Bruno Musso – Genova 7.1.26
L’operazione di Trump in Venezuela ha suscitato scalpore e meraviglia; viceversa era prevedibile, prevista e meraviglia lo stupore odierno. Rappresenta infatti il manifestarsi del mutato rapporto democrazia/dittatura con le democrazie, vincenti a fine secolo, che sono diventate perdenti. Cambiano infatti le regole: i popoli democratici si associano (vedi Usa e Ue), i dittatori più forti dominano gli altri (vedi Hitler e Putin), con la forza che sostituisce il diritto. Solo le democrazie vincenti possono far prevalere il diritto sulla forza; cerchiamo quindi di identificare la causa che verso fine secolo ha interrotto la crescita virtuosa delle democrazie.
Democrazia significa massimizzare le risorse e distribuirle equamente alla collettività, diventa quindi necessario che la collettività sia in grado di controllare l’operato di chi gestisce la produzione; chi non è controllato infatti serve principalmente i propri interessi e non quelli prioritari della collettività-utente. Tutto può essere considerato produzione sia quella più specificatamente pubblica, cioè legislativo, esecutivo e giudiziario, sia quella delle aziende pubbliche o private.
Il nostro impianto istituzionale prevede le libere elezioni come strumento di controllo della collettività sulla struttura pubblica. Questa prassi fondamentale è però idonea e necessaria per garantite i diritti della collettività; per questo motivo era stata pensata all’origine ed assolve egregiamente il suo ruolo. È però necessario anche un meccanismo produttivo per rendere i diritti reali e non sogno utopico.
Questa funzione è stata svolta dal capitalismo che attraverso il mercato ha garantito alla collettività il potere di valutare le proprie necessità, esprimerle, imporle e controllare che siano soddisfatte al meglio; in campo economico è l’unico sistema conosciuto di controllo democratico.
Il binomio democrazia/capitalismo è diventato così vincente; tutte le democrazie erano capitalistiche e il capitalismo avanzato si sviluppava solo nelle democrazie; si sono raggiunti livelli molto elevati di diritti, libertà, conoscenza, tenore di vita ed equità distributiva. Progressivamente sono cadute le dittature (Urss, Spagna, Portogallo, Grecia) e si sono affermate le democrazie, amate da tutti e difese strenuamente.
A fine secolo il meccanismo si è rotto perché l’ottimizzazione produttiva del mercato era puntiforme, cioè della singola azienda, ma mancava un meccanismo per quella globale del sistema Paese. Inoltre il salto tecnologico/sociale ha imposto nuove produzioni non controllabili attraverso il mercato per vincoli diversi: sociali, di monopolio, dimensionali, strategici e temporali. Si è pensato di delegare il compito alla mano pubblica che non dispone però degli strumenti necessari per assolverlo; cadono così i controlli sia sui comportamenti a causa dell’identità produttore/controllore sia sui risultati in quanto lo stesso soggetto decide le necessità da soddisfare e ne controlla il soddisfacimento.
La parte strategica e predominante della produzione (70% del totale) viene così gestita dalla mano pubblica che non sa cosa deve fare, non ha l’interesse né gli strumenti per farlo e opera in totale arbitrio difendendo solo il proprio potere. Le democrazie, diventate giganti senza testa, sono da tutti rifiutate e diventano facile preda delle dittature nuovamente vincenti. Si riducono i diritti negli Usa e nei vari Stati della Ue, coinvolti tutti in una deriva dittatoriale- La guerra ritorna a regolare i rapporti internazionali.
Anche le dittature però sono incompatibili con la nuova realtà; hanno una testa più stabile ma priva della conoscenza necessaria mentre la mancanza di libertà mina l’efficienza produttiva. Per garantirsi una crescita economia devono quindi sottomettere le popolazioni limitrofe. Parallelamente le grandi potenze sanno che, per la potenza delle armi, non possono scontrarsi direttamente e quindi dividono il mondo in zone di competenza. L’America a Trump, l’Europa a Putin, l’Asia alla Cina, con scontri in spazi periferici quali Gaza e in Africa le mille guerre dimenticate.
