Bruno Musso – Genova 24.2.26
La generale soddisfazione per la decisione sui dazi della Corte Suprema nasce dalla speranza che esistano ancora dei contro poteri democratici. Corretto rallegrarsi ma bisogna ricordare che è un piccolo episodio in contrasto alla tendenza generale. Errata è infatti l’interpretazione dominante che vede la democrazia bella, possibile e necessaria con alcuni ”cattivi” che cercano di insidiare i suoi indiscussi valori.
Questo angolo visuale non aiuta a capire; era infatti valido nella seconda metà del Novecento quando la democrazia era vincente e garantiva libertà, diritti e benessere diffuso. Il meccanismo virtuoso a fine secolo si è rotto, invertendo l’evoluzione: i vari Trump e Putin non sono la causa delle disfunzioni ma la loro conseguenza e saranno vincenti fino a quando non rimuoveremo gli elementi che li generano.
La logica democratica che nella seconda metà del ‘900 ha prodotto l’incredibile sviluppo economico/sociale, è diventata oggi la causa di irresponsabilità e parassitismo generalizzato. Oggi i paesi democratici sprecano più del 70% delle risorse e privi di testa sono incapaci di scelte strategiche e decisioni significative. Fino a quando le democrazie non riusciranno a ricreare un equilibrio produttivo vinceranno i governanti con le attuali caratteristiche.
Nessuno però vuole affrontare il problema e il nostro impianto istituzionale viene considerato un Vangelo immodificabile; è stato invece pensato 3 secoli fa con l’obbiettivo, non più attuale, di difendere gli interessi della borghesia. Per valutarne limiti e attualità, devo ripetere purtroppo molte cose già dette.
Democrazia significa massimizzare le risorse disponibili e metterle equamente a disposizione della collettività. L’equità nasce dall’uguaglianza dei diritti e le libere elezioni del nostro impianto istituzionale assolvono questo compito; i diritti però rimangono un sogno utopico senza una struttura produttiva che li renda reali.
Questa seconda funzione democratica l’ha assolta il capitalismo che, attraverso il mercato, ha permesso a ciascun membro della collettività di esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che venissero soddisfatte al meglio, imponendo così l’ottimizzazione produttiva che ha fatto crescere conoscenza e risorse.
A fine secolo il meccanismo si è rotto perché, soddisfatte le necessità elementari (frigorifero, auto, ecc.) l’ottimizzazione puntiforme delle singole aziende effettuata dal mercato non è più sufficiente, e diventa necessario ottimizzare il sistema Paese. Inoltre molti settori non sono gestibile dal mercato per vincoli sociali (sanità, scuola ed altro), di monopolio (gestione del territorio), dimensionali e temporali.
La mano pubblica è stata delegata a gestire questa parte di produzione, diventata strategica e maggioritaria (70% del totale) senza accorgerci che non disponeva degli strumenti necessari per tale ruolo né di collegamenti funzionali con i singoli membri della collettività.
Le elezioni servono infatti per garantire i diritti (rapporto base/vertice, stabile, uguale per tutti, in lenta evoluzione) e non per soddisfare le necessità economiche dei singoli (rapporto base/base, che si deve collegare al vertice attraverso l’azienda, una struttura gerarchica/conoscitiva, perché sono sbriciolate sul territorio, tutte diverse e in continua evoluzione). La produzione affidata alla mano pubblica contraddice così a tutti i principi democratici ed economici.
Lo stesso soggetto pubblico infatti, secondo una logica dittatoriale, stabilisce le necessità della collettività, le soddisfa e valuta i risultati; svolge il doppio ruolo di produttore e controllore, vanificando qualsiasi controllo. Il meccanismo economico richiede inoltre la conoscenza del “fare”, ottenibile solo facendo, cioè con l’inserimento nella struttura gerarchica/conoscitiva, l’azienda, finalizzata alla specifica produzione; meccanismo che manca al pubblico.
Svolge comunque l’attività economica e gestisce più del 50% del Pil; non sa cosa deve fare, né disporre degli strumenti e della convenienza per farlo. È inoltre eletta dalla collettività che ugualmente, priva qualsiasi inserimento operativo, non dispone degli strumenti per controllarne l’operato. Irresponsabilità e arbitrio diventano determinanti: impediscono la crescita di risorse, conoscenza e crescono nel tempo per l’accumularsi di problemi non risolti.
Le scarse risorse e la riduzione del benessere minano l’equilibrio del sistema produttivo che per sopravvivere deve utilizzare le risorse dei più deboli; la forza e la dittatura ritornano dominante sia all’interno che in campo internazionale. Le nostre “democrazie” possono continuare ad esistere solo grazie alle risorse accumulate in passato ma diventano insignificanti per l’incapacità di fare scelte e decidere; ricordano i versi dell’Ariosto: “poiché non si era il cavaliere accorto / che ancora combatteva ed era morto”.
Non propongo l’alternativa dell’uomo forte o delle dittature che pur disponendo di maggiore volontà e capacità strategica, scontano maggiori incompatibilità con la realtà odierna, bensì la disponibilità a voler vedere senza cullarsi nell’illusione che la vittoria dei “buoni” può tutto risolvere. Farlo è oggi ancora più importante perché per la prima volta la democrazia è diventata possibile e necessaria, ma impone di eliminare le vere ragioni che la rendono impossibile.