DEMOCRAZIA POSSIBILE E NECESSARIA

Gennaio 2025

Bruno Musso – Genova 20.1.25

Le democrazie, come era previsto e prevedibile, sono sempre più in difficolta sia per problemi interni sia per il confronto con le dittature. Le maggiori democrazie, compreso Usa, Germania, Francia ed Italia scivolano verso forme dittatoriali e sono condizionate dagli scontri con le dittature, oggi in Ucraina e domani su fronti diversi.

Non si studia la causa del fenomeno, preferendo valutarla normale conseguenza evolutiva, risolvibile dal tempo. Deriva invece dall’inadeguatezza del nostro impianto istituzionale, privo degli strumenti necessari nell’attuale sistema economico/sociale. Le dittature stanno così diventando vincenti.

Questa posizione, ripetuta da 10 anni, la riscrivo ogni 6 mesi per aggiungere interdipendenze e condizionamenti non evidenziati in precedenza; qui riporto la ventesima edizione. Vorrei che diventasse oggetto di un dibattito per ipotizzare possibili soluzioni. Sottolineo l’urgenza imposta dal degenerare della situazione.  

INDICE

CAPITOLO I – NEGAZIONISMO DELLA CRISI ISTITUZIONALE                

Riscaldamento globale

Ragioni del negazionismo – 7 punti

CAPITOLO II – IL SOGNO UTOPICO DELLA DEMOCRAZIA                       

Decrescita felice

Strumenti necessari per raggiungere gli obbiettivi.

Diritti.

CAPITOLO III – MECCANISMO CONOSCITIVO E GERARCHIA SOCIALE

Meccanismo produttivo

Produzione e conoscenza 

Società benefit        

Dimensione del cambiamento

Rottura equilibrio-

CAPITOLO IV – POSSIBILITA’ E LIMITI DELL’ IMPIANTO ISTITUZIONALE

Diritti e gestione economica

L’acquisto:  

CAPITOLO V – PRECONCETTI CONDIZIONANTI     

            Condizionamenti marxisti

Necessità di strategie alternative.       

            Schema di sistema produttivo    

CAPITOLO VI – SPLENDORE E CRISI DELLA DEMOCRAZIA         

Splendore della democrazia

Rottura del meccanismo democratico.

Soluzioni prese in esame

CAPITOLO VII – MANCATA EVOLUZIONE E DEGRADO DEMOCRATICO

Problemi aperti: partecipazione e conoscenza

Funzioni del Governo

Caratteristiche.

Limiti.

Distinzione destra – sinistra

CAPITOLO VIII – DEGRADO DEMOCRATICO                    

Produzione non effettuata

Domanda globale e mancata crescita

Controllo del capitalismo privato

Occupazione

Giudizio morale

CAPITOLO IX – PRIMA IPOTESI DI SOLUZIONE                  

Logica organizzativa della domanda collettiva.

Quarto potere

Differenze tecniche con la situazione attuale

Necessità del IV Potere e reddito di cittadinanza

CAPITOLO X – NECESSITA’, POTENZIALITA’ E CARATTERISTICHE DEL IV POTERE  

Aspetto culturale                                                                         

Livello democratico del IV potere

Possibile futuro impianto istituzionale

Strategia realizzativa e conclusioni provvisorie               

CAPITOLO I – NEGAZIONISMO DELLA CRISI ISTITUZIONALE                              

La crisi della democrazia è indiscussa, non c’è articolo o dibattito che non la rilevi e tutti sottolineano l’incapacità crescente dei regimi democratici e dei suoi cittadini di fronteggiare le grandi necessità economico/sociali della società moderna. Alcuni, anche di sinistra, pensano che solo l’uomo forte possa garantire l’ordine e la coerenza comportamentale, perché la democrazia ha fatto il suo tempo e non è più compatibile con la complessità della società moderna.

La maggioranza però attribuisce questi fenomeni alla irresponsabilità collettiva e alle caratteristiche degli uomini coinvolti, non capaci di fronteggiare i difficili problemi che pone il sistema economico/sociale. Quasi nessuno ipotizza che l’incapacità umana sia conseguenza e non causa della crisi, e le disfunzioni dipendano dal meccanismo istituzionale incapace di utilizzare l’intelligenza della collettività, le risorse disponibili, selezionare e premiare gli uomini e le scelte migliori.

La ricerca infatti di possibili carenze istituzionali, causa delle disfunzioni denunciate, incontra un generale rifiuto e tutti preferiscono fermarsi ad esaminare le quotidiane scelte sbagliate. Questo assurdo comportamento è analogo a quello relativo al riscaldamento globale; per lungo tempo infatti anche in quel caso è prevalsa la logica di negarne l’evidenza per non doverne cercare le cause.

Riscaldamento globale. In questo settore i primi sintomi si sono manifestati circa mezzo secolo fa, producendo inizialmente conseguenze marginali, che sono cresciute progressivamente imponendo una diversa coscienza collettiva realizzatasi in quattro fasi successive.

I fase (negazionismo) – Le iniziali denunce sono rimaste inascoltate perché in contrasto con cultura, abitudini e interessi consolidati dell’organizzazione esistente. I singoli fenomeni sono stati rilevati come fatti casuali connessi a situazioni specifiche; Trump ha continuato a negare l’esistenza del fenomeno. 

II fase – I pericolosi livelli del cambiamento climatico hanno imposto di prenderne atto e misurarne l’ampiezza e le tendenze evolutive, concordando progressivamente sulle valutazioni fatte.

III fase – Si è iniziato così a cercarne le cause; dopo anni di dibattito la tesi prevalente ha attribuito la disfunzione climatica al nostro dissennato consumo energetico; è stato possibile valutare la dimensione del fenomeno, le tendenze e le drammatiche conseguenze di un mancato intervento.

IV fase – E’ diventata possibile la ricerca di una soluzione, che coinvolge l’intero pianeta, e valutare gli interessi in conflitto, le compensazioni e le conseguenze economiche delle ipotesi avanzate.

Solo a questo punto è diventato possibile intravvedere una strada non facile, né certa, ma necessaria. Anche questo fenomeno evidenzia comunque l’incapacità della struttura pubblica di assolvere il proprio compito per cui difficilmente le strategie ipotizzate saranno vincenti in carenza di meccanismi democratici funzionanti.

Ragioni del negazionismo. La crisi della democrazia è invece ancora ferma all’iniziale fase negazionista che nega il fenomeno e attribuisce le disfunzioni all’errato comportamento degli uomini coinvolti; viene così preclusa la possibilità di studiarne le cause e cercare possibili soluzioni. Se il fenomeno fosse solo italiano potremmo forse farlo risalire a nostri problemi specifici; riguarda invece tutte le democrazie mondiali e rappresenta quindi un problema generale dell’odierno impianto istituzionale. È quindi in discussione l’attuale logica democratica, basata sulla tripartizione dei poteri, teorizzata a metà del ‘700 dall’Illuminismo francese per legittimare e consolidare la nascente classe borghese.

I motivi di questo generale rifiuto al cambiamento sono molteplici, si integrano e sostengono a vicenda; ne esamineremo singolarmente alcuni, cercando di evidenziare le cause che li hanno determinati.

Primo – condizionamento culturale: pensiamo che i ghiacciai seguono leggi fisiche vincolanti mentre l’uomo, disponendo del libero arbitrio, ha un comportamento libero e non prevedibile. Il discorso è falsante a livello economico/sociale e contrasta con due leggi della statistica: la prima è “la probabilità non ha memoria” quindi se si gettono i dadi 10 volte ed è sempre venuto pari, non esiste nessuna maggiore probabilità che la prossima volta sia dispari. La seconda è “per i grandi numeri la frequenza è uguale alla probabilità” cioè se getto i dadi 1.000 volte certamente il 50% delle volte viene pari e 50% dispari.

Il comportamento economico/sociale riguarda grandi numeri per cui la libertà del singolo individuo, non contrasta con i comportamenti obbligati della collettività e lo conferma l’esame di qualsiasi momento storico; anche oggi i comportamenti dei singoli attori si conformano alle necessità della struttura in cui operano. Le dittature sono coerenti con le loro logiche condizionanti, mentre le democrazie scontano le contraddizioni del proprio impianto istituzionale.

Secondo – Ogni cambiamento impone di rinunciare oggi a privilegi e prassi consolidate, in nome di un vantaggio futuro. Qualsiasi modifica produttiva implica un costo immediato, sicuro e identificato a fronte di un vantaggio incerto, futuro, difficilmente identificabile; una scelta corretta e cosciente può essere effettuata solo operando all’interno della struttura produttiva coinvolta che fornisca le conoscenze necessarie, la risposta è normalmente no. Cioè il vantaggio, anche se consistente, riguarda collettività diverse e solo parzialmente i soggetti penalizzati; i risparmi energetici ad esempio aiutano tutti ma sono a carico di pochi produttori. Il cambiamento è quindi ostacolato anche se, stando alle previsioni del caso specifico, i produttori coinvolti potrebbero avere un buon ritorno in termini economici/occupazionali.

Terzo Facile capire la difficoltà a riesaminare la coerenza del nostro impianto istituzionale che implica necessariamente la modifica della Costituzione. Le certezze alternative sono poche mentre la difesa dell’esistente è fortissima. Parliamo di elementi che possono rappresentare quasi dogmi di fede, come il Vangelo e quindi sono poco discutibili. Inoltre la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, è culturalmente e socialmente una delle più avanzate, portatrice dei grandi valori fondamentali.

Nessuno vuole però annullare i diritti sanciti dalla Costituzione, che vorremmo anzi aumentare; si considera necessario invece integrare il molto che c’è, con il poco che manca in modo che i diritti sanciti possano essere reali e non solo formali. Infatti i diritti sono solo propedeutici e rimangono un sogno utopico se parallelamente non esiste un sistema produttivo in grado di renderli reali garantendo quanto essi implicano. Come vedremo nel breve periodo della seconda parte del ‘900, l’integrazione fra la regolamentazione e controllo della mano pubblica con l’efficienza produttiva del mercato capitalistico, ha dato positivi risultati. L’equilibrio si è rotto verso fine secolo perché la nostra organizzazione istituzionale non disponeva degli elementi necessari a fronteggiare le nuove necessità    

Hanno infatti incominciato a ridursi anche i diritti acquisiti a causa della difficoltà di renderli reali; irrinunciabile è il diritto gratuito a istruzione e sanità, ma perde di contenuto se nella realtà non è ottenibile; discorsi analoghi valgono per il lavoro e altri diritti previsti dalla Costituzione. L’evoluzione tecnologica realizzabile dovrebbe permettere di aumentare e non ridurre i diritti acquisiti, che la crisi attuale sta invece riducendo; questa contradizione evidenzia l’inadeguatezza istituzionale ed alimenta i legittimi comportamenti populistici.  

Quarto – Le modifiche riguardano la struttura politica, settore oggi fortemente parassitario e quindi poco interessato a raggiungere i nobili obbiettivi dichiarati, ma più propenso a nascondere le proprie responsabilità e mantenere e far crescere potere e privilegi. Difficile distinguere fra le ricorrenti richieste di cambiamenti istituzionali finalizzati ad aumentare il potere dei singoli gruppi e quelle che invece potrebbero rappresentare una svolta effettiva. Inoltre il cambiamento dovrebbe coinvolgere i privilegi della maggioranza della popolazione, forse del 70%, quindi di difficile imposizione. I grandi cambiamenti fortunatamente non sono determinati dalle scelte volontarie ma dalle necessità collettive, che oggi sono sempre più pressanti e indilazionabili.

Quinto – Si aggiungono alcuni problemi legati alla peculiarità del problema: le democrazie dell’Ottocento, specie in Italia, erano oligarchie borghesi dove la borghesia, l’unica con diritto di voto, disponeva sia del potere politico che di quello economico. Il suo comportamento non è stato dei più nobili e, anche dimenticando il problema specifico della politica coloniale, ha difeso solo i propri interessi, festeggiando a fine secolo la belle époque mentre il proletariato senza diritti ha subito la più disperata miseria, mitigata solo dall’emigrazione (allora eravamo noi i migranti). Il suffragio universale, in Italia ottenuto nel ’11, e cancellato dalle dittature e dalla guerra, nel dopoguerra è diventato reale (con anche l’inserimento delle donne), garantendo un forte sviluppo economico/sociale e la legittima convinzione che il problema era risolto e si era raggiunto il più alto livello democratico possibile.

