Bruno Musso – Genova 24.11.25
Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento la lotta sindacale era lotta di classe, e la difesa del lavoratore era difesa del proletario; la sinistra e i sindacati sono stati determinanti per la nascita delle democrazie. Vinta la lotta di classe, nella seconda metà del Novecento con il suffragio universale, sono stati ottenuti i diritti del proletariato, rendendo possibile un’uguaglianza ragionevole.
I diritti però sono necessari ma solo propedeutici perché rimangono pericoloso sogno utopico in mancanza di un meccanismo produttivo capace di renderli reali; questa è stata la situazione nell’Urss dove i “compagni” erano anche proprietari dei mezzi di produzione ma mancava una corrispondente qualità della vita.
L’acquisita uguaglianza dei diritti non implica quindi il raggiungimento degli obbiettivi politico/sociali, ma impone una nuova strategia per raggiungerli. L’obbiettivo diventa l’aumento di libertà, benessere e tenore di vita della collettività; tutti elementi determinati da livello di risorse ed equità distributiva.
L’equità distributiva deriva dal livello di potere delle parti cioè dai diritti di cui dispongono e le libere elezioni sono uno strumento idoneo (nulla è perfetto) per garantire i diritti dei votanti; nell’Ottocento della sola borghesia e, dalla seconda metà del novecento con il suffragio universale, dell’intera collettività.
La base della piramide sociale costituisce la maggioritaria della collettività ed ha quindi pieni poteri per imporre il massimo di equità distributiva. In Italia negli anni ’70 sono stati raggiunti livelli molto elevati, costituiti da contratti collettivi, Statuto dei Lavoratori del ’70, coperture sociali e una serie di servizi gratuiti quali sanità, istruzioni ed altri. L’equità distributiva era elevata e mai raggiunta in precedenza con il 10% della popolazione più benestante che fruiva di un reddito di sole 10 volte quello del 10% più povero.
Il potere della maggioranza è solo limitato da possibilità e logiche del meccanismo produttivo. Stabilire che tutti fruiscano di un reddito mensile di 10.000 €, si scontra con l’insufficienza delle risorse disponibili e tale diritto diventa non reale e semplice pericolosa utopia.
Fenomeno analogo si verifica sancendo diritti incompatibili con la logica dell’attuale meccanismo produttivo, come l’ipotesi di una generale proprietà pubblica dei mezzi di produzione o l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che in forma equivoca impediva il licenziamento. Aveva infatti l’obbiettivo di introdurre la gestione operaia/sindacale, sulla farsa riga dei Soviet, incompatibile con il sistema produttivo e destinata a fallire come l’esperienza sovietica.
I diritti acquisiti sono forse migliorabili, ma rappresentano il massimo attualmente possibile per cui l’obbiettivo principale oggi è renderli reale; a tale scopo non serve più la lotta di classe ma bensì una strategia di sviluppo del sistema produttivo per ottenere che i diritti acquisiti diventino reali.
È una totale rottura con il passato, difficile da affrontare sia a livello ideologico che di prassi. La produzione, non più “farina del diavolo”, diventa l’elemento portante di una politica sociale; l’imprenditore (padrone) non nemico da combattere ma strumento portante della nuova strategia per far crescere risorse e conoscenza diffusa nucleo della democrazia e del livello sociale. Il lavoratore non più proletario senza diritti, da difendere “a prescindere”, diventa un “produttore” le cui necessità devono essere subordinate a quelle prioritarie della collettività/utente.
Saltano tutte le prassi consolidate, la logica dei sindacati e le altre organizzazioni che le praticano. La complessità evolutiva è accentuata, come troppo spesso ripetuto, dalla mancanza, nell’impianto istituzionale, di uno strumento idoneo ad elaborare una strategia di sviluppo economico/sociale e intervenire nei settori sempre più ampi in cui il capitalismo privato non può operare.
Identificare una strategia alternativa di sinistra diventa quindi una missione quasi impossibile che giustifica la difficoltà ad elaborarla e il seguente fallimento; non legittima però il non voler vedere, né giustifica i danni prodotti per mantenere il potere. Il fenomeno, più o meno accentuato, riguarda tutte le democrazie e alimenta un regredire verso origini e prassi collaudate, vincenti in passato ma oggi pesantemente negative.
Si è ritornati, come in passato, a tutelare il lavoratore solo nel momento produttivo, senza voler vedere che il suo tenore di vita dipende dalla disponibilità di beni e servizi che spesso vengono ridotti proprio dai comportamenti degli stessi lavoratori; le necessità della collettività/utente devono infatti essere prioritarie e prevalere su quelle dei “produttori” anche se lavoratori.
Sono così scattati i moltiplicatori delle disfunzioni già esistenti. I privati hanno convissuto con i vincoli sindacali, la mano pubblica invece, già in difficoltà per i limiti istituzionale, è stata sconvolta, perdendo gestione del personale, organizzazione produttiva pubblica e riducendo i diritti; si è ridotta la possibilità di fruizione di servizi gratuiti, elemento portante della crescita democratico/sociale.
Certamente era difficile ipotizzare una strategia alternativa, ma almeno si poteva tentare, come è successo in altri paesi, di limitare i danni di questa logica perversa; invece, rifiutando un’analisi critica, la si è accanitamente mantenuta, con pesanti conseguenze. La difesa ad oltranza degli esistenti posti di lavoro, senza qualsiasi valutazione delle necessità produttive, ha portato alla difesa “a prescindere” dello stato quo.
Questa logica è incompatibile con la forte evoluzione tecnologica e impedisce di risolvere qualsiasi problema che si trascina eternamente, accumulandosi ai precedenti. In 40 anni di immobilismo abbiamo creato una situazione, in cui ogni lavoratore ne mantiene almeno altri 3 che non lavorano; si compromettono competitività generale, livello salariale e, unita all’inefficienza pubblica, credibilità della sinistra.
Non è vero che destra e sinistra sono uguali; è vero purtroppo che non esiste più la sinistra cioè una forza che spinge verso l’uguaglianza e la democrazia. I vari Landini, approfittando della complessità economica e della irresponsabilità collettiva, sfruttando l’equivoco per mantenere il potere, scaricando sulla collettività costi drammatici.
Si consolida così la destra, che è diventata prevalente in quasi tutte le democrazie; si riducono i diritti formali e la mano pubblica perde, anche se in forma più o memo accentuata, il controllo sul capitalismo privato che acquista poteri e margini inaccettabile; Musk che chiede ed ottiene un bonus di 1.000 miliardi, metà del Pil italiano, evidenzia la caduta di qualsiasi regola del capitalistico che, gestito solo dalla forza, annulla le istanze di uguaglianza e lo sviluppo sociale.
La generale protesta della collettività diventa inevitabile ma la mancanza di ipotesi e riferimenti alternativi la rende sterile e capace solo di chiedere cambiamenti salvifici privi di contenuto reale. Esplode l’irresponsabilità della collettività, che coinvolge strutture pubbliche e sistema politico/sociale. I politici fanno a la gara, per difendere il proprio potere di promettere di più. Problema senza soluzioni che compromette il futuro e sottolinea la necessità di un “vero” cambiamento come ripetuto da troppo tempo.