TRUMP DENUNCIA LA CRISI DELLE DEMOCRAZIE EUROPEE

Bruno Musso – Genova 15.12.25

Le scioccanti dichiarazioni di Trump, prontamente condivise da Putin, hanno evidenziato la crisi delle democrazie e la necessità di un nuovo ordine sociale meno condizionato da sogni utopici. Lo sconcerto cresce se si prende atto che, pur con l’inaccettabile obbiettivo di entrambi, è corretta la loro fotografia dell’attuale crisi, specie se si fa riferimento alle democrazie europee.

Esse rappresentano ancora il primo mercato mondiale e dispongono congiuntamente del più grande esercito, ma contano poco o nulla come si vede in Ucraina. Sia la Ue che i singoli paesi europei sono infatti giganti senza testa che nessuno rispetta e tutti, come Musk, vogliono colonizzare secondo la collaudata formula: divide et impera e sfruttare un mercato senza vincoli, dove prevale la forza. Questa realtà sembrerebbe confermare che l’epoca della democrazia sia finita.

Per contrastare questa drammatica valutazione dobbiamo toglierci i paraocchi e guardare senza preconcetti la realtà odierna. L’Europa infatti, non più credibile punto di riferimento, è quella che, dati gli elevati livelli democratici raggiunti, maggiormente soffre la crisi e continua a non voler vedere. La democrazia, lungi da essere oggi una scelta utopica, è diventata possibile e necessaria, ma richiede un suo radicale ripensamento.

Le libere elezioni continuano ad essere necessarie ma non sono più sufficienti a garantire la democrazia che è reale solo se dispone di strumenti idonei; è facile capire che il nostro impianto istituzionale, pensato tre secoli fa in una società agricola, debba essere aggiornato.

Democrazia significa mettere il sistema economico/sociale al servizio della collettività in modo che ogni suo membro possa disporre di diritti irrinunciabili e di un sistema produttivo idoneo a renderli reali. A tale scopo la collettività deve poter controllare l’elaborazione dei diritti e l’idoneità del meccanismo produttivo; in mancanza o vengono meno i diritti o rimangono sogno utopico.

L’attuale sistema democratico utilizza per i diritti, le libere elezioni a suffragio universale e per renderli reali il mercato capitalistico che fornisce ad ogni membro della collettività la possibilità di esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che siano soddisfatte al meglio.

Nulla è perfetto ma il mercato capitalistico è finora il migliore, per non dire l’unico, strumento di democrazia economica perché permette alla collettività di imporre le proprie necessità ai produttori pubblici e privati. Per raggiungere questo obbiettivo il produttore deve realizzare l’ottimizzazione produttiva che garantisce crescita di conoscenza e di risorse economiche. Nella seconda metà del ‘900 le democrazie avanzate hanno sviluppato conoscenza, libertà, diritti, eguaglianza e tenore di vita, raggiungendo livelli mai prima ottenuti né immaginati.

La regolazione dei diritti ha imposto oneri al meccanismo produttivo, ma erano ampliamente coperti dalla maggiore efficienza; la scelta democratica non è quindi solo istanza morale ma anche una ferrea necessità della produzione. È così prevalso il binomio democrazia/capitalismo avanzato, dove l’uno non esisteva senza l’altro, mentre la democrazia vincente ha coinvolto sempre nuovi paesi.

Verso fine ‘900 il meccanismo virtuoso si è rotto, libertà, benessere e diritti hanno smesso di crescere ed è esplosa la crisi. Inutile parlare di Trump, Putin, Le Pen, Salvini; sono il manifestarsi della crisi non la sua causa. Se il fenomeno riguardasse solo Usa, Ue, Italia potremmo attribuirlo a condizionamenti storici; invece tutti i paesi democratici, compreso quelli europei, scivolano verso logiche autoritarie.