Il suffragio universale, obbiettivo sociale di quasi un secolo, è oggi operante – uno vale uno – e le elezioni libere dovrebbero quindi garantire il massimo di democrazia; l’unico possibile miglioramento potrebbe quindi derivare da maggiore impegno, responsabilità e cultura degli uomini coinvolti. Se questo non basta, come non basta, significa che gli uomini non sanno o non vogliono autogestirsi; conviene quindi lasciare tutto in un limbo indefinito, per evitare che nasca, come sta nascendo, la richiesta dell’uomo forte capace di superare la paralisi operativa. L’equivoco nasce dall’incapacità di capire dove in quali settori le elezioni garantiscono un potere reale e in quali no.

Sesto – Vedremo in seguito quali strumenti sono necessari per garantire alla collettività poteri reali non solo a livello dei diritti ma anche del meccanismo produttivo; utile però è ricordare un fenomeno analogo relativo a un potere collettivo bellissimo ma formale e non reale; l’incapacità di rilevare tale differenza ha condizionato per più di un secolo le finte rivoluzioni e gli intellettuali di sinistra di tutto il mondo. Marx aveva identificato nella proprietà privata dei mezzi di produzione lo strumento dello sfruttamento sociale, di conseguenza la proprietà pubblica dei i mezzi di produzione avrebbe permesso la vera rivoluzione che faceva cadere lo sfruttamento e garantiva la nascita di una società ugualitaria. Si aggiunga che i rivoluzionari russi attraverso i Soviet, avevano dato vita a strutture produttive autogestite dagli stessi operai, che integrandosi e agglomerandosi, costituivano l’organizzazione pubblica.

Sembrava tutto risolto; non è stato così e in seguito, con il senno di poi, cercheremo di evidenziarne il perché; si è impiegato però quasi un secolo per capire la loro impossibilità a funzionare e molti ancora oggi rifiutano la spiegazione strutturale e preferiscono attribuire l’oggettivo fallimento dell’Urss ai comportamenti sbagliati dei vari responsabili, che avrebbero potuto essere superati da un comportamento più responsabile. La solita non spiegazione, basata su elementi esistenziale e non sulle ferree necessità produttive.

Era oggettivamente difficile superare la convinzione che nessuna alternativa potesse essere socialmente migliore: tutto era pubblico senza il padrone sfruttatore e i lavoratori si autogestivano: doveva necessariamente essere “il paradiso dei lavoratori”. Solo dopo lunghi tempi e molti drammi personali si sono capiti i condizionamenti dei meccanismi economici che rendevano i poteri della collettività proletaria solo formali, delegando quelli reali alla burocrazia di partito, gestita centralmente da una feroce dittatura.

Settimo. Oggi dobbiamo quindi evitare analoga trappola culturale che considera il suffragio universale come il massimo livello democratico possibile e pone l’inaccettabile alternativa, tra mantenere tutto invariato difendendo l’indifendibile o eliminare tutto perdendo anche diritti e libertà che rappresentano il grande patrimonio della democrazia.

L’attuale impianto istituzionale è infatti indispensabile per garantisce un potere reale con riferimento a diritti e libertà dei votanti, ma deve essere integrato perché privo degli strumenti per la gestione economica pubblica e l’equità distributiva; entrambi gli elementi sono oggi determinanti, ma non sono stati previsti inizialmente perché contrari agli interessi della borghesia al potere. Il presente studio ha l’obbiettivo di evidenziare ciò che, nel nostro impianto istituzionale, assolve ai suoi compiti e ciò che manda, compromettendo l’equilibrio politico/economico globale.  

CAPITOLO II – IL SOGNO UTOPICO DELLA DEMOCRAZIA

Il concetto di democrazia nasce circa 2.500 anni fa in Grecia e per più di due millenni rappresenta il nucleo della cultura occidentale, però salvo parziali episodi, rimane un sogno utopico non realizzato. Democrazia significa riconosce il valore dell’uomo in quanto tale e ipotizzare un mondo dove esiste omogeneità di diritti e tenore di vita, mentre i rapporti reciproci sono regolati dalla legge e non dalla forza; tutti possono partecipare alle decisioni della collettività che determinano la loro vita.

Sogno bellissimo ma richiede un complesso meccanismo organizzativo che può operare solo in presenza di alcune precondizioni determinanti, cioè quel minimo di omogeneità della collettività compatibile con un accettabile livello di diritti e tenore di vita. Forse è poco nobile ma la nostra società si è sviluppata grazie alla capacità di sfruttare le risorse disponibili sia della natura che degli esseri umani.

Ai bassi livelli tecnologici, che hanno sempre caratterizzato la storia dell’umanità, questa omogeneità di diritti e di tenore di vita non era possibile; Aristotele poteva passeggiare sotto i portici dell’agorà, ponendo la base della nostra cultura perché aveva contadini, marinai e schiavi che lavoravano per lui. Il potere imposto dall’alto, basato sulla forza, ha così rappresentato la normalità sociale e le poche eccezioni di potere eletto dal basso, quali i Comuni italiani, le repubbliche marinare e le “democrazie” dell’Ottocento, erano oligarchie con il potere legittimato dal basso invece che dall’alto.

Per trovare un primo esempio di, pur parziale, democrazia dobbiamo arrivare alla II metà del ‘900. La nuova possibilità derivava da diritti e tenore di vita, resi possibili dal salto tecnologico del capitalismo. La rivoluzione francese che ha sancito il cambiamento è stata la sola rivoluzione reale perché si era affermato un nuovo meccanismo produttivo, il capitalismo e di una diversa logica istituzionale, la tripartizione dei poteri teorizzata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700. Tutte le altre rivoluzioni che l’hanno preceduta eo le molte successive del ‘900, prive di questi elementi essenziali, hanno solo sostituito un tiranno con un altro senza sostanzialmente modificare la situazione generale.

Decrescita felice. Partiamo quindi dall’obbiettivo finale di massimizzare il tenore di vita della collettività; questo implica massimizzare le risorse disponibili e metterle al meglio a disposizione della collettività. Si evidenzia subito il grande equivoco culturale della “decrescita felice” che si presenta come un’istanza di sinistra finalizzata a difendere il pianeta mentre è una posizione rigidamente reazionaria.

Essa è normalmente sostenuta dai membri della parte privilegiata dei paesi democratici che sono meno del 30% delle società di appartenenza che rappresentano meno del 15% della popolazione mondiale, costituiendo così il 5% del totale. Abbiamo quindi un 5% benestante, un 10% che subisce un disagio crescente e un 85%, costituito dagli “esclusi”, che vivono al di sotto di qualsiasi livello di dignità, diritti e sopravvivenza fisica.

In questa situazione il 5% privilegiato teorizza che per salvare il pianeta dobbiamo mantenere lo stato quo che a loro non dispiace, gli altri sono quindi destinati a morire, possibilmente senza disturbare. Solo la spaventosa crisi culturale di questo momento storico può difendere tale teoria e fingerla di sinistra. Nulla di nuovo però: nell’Ottocento in Italia e in Europa, la borghesia al potere teorizzava l’impossibilità di sfamare tutta la popolazione perché le risorse disponibili erano sufficienti solo per soddisfare le proprie necessità.

A fine ‘800 la borghesia ha festeggiato il suo massimo splendore – la belle époque, mentre il proletario subiva una drammatica miseria e più del 50% ha dovuto emigrare. La lotta di classe ha spazzato via, nella seconda metà del ‘900, questa intollerabile situazione. Sappiamo che la produzione inquina ma la soluzione non è produrre meno, ma rendere il modo di produrre compatibile con le necessità del pianeta. Oltretutto, come vedremo, gli esclusi sono in grado di far saltare il sistema: la nuova lotta di classe, inevitabilmente vincente!

Se infatti usciamo dai discorsi buonisti di fratellanza universale e vogliamo affrontare il problema, vediamo che le cifre in gioco per garantire a tutta l’umanità un dignitoso livello di diritti e tenore di vita sono spaventose e tali da essere irraggiungibili con i vincoli dell’attuale meccanismo produttivo sia per insufficienza tecnologico/organizzativa sia per l’inevitabile rottura di qualsiasi equilibrio ecologico. Limitare però i vantaggi a una sola parte dell’umanità non è possibile perché gli esclusi hanno la conoscenza e la tecnologia per impedirlo.

Vediamo di valutare, come da specchietto, l’ordine di grandezza delle cifre in gioco; abbiamo un miliardo dei paesi democratici che dispone di un Pil globale di 40.000 miliardi/anno di $ pari a circa 40.000 $ pro capite; gli “esclusi” invece analogamente circa 40.000 miliardi/anno di $ con 6.000 $ pro capite; totalmente 80.000 miliardi/anno di $ con 10.000 $ pro capite. La nascita di una democrazia mondiale richiede che i paesi democratici aumentino di 5 volte il loro reddito pro capite arrivando a 200.000 $ pro capite pari a 200.000 miliardi di $ globali.

Gli esclusi invece arrivino almeno al 50% del reddito pro capite delle attuali democrazie quindi pari a 100.000 $ pro capite con un Pil globale di 700.000 miliardi di $ globali (amento di 16 volte). La popolazione mondiale avrà quindi un reddito pro capite di 113.000 $ pro capite e 900.000 miliardi di $ globale, pari a 10 volte il Pil mondiale. Pare fantasia ma di 10 volte sono aumentati nella II metà del ‘900, in meno di mezzo secolo, Pil e diritti dei paesi democratici, grazie all’aumento di capacità produttiva prodotta dal cambio politico abbinato alla rivoluzione industriale; analogo e forse maggiore aumento è possibile con la rivoluzione elettroni realizzata negli ultimi 50 anni, purché adeguiamo l’impianto istituzionale.

D’altronde a inizio ‘900 l’evoluzione produttiva aveva progressivamente reso la struttura economico/sociale non più compatibile con la nuova realtà, facendo scattare la lotta di classe e imponendo il cambiamento; senza il salto dimensionale a livello quantitativo ha messo in crisi il sistema e la sua necessità lo ha imposto. Oggi la rivoluzione elettronica ha prodotto il nuovo squilibrio: non è più ipotizzabile l’isola felice dei paesi democratici detentori della ricchezza, con il resto del mondo che vive drammaticamente.

 È diventato impossibile sia perché il meccanismo istituzionale non è più in grado di garantire la crescita del benessere neppure dei privilegiati, sia perché gli esclusi hanno la conoscenza e il potere per rompere l’esistente equilibrio. Il cambiamento non deriva infatti dalla buona volontà dei privilegiati ma dalla violenta necessità che lo impone per evitare la totale rottura del sistema esistente.

Come contropartita di questo difficile e titanico sforzo è possibile non solo evitare la distruzione del genere umano ma anche creare un nuovo ordine mondiale, non più governato dalla forza ma dal diritto e dai rapporti di collaborazione dei popoli. La differenza, per lo stesso obbiettivo di unificare l’Europa, si evidenzia confrontando la politica di Hitler che ha cercato di occuparla e quella dalla U.E. che ha associato i diversi popoli. Un mondo nuovo, forse oggi per la prima volte, è possibile!

Questa positiva ipotesi potrebbe essere vanificata dal rischio incombente della bomba demografica; è evidente che se l’espansione demografica dovesse mantenere i tassi attuali nessuna politica economica, per quanto fantasiosa e avanzata, potrebbe fronteggiare il problema. L’espansione demografica non è però una tendenza inevitabile ma il manifestarsi di una disfunzione evolutiva.

Sappiamo infatti che la natura ha come principale obbiettivo la salvaguardia della specie e molte razze animali si sono estinte e rischiano di farlo; il meccanismo riproduttivo è quindi fortemente accentuato per fronteggiare le oggettive difficoltà riproduttive e la forte mortalità dei nascituri. L’evoluzione tecnologica ha permesso maggiori risorse alimentari e minore mortalità; la popolazione è esplosa.

Sarebbe stato sufficiente garantire insieme a questi positivi elementi igienici/sanitari anche gli strumenti per rendere la riproduzione una scelta voluta non una necessità inevitabile. Questa seconda parte per vincoli culturali, religiosi e tecnici è stata trascurata con il risultato che vediamo. È evidente che non possiamo ipotizzare il salvifico sviluppo della democrazia lasciando che continuino ad operare questi meccanismi perversi che caratterizzano le società dittatoriali.

Oltretutto contrastare il fenomeno è semplice e automatico perché non richiede imposizione ma rappresenta la conseguenza automatica di un’evoluzione politico/sociale; le statistiche relative al fenomeno evidenziano come una limitata evoluzione sociale è sufficiente a far passare le nascite medie per donna dai 3 – 4 figli a 1,6, dando così origine alla decrescita numerica. L’aumento della vita media per un certo periodo contrasterà la diminuzione demografica, ma rappresenta un fenomeno inevitabile che non annulla solo allunga il tempo necessario per raggiungere l’equilibrio.

