I CAMBIAMENTI CHE CONDIZIONANO LA GEOPOLITICA

Bruno Musso – Genova 15.2.26

Opinione pubblica e politici considerano che oramai sono cambiati i rapporti internazionali e un nuovo ordine sta formandosi, con un incerto punto d’equilibrio, a cui dobbiamo adeguarci. Penso purtroppo che l’evoluzione attuale porta inevitabilmente al crollo della società e quindi diventa necessario non limitarci, come facciamo, a vedere come le regole cambiano per capire perché ciò avviene.

Più complesso e incerto ma necessario perché l’attuale crisi non è una maledizione divina ma deriva dalla mancanza nel nostro impianto istituzionale, di un meccanismo idoneo a gestire il sistema economico. Ripeterò purtroppo cose già dette ma tutti i problemi nascono dalla crisi della democrazia che impone sempre di ritornare al punto di partenza.

La democrazia, nata in Grecia più di 2.000 anni fa, è rimasta un sogno utopico perché in maniera più o meno accentuata la dittatura ha predominato e l’uso della forza ha determinato i rapporti fra gli uomini e i popoli; sistema più semplice e forse un tempo anche consono alla crescita della civiltà.

Il primo esempio di democrazia nasce solo dopo la seconda guerra mondiale in una piccola parte dell’Occidente. Molte ne sono le ragioni, ma ci limitiamo ad esaminare quella principale e determinante, perché conseguenza delle ferree necessità del meccanismo produttivo.

L’evoluzione tecnologica dell’Ottocento richiedeva una maggiore intelligenza diffusa, che aveva bisogno di libertà e la produzione in serie aveva necessità che crescesse domanda globale e mercato, ottenibile solo come aumento dei salari. La democrazia, oltre che istanza morale, è diventata anche strumento dello sviluppo economico.

La produzione dei paesi “democratici” è esplosa, decuplicando, in una quarantina d’anni, diritti, libertà, benessere diffuso con le democrazie che si affermavano in sempre nuovi Paesi. Strumenti utilizzati: le libere elezioni per garantire i diritti e il capitalismo per renderli reali, permettendo alla collettività di esprimere le proprie necessità, imporle, controllare i risultati e massimizzare il potere d’acquisto.

Il binomio democrazia/capitalismo era vincente: tutte le democrazie usavano il capitalismo che prosperava solo nei paesi democratici. Lo sviluppo economico era determinato principalmente dall’efficienza produttiva e non doveva utilizzare forza, repressione e guerra, per imporsi su uomini e popoli sottomessi.

I diversi Stati si associavano, vedi U.E., e nascevano gli strumenti internazionali come l’Onu per far prevalere a livello internazionale il diritto sulla forza. È seguito un mezzo secolo di “quasi” pace, ottenuta dalle nuove regole e dalla coscienza che con la diffusione dell’atomica era impensabile un’altra guerra mondiale.

A fine Novecento il circolo virtuoso si è rotto; hanno smesso di crescere libertà, diritti e benessere collettivo, aprendo una fase di continuo peggioramento. Il fenomeno è conseguenza delle ferree necessità della struttura produttiva e non di scelte umane, semplici conseguenza non causa, e quindi bisogna capire cosa non ha funzionato nel meccanismo produttivo.

Abbiamo visto che le libere elezioni garantiscono i diritti e il mercato li rende reali massimizzando risorse e benessere collettivo; semplice e lineare, idoneo però solo per la produzione elementare (automobile, frigorifero, ecc.) della prima fase della democrazia capitalista, non nella fase successiva e ha originato la crisi di fine secolo.

Il mercato infatti è uno strumento magnifico e insostituibile ma effettua solo l’ottimizzazione produttiva puntiforme della singola azienda, mentre manca di uno strumento per quella globale del sistema Paese. Esistono inoltre altri limiti al suo impiego, cioè motivi sociali (sanità, scuola e altro), di monopolio (gestione del territorio), dimensionali e temporali (riscaldamento globale).

La produzione non controllabile dal mercato si è sviluppata progressivamente al crescere di tecnologia e istanze sociali ed è diventata strategica e maggioritaria (intorno al 70% del totale); è stata delegata alla mano pubblica senza vedere, o non voler vedere, che nel nostro impianto istituzionale manca uno strumento idoneo a svolgere questa funzione.

Questa mancanza impedisce alla mano pubblica di gestire l’economia, perché lo stesso soggetto deciderebbe quali sono le necessità della collettività, come soddisfarle, valutando se sono soddisfatte al meglio: prassi della dittatura. Viene inoltre a mancare il controllo sui comportamenti del produttore a livello sindacale, ecologico, di sicurezza ed altro, perché abbiamo identità di controllato-controllore.

La produzione richiede inoltre la conoscenza del “fare” acquisibile solo grazie a un inserimento produttivo (per imparare a guidare l’automobile bisogna guidarla), inserimento che, senza uno specifico strumento istituzionale, manca sia alla mano pubblica che alla collettività che formalmente la controlla. Nell’iniziale fase produttiva la conoscenza era del capitalismo; la collettività attraverso il mercato si limitava a valutare il prodotto finito senza necessitare della conoscenza del ”fare”.

La parte produttiva più fragile e strategica è stata gestita in maniera casuale, senza controllo sui risultati, da soggetti irresponsabili e privi di conoscenza. La produzione non può cresce, si riducono diritti e tenore di vita, sviluppando il populismo che moltiplica l’irresponsabilità. La democrazia, sprecando un 70% delle risorse, diventa troppo costosa e preda delle dittature perché priva di una testa.

Le dittature stanno prevalendo più velocemente di quanto si pensa; i democratici americani considerano Trump un incidente di percorso, che sarà superato; sono stato accusato per aver considerato gli Usa una dittatura. Temo purtroppo di avere ragione e che i democratici si sbaglino; Trump è l’inevitabile manifestarsi di una rottura economica.

Il popolo americano si è abituato a un tenore di vita non più compatibile con la nuova realtà produttiva: l’indebitamento dello Stato cresce, i diritti sociali sono meno garantiti e mancano sia strumenti che conoscenza per la crescita dell’economia; anche la politica dei dazi forse ha peggiorato la situazione.

L’unica possibilità diventa l’uso della forza sia all’interno che all’esterno per sottrarre risorse ai più deboli, specie i paesi limitrofi, zone di competenza degli U.S.A. Discorso analogo vale per Putin, Erdogan ed altri. Solo la Cina fa eccezione e soffre del problema opposto, cioè una produzione non insufficiente ma eccessiva che ha bisogno del mercato mondiale per assorbirla senza ricorrere all’aumento dei salari che metterebbe in crisi l’equilibrio politico.

Con queste premesse vediamo i futuri equilibri geopolitici: se le democrazie ritornano a funzionare si aprirà una fase di sviluppo incredibile che oggi è difficile anche solo immaginare e rende incerta qualsiasi previsione. Se la crisi della democrazia continua ritorniamo agli stessi anni del secolo scorso con il prevalere delle dittature e della guerra.

La seconda guerra mondiale è costata lacrime e sangue, ma in seguito sono fiorite le democrazie, facendo tacere le armi. Oggi, come già aveva previsto Einstein, non può ripetersi: o il futuro non esiterà più o è meglio non conoscerlo. Discutere sul futuro geopolitico senza inserire la variabile democrazia, come fa Limes nei vari convegni, significa parlare del sesso degli angeli. Discutiamo invece di come salvare la democrazia.

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