosa onda del momento: quella piena di sardine. Tutto calcolato. Però (storia a parte) oggigiorno ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo a problemi nuovi, tanto che il concetto di “de-growth” sembrerebbe essere l’unica soluzione e allora forse Marx non aveva tutti torti.

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    1. Cara Vittoria ciò che dici è corretto ma si ferma, come fanno tutti, a livello esistenziale di valutazione di uomini e comportamenti: sono bravi,nascondo altro ecc. Quello che determina la storia e le sue evoluzioni sono invece i cambiamenti nel meccanismo produttivo. E’ stato il capitalismo e la democrazia borghese che ha cancellato la società feudale. Oggi dobbiamo costruire un meccanismo economico/istituzionale consono alla nuova realtà. Tutto il resto è effimero e destinato a non durare, semplici balletti di personaggi in cerca di un ruolo; balletti però pericolosi perché effettuati sull’orlo dell’abisso. La decrescita felice non esiste perché non è felice ed è comunque tecnicamente incompatibile col garantire l’occupazione perdurando l’evoluzione tecnologica; inoltre sul pianeta i benestanti sono solo 1 miliardo e invece anche gli altri 6 miliardi hanno diritto di vivere.

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      1. Bruno parli tanto di produttività e probabilmente ai ragione. Io me ne intendo troppo poco di economia per poter dare soluzioni utili ai 6 miliardi della popolazione mondiale. Certo per ora le uniche nazioni che hanno un GDP per capita superiore ai $70,000 dollari americani sono Svizzera, Norvegia, e Lussemburgo. Credo che paghino più della metà dei loro guadagni in tasse, ma hanno probabilmente il migliore welfare state del mondo. Altrimenti che fare? Purtroppo In Italia gli utili delle tasse non sono stati usati in maniera produttiva per decenni. Sull’Italia ho poche speranze. Un paese troppo corrotto con leggi burocratiche non a favore dei cittadini. L’Italia è un paese a parte purtroppo. Ma altre nazioni sono state in grado di creare un sistema più efficiente quindi si sà è Possibile. Il movimento 5 stelle ha sottolineato tutti i difetti della nostra Italia. Ne sono usciti con tante soluzioni intelligenti. Ma gli affezionati di politiche di élite li hanno odiati fino dall’inizio. D’altronde perché pagare le tasse quando ancora vi crollano strade, ponti, scuole? Qualcuno in Italia ha giovato e si è arricchito con i vostri guadagni e visto che la sinistra vi ha governato per decenni ora sappiamo con certezza chi è Stato. Primo passo in Italia sarebbe proprio quello di cambiare la mentalità di 60 milioni di persone. Ma anche da sola mi rendo conto quanto suona assurdamente esistenzialista questa frase.

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      2. Cara Vittoria, le tue osservazioni esistenziali sono certamente legittime ma non determinanti perché i comportamenti dei singoli uomini non possono modificare più di tanto e inoltre sono quasi sempre conseguenza e non causa delle disfunzioni. Se un singolo ruba è ovviamente colpa sua, ma se tutti rubano vuol dire che è insito nel meccanismo e salvo rarissime eccezioni tutti si comporteranno nella stessa maniera. Non serve quindi sostituirli o incolparli, bisogna rompere il meccanismo perverso.; così inutile colpevolizzare chi era al potere i nuovi si comporteranno in maniera analoga. Non è necessario scomodare le leggi dell’economia perché il fenomeno è generalizzato e vale in molti casi. Ad esempio se uno studente non impara è un problema suo ma se nessun studente impara allora il problema è della scuola che non funziona e deve essere modificata.
        In aggiunta dobbiamo ricordare che le differenze legate a fattori esistenziali sono marginali e giocano all’interno di limiti precisi. Un esempio può chiarire il concetto: se corro a piedi posso fare 20 km./ora, se in bicicletta 40 km./ora, se in macchina oltre ai 100 km./ora. All’interno di ogni modalità (piedi, bicicletta, macchina) la maggiore o minore velocità è determinata da fatti esistenziali del singolo; la grossa differenza deriva però dal passare da un gruppo al successivo, ma questo richiede di poter disporre del mezzo idoneo. Inutile accusare un poddista di non andare a 40 km./ora o un ciclista di non raggiungere i 100 km./ora.
        In economia il passaggio da un gruppo al successivo e la conseguenza di un salto tecnologico/organizzativo e oggi tale salto è di una tale dimensione che viene scarsamente capito. Parallelamente è necessario e possibile un analogo avanzamento economico/sociale, che è però possibile solo mettendo a punto uno strumento idoneo alla nuova realtà: cioè un meccanismo istituzionale che sia in grado di adempiere ai nuovi compiti; l’attuale infatti, come dimostra la storia, non solo non ha queste caratteristiche ma sta anche compromettendo i positivi risultati già raggiunti. Sperare di ottenere più elevati obbiettivi sociali all’interno della struttura attuale è come voler andare a 100 km./ora in bicicletta.
        Tale obbiettivo sociale diventa quindi utopistico e quindi degenera nella demagogia. È questo il dramma dei 5 Stelle i cui obbiettivi anche se corretti sono incompatibili con l’attuale meccanismo istituzionale; di conseguenza l’azione diventa demagogica con prassi negativa spesso peggiore di quella tanto criticata dei precedenti politici. Questa è la fredda realtà, sperare in una logica diversa può consolarci ma non aiuta a capire la complessità del presente, né evitare il baratro che abbiamo davanti.

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  3. Bruno, non sono d’accordo. Oggi, più che mai il progresso sociale ha un grosso peso vedi: il social progress index (index oramai largamente usato). Per esempio il GDP spesso non riesce a dare un’accurata valutazione sul benessere di nazioni con un grande indice di povertà ed ineguaglianza, in quanto il reddito medio può rimanere alto nonostante la povertà sia in ascesa, per via di un ineguale distribuzione.
    Il social progress index raccoglie dati su bisogni umani di base, fondamenti del benessere e opportunità. Concetti esistenziali, ma attenzione, hanno anche valori numerici ben studiati che vengono usati in varie statistiche per determinare il benessere di una nazione. Rimango quindi convinta che la performance economica di una paese sia strettamente legata al progresso sociale e viceversa.

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  4. Cara Vittoria hai certamente ragione ma purtroppo seguendo un’abitudine generale, se io parlo di aumentare la produzione, tu pensi a costruire più telefonini e televisori, cioè gli oggetti costruiti dal maccanismo capitalistico. Fortunatamente non è così perché produzione è tutto anche la libertà, la giustizia, la tolleranza, la cultura, la libertà di muoversi, il verde pubblico, la sicurezza sociale, ecc. tutta produzione che male si adatta al meccanismo capitalistico mentre deve fare capo alla struttura pubblica; questa però oggi non ha gli strumenti per assolvere al suo compito (il tuo Canada è un eccezione e anche parziale). Tutto il mio discorso è finalizzato a costruire un meccanismo pubblico in grado di assolvere al proprio compito proprio perché ciò che è prodotto dal capitalismo è eccessivo, mentre è insufficiente tutta la parte pubblica. E’ giusto il benessere non si misura dal Pil , proprio perché recepisce solo il beni del primo gruppo e non quelli del secondo. Un caro saluto

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