Strumenti necessari per raggiungere gli obbiettivi. Qualsiasi obbiettivo sociale implica che il singolo produttore, per la parte di sua competenza, contribuisca all’obbiettivo di massimizzare le risorse e facilitare la crescita di diritti e conoscenza. Questo non si raggiunge con la semplice dichiarazione di principio “tutto il potere al proletariato” ma richiede complessi meccanismi e strutture che permettano alla collettività di controllare l’operato dei produttori da cui deriva il loro benessere.

Per chiarire è bene precisare che per produzione si intende qualsiasi attività svolta e quindi comprende qualsiasi attività pubblica cioè i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario nonché tutta la più specifica attività economica. Tutti i produttori sia pubblici che privati sono organizzazioni autonome e quindi inevitabilmente privilegiano il soddisfacimento delle proprie necessità e non quelle prioritarie della collettività-utente che devono soddisfare.

Deve quindi esistere un meccanismo per garantire alla collettività-utente il poterene di imporre le proprie necessità e controllare che vengano soddisfatte al meglio. Se abbandoniamo la rettorica dominante vediamo che non esistono governanti o imprenditori “illuminati” che perseguono il bene comune ma bensì quelli controllati e quelli no; solo i primi sono “costretti” a perseguire il bene comune, gli altri sono di fatto dittatori o monopolisti, cioè soggetti parassitari che sfruttano la collettività.

Democrazia altro non è che un insieme di regole e strumenti che garantiscano alla collettività-utente, portatrice di necessità, di controllare il produttore e imporre che le proprie necessità siano soddisfatte al meglio. Per valutare gli strumenti oggi utilizzati, i loro limiti e quelli in futuro necessari, dobbiamo partire da una prima principale distinzione che determina il benessere della collettività: primo, stabilire i diritti di ciascun membro della collettività; secondo, realizzare uno strumento produttivo in grado di convertire i diritti acquisiti in tenore di vita. Hanno regole diverse, spesso opposte quindi esaminiamoli singolarmente.

Diritti. Sono prioritari per qualsiasi discorso sulla democrazia perché chi non ha diritti a livello economico/sociale non esiste è un semplice strumento di lavoro, come il contadino medievale o il proletario dell’Ottocento.  Però sono solo propedeutici perché senza un’organizzazione economica capace di trasformarli in tenore di vita rimangono un inutile sogno utopico, equivoco e pericoloso come la realtà dell’Urss del ‘900.

I diritti nascono da un rapporto diretto base/vertice perché sono uguali per tutti ed è il vertice che stabilisce i diritti dei singoli membri della collettività; sono fondamentalmente stabili e in lenta evoluzione per adeguarsi alla progressiva evoluzione storica. Il nostro impianto istituzionale basato sulla tripartizione dei poteri, teorizzata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700, aveva fondamentalmente il compito di regolare i diritti riconoscendoli alla nascente classe borghese che ne era priva.

Il Legislativo – Parlamento, a maggioranza ha il potere di sancirli, l’Esecutivo-Governo si comporta di conseguenza e il Giudiziario-magistratura dirime le controversie. La collettività votante attraverso le elezioni periodiche ha il diritto di scegliere i propri rappresentanti, controllarli durante la loro attività e sostituire alle scadenze quelli che a suo parere non hanno assolto correttamente al proprio compito.

Il sistema ha funzionato; nell’Ottocento praticamente solo la borghesia aveva diritto di voto ed era infatti la sola con un elevato tenore di vita – la belle époque, mentre il proletariato senza diritti soffriva della più spaventosa miseria con il 50% costretto ad emigrare. A inizio del ‘900, grazie alla lotta di classe, si è ottenuto il suffragio universale che ha scatenato la reazione delle dittature, la guerra, la vittoria delle democrazie e l’inizio del primo esperimento democratico con i significativi risultati che meglio esamineremo in seguito.

Oggi è privo di senso lo slogan “tutto il potere al proletariato” perché il proletariato in quanto classe senza diritti non esiste più, esiste invece una moltitudine disagiata che ha però formalmente tutti poteri in quanto maggioranza. Il problema non è quindi più prendere il potere ma capire come costruire un sistema produttivo capace di trasformare tali poteri in tenore di vita. Non abbiamo ancora ottenuto infatti l’obbiettivo democratico ma abbiamo fatto il primo passo propedeutico che supera il problema di diritti, per affrontare quello ben più complesso e parzialmente irrisolto, del meccanismo produttivo.

Ci limitiamo quindi per ora ad alcune considerazioni sui diritti senza entrare in merito sul metodo di utilizzarli. Innanzi tutto vediamo che con il suffragio universale abbiamo costruito uno strumento giuridico nel quale la scritta esposta nelle aule dei tribunali “la legge è uguale per tutti” corrisponde a realtà, d’altronde ha pieni poteri la maggioranza costituita dalla base della piramide sociale; l’unico suo vincolo non è rappresentato dalla favola dei “poteri forti” che serve solo ad identificare un “nemico” a cui attribuire la responsabilità di tutte le disfunzioni.

La verità che la crescita dei diritti è subordinata alla crescita delle risorse cioè principalmente all’evoluzione tecnologica. Ai bassi livelli tecnologici la nostra società per sopravvivere non è in grado di ipotizzare l’uguaglianza dei diritti perché la minoranza pensante ha bisogno di una maggioranza senza diritti, strumenti di lavoro, che esegue.

Più sale il livello tecnologico, pur fra mille disfunzioni, più cresce la percentuale dei pensanti, riducendo la necessità di non pensanti senza diritti che eseguono. L’elemento dirompente della rivoluzione elettronica che abbiamo finora scarsamente capito, permette la possibilità che per la prima volta siano forse (ripeto forse) potenzialmente scomparsi i lavori puramente esecutivi; quasi la totalità dei lavori possono essere pensanti e quindi richiedono diritti e conoscenza. Questo è il nucleo della democrazia e l’argomento che dobbiamo affrontare.

CAPITOLO III – MECCANISMO CONOSCITIVO E GERARCHIA SOCIALE

Meccanismo produttivo. Il meccanismo produttivo che permette di trasformare i diritti in tenore di vita è ben più complesso, ma rappresenta il nucleo del problema perché determina il livello di conoscenza e stratificazione sociale; rappresenta anche la conseguenza più significativa della rivoluzione elettronica potenzialmente forza vincente della democrazia. La collettività non ha avuto bisogno di capire questi meccanismi condizionanti fino a quando ha svolto solo il ruolo di consumatrice; diventa invece fondamentale se, come è necessario, sarà coinvolta nelle scelte economiche effettuate dalla struttura pubblica.

La struttura pubblica infatti determina le scelte economiche strategiche; basta ricordare che nell’Ottocento, essendo il potere politico gestito dalla borghesia (unica con diritto di voto), l’evoluzione tecnologica capitalistica, significava miseria ed emigrazione per il proletariato e splendore per la borghesia –la belle époque. Nella II metà del ‘900, con il diverso potere politico del suffragio universale, la stessa evoluzione tecnologica aumentava risorse, tenore di vita, libertà ed equità distributiva.

Una futura democrazia dovrà necessariamente prevedere di dotare la collettività-utente degli strumenti necessari a gestire le proprie necessità economiche e controllare che siano soddisfatte al meglio. Questi strumenti non sono invece previsti nel nostro impianto istituzionale, perché inizialmente forse servivano meno e inoltre contrastavano con gli interessi della borghesia, in quanto garanzia del proletariato classe maggioritaria.

Il problema non semplice è particolarmente complesso, con logiche e necessità diametralmente opposte a quelle dei diritti; è però ecessario perché il tentativo di soddisfare le necessità economiche della collettività-utente con gli strumenti pensati per i diritti ha portato allo sfascio rilevato quotidianamente. Lo scarso interesse dedicato al problema forse deriva dalla sua complessità e dalla caratteristica interdisciplinare che esula dalla prassi corrente.

Vediamo i punti salienti: le istanze economiche non sono stabili e governate dal vertice (leggi) come i diritti, ma instabili, variabili, imprevedibili, da soddisfare in maniera continua e sparse sul territorio; richiedono quindi, per essere soddisfatte, una struttura periferica sul territorio; se ho bisogno di un caffè o della riparazione della strada deve esistere un’organizzazione periferica del produttore che recepisca e soddisfi le mie necessità. La diversità va però oltre perché il loro meccanismo di soddisfazione riguarda il livello di conoscenza che produce e di cui ha bisogno.

Produzione e conoscenza. La conoscenza determina la capacità produttiva e selezione la classe al potere; vediamo quindi come si forma, seleziona la società e determina la classe al potere. Esiste una prima reciproca interdipendenza: conoscenza/produzione in cui la produzione è figlia della conoscenza che a sua volta deriva dalla conoscenza; il fenomeno riguarda qualsiasi attività umana, anche quelle più individuali: guido la macchina perché so guidare e so guidare perché guido.

Alcune attività più complesse richiedono una maggiore preparazione preventiva, con scuole e corsi ad hoc, quale quella dell’avvocato o del chirurgo ed altro, che però, pur necessaria, è solo propedeutica perché la capacità di operare deriva dall’esperienza acquisita. Il discorso vale per il singolo artigiano a produzione individuale ma riguarda anche le organizzazioni più complesse che coinvolgono più individui inseriti in un’unità articolata costituita dall’azienda.

In questo caso esiste però una variabile in più che determina la differenza fra le diverse attività: alcuni punti operativi (posti di lavoro) richiedono di effettuare scelte, mentre altri si limitano ad eseguire gli ordini o le prassi consolidate dalla ripetizione nei secoli. I puri esecutori costituiscono la classe subordinata senza diritti, semplici strumenti di lavoro, come il contadino medievale o il proletario dell’Ottocento, mentre coloro che gestiscono i punti decisionali, che producono e necessitano della conoscenza, costituiscono la classe al potere.

Dario Fò già oltre 50 anni fa presentava uno spettacolo da significativo titolo “l’operaio conosce 300 parole, il padrone 3.000, per questo lui è il padrone”. La ripartizione percentuale fra le due categorie dei pensanti al potere e degli esecutori subordinati varia in funzione del livello tecnologico raggiunto: nel medio evo a produzione prevalentemente agricoli i punti decisionali, salvo che per la guerra, erano decisamente pochi e la società feudale al potere credo fosse inferiore all’1% della popolazione.

Il capitalismo, con l’evoluzione industriale, ha reso più complesso il processo produttivo ma, specie per tutto l’Ottocento e inizio ‘900, era inferiore al 5%, pari alla dimensione numerica della borghesia. La rivoluzione elettronica dell’ultimo mezzo secolo ha fatto saltare i precedenti equilibri, eliminando progressivamente le attività esecutive e trasformando tutti i posti di lavoro in punti decisionali. Il fenomeno non è compiuto e richiede tempi e cambiamenti, ma potrebbe rappresentare l’architrave una società nuova dove non esistono più esecutori subalterni ma solo soggetti pensanti che dispongono del binomio conoscenza/potere caratteristica degli uomini liberi. La Democrazia!

Per approfondire l’argomento vediamo prima cosa significa un punto decisionale e poi come l’aumento di tali punti è conseguenza e causa del cambio produttivo. Punto decisionale significa coinvolgere il singolo lavoratore in un meccanismo di scelta produttiva. A questo scopo ha bisogno di due cose: informazione e potere; possiamo facilitare la comprensione facendo riferimento alla attività tradizionale molto diffusa della guida della macchina.

Il “posto guida” è il punto in cui il soggetto coinvolto dispone in tempo reale delle informazioni necessarie alla guida, cioè vede la strada e gli strumenti che monitorano il suo funzionamento (conoscenza) e ha il potere per reagire alle informazioni ricevute, cioè volante, freno e acceleratore (potere). Solo così è possibile guidare e sviluppare la conoscenza necessaria. Se manca uno di questi elementi, ad esempio vista o funzionamento del freno, non può guidare, non impara e se comunque guida agisce in modo casuale e molto pericoloso.

Come vedremo la mano pubblica svolge buona parte, per non dire la quasi totalità, dell’attività economica senza disporre delle informazioni e del potere necessario per realizzare non dico l’ottimizzazione produttiva, ma neppure un minimo di coerenza comportamentale; la sua funzione diventa così sempre più parassitaria e giustifica il populismo, legittima protesta contro il “sistema”.

Siccome però i “posti guida” delle attività produttive non riguardano attività individuali ma si effettuano all’interno di grandi aziende con migliaia di posti di lavoro il meccanismo informazione/potere strumento di conoscenza richiede una forte interconnessione fra i vari soggetti coinvolti sia a livello omogeneo (orizzontale) che subordinato (gerarchico).

