LA CRISI E LE POSSIBILI SOLUZIONI

Bruno Musso – Genova 1.8.25

Le notizie quotidiane non sono incoraggianti: la U.E. ha un ruolo geo/politico marginale, ha difficoltà economiche crescenti e non ha un ruolo adeguato nella difesa dell’Ucraina e nella trattativa sui dazi U.S.A. Si cercano possibili soluzioni per una maggiore coesione nella U.E. e l’analisi di Draghi, assolutamente corretta, ha evidenziato le possibilità e l’ammontare dei risparmi possibili.

Analisi e proposte tutte condividibili ma che chiedono preventivamente di chiarire alcuni punti; il primo è stabilire a chi tocca l’azione virtuosa per raggiunge tali obbiettivi. Ovviamente è alla mano pubblica, però allora bisogna capire perché finora non ha assolto ai suoi compiti, continua non farlo e temo non lo farà in futuro. Se il problema fosse solo italiano potremmo fare un discorso storico e cercare nuove forze culturali/politiche in grado di spingere verso un comportamento virtuoso.

Il problema coinvolge invece tutte le democrazie, non solo l’Italia e la U.E.; ciascuno ha propri problemi specifici ma, in forma più o meno accentuata, tutti i regimi democratici mostrano situazioni analoghe caratterizzate da qualcosa che era necessario fare e non è stato fatto. La crisi della democrazia coinvolge tutto il mondo ed evidenzia una crescita economica inadeguata e la scelta dei programmi e degli uomini peggiori. Basta pensare a Trump, Le Pen, Salvini e mille altri rappresentanti democratici, regolarmente eletti dalla collettività.

Potremmo dedurre che la collettività non ha la conoscenza necessaria ad autogestirsi; questo significherebbe dedurre però che la democrazia rimane un sogno utopico irrealizzabile e deve essere sostituita dall’uomo forte, il dittatore. Ipotesi drammatica perché anche le dittature non reggono più all’attuale livello tecnologico/sociale; ogni volta che un dittatore cade non viene sostituito da un altro dittatore o dalla democrazia, ma dalla guerra per bande, il livello più disperato della convivenza sociale.

Nella generale incoscienza non ci siamo resi conto che sono cadute entrambe le logiche organizzative, sia la dittatura che la democrazia; la mancanza di un cambiamento renderebbe quindi inevitabile la guerra di tutti contro tutti che, data la potenza delle armi, potrebbe significare l’estinzione della razza umana. Fortunatamente non è così anzi per la prima volta, come ho cercato di esporre ripetutamente, abbiamo la possibilità di un incredibile sviluppo democratico. È possibile infatti coinvolgere progressivamente la popolazione mondiale e sostituire il diritto alla forza, garantendo una pace duratura come è in parte successo nella seconda metà del ‘900, durante il breve periodo delle democrazie vincenti.

Il nostro impianto istituzionale non regge più; è stato pensato 3 secoli fa e manca di alcuni strumenti indispensabili nella nuova realtà. La borghesia lo aveva pensato per legittimarsi e garantirsi i diritti necessari al suo nuovo sistema di produrre, il capitalismo; non aveva ipotizzata una gestione economica pubblica perché non consona ai suoi interessi.

L’impianto democratico è riuscito, in quasi due secoli, ad assolvere al suo compito, garantendo i diritti dei votanti che oggi, con il suffragio universale, coprono l’intera collettività; mancano però degli strumenti necessari a gestire una strategia economica, che ormai determina più del 60% della produzione che non è gestibile dal capitalismo, perché priva del mercato. La struttura pubblica è oggi responsabile della parte strategica e maggioritaria della produzione ma non sa cosa deve fare, non ha il potere, la convenienza, gli strumenti per farlo ed è condizionata dalla collettività irresponsabile che la elegge.

Il principale problema costituito dall’irresponsabilità collettiva, non deriva fortunatamente da limiti umani ma dalla mancanza degli strumenti necessari a fornire la conoscenza necessaria. È stato dato giustamente alla collettività il ruolo principale (elegge la struttura pubblica) senza dotarla delle informazioni a del potere necessari per esercitarlo. Parlando di strumenti non pensiamo a scuola ed università, necessarie ma solo propedeutiche, ma a un inserimento produttivo che fornisca a ciascuno le informazioni e il potere da cui può nascere la conoscenza necessaria alle scelte da effettuare.

La conoscenza del fare, nasce infatti facendo; per imparare a guidare l’automobile bisogna disporre delle informazioni (vedere la strada) e del potere (volante, freno e acceleratore). È quindi necessario ipotizzare una nuova struttura pubblica gerarchico/organizzativa capace di fornire ai singoli membri della collettività, livello per livello, le conoscenze di cui hanno bisogno per effettuare le scelte di propria competenza; questa organizzazione pubblica potrà produrre e disporre della necessaria conoscenza economico/strategica, riferita all’intero sistema produttivo.

Ho elaborato ipotesi su questo argomento, ma certo non dispongo della verità; credo però urgente che si identifichi il problema, se ne discuta e si smetta di considerare le quotidiane disfunzioni economico/politiche come fenomeni contingenti che noi “volenterosi” ci impegniamo a risolvere. Senza partire dalla carenza istituzionale, nessuna soluzione reale è possibile.

Anche Draghi non affronta questo problema e si limita a ipotizzare miglioramenti dell’esistente, che sono certamente corretti ma rimangono semplici sogni utopici non realizzabili e marginali. I vari Salvini e i suoi troppi omologhi quasi maggioritari, certamente non spingeranno per una maggiore integrazione nella U.E. quando il loro obbiettivo è eliminare il residuo controllo che essa rappresenta.

I risparmi ipotizzati sono marginali perché, accettando l’inefficienza pubblica, gli interventi si limitano all’eliminazione di alcuni doppioni e poco altro; i risparmi di conseguenza, pur cospicui, rappresentano meno del 10% del Pil europeo mentre l’obbiettivo possibile e necessario è un aumento di 10 volte cioè del 1.000%. È l’aumento ottenuto nel ‘900 sfruttando la rivoluzione industriale ed è nuovamente possibile oggi con la rivoluzione elettronica.

Inutile ripetere che il problema è drammaticamente urgente perché, citando Montale, “è tardi è sempre più tardi”

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