La crisi non deriva quindi dai comportamenti umani, ma dalla rottura del meccanismo economico/sociale che con questa analisi identifichiamo nei limiti del mercato capitalistico. Parliamo di un settore delicato perché il mercato rappresenta per una parte politica il male assoluto mentre per quella opposta il bene ed entrambe le posizioni non sono discutibili. Nella realtà è un efficiente strumento tecnico, al servizio di chi lo usa, con possibilità e limiti.

Vediamo i limiti: primo – il mercato garantisce l’ottimizzazione produttiva ma solo quella puntiforme delle singole aziende; manca invece la possibilità di gestire quella globale del sistema Paese. Secondo – molte attività non possono utilizzare il mercato per vincoli sociali (sanità, scuola ecc.), di monopolio naturale (gestione del territorio) e per limiti dimensionali e temporali.

Questi vincoli, progressivamente cresciuti con lo sviluppo economico/sociale, condizionano oggi la parte maggioritaria (forse il 70% del totale) e strategica della produzione. Le elezioni non sono sufficienti a permettere nel settore economico che la collettività controlli i vertici, perché sono basate su un rapporto diretto base/vertice; funzionano invece per i diritti che sono in lenta evoluzione, determinati dal vertice e conosciuti dai singoli che possono controllare i delegati.

La produzione deve infatti soddisfare le infinite necessità specifiche di singoli individui sparse sul territorio e in continua evoluzione; il rapporto deve essere base/base e le necessità del singolo utente devono risalire dalla base al vertice attraverso una catena gerarchica/conoscitiva (l’azienda produttrice) che fornisce ai vari livelli la conoscenza necessaria alle scelte di propria competenza e permette la nascita della conoscenza di sintesi (del “fare”) del vertice produttivo.

Bisogna quindi “inventare” uno strumento nuovo in grado di coprire il vuoto lasciato dall’impossibilità di utilizzare il mercato: infatti con gli strumenti disponibili la collettività non dispone del potere di esprimere le proprie necessità e valutare se il produttore le soddisfa al meglio

Mancando, come oggi manca, questa struttura, le scelte della collettività sono necessariamente irresponsabili, perché la produzione implica un costo sicuro subito e un ricavo incerto futuro; diventa quindi impossibile identificare il fragile punto d’equilibrio delle necessità contrapposte da cui nasce l’ottimizzazione produttiva. Gli autoritarismi si legittimano con la necessità di superare l’irresponsabilità della collettività.

Inoltre il capitalismo, per funzionare necessita di regole certe e di un arbitro che le faccia rispettare; in mancanza è pura violenza. Se è la mano pubblica che decide e produce il controllato diventa controllore e inoltre un unico soggetto che decide le necessità della collettività e valuta il loro soddisfacimento. Il massimo dell’arbitrio, non risolvibile però neppure con la deriva autoritaria.

La mano pubblica gestisce oggi, senza adeguati strumenti di conoscenza e controllo, più del 50% del Pil; non ha né il potere né la convenienza di risolvere i problemi; cerca quindi solo di ottenere incarichi, occupazione e risorse sul territorio, per garantirsi il potere facilitando l’ottenimento di altri vantaggi. Lo sviluppo economico diventa impossibile; viene a mancare il 70% di produzione non gestibile dal mercato e cresce la disoccupazione reale.

La collettività che subisce le disfunzioni, perde i punti di riferimento e segue tutti i programmi salvifici, che promettono il cambiamento. La politica senza contenuto, diventa condizionabile anche da forze esterne. l’Ucraina ha combattuto quattro anni per la propria autonomia e rischia di perderla con le prossime elezioni truccate.

La dittatura però sconta la mancanza di libertà ed intelligenza creativa e, pur con un immenso costo umano, tampona ma non risolve. Sia le dittature che le democrazie non reggono più e producono il massimo dell’instabilità, ma solo la democrazia e riformabile e può evitare il disastro; bisogna però affrontare il problema senza cullarsi nell’illusione di una nostra superiorità economico/culturale.