Si modifica così sostanzialmente le caratteristiche culturali del soggetto perché diventa non più prevalente la conoscenza specializzata, fornita dall’azienda stessa ma la capacità di interagire tra i vari soggetti coinvolti. Nasce infatti la conoscenza dell’azienda che supera quella dei singoli, perché espressione della loro totalità; è la forza di un’efficiente azienda produttiva, portatrice di nuiove conoscenze figlie della complessa organizzazione.

Società benefit. È interessante osservare a riprova di quanto detto il comportamento di alcune aziende che si sono mosse per sviluppare le nuove potenzialità. Sono le società benefit, la logica èparticolarmente interessanti perché permettono di rilevare la capacità anticipatoria del sistema produttivo e i condizionanti vincoli culturali che ci fanno fare la cosa giusta con una legittimazione contradittoria e sbagliata.

Tradizionalmente le società economiche sono di due tipi: profit nelle quali, usando il linguaggio marxista da cui deriva la lettura della realtà, l’obbiettivo è il profitto dell’azionista, il “padrone”, e come tale poco nobile. In alternativa esistono le più nobili organizzazione no profit finalizzate a fornire vantaggi collettivi, quindi basate sulla buona volontà dei proponenti e non sulle ferree necessità della produzione; come tali però rimangono inevitabilmente marginali.

Ultimamente sono state fondate le società benefit, legalmente riconosciute, che dovrebbero essere una via di mezzo; continuano infatti a perseguire il profitto ma si fanno “perdonare” l’avidità inserendo negli obbiettivi sia il benessere del personale sia nobili obbiettivi ecologici generali. I due obbiettivi sono stati abbinati perché appaiono entrambi virtuosi; nella realtà non hanno nessuna omogeneità. Il secondo nasce dalla coscienza dell’incapacità della mano pubblica di assolvere il proprio ruolo e la necessità di parzialmente sostituirla; rimane però un obbiettivo volontaristico e utopico perché tutte le azioni dettate da nobili istanze e non da ferree necessità sono economicamente poco significativa e più di forma che di sostanza.

Ben diverso è l’obbiettivo di darsi carico della felicità del personale perché non è volontaristico ma rappresenta l’evoluzione verso la nuova logica produttiva che trasforma tutti i posti di lavoro in “posti guida”. Bisogna però dimenticarsi del ciarpame dominante derivante da una falsa interpretazione marxista che cerca di scaricare sull’azienda tutte le disfunzioni economiche che sono competenza invece del parassitismo e mancato funzionamento della mano pubblica. Su questo ritorneremo in seguito.

L’imprenditore non ha in realtà nulla da farsi perdonare perché la sua funzione, finalizzata al profitto, impone l’ottimizzazione produttiva che massimizza risorse e conoscenze. Intuisce però, spesso inconsciamente, che la nuova logica operativa impone questo diverso rapporto con il personale perché i posti di lavoro sono sempre più “posti guida” che richiedono conoscenza e una maggiore capacità di interconnessione, cioè possibilità di interagire e partecipare. Non è quindi un’istanza volontaristica ma rappresenta il diritto/dovere di adeguarsi alle nuove ferree necessità produttive per raggiungere l’ottimizzazione produttiva.

Questa corretta impostazione evidenzia la sua importanza strategica sia a livello conoscitivo, la nascita della conoscenza diffusa, che a livello economico in quanto dettata dalle ferree necessità produttiva che ne garantiscono la forza dirompente. Nell’azienda da cui traggo la mia conoscenza, è stata adottata con anticipo la soluzione benefit e i risultati sono andati oltre alle più rosee previsioni.

Per sottolineare la differenza fra una scelta volontaristica e una necessità produttiva possiamo ricordare che in Europa a fine Ottocento la borghesia festeggiava la belle époque mentre il proletariato subiva una drammatica miseria poco mitigata dalle molteplici opere benefiche. Difficilmente la beneficenza ha superato l’1% del Pil; la successiva lotta di classe in mezzo secolo ha aumentato di 10 volte (più 1.000%) le condizioni economiche e sociali del proletariato.

Dimensione del cambiamento. Per renderci conto della dimensione del necessario cambiamento in corso dobbiamo utilizzare una valutazione delle potenzialità perché gli effetti della rivoluzione elettronica si sono solo in parte manifestati e quindi non sono rilevabili su base statistica ma devono essere valutati con una valutazione logica.

La prima fase evolutiva che potremmo chiamare la rivoluzione industriale ci ha permesso di passare dal Medio Evo all’età moderna e si è manifestata con l’introduzione nel sistema economico/sociale del binomio capitalismo/borghesia dove il primo è il meccanismo produttivo e la seconda è la conseguente classe sociale. Costituiscono un rapporto simbiotico interdipendente in cui il capitalismo genera la borghesia e la borghesia è la gestrice del capitalismo. Il nuovo ciclo produttivo prevedeva un 5% di soggetti pensanti, la borghesia e un 95% di esecutori, il proletariato. L’elemento vincente del capitalismo è l’accentramento produttivo da cui deriva la specializzazione produttiva/conoscitiva e l’evoluzione tecnologica; diventa così possibile la crescita delle risorse che, fra molte contradizioni e con riferimento a una parte ridotta dell’umanità, ha permesso livelli economici e sociali prima inimmaginabili.

Il cambiamento ha richiesto cinque secoli di progressiva evoluzione e il suo nucleo è stato l’invenzione del motore e della meccanizzazione che ha sostituito la fatica umana nel ciclo produttivo. Nella seconda metà del ‘900, nei paesi democratici, grazie al suffragio universale, è stato possibile raggiungere livelli di diritti, libertà e benessere diffuso mai ipotizzati in precedenza, decuplicando (aumento 1.000%) redditi, diritti ed equità distributiva.

Verso fine ‘900 è iniziata la seconda fase dell’evoluzione, la rivoluzione elettronica, che in meno di 50 anni ha inserito il computer nel ciclo produttivo in aggiunta e integrazione del cervello umano; si tratta di un passaggio più significativo della precedente introduzione del motore. Avremmo dovuto assistere a un analogo, forse superiore, cambiamento politico/sociale sia produttivo che conoscitivo; tale salto avrebbe dovuto permettere di raggiungere obbiettivi oggi considerati sogni utopici ed estenderli anche alle popolazioni escluse. Invece tutti abbiamo usato singolarmente le nuove possibilità, ma non siamo riusciti a trasformarle in crescita collettiva che aumentasse tenore di vita e diritti; come già successo nell’Ottocento si è invece manifestato il fenomeno opposto.

Anche solo utilizzando il Pil, indice poco adatto a misurare il benessere, non c’è stato di fatto un miglioramento ma un lento peggioramento. Il fenomeno sfugge all’opinione pubblica perché, per la mancanza di punti di riferimento ci si riferisce alle condizioni precedenti, senza inserire il peso della variabile tecnologica. Si discute di miglioramenti del 3%, senza capire che dovrebbero essere invece del 1.000% (aumento 10 volte).

Rottura equilibrio. Il divario fra il mondo reale e quello possibile/necessario comunque rimane ed ha fatto saltare gli equilibri esistenti; si è creata l’instabilità dell’intero sistema mondiale che ha rotto il lungo periodo di pace relativa dovuta all’equilibrio raggiunto con la fine della seconda guerra mondiale. La rottura è stata radicale, infatti le potenzialità della nuova logica produttiva per l’incapacità del nostro sistema di utilizzarle, hanno minato il nostro benessere e fatto saltare, di conseguenza, le tradizionali strutture pubbliche sia delle dittature che delle democrazie.

Le dittature infatti dispongono di un potere pubblico più stabile capace di imporre sacrifici (25% del Pil in armamenti) ed effettuare scelte strategiche a medio e lungo periodo; in contropartite l’alto livello tecnologico, l’allargamento della base conoscitiva, la casualità delle eccellenze, richiedono sempre maggiore intelligenza e conoscenza diffusa che derivano dalla libertà, poco compatibile con una violenta imposizione di potere. L’eccellenza tecnologica, salvo i grandi investimenti pubblici, è finora delle democrazie e le attuali guerre lo confermano.

Hanno inoltre un forte vincolo, difficilmente superabile, rappresentato dallo squilibrio economico dovuto all’insufficiente domanda globale; infatti la loro produzione per crescere, nel meccanismo capitalistico ormai comune a quasi tutte le dittature, necessita una domanda globale crescente che è possibile solo con l’aumento dei salari, incompatibile con la logica dittatoriale.  Anche nell’Europa del Ottocento il rifiuto ad aumentare i salari ha prodotto crisi economiche successive fino a quella del ’29 che ha rotto l’equilibrio esistente.

Diventa così difficile lo sviluppo produttivo e le ripetute guerre fungono da sbocco del surplus produttivo e quindi insite nella logica dittatoriali. Finora fa parzialmente eccezione la Cina che, grazie all’Occidente, è diventata un paese industriale avanzato, nonostante i bassi salari; ha superato lo squilibrio economico strutturale diventando la fabbrica del mondo con un pauroso surplus della bilancia dei pagamenti. È provvisoriamente un paese vincente perché nella nostra miopia, continuiamo a nutrire con le nostre importazioni, il cucciolo di tigre in attesa che ci sbrani.

La diffusa mancanza di equilibrio economico, unito alla necessità di ricorrere a sempre maggiore violenza, mina la stabilità interna delle dittature perché la crescita di conoscenza, mobilità, interconnessione, unita alla potenza delle piccole armi rende sempre più difficile imporre l’ordine. Infatti quando un dittatore cade difficilmente viene sostituito da un altro, ma inizia la guerra per bande; vediamo ad esempio in Africa come predominano i diversi gruppi armati che si contendono spazi di territorio, quasi sempre mercenari finanziati da potenze straniere e/o uniti da fanatismo religioso. Ritorno al medio evo con le armi moderne, la fine di qualsiasi vivere civile.

Discorsi analoghi anche se con motivazioni diverse e spesso opposte, possono essere fatte per le democrazie. Hanno più facile accesso all’ampia fascia di tecnologia spicciola nata da intelligenza diffusa, libertà e casualità, però il sistema economico dispone solo dell’ottimizzazione puntiforme delle singole aziende produttrici, mentre su attività economiche sempre più ampie, il mercato non può operare e la struttura pubblica non ha gli strumenti per subentrare ed elaborare una strategia globale di equilibrio e sviluppo; ha difficoltà a controllare il capitalismo e a realizzare i grandi progetti strategici e infrastrutturali, quali la difesa.

Le democrazie manifestano anche una grande fragilità interna sia per il dissenso alimentato dalla mancata crescita di reddito e diritti, sia per l’influenza esterna esercitata dalle dittature. Hanno inoltre redditi relativamente elevati e costituiscono un inaccettabile punto di riferimento sia per i dittatori, evidenziando il loro parassitismo ed inefficienza, sia per delle popolazioni alimentando il sogno di una vita migliore (migranti).

Le ricchezze delle democrazie rappresentano anche un potenziale bottino per i dittatori e la testimonianza del passato sfruttamento subito dagli “esclusi”, specie nel periodo coloniale. Oggi la situazione è forse cambiata perché il benessere dei paesi avanzati deriva più dall’efficienza produttiva che dall’utilizzo di soggetti sotto pagati; concetto però difficile da spiegare, mentre avanzi di logiche passate sono ancora presenti ed attuali.

Non è possibile esportare le logiche democratiche perché, nonostante che siano richieste (si veda la primavera araba), le democrazie oggi riescono a utilizzare solo una piccola parte della potenziale capacità produttiva, forse meno del 20% del globale, e reggono quindi a fatica da noi grazie alle precedenti ricchezze accumulate ma certo non dove tutto è ancora da costruire. La democrazia non è esportabile perché è un prodotto guasto.

In questa situazione le democrazie non sono più vincenti e quindi continuamente sotto attacco da parte delle dittature sia per riprendersi le perdite passate (vedi Putin e l’eredità dell’Urss) sia per le conquiste necessarie al loro equilibrio economico. La guerra, specie la guerriglia, rimane una delle poche attività aperta agli “esclusi”, mentre la potenza delle armi di piccole dimensioni aprono incredibili possibilità economiche (si veda gli Houthi e il controllo del Mar Rosso).

Assistiamo così all’apertura di sempre nuovi focolai che si auto alimentano senza né vincitori né vinti, perché rappresentano lo scontro fra un corpo abbastanza funzionante ma senza testa, le democrazie, contro una testa senza corpo, le dittature. È un giocare col fuoco, che in ogni momento può dilagare, coinvolgendo anche la seconda linea e la minaccia, falsa o reale, delle armi nucleari. Se non riusciamo ad adeguare il nostro impianto istituzionale alla nuova realtà economico/sociale nessuna soluzione è possibile e il futuro ha limitati spazi di sopravvivenza.   