Vediamo i principali punti di scontro. Partiamo dall’Europa; la Russia rappresenta un impero sottosviluppato sopravvissuto all’Ottocento, che sopravvive per le immense risorse naturali, la popolazione senza libertà e le provincie sottomesse. Concentra da un secolo grandi risorse nello sforzo bellico, ha un immenso arsenale atomico ed un armamento sofisticato. La mancanza di libertà compromette l’efficienza dell’esercito che non riesce a vincere in Ucraina nonostante una netta superiorità numerica, tecnologica e di libertà operativa.
I Paesi Ue che dispongono di uno dei principali mercati ed eserciti esistenti, sono paralizzati dalla crisi democratica, forse perché ne erano un punto avanzato; sono incapaci di elaborare programmi, non prendono decisioni serie e si limitano alle dichiarazioni di principio: “siamo con l’Ucraina”. Se cade l’ombrello Usa, come avverrà a breve, senza un salto qualitativo i paesi Ue verranno progressivamente asserviti all’impero russo.
In America, Trump non ha gli strumenti per elaborare una politica di sviluppo economico; insegue obbiettivi contradditori scontrandosi con i vincoli contrapposti di moneta, dazi, immigrazione. Ha quindi la necessità di impossessarsi delle risorse dei Paesi limitrofi, oggi Venezuela domani Colombia, Groenlandia, Canada ed altri. Dispone di un esercito imbattibile, ma apre una nuova fase coloniale senza disporre di una possibile logica gestionale dei Paesi assoggettati; rischia costi inaccettabili prodotti da tanti piccoli Vietnam.
Infine la Cina; con rammarico devo riconoscere che oggi la Cina ha l’impianto istituzionale più efficiente; non significa però che va bene, ma solo che è il meno peggio. Esiste una struttura pubblica stabile ed efficiente e il partito serve sia per selezionarla che come cinghia di trasmissione tra le necessità della collettività e il vertice politico. Certo, con i nostri criteri, i singoli hanno una libertà limitata ma fruiscono di un benessere crescente che specie nell’attuale fase evolutiva è molto significativo.
È anche il regime meno aggressivo (salvo per i territori rivendicati), perché si sviluppa grazie alla sua capacità produttiva e non necessita delle risorse degli altri; ha anzi bisogno di un ampliamento del mercato mondiale, per assorbire il surplus produttivo. Se quindi le attuali “democrazie” non riescono ad adeguare il proprio impianto istituzionale, obbiettivo possibile e necessario, la Cina in tempi brevi dominerà tutti costruendo un mondo che non considero accettabile.
L’Europa, culla della democrazia, è oggi il punto più instabile per la presenza della dittatura più violenta ed arretrata e delle sue molte “democrazie” in forte crisi. Forse questo potrebbe farci sperare che la concreta minaccia di Putin possa risvegliarci dall’attuale sonno letargico e spingerci ad aprire gli occhi e affrontare il problema dell’adeguamento istituzionale, come ripeto ormai da troppo tempo. È un passaggio non facile ma possibile che rappresenta l’unica strada per far cessare la guerra e costruire un nuovo mondo migliore.
Caro Bruno, come al solito spieghi benissimo cosa non va. La democrazia oggi è in crisi perché non riesce più a controllare la produzione e le scelte davvero importanti. Il voto da solo non basta più, e né il mercato né lo Stato sembrano avere gli strumenti per gestire sistemi così complessi.
Su Trump, invece, ho più dubbi: sembra più impulsivo che razionale. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, anche per il Canada, ma sembra, secondo molti esperti, che non ci sia une vero piano sul futuro, qui ci vedo molta incertezza.
Per la Cina, però, non si può sottovalutare il costo a lungo termine dell’assenza di libertà.
Onestamente, non saprei cosa aggiungere. Il futuro non è chiaro, forse sarebbe già un passo avanti se tutti riconoscessero i problemi, come fai tu, già brillantemente, invece di fingere di avere risposte.
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