3 pensieri riguardo “TRUMP DENUNCIA LA CRISI DELLE DEMOCRAZIE EUROPEE

  1. Grazie Bruno per la riflessione! È un testo pieno di spunti interessanti. Mi ha colpito soprattutto l’idea di vedere Trump e Putin più come segnali di problemi più grandi che come cause dirette. Su alcune cose però resto un po’ dubbiosa, tipo quando parli di fine della democrazia o di un’Europa del tutto irrilevante: io le vedo più come difficoltà serie, ma non come un punto di non ritorno. Sarà il mio ottimismo incurante. Comunque è un testo che fa davvero riflettere.

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    1. Cara Vittoria
      Mi fa piacere avere un’occasione per rincontrarti e vedere che segui, anche se da lontano, quello che scrivo. Se ripassi da Genova fatti viva, ti rivedrei con molto piacere. Ti confesso che tu sei forse uno dei primi che ha colto il nucleo del discorso che porto avanti ormai da più di 10 anni. Trump non è la causa ma la conseguenza della crisi; la causa è la disfunzione politico/economico.
      Non è un dettaglio perché se così non fosse vorrebbe dire che la democrazia non è possibile per l’incapacità della collettività di autogestirsi e, siccome anche la dittatura non regge più, non esiste più un meccanismo di gestione collettiva; quindi, data la potenza delle armi, in breve tempo un dottor Stranamore (ricordi il personaggio del film?)potrebbe scrivere la parola fine sulla storia dell’umanità.
      Io invece, ultimo dei marxisti, penso che i Trump e l’irresponsabilità collettiva che lo elegge, sono il portato di una disfunzione politico/economica e quindi il problema è risolvibile ma bisogna rimuoverne la causa. Analoga situazione si era manifestata negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso che ha portato alle dittature e alla guerra e si è risolta solo nel dopo guerra quando con il suffragio universale, diventato operante, ha eliminata la causa dello squilibrio.
      Oggi, come ripeto da quasi 10 anni la situazione è identica: l’alternativa negativa è decisamente drammatica (peggio che nel secolo scorso) quella positiva è meravigliosa e tale che non riusciamo neppure a valutarla. Non sono pessimista, non voglio fare lo struzzo ma credo che l’Europa, se si svegliasse, potrebbe avere un ruolo di primo piano. Purtroppo non vedo ancora i sintomi di un cambiamento e tutti continuano a discutere di Trump, Putin ed altri; tu hai dovuto leggere le mie 3 pagine per avere il dubbio che loro erano la conseguenza e non la causa del problema; se uccidi Putin o Trump, ne avrai un altro ancora peggiore (vedi Gheddafi in Libia).
      Ancora grazie per l’attenzione e un forte abbraccio.

      Bruno

      Bruno Musso
      Presidente Gruppo Grendi
      Via di Sottoripa 1 A/119 – 12mo piano
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      Tel. 010/6598.200 – Fax 010/6598.251

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      1. Caro Bruno,
        grazie davvero per la tua risposta, l’ho letta con grande attenzione e interesse. Mi ha fatto piacere ritrovare il filo del tuo ragionamento e capire meglio quanto questo tema ti accompagni da tempo.
        Condivido molto l’idea che figure come Trump siano il prodotto di una disfunzione politico-economica più profonda e non la causa del problema; è un punto che considero centrale e che spesso nel dibattito pubblico viene completamente perso. Proprio per questo, però, tendo a leggere la crisi più come un passaggio critico che come una fine: se la causa è strutturale, allora in linea di principio è anche affrontabile, anche se oggi non è affatto chiaro come.
        Quando parlo di Europa lo faccio forse con più speranza che evidenza, ma continuo a pensare che le sue debolezze siano in larga parte politiche e non strutturali, e quindi, almeno in teoria reversibili.
        In ogni caso ti ringrazio davvero per lo scambio e per lo stimolo alla riflessione. Quando passerò da Genova mi farò viva di sicuro è sempre un piacere rivederti. Un abbraccio affettuoso anche a Carla e i ragazzi, Vittoria

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