CAPITOLO IV – POSSIBILITA’ E LIMITI DELL’ IMPIANTO ISTITUZIONALE

Abbiamo finora messo in risalto alcuni cambiamenti produttivi, le nuove necessità che questi evidenziano e le ripercussioni sul ruolo della struttura pubblica e le disfunzioni prodotte. Esaminiamo ora gli strumenti di cui la struttura pubblica dispone, quale compito, e per quale motivo, non riesce ad assolverlo, per cercare una possibile soluzione.

Sintetizziamo quanto detto: democrazia significa fornire la collettività degli strumenti necessari a controllare i produttori sia pubblici che privati per massimizzare le risorse e garantire diritti, libertà e il più alto tenore di vita compatibile con la capacità produttiva. Sappiamo infatti che non esistono né governanti né imprenditori “illuminati” ma bensì quelli controllati e quelli no. Questi ultimi infatti è corretto chiamarli rispettivamente dittatori e monopolisti, perché difenderanno principalmente i propri interessi e non quelli della collettività-utente che devono servire.

Diritti e gestione economica.  La difesa delle necessità della collettività-utente passa attraverso due fasi separate che hanno caratteristiche e logiche diverse e spesso opposte. La prima consiste nell’ottenere la più elevata uguaglianza di diritti, perché chi n’è privo non ha potere d’acquisto ed è un semplice strumento di lavoro al servizio della classe al potere, come il contadino medievale o il proletario dell’Ottocento. Però i diritti rappresentano solo la fase propedeutica perché rimangono un’istanza utopica se non esiste parallelamente una struttura produttiva capace di garantire il tenore di vita che questi diritti implicano.

Quindi gli strumenti democratici hanno due funzioni distinte e interconnesse: la prima giuridica di stabilire i diritti, la seconda economica di garantire il tenore di vita che li renda reali. La prima facile, già ampiamente normata, la seconda complessa e non prevista quindi inesistente e causa del buco nero che fa collassare l’economia. Vediamo come e perché il nostro impianto istituzionale ha previsto la prima e non la seconda ed ha funzionato per un breve periodo nella II metà del ‘900, entrando in crisi a fine secolo.

La nostra logica democratica nasce dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 ed è stata imposta dalla rivoluzione francese. Si basa sulla tripartizione dei poteri, con il Parlamento eletto che stabilisce i diritti, il Governo che opera conseguentemente e il Giudiziario che dirime le controversie. Riconoscere i diritti dei votanti era l’obbiettivo primario della borghesia che ne era priva; la logica organizzativa era quindi corretta perché i diritti sono stabili in lenta evoluzione, conosciuti da chi li rivendica, nascono da un rapporto diretto base/vertice; è il vertice che stabilisce i diritti dei votanti (base).

Il meccanismo ha funzionato prima riconoscendo i diritti della borghesia, la sola con diritto di voto, poi con il suffragio universale dell’intera collettività: oggi la scritta delle aule dei tribunali “la legge è uguali per tutti” è giuridicamente corretta; i problemi nascono dalla sua realizzazione pratica cioè dal meccanismo produttivo che rende tali diritti reali. Comunque questo notevole risultato ha reso possibile, nella II metà del ‘900, la realizzazione di quella felice fase democratica. Non era stato previsto invece la realizzazione di una struttura pubblica finalizzata a elaborare le strategie di sviluppo economico e intervenire nei settori che esulavano dalla competenza dei privati. I motivi erano tanti e fra loro interconnessi.

Vediamoli singolarmente: il primo – un meccanismo economico gestito democraticamente dal settore pubblico è terribilmente complesso, ancora oggi rimane la maggiore difficoltà da superare; il secondo -forse era meno necessario di oggi, tanto è vero che il sistema, nonostante la sua mancanza, ha retto bene nelle prime “democrazie” della seconda metà del ‘900; terzo -avrebbe difeso il proletariato e contrastava gli interessi della borghesia. Quarto – la borghesia considerava la produzione economica il suo punto di eccellenza e di sua esclusiva competenza.

Per la borghesia era delegabile al settore pubblico solo quanto non gestibile dal privato cioè la forza, esercito e forza pubblica. In questi due settori però non si è affidata al Governo che è un semplice Potere Esecutivo non di gestione ma d’indirizzo. Si sono utilizzate strutture operative, analoghe alle aziende produttive, costituite da una struttura gerarchica/conoscitiva che collega livello per livello base/vertice in modo che il rapporto tra la struttura e il singolo membro della collettività sia base/base. Chi una notte subisce un’aggressione sarebbe privo di protezione se dovesse telefonare il giorno dopo al suo rappresentante parlamentare o a un capo del Ministero dell’Interno (base /vertice). Può sperare invece di essere protetto telefonando a un numero sempre operativo, base della forza pubblica (base/base).

Solo queste due organizzazioni di gestione produttiva pubblica erano previste dalla nostra organizzazione pubblica; ultimamente, per permettere lo sviluppo economico dei sistemi democratici, si è inserita anche la Banca Centrale (prima banca d’Italia e poi della U.E) che è passata dal ruolo solo tecnico a quello politico, prendendo atto che i tassi d’interesse e il quantitativo di moneta circolante sono determinanti per equilibrio economico e sviluppo.

Sono comunque solo attività settoriali, gestite necessariamente non in maniera democratica ma delegate al vertice; la struttura pubblica non dispone degli strumenti per gestire un’attività economica controllata dalla base. Non confondiamo infatti la gestione pubblica con il capitalismo di Stato, che appartiene al più ampio settore della produzione capitalistica; la sola differenza, spesso non molto significativa, sono le azioni possedute dallo Stato invece che di un privato; se l’azienda funziona la situazione è analoga a quella di aziende possedute da un fondo.

Come abbiamo visto è facile infatti riconoscere i diritti che sono base/vertice, uguali per tutta la collettività, stabili e in lenta evoluzione; la delega periodica elettorale è la soluzione ideale perché il singolo sa cosa vuole e può controllare il delegato. Le richieste economiche dei singoli membri della collettività-utente sono invece individuali, variabili, imprevedibili, personalizzate e soddisfatte sul territorio; inoltre il singolo ignora il meccanismo che permette di soddisfare meglio le sue specifiche necessità e quindi non può controllare che il produttore lo faccia al meglio. Le necessità sono inoltre espresse individualmente dai membri della collettività, quindi decentrate; le organizzazioni produttrici che le soddisfano sono invece accentrate, interconnesse interdipendenti e costruisco l’unitarietà del sistema produttivo.

Problema praticamente irrisolvibile come si è accorta l’Europa dell’Est quando, dopo la rivoluzione, ha tentato di gestire diversamente la produzione; il sistema non ha funzionato e non era democratico perché necessariamente gestito dall’alto, affidato al governante “illuminato”, cioè dittatore. Esaminiamo quindi gli strumenti utilizzati dalle democrazie liberali; come hanno funzionato e perché, verso la fine del secolo, dopo un breve periodo di risultati positivi, sono entrati in crisi.

L’acquisto: Dobbiamo pertanto esaminare il meccanismo del mercato capitalistico perché, ci piaccia o no, è l’unico strumento che finora ha saputo coniugare l’efficienza produttiva con la partecipazione democratica e garantire il potere d’acquisto della collettività-utente. Parliamo però di un argomento delicato perché la funzione del capitalismo e soprattutto del mercato è stato erroneamente l’elemento di scontro, per più di un secolo e ancora in parte continua ad esserlo, fra destra e sinistra; cercheremo quindi di evitare ogni riferimento ideologico per limitarci a un semplice esame tecnico degli elementi in gioco.

Partiamo quindi esaminando l’acquisto che rappresenta un’operazione quotidiana così banale da non richiedere un’attenzione e invece è il nucleo del meccanismo produttivo, soggetto a complesse regole e condizionamenti per garantirne il buon funzionamento. Infatti è lo strumento che garantisce alla collettività-utente di disporre del potere d’acquisto, permettendo al singolo membro di valutare le proprie necessità, esprimerle, imporle e garantirsi che vengano soddisfatte al meglio.

Sembra blasfemo ma rappresenta il punto più avanzato, attualmente l’unico, di partecipazione democratica a livello economico. Svolge in campo economico le funzioni che le elezioni svolgono per i diritti. Effettuare un acquisto corrisponde ad entrare in una cabina elettorale, esprimere la propria scelta disponendo del potere per imporla.

La possibilità del singolo di conoscere le proprie necessità economiche, esprimerle, imporle al produttore e controllare che vengano soddisfatte è un’operazione complessa perché, le necessità della collettività, diversamente dei diritti, sono migliaia di istanze specifiche dei singoli, sparse sul territorio, continuamente variabili, che richiedono una struttura diffusa, capillare, elastica, capace di recepirle e soddisfarle, in tempo reale.

Un esempio può evidenziare la complessità del meccanismo, che invece sembrerebbe semplicissima. Partiamo dall’ acquisto individuale fatto da un singolo membro della collettività-utente di un prodotto destinato a soddisfare le proprie necessità quali auto, casa, elettrodomestico, cibo, ecc.; necessità facilmente valutabile perché riguarda il singolo utente che conosce cosa vuole. È più complessa di come pare perché l’utente per effettuare una scelta ragionata deve preventivamente sapere: primo – quali risorse dispone (il proprio reddito), secondo – caratteristiche e prezzi non solo del prodotto richiesto ma anche di tutti gli altri che potrebbero in alternativa meglio soddisfare le sue necessità: un televisore o un forno? Solo così può effettuare una scelta e non limitarsi a un semplice mi piace, espressione tipica dell’impotenza.

Per soddisfare queste necessità deve esistere uno spazio, reale o virtuale, dove si incontrano la base del produttore con la base della collettività-utente, il singolo utente. L’utente può così esprimere la propria scelta e il rappresentante del produttore, fornire le informazioni necessarie, recepire la scelta fatta e trasformarla in un contratto giuridicamente vincolante per entrambe le parti. Si arriva alla vendita, che dà all’acquirente il diritto di disporre dello specifico prodotto, controllando che caratteristiche e tempi di consegna siano quelli concordati.

Il singolo membro della collettività/utente non sceglie però solo il prodotto ma anche il produttore che a suo parere ha realizzato il prodotto migliore; premia cioè quello che valuta il miglior produttore ed ha realizzato l’ottimizzazione produttiva, che come vedremo è il nucleo del nostro sistema economico/sociale, perché determina il livello di risorse e di conoscenza.

Dopo l’esame dei poteri e vincoli dei singoli membri della collettività-utente vediamo come, e a quali condizioni, il produttore può assolvere le sue funzioni

Primo – il produttore deve valutare e anticipare le necessità della collettività e, sulla base delle proprie valutazioni, realizzare la produzione; la collettività/utente poi giudicherà i risultati ottenuti e deciderà se premiarlo con utili e sviluppo oppure punirlo con il fallimento.

Secondo – il potere di imposizione e controllo della collettività deve essere reale e tale da costringere il produttore a soddisfare le necessità della collettività e non le proprie; il potere del produttore deve quindi essere limitato, non deve essere in monopolio né fruire di una posizione dominante, per non diventare un produttore non controllato, struttura parassitaria al servizio solo delle proprie necessità.

Terzo – il produttore deve essere organizzato sul territorio e disporre di un collegamento continuo con la propria base per interfacciarsi con l’utente in modo da recepire in tempo reale le sue istanze sempre variabili.

Quarto – il collegamento, utente/fornitore, non deve essere base/vertice, che sarebbe solamente formale, ma base/base nel quale la base del produttore si interfaccia con la base della collettività, il singolo utente, e la richiesta dell’utente viene inserita nella catena gerarchica/conoscitiva dell’azienda, che elabora i dati e i vincoli relativi all’acquisto, in modo da costruire l’unità organizzativa aziendale.

Questo complesso meccanismo organizzativo rappresenta il nucleo e la forza dello sviluppo economico/sociale infatti il singolo soggetto della collettività/utente, portatore di istanze prioritarie, ottiene il potere non solo di imporle al produttore ma anche ottenere che vengano soddisfatte al meglio, realizzando l’ottimizzazione produttiva che come abbiamo visto permette la crescita delle risorse e della conoscenza ed è propedeutica a qualsiasi politica sociale.

