Bruno Musso – 27.10.25
L’articolo di Baricco sulla Repubblica del 9 ottobre 2025 ha aperto un interessante dibattito sulla fine del Novecento e sul mondo nuovo che si affaccia; sono seguiti gli articoli di Serra il 10, Massini l’11 e Galimberti il 14, ed altri successivi, nei quali ciascuno ha identificato le cause del cambiamento, le conseguenze già in atto e i possibili sbocchi futuri.
Tutti hanno evidenziato gli elementi che condizionano in positivo o negativo l’evoluzione in corso; le interpretazioni spesso analoghe o contrastanti si riferivano però principalmente ai cambiamenti comportamentali della collettività; viceversa sono convinto che l’elemento caratterizzante del passaggio del secolo sia lo scontro democrazia- dittatura, che rappresenta il problema da affrontare.
La democrazia è stata per più di 2500 anni un sogno utopico, mai realizzatosi, perché il potere imposto dall’alto con la forza è stato sempre il più agevole e repressione e guerra ne hanno rappresentato l’elemento base. L’elezione dal basso ha riguardato solo sparute oligarchie, perché la produzione ha sempre utilizzato tanti esecutori e pochi pensanti e solo questi ultimi costituivano la classe al potere.
La situazione è cambiata con la rivoluzione industriale dell’Ottocento: è cresciuta la percentuale dei pensanti e la lotta di classe ha imposto a inizio Novecento il suffragio universale seguito da dittature e guerra; è diventato operante solo dopo la seconda guerra mondiale, facendo nascere le prime democrazie negli Stati avanzati.
Le libere elezioni hanno prodotto una compatibile uguaglianza di diritti (la legge è uguale per tutti), che però diventa reale se esiste un meccanismo economico idoneo a garantire il tenore di vita che i diritti implicano; in mancanza, come nell’Urss dove tutto era pubblico, però i “compagni” avevano diritti elevatissimi, ma non reali.
Nelle democrazie borghesi il mercato capitalistico ha imposto al produttore, di soddisfare le necessità della collettività/utente, realizzando l’ottimizzazione produttiva, che fa crescere conoscenza, risorse, tenore di vita e libertà. Verso la fine del secolo, raggiungendo livelli mai prima immaginati, il mercato ha reso dominante il binomio democrazia/capitalismo; tutte altre ipotesi fallivano, le dittature cadevano come in Urss, Spagna, Grecia e Portogallo.
Sono nati tribunali e organismi internazionali, come l’Onu; il diritto internazionale ha regolamentato, senza ricorrere alla guerra, i rapporti fra i vari paesi. Sono stati 60 anni di “quasi” pace, con guerre locali connesse all’inevitabile ritardo evolutivo, come in Algeria e Vietnam. Ma il nostro impianto istituzionale si è rotto verso la fine del secolo; perdendo molti risultati acquisiti, si sono ridotti diritti e benessere dei paesi “democratici” e le dittature hanno potuto riprendere in parte il potere perduto.
La guerra è il nucleo della dittatura; si vedano Ucraina, Israele e altri conflitti pronti ad esplodere; la società umana però, per l’attuale salto tecnologico, rischia di non poter sopravvivere a una guerra globale. La dittatura non è comunque compatibili con l’attuale livello di interconnessioni, mobilità e conoscenza; quando un dittatore cade viene sostituito dalla guerra per bande. Parallelamente le organizzazioni democratiche sono elette da collettività irresponsabili e sono ugualmente irresponsabili e incapaci di risolvere i problemi.
Nessuno però vuole affrontare questo problema determinante e cercare una necessaria soluzione. Proviamo a partire da una sintesi storica: il nostro impianto istituzionale è stato teorizzato dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 ed era finalizzato a dare alla borghesia, classe emergente, i diritti necessari a gestire il capitalismo suo meccanismo produttivo.