È il circolo virtuoso di una organizzazione funzionante nella quale il singolo, seguendo l’interesse personale, soddisfa anche interessi collettivi. Vengono pure soddisfatte le regole democratiche: la collettività/utente determina e controlla l’attività dei produttori (pubblici e privati) e impone l’ottimizzazione produttiva, presupposto della democrazia.

ll meccanismo di ottimizzazione non opera solo all’interno di ogni organizzazione produttiva, la singola azienda, ma anche fra aziende e paesi diversi fino a coprire l’intero sistema economico mondiale. Rappresenta il nucleo del villaggio globale, realtà certamente da regolamentare e controllare ma oggi indispensabile perché ormai tale, nel bene e nel male, è l’economia mondiale. Nessun altro strumento è in grado di sostituire il mercato capitalistico e quindi con esso dobbiamo convivere ed imparare a usarlo al meglio.

Solo l’ottimizzazione può garantire crescita delle risorse, politica sociale, equilibrio geopolitico, crescita della conoscenza, ma viene sottovalutata per vincoli culturali, legati al passato. Superarli è propedeutico a qualsiasi ipotesi di cambiamento e quindi affronteremo il problema in modo specifico nel prossimo capitolo.                            

CAPITOLO V – PRECONCETTI CONDIZIONANTI

Capitalismo e mercato sono stati per più di un secolo il nucleo dello scontro ideologico fra destra e sinistra, considerati dalla destra la soluzione di tutti i mali, dalla sinistra invece il male stesso. Nella realtà avevano torto entrambi perché non rappresentano né il bene, né il male ma solo uno strumento tecnico; la valutazione morale doveva riguarda solo l’uso che ne facciamo. Inoltre, ci piaccia o meno, sono uno strumento con il quale abbiamo convissuto, e dovremo continuare a farlo, sarà quindi bene passare dalla lettura ideologica a quella tecnica per capire quanto condizionano il nostro benessere e i limiti che hanno.

Condizionamenti marxisti. Per fare un’analisi tecnica bisogna preventivamente eliminare i preconcetti legati al passato e condizionati dalle teorie marxiste. Infatti fino a quando consciamente o inconsciamente si crede che il “padrone” per arricchirsi “ruba” una parte di salario agli operai, un discorso tecnico non ha senso; sarebbe come discutere dell’utilità economica dei narcotrafficanti.

L’esame è particolarmente urgente perché le teorie marxiste di riferimento non erano sbagliate, hanno rappresentato infatti la spinta al cambiamento e sinistra e sindacato hanno contribuito alla nascita della democrazia nella seconda metà del ‘900. L’errore interpretativo nasce verso la fine del ‘900 quando, grazie il suffragio universale, si era raggiunto una prima eguaglianza di diritti; si imponeva infatti una differente strategia evolutiva, essendo cambiate le regole del gioco. L’incapacità di staccarsi dal passato ha lasciato sinistra e sindacato senza ruolo né strategia.

Due punti sono condizionanti della posizione marxista: primo -la produzione viene considerata la “farina del diavolo utile solo alla borghesia”; secondo – la teoria del “plus valore” in base alla quale il “padrone” ruba una parte del salario al lavoratore/proletario che deve riappropriarsene attraverso la lotta di classe. Esaminiamo singolarmente entrambe le affermazioni:

“La farina del diavolo” sintetizzava un concetto allora corretto: infatti ad ogni aumento di produttività quale telaio meccanico, trebbiatrice o trattore non aumentava produzione e benessere ma solo disoccupazione; si riducevano inevitabilmente le paghe e una parte del proletariato veniva espulso da ciclo produttivo; in Italia circa il 50% della popolazione ha dovuto emigrare (allora eravamo noi i migranti) perché non c’era più lavoro. Per limitare la drammatica miseria movimenti come i luddisti prevedevano (allora giustamente) la distruzione delle macchine; nello stesso periodo la borghesia festeggiava la belle époque.

La situazione si è rovesciata solo dopo la seconda guerra mondiale quando, grazie al suffragio universale, il potere politico non è stato più appannaggio della borghesia (in precedenza sola con diritto di voto) ma della collettività e una diversa struttura pubblica ha trasformato l’aumento di produttività in maggiore produzione, garantendo l’occupazione e la crescita delle risorse e del benessere collettivo. Da quel momento l’aumento di produttività è diventato l’elemento portante dell’aumento di occupazione, risorse e benessere collettivo; in una parola crescita della democrazia. La vecchia logica oggi porta a risultati radicalmente opposti e sbagliati.

Teoria del plus valore: era teoricamente sbagliata, ma molto utile per raggiungere l’obbiettivo; è anzi legittimo il dubbio che non corrispondesse alla logica marxista, ma fosse un espediente per divulgare e far esplodere la lotta di classe, necessaria per ottenere i diritti negati del proletariato. La lotta di classe era necessaria perché le risorse si ripartiscono in funzione del livello di potere e quindi dei diritti; questo concetto corretto era però complesso e difficile da far capire a un proletariato fondamentalmente analfabeta, molto più semplice la teoria del plus valore “ti rubano una parte del salario, pagandone solo una parte; combatti il furto”.

Così semplificato il concetto è diventato comprensibile a tutti e faceva anche riferimento non all’astratto proletariato ma al singolo lavoratore; è stato infatti l’elemento dirompente per affermare i diritti del lavoratore/proletario. Però il Manifesto conclude con “proletari di tutto il mondo unitevi”; parla di proletari, non di lavoratori.

 In quel momento storico comunque la prassi conseguente era corretta perché esisteva un’identità lavoratore/proletario e inoltre il livello dei diritti determinava quello dei salari. Quindi la lotta sindacale era uno strumento idoneo della lotta di classe; la diversa e opposta funzione si è evidenziata solo nella fase successiva.

Lotta sindacale infatti significa portare lo scontro a livello aziendale o del singolo gruppo di attività e presupporre che sia il padrone che paga gli aumenti salariali; entrambe le ipotesi sono false, perché i salari reali non dipendono da fattori aziendali ma politici. Con il suffragio universale la battaglia per i diritti è stata vinta e la piramide sociale rende maggioritari, e quindi formalmente al potere, i bassi strati sociali; la determinazione dei diritti è di competenza del sistema politico così eletto, con il legislativo che li stabilisce e l’esecutivo che li fa rispettare.

I diritti infatti sono, e devono essere, uguali per tutti, non diversi secondo le aziende o i settori (bancari, chimici, metalmeccanici, ecc.) e quindi devono essere stabiliti dal vertice e riguardano tutti. In prospettiva si potrebbe anche ripensare la necessità di delegare il livello dei salari agli scontri sociali. Per stabilire il diritto a una servitù di passaggio non si fa riferimento alla forza dei due contendenti ma alla legge e agli atti notarili che la determinano.

Questo però presuppone una struttura pubblica che abbia gli strumenti per gestire su base democratica queste controverse; nella situazione attuale lo scontro sindacale è forse l’ipotesi meno peggio. Comunque una forte diseguaglianza sociale denuncia che il livello democratico è basso ed è stato sottratto un significativo potere alla collettività, base della piramide sociale.

Necessità di strategie alternative. Vinta la lotta di classe per l’uguaglianza dei diritti, i problemi sociali rimangono aperti, ma cambia la strategia per risolverli; infatti a questo punto il benessere collettivo e l’equità distributiva dipendono dalla capacità produttiva del sistema Paese e dal livello democratico raggiunto. Il suffragio universale è infatti solo un atto propedeutico per ottenere uguaglianza di diritti e permettere i passi successivi a livello sociale; è solo il presupposto per rendere reali i diritti acquisiti.

Sono però necessari strumenti diversi per costruire un meccanismo produttivo in grado di assolvere questo nuovo compito.  Situazione analoga possiamo trovare nella lotta partigiana, determinante per la liberazione dell’Italia da occupazione tedesca e dittatura; la caduta di entrambe non garantiva gli obbiettivi sociali ma imponeva solo la necessità di utilizzare strumenti nuovi inseriti nella regolamentazione legale. Le Brigate Rosse sono lo stravolgimento dei valori di una lotta di intellettuali avulsi dalla realtà della storia.

Sono altre quindi le strategie che dobbiamo seguire per aumentare il benessere collettivo utilizzando il suffragio universale che garantisce la maggioranza alla base della piramide sociale. I miglioramenti sindacali, se restano invariati i livelli produttivi, hanno una ricaduta molto limitata perché il vero cambiamento deriva dall’aumento della capacità produttiva e delle maggiori risorse messe così a disposizione.

L’interpretazione dominante, di derivazione marxista, utilizza infatti una visione semplificata del meccanismo produttivo e prende in considerazione una sola parte del sistema economico che oggi non è più determinante e che impedisce di cogliere la complessità del meccanismo da cui deriva il nostro benessere. Lo schema che segue forse può aiutare a capire il concetto.

In base alle teorie economiche dell’Ottocento tutto il sistema produttivo era automaticamente in equilibrio perché A era uguale a B in quanto sua contro faccia, analogamente risultava A uguale a D e B uguale a C; di conseguenza anche D era uguale a C da cui derivava la ferrea convinzione “l’offerta crea la propria domanda” e nessun intervento pubblico era necessario.

Teoria truffaldina con cui la borghesia a ogni aumento di produttività eliminava una parte del proletariato dal ciclo produttivo; bisognerà aspetta Keynes con la Teoria generale del ’36 per superare questa logica e permettere di trasformare l’aumento di produttività in maggiore benessere.

Come si vede la lotta sindacale opera solo nel punto B cioè nella struttura produttiva ed ha lo scopo di modificare la logica distributiva dei redditi fra lavoratore/proletario e padrone. La prassi non era errata nella prima fase come strumento della lotta di classe; con il suffragio universale e l’ottenimento dei diritti del proletariato lo scontro a livello aziendale perde di importanza infatti non solo il margine imprenditoriale è determinato dal livello di concorrenza e non dalla pressione sindacale, ma soprattutto e di conseguenza i miglioramenti a livello aziendale sono limitati e sempre meno significativi.

Il tenore di vita del lavoratore non è determinato tanto dallo stipendio percepito nel punto B quanto dai beni e servizi di cui può lucrare nel punto C e quindi è condizionato dal quantitativo di beni e servizi che sono prodotti in A, quanti affluisco in D, quanti dei redditi percepiti in B arrivano al mercato C e quanti dei beni di D sono disponibili gratuitamente (come sanità e istruzione).

Tutti questi passaggi hanno forti variabili, gestite dalla mano pubblica, che li condizionano pesantemente come fra A e D la destinazione di alcune risorse quali spese urbanistiche, militari, ecc. fra B e C prelievo fiscale, contributi, ecc.; soprattutto il criterio di messa a disposizione dei cittadini dei prodotti in D quali servizi gratuiti (sanità, scuola, spiagge, trasporti, parchi, ecc.). E’ l’insieme di questi elementi che ha permesso di aumentare di 10 volte (1.000%) il tenore di vita dei membri della collettività nella seconda metà del ‘900.

Fermarsi ad esaminare le ripartizioni del punto B si affrontano problemi sempre più marginali; un esempio numerico può chiarire questo punto. Se immaginiamo uno stipendio di 100 che la lotta sindacale aumenta anche del 50% (ipotesi utopistica) il salario sale di 50. Se però nel periodo in esame l’aumento di produttività e quindi di risorse disponibile, cioè punto A, D, nonché i criteri distributivi di C, è di 10 volte (1.000%) come è successo nella seconda metà del ‘900, l’iniziale reddito reale sale a 1.000 per cui il 50 faticosamente guadagnato con la lotta sindacale diventa solo il 5% del totale. Se la rivoluzione elettronica, come dovrebbe, aumenta nuovamente di 10 volte produttività e risorse il guadagno iniziale di 50 diventa lo 0,5% del totale. Valore assolutamente insignificante.

Colpisce che una diversa logica interpretativa stenti ad affermarsi; forse è dovuto al lungo tempo di evoluzione in cui progressivamente si è passato da una situazione all’altra. Possiamo ricordare il paradosso della rana. Si dice che una rana buttata in una pentola d’acqua bollente fa un salto e si salva; se invece si trova in una pentola d’acqua fredda che lentamente si scalda manca il momento di rottura e progressivamente muore. Non so se è vero ma questa potrebbe essere una spiegazione.

La ragione è comunque più complessa e non ci si può comunque limitarsi alla sola spiegazione razionale per spiegare come a livello collettivo ha prevalso la lettura marxista contraria al capitalismo e come la cultura diffusa non si è adeguata al cambiamento della realtà. Esistono infatti altri elementi irrazionale che pesano più di qualsiasi ragionamento logico. Questa logica interpretativa è facile, utilizza la stessa semplificazione della teoria del plus valore: “il padrone ruba una parte del salario”; non c’è da capire nulla del complesso meccanismo produttivo che coinvolge l’intero sistema, tutto si svolge all’interno dell’azienda e rispecchia la sempre predominante semplificazione manichea, tutto è lineare: c’è qualcuno che ruba ai poveri e basta eliminarlo o sostituirlo e tutti saremo felici.

Inutile ripetere che tutti i presupposti sono falsi, che la equità distributiva non è sufficiente senza un’adeguata efficienza produttiva in grado di fornire le risorse necessarie. È un discorso complesso che richiede l’inserimento in un ciclo produttivo, con l’aggiunta che qualsiasi scelta di sviluppo implica maggiori costi attuali certi e ricavi futuri incerti; per valutare il delicato punto d’equilibrio è necessario l’inserimento in uno strumento produttivo, che oggi manca.

Impossibile è quindi capire, valutare, avere una risposta responsabile; diventa automatica la scelta irresponsabile che ci accomuna alla maggioranza; delle varie ipotesi si possono infatti rilevare solo gli svantaggi che impongono la risposta semplificata e irresponsabile.

La versione dei buoni e cattivi è anche la più gratificante, perché, non a caso, “noi” siamo sempre i buoni; è anche la più facile perché non c’è niente da capire ed è difficilmente contestabile: è infatti vero che ci sono i troppo ricchi e i troppo poveri. La realtà è intollerabile, nessuno può non vederlo; rimane però corretto l’obbiettivo, sbagliato lo strumento per raggiungerlo; è però un discorso difficile e chi sbandiera la semplificazione manichea non è contestabile ed ottiene l’attenzione e il consenso della maggioranza; è inevitabile che diventi la linea più seguita. Basta vedere come è tortuoso il percorso per smascherarla per capire la solitudine dell’alternativa.

Vi è poi un altro motivo: con il suffragio universale la mano pubblica è diventata la maggiore responsabile del livello dei diritti e dello sviluppo economico necessario a renderli reali; non dispone però di conoscenza, strumenti e convenienza per soddisfare le necessità della collettività per cui accentua il suo parassitismo. È stato automatico cercare un capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità di ciò che non funzionava; chi poteva assolvere meglio questa funzione? Gli imprenditori capitalisti operavano male e pagavano salari troppo bassi quindi erano chiaramente loro i responsabili delle disfunzioni.

Così la mano pubblica, vero punto di disfunzione del sistema, ha rovesciato la situazione, nascondendo le proprie colpe, ben maggiori di quelle che appaiono, scaricandole sulla contro faccia capitalistica. In campo urbanistico il fenomeno è evidente; abbiamo colpevolizzato gli speculatori edilizi mentre la responsabilità era della mano pubblica incapace di elabora e imporre un progetto di sviluppo coerente.

Genova ne rappresenta un esempio emblematico: il piano regolatore elaborato fra ‘800 e ‘900 era un capolavoro di intelligenza; il palazzo Ducale, nucleo della città vecchia, veniva collegato, attraversando una collina e il fiume Bisagno, con una strada dritta, lunga quasi 2 km., alla collina di Albaro; altra strada lo collegava con il porto e si realizza una circonvallazione in piano sulla collina retrostante, collegata al centro con ascensori e funicolare. Si aprivano grandi spazi edificabili, splendidamente collegati; gli edili hanno costruito in maniera adeguata.

Finita la guerra scarsi e inadeguati sono stati i programmi urbanistici e gli edili hanno utilizzato gli spazi disponibili costruendo le varie case come hanno potuto, senza servizi, collegamenti e inserimento funzionale, creando lo sfascio che vediamo; la soluzione dei problemi dichiarati non rientrava però questi nei loro compiti e possibilità. Sono stati effettivamente gli edili a devastare il territorio ma la responsabilità è della mano pubblica che non ha saputo programmare e regolamentarne l’uso.

Queta miscela esplosiva di semplicità interpretativa e di diffuso interesse alla mistificazione è la grande difficoltà da superare per cercare di capire la crisi economica e identificare una via d’uscita. Da sempre la storia dell’umanità è stata caratterizzata dallo scontro tra la forza dell’immobilismo e la razionalità dell’evoluzione necessaria; lentamente, con oscillazioni contrastanti l’evoluzione ha sempre vinto; speriamo che avvenga anche oggi.

CAPITOLO VI – SPLENDORE E CRISI DELLA DEMOCRAZIA

Abbiamo cercato di superare i preconcetti che ci impediscono di capire l’evoluzione in corso, prendendo atto che il capitalismo non è, come troppi ancora pensano, il male assoluto ma bensì lo strumento che ha permesso il passaggio dal Medio Evo all’età moderna. Nella seconda metà del ‘900 è stato determinante per raggiungere, nei paesi democratici, livelli di diritti e benessere collettivo mai prima sperati; si è creato il binomio inscindibile capitalismo/democrazia in cui tutte le democrazie erano capitalistiche, mentre fallivano le soluzioni alternative.

A questo punto per superare l’attuale drammatica situazione e ipotizzare una possibile soluzione, diventa determinante capire perché il successo della seconda metà del ‘900 che si è interrotto a fine secolo ed è iniziata la crisi che ha compromesso l’equilibrio mondiale. Potremmo così identificare una possibile soluzione ed evidenziare il peso economico/sociale della disfunzione in atto. Vediamo innanzi tutto la dimensione del successo.

Splendore della democrazia. Il suffragio universale, diventato finalmente reale dopo la guerra, ha spinto la struttura pubblica a realizzare l’uguaglianza dei diritti, mentre l’efficienza del sistema capitalistico, messo finalmente al servizio della collettività, ha permesso di rendere reale buona parte dei diritti ottenuti e trasformarli in potere d’acquisto. Nel breve periodo che va dagli anni ’40 –‘50 (fine della guerra) agli anni ’80 -90, i famosi “trenta gloriosi”, la struttura istituzionale (pubblico) ed economica (capitalismo) si sono integrati, permettendo di sfruttare in pieno la potenzialità produttiva del sistema e di raggiungere risultati che in precedenza sembravano impossibili.

Riporto alcuni dati, più dettagliatamente esposti in Scacco alla crisi (De Ferrari – Genova-2010). In termini quantitativi la produzione delle democrazie avanzate da inizio a fine ‘900, ma principalmente nel periodo indicato, è aumentata di 10 volte (1.000%). A livello dell’equità distributiva i risultati sono stati ancora migliori; sinteticamente (elaborazione Banca d’Italia 2004) in Italia il 50% della popolazione fruiva del 50% delle risorse, vi era poi un 15% ricco e un 35% povero, però il reddito medio del 10% più ricco era “solo” 10 volte quello del 10% più povero.

Facendo riferimento ai soggetti più ricchi risultava che il 2,2% della popolazione fruiva del 10% dei redditi totali, che diventava 26,7% se si considerava il 10% più ricco della popolazione; facile dedurre che il reddito di quel 5% della borghesia privilegiata, si era ridotto dal 90% a meno del 20% del totale, confermando già a livello numerico che stava nascendo una società post borghese.

I dati reali, al di là della fredda logica numerica, erano ancora migliori perché, secondo l’uso consolidato, facciamo sempre riferimento solo al Pil cioè i redditi monetari, cioè la disponibilità economica dei singoli, ma trascuriamo il reddito non monetario prodotto dai vari servizi gratuiti di cui si disponeva e che non esistevano prima; basta pensare a sanità, istruzione (allora eccellenti) ed altri benefit che la nuova situazione economico/sociale metteva liberamente a disposizione.

Vi è poi il capitolo poco misurabile, ma ancora più importante relativo al livello di diritti e libertà raggiunti. Anche in questo settore possiamo parlare di un aumento di 10 volte, che sottolinea l’incredibile risultato raggiunto; mai nella storia si era raggiunto un tale livello di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva. Se a un operaio/proletario di inizio ‘900 avessero illustrato le possibili condizioni di cui avrebbe fruito un analogo operaio di fine secolo lo avrebbe valutato un sogno utopico.

La mano pubblica aumentava i diritti del proletariato; era l’ora dell’abbinata lotta di classe/sindacale in cui l’aumento di diritti permetteva la crescita dei salari, della domanda globale e dello sviluppo economico, premiando anche le aziende più efficienti che avevano un più alto livello di produttività. Parallelamente spingeva verso logiche distributive egualitarie e regolamentava e controllava il capitalismo privato per imporre uguali standard comportamentali, all’interno di una discreta libertà sulle strategie di sviluppo.

Era il periodo in cui costruivamo la democrazia e la partecipazione alle urne era quasi totale con anche un 95% di votanti, perché la collettività capiva, spesso inconsciamente che si decideva del proprio futuro. Il disinteresse attuale non deriva da apatia della collettività ma dalla coscienza che alle urne si decide ben poco su problemi che ci riguardano ma si inseriscono nel gioco di potere dei governanti.

Le democrazie erano vincenti: l’imprenditore non era più il “padrone” da combattere, ma il soggetto necessario per difendere occupazione e crescita economica. Situazione non solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che potevano nascere e consolidarsi, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi capitalismo/democrazia. Si è incominciato a prendere coscienza che, in contrasto alla teoria del plus valore, l’aumento dei salari non derivava da una riduzione della quota del “padrone” ma dall’aumento della capacità produttiva; il margine imprenditoriale è infatti condizionato dalla concorrenza e non dalla pressione sindacale.

La struttura pubblica forte delle nuove maggioranze garantite dal suffragio universale ha difeso gli interessi dell’intera collettività-utente e quindi ritornando allo schema riportato nel capitolo precedente, non si è concentrata sul punto B quello delle ripartizioni dei redditi già in buona parte garantiti dai diritti acquisiti del proletariato; ha spinto sulla crescita delle risorse del punto A, differenziato i redditi disponibili con una tassazione progressiva, con la disponibilità gratuita  di alcuni servizi essenziali quali sanità, scuola ed altri, rendendo disponibili più prodotti al punto C e aumentando il benessere collettivo. I risultati economici quindi non sono stati raggiunti a livello tecnico (aziendale) ma politico (diritti e gestione economica).   

Nella seconda metà del ‘900 esisteva solo il binomio capitalismo/democrazia e tutti i paesi democratici erano capitalistici mentre il capitalismo avanzato prosperava solo nei paesi democratici. Esisteva infatti una virtuosa interdipendenza reciproca fra pubblico (diritti) e privato (produzione); il pubblico aumentava i diritti facendo in sequenza crescere, salari, domanda globale, aziende tecnologicamente più avanzate, risorse e conoscenza. Questo processo garantiva una libertà possibile, necessaria e antitetica all’imposizione dittatoriale.

La democrazia si sono imposte progressivamente in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre le soluzioni alternative fallivano. Tutto il meccanismo produttivo funzionava e poteva soddisfare le principali necessità della collettività, rendendo reali i diritti acquisiti; il mercato era però il suo elemento portante e ben presto si sono evidenziati i suoi limiti mettendo in crisi l’aspetto produttivo e coinvolgendo progressivamente gli altri settori e l’equilibrio generale.

Rottura del meccanismo democratico. A fine ‘900 è progressivamente caduta la possibilità del mercato di gestire il processo produttivo; abbiamo stentato a rilevare il fenomeno perché il mercato era la discriminante, linea di divisione politica, visto dalla sinistra come il sommo male e dalla destra come un dio onnipotente; pochi hanno voluto capire che era solo un efficiente mezzo tecnico al servizio di chi lo utilizzava; diventava quindi necessaria un’analisi per valutarne potenzialità e limiti.

Primo punto – il mercato permetteva di ottimizzare il funzionamento delle singole aziende, ma non c’era nessuna garanzia che questa ottimizzazione puntiforme corrispondesse all’ottimizzazione globale del sistema Paese. Non è stato difficile capire anzi che, soddisfatte le primarie necessità della collettività-utente (frigoriferi, televisori, vestiti, casa ed altro) e resa più complessa e interdipendente la struttura economica, l’ottimizzazione puntiforme non corrispondeva affatto a quella globale e quindi mancava nel nostro impianto democratico un soggetto titolato a farlo.

Inoltre il mercato poteva operare solo nei settori in cui era possibile la concorrenza, settori che percentualmente si riducevano al crescere economico sociale. Infatti per motivi diversi il mercato non può operare:

Settori sociali – quali sanità ed istruzione: questi settori rappresentano un servizio dovuto, quindi devono essere gratuiti e garantiti a tutti indipendentemente delle possibilità economiche; vengono quindi sottratti alla logica del mercato.