Lo scopo è stato raggiunto, le libere elezioni hanno garantito i diritti dei votanti: prima della borghesia, unica con diritto di voto, e poi della collettività con il suffragio universale. Non erano previsti indirizzo e gestione pubblica della produzione perché contraria agli interessi della borghesia; la struttura pubblica infatti doveva gestire solo la forza cioè ordine pubblico e guerra.
La collettività-utente così, per esprimere le proprie necessità, dispone solo del mercato, là dove può operare, ma non esiste alcuno strumento istituzionale per supplire ai limiti del mercato e svolgere l’attività di indirizzo e controllo. La parte non gestibile dal mercato e l’indirizzo strategico oggi rappresentano forse il 70%, dell’attività produttiva che viene così gestita senza controlli reali.
Le elezioni non possono svolgere questo ruolo, perché il rapporto base/vertice è corretto per i diritti e non per la produzione, basata su un rapporto base/base, che richiede una struttura gerarchico/organizzativa che livello per livello colleghi la base con il vertice. Anche nel nostro impianto istituzionale per la gestione della forza, unica attività delegata alla mano pubblica, sono previsti esercito e forza pubblica, strutture gerarchico/conoscitive, organizzate come le aziende produttrici.
La struttura pubblica manca quindi degli strumenti per realizzare una qualsiasi ottimizzazione produttiva e far crescere risorse e conoscenza; comunque anche se ci riuscisse sarebbe una scelta imposta dall’alto di tipo dittatoriale e non democratica. Le libere elezioni sono il presupposto della democrazia che però diventa tale in presenza di un meccanismo produttivo che lo permette.
Più del 50% del Pil viene così gestito con risultati non controllati dalla collettività e in totale arbitrio; i politici per difendere il proprio potere, hanno l’obbiettivo di utilizzare sul loro territorio le immense risorse pubbliche (per l’Italia più di 1.000 miliardi €) e, divulgando dati falsi, convincono la collettività che sono i loro veri difensori: l’avvocato del popolo.
La collettività, quando si trattava di stabilite i propri diritti, sapeva cosa voleva perché era un rapporto base/vertice in lenta evoluzione che la riguardava direttamente e quindi controllabile attraverso le elezioni. Non ha invece, in mancanza del mercato, nessuno strumento idoneo per effettuare una coerente scelta economica, perché la produzione nasce da un rapporto base/base in fortissima e continua evoluzione.
La conoscenza necessaria nasce infatti dall’inserimento del singolo in una catena gerarchica/conoscitiva dove, livello per livello, tutti i punti decisionali hanno l’informazione e il potere da cui nasce la conoscenza necessaria alle scelte dei livelli superiori. Dalla mancanza di questo strumento nasce il buco nero che assorbe fino all’80% delle risorse e causa di una produzione fatta male, sbagliata o mancante.
La rivoluzione elettronica ha infatti aumentato di 10 volte (1.000%) la potenzialità produttiva ma la produzione è rimasta praticamente costante; sono saltati tutti gli equilibri compreso l’occupazione che, su base matematica, avrebbe dovuto ridursi del 90% ed è stata invece coperta con sussidi e finta occupazione.
In sintesi le democrazie non più vincenti subiscono l’attacco delle dittature che perseguono una politica aggressiva per cercare un improbabile punto di equilibrio. Nei vari conflitti da una parte abbiamo una testa senza corpo (dittature) dall’altra un corpo senza testa (democrazia); entrambe le parti non possono vincere.
I giovani che scendono in piazza per Gaza o occupano l’università, sono mossi da un disagio ben più profondo, perché coscienti di un presente inaccettabile e un futuro drammatico; non trovano la spiegazione delle cause e non sanno cosa fare ma capiscono l’urgenza di cambiare, che gli adulti poco rilevano perché abituati a questa realtà considerata inevitabile e duratura. Devono però andare oltre alle manifestazioni di piazza e, gridando “il re è nudo”, cercare le vere ragioni dell’inaccettabile realtà. È un lavoro serio, complesso ma possibile che supera le semplificazioni manichee prive di una reale spiegazione. La rabbia dei giovani è legittima ma è necessario cercare tutti insieme una soluzione possibile.