Servizi al territorio – quali trasporti urbani, rifiuti, infrastrutture e altri servizi: sono tutti caratterizzati da un utilizzo obbligato, con alternative inesistenti, non sono quindi controllabili dal mercato. L’equilibrio di bilancio delle aziende, spesso pubbliche che effettuano questi servizi, non deriva dall’ottimizzazione produttiva, ma dal livello dei prezzi, stabilito non dalla concorrenza (mercato), ma dall’Autorità; non è più quindi un indice di efficienza ma un dato decisamente poco significativo.

Vincoli temporali e dimensionali – quali riscaldamento globale, migranti, scontri geopolitici (Ucraina), vivibilità urbana e molti altri; in questo caso non esiste neppure una finta domanda individuale, perché la collettività non dispone neppure dello strumento per esprimere le sue necessità salvo le varie manifestazioni pubbliche che però, come il mi piace, sono l’espressione dell’impotenza.

Soddisfatte infatti, nella seconda metà del ‘900, le necessità elementari dell’acquisito potere d’acquisto del proletariato si sono create maggiore complessità produttiva e istanze sociali che sono progressivamente diventate prevalenti. La percentuale produttiva priva del controllo del mercato non è facile da stabilire ma può essere stimata intorno al 70% del totale. Il valore potrebbe sembrare esagerato ma si capisce che non lo è pensando che il solo prelievo fiscale raggiunge il 50% del Pil, ad esso dobbiamo aggiungere tutti i servizi gestiti dalla mano pubblica, in regime di monopolio naturale e tutto ciò che si doveva fare e non è stato fatto, cioè il nucleo principale della disfunzione.

Incomincia ad evidenziarsi la parte mancante del nostro sistema economico; problema meno sentito nella prima fase di sviluppo ma oggi diventato elemento strategico. La mancanza di un soggetto o strumento idoneo a gestire strategia e obbiettivi globali non solo impedisce la coerenza economica del sistema Paese, ma mette in crisi anche le ottimizzazioni aziendali; ha poco senso ottimizzare i singoli pezzi senza conoscere gli obbiettivi finali.

Soluzioni prese in esame. Da tempo si era capita la necessità di garantire, in determinati settori, un diverso e maggiore controllo della collettività. Con un’ingenuità inaccettabile, e forse per motivi non dichiarabili, si è pensato che era sufficiente delegarne la gestione alla mano pubblica. Nessuno dei politici e della società civile si è chiesto se la struttura pubblica aveva gli strumenti necessari a svolgere questa funzione.

La convinzione, direi il preconcetto forse inconscio ma diffuso, presupponeva infatti che mentre il capitalista inseguiva il proprio profitto quindi un interesse legittimo ma privato, la struttura pubblica era naturalmente delegata a difendere l’interesse della collettività e del suo benessere. L’affermazione è corretta con riferimento alla logica astratta ma non al comportamento degli uomini coinvolti, perché come abbiamo detto non esiste il governante “illuminato” ma quello “controllato” perché tutti, politici, funzionari, operatori privati, difendono prioritariamente il proprio interesse.

Si può anche aggiungere che, non per bontà ma per vincoli organizzativi, il comportamento del privato è spesso “oggettivamente” più virtuoso di quello del soggetto pubblico. Il privato infatti per inseguire il profitto, interesse privato, deve realizzare l’ottimizzazione produttiva, principale interesse collettivo. Politici e funzionari pubblici invece, pur in nome dell’interesse collettivo, non subiscono un controllo reale sui risultati della loro gestione economica; non hanno quindi l’obbligo di ottimizzarla mentre subiscono perversi meccanismi decisionali, che impongono lo spreco di risorse per garantire a sé e al territorio, risorse, potere e privilegi.  

Questo problema comunque non è stato nemmeno affrontato utilizzando la solita semplificazione manichea, totalmente falsa, che il padrone “ruba” il profitto mentre politici e funzionari difendono la collettività. Nulla di più fuorviante; qui non siamo infatti di fronte a un problema di capacità o onestà degli uomini coinvolti ma della necessità di costruire un meccanismo produttivo che faccia coincidere l’interesse del singolo con quello collettivo e che quindi ha bisogno si determinati strumenti e caratteristiche.

Si è pensato, o voluto credere, che il Governo, le Giunte e gli altri organi esecutivi fossero analoghi al Consiglio di amministrazione di una grande azienda, così per analogia, potessero gestire la parte non gestibile dal capitalismo privato. Nulla di più falso, già il nome di esecutivo dovrebbe evidenziare i suoi vincoli di esecutori e non gestori; soprattutto mancano tutti gli strumenti, illustrati nel capitolo III, che permettono all’azienda di operare.

Questo buco organizzativo è il nucleo della crisi della democrazia perché produce un’impossibilità produttiva sulla parte non controllabile dal mercato capitalistico: parte che diventa maggioritaria e strategica al crescere dell’evoluzione tecnologica (forse oggi pari al 70% del totale) con il drammatico risultato che viene gestita senza nessun controllo reale sui risultati, sostituito da un asfissiante controllo sulle formalità, non idoneo a limitare l’abuso, mentre spesso lo alimenta deresponsabilizzando i responsabili.

Questo buco nero impedisce la crescita delle risorse e degli obbiettivi sociali; si ripete la situazione degli stessi anni ’20 del ’900; la domanda globale non poteva allora e non può oggi adeguarsi alle nuove necessità; inoltre la mano pubblica non è più idonea a controllare il capitalismo, né realizzare le strategie necessarie e le opere e i servizi di sua competenza. Cresce invece la legittima protesta della società per il dilagante parassitismo pubblico e per l’arbitrio legato a una spesa fuori controllo. 

Sara quindi necessario dedicare il prossimo capitolo per evidenziare le attività compatibili con l’attuale organizzazione del potere Esecutivo e le sue caratteristiche che ne limitano drasticamente l’attività economica.

CAPITOLO VII – MANCATA EVOLUZIONE E DEGRADO DEMOCRATICO

Abbiamo visto come ingenuamente si è pensato che i governanti “illuminati” costituiti da Ministri e membri di Giunta, avrebbero perseguito l’interesse collettivo e sostituito i privati nei settori dove, mancando il mercato, non potevano operare. Questa valutazione rappresentava forse anche la coda avvelenata della teoria marxista che vede la produzione come “farina del diavolo” di cui è inutile occuparsi perché si sviluppa naturalmente come l’erba nel prato.

A livello meno nobile si pensava forse inconsciamente, che la catena di comando pubblico soggetta a poco significativi controlli formali, in sostituzione di quelli reali sui risultati avrebbe creato una diffusa libertà. Si è così trascurato che nessuno degli strumenti necessari alla gestione economica era stato previsto al momento dell’identificazione della struttura del Governo.

La gestione economica inizialmente era stata infatti esclusa dal campo di attività del Governo e l’unica attività pubblica che la borghesia aveva previsto era infatti l’uso della forza e a tale scopo aveva realizzato strutture autonome ad hoc, quali la forza pubblica e l’esercito, dotate di una struttura gerarchica/conoscitiva analoga a quella delle aziende produttrici.

Problemi aperti: partecipazione e conoscenza. Delegare alla struttura pubblica una parte della gestione economica crea a caduta una serie di problemi non risolti fra loro interconnessi. Il primo è la partecipazione democratica; non è sufficiente immaginare una struttura tecnicamente efficiente perché bisogna prevedere che la collettività abbia la possibilità di condizionarla e controllarla; in mancanza abbiamo il solito governante “illuminato” che altro non è che un dittatore con tutte le conseguenze conosciute.

Da questo deriva il secondo problema; per raggiungere questo scopo, non basta fornire la collettività di uno strumento tecnico efficiente bisogna anche che disponga della conoscenza necessaria per fare scelte ragionate. Se manca questo preliminare elemento le scelte della collettività non sono espressione di democrazia ma di pura demagogia. È esattamente quello che caratterizza le attuali democrazie vittime di una mancata evoluzione.

Il problema infatti nella II metà del ‘900 non esisteva, o era marginale, perché la collettività era tutelata: per i diritti dalle elezioni; riguardavano ciascuno singolarmente che poteva valutare e controllare l’operato degli eletti; per la parte economica dal mercato. Anche in questo caso la scelta dei singoli membri della collettività era facilitata perché riguardava beni di consumo individuale, già disponibili, con caratteristiche e prezzi conosciuti e con l’ampia possibilità di scelta. Il processo produttivo non riguardava l’utente che valutava a processo concluso, effettuando la scelta fra prodotti già esistenti.

Totalmente diversa è la situazione dei beni non controllabili dal mercato: normalmente non hanno domanda individuale, ed è il motivo per cui non sono controllabili dal mercato; sono prodotti da realizzare (vedi infrastrutture e quasi tutti i servizi) di cui si conoscono difficilmente tempi, costi e utilità; l’iter produttivo è futuro ed è necessario valutare correttezza della soluzione ipotizzata e attendibilità del produttore. Il massimo della complicazione, nessuna valutazione seria è fattibile da chi non è in qualche modo inserito nel ciclo produttivo. 

La situazione è ulteriormente complicata dalla caratteristica della produzione che prevede costi (disagi) immediati e certi e ricavi (benefici) futuri e incerti; inoltre i costi riguardano soggetti identificati e locali, mentre i ricavi coinvolgono una collettività indistinta e ubicata altrove. Una delle principali caratteristiche di una azienda produttiva consiste proprio nel valutare il fragile punto di equilibrio fra i maggiori costi e i maggiori ricavi.

È evidente che qualsiasi soggetto non inserito nel ciclo produttivo non può effettuare questa valutazione e quindi la sua risposta automatica è no, sceglie cioè l’immobilismo sicuramente sbagliando ed è interessato solo a ciò che garantisce un ritorno immediato in termine di occupazione e di aiuti vari. Rifiuta inoltre qualsiasi intervento che possa danneggiarlo personalmente; gli americani hanno coniato l’acronimo di Nimby, “not in my backyard”, che possiamo tradurre “non nel mio giardino”. Tutti elementi che ostacolano qualsiasi strategia di sviluppo. 

In questa situazione la democrazia diventa demagogia senza possibilità di risposte positive. Il problema non è però della collettività ma del nostro impianto istituzionale che non ha previsto il problema e ha dato alla collettività un enorme potere (elegge la struttura politica), senza fornirle gli strumenti per disporre della conoscenza necessario ad esercitarlo. È come dare a un soggetto la guida di un’auto in movimento senza la possibilità di vedere  la strada (conoscenza) e disporre  dei comandi (potere); i danni prodotti sono inevitabili.

Funzioni del Governo. Il non facile problema esaminato è ulteriormente complicato dalle limitate funzioni del Governo che rappresentano un moltiplicatore delle disfunzioni e alimentano la crisi della democrazia. Anche questo problema è stato poco esaminato per due principali motivi.

Primo – si era pensato che gli stessi soggetti eletti dalla collettività avrebbero svolto bene anche l’attività economica pubblica come avevano fatto nel periodo eroico dello sviluppo democratico regolando equamente i diritti. Non poteva essere così non per incompetenza degli uomini ma per logiche diverse che condizionavano le due attività. La gestione dei diritti prevede un rapporto diretto base/vertice perché i diritti sono stabiliti dal vertice, sono uguali per tutti, stabili e in lenta evoluzione; i membri della collettività sapevano cosa volevano, potevano richiederlo e controllare che le loro richieste venissero esaudite sostituendo chi non aveva mantenuto le promesse. Sintesi della democrazia!

Situazione opposta caratterizza la gestione economica. Le istanze dei vari membri della collettività-utente sono tutte diverse, imprevedibili, variabili e sparse sul territorio; richiedono quindi un rapporto base/base continuo, capillare che non possono essere soddisfate, mancando gli elementi per esprimerle e controllare il loro soddisfacimento. Le elezioni periodiche non possono svolgere tali funzioni perché in questo caso sono necessariamente una delega in bianco all’eletto.

Secondo – si tende ad assimilare le funzioni del Governo a quelle di un Consiglio di Amministrazione e si pensa quindi che potrebbe realizzare risultati analoghi. La situazione è invece totalmente diversa: il Consiglio di Amministrazione è il vertice di una catena gerarchica/conoscitiva, l’azienda, che gli fornisce il potere e la conoscenza per operare, inoltre il controllo del mercato permette l’ottimizzazione produttiva che garantisce crescita di risorse e conoscenza.

L’organizzazione pubblica segue invece la logica della staff (consulenziale) che fornisce consigli su problemi specifici. Manca quindi della line (operativo) che attinge la conoscenza dal fare e rappresenta un moltiplicatore che interagisce fra i vari soggetti, integra le conoscenze di tutti i suoi membri e realizza un risultato finale, il know how aziendale, che supera quella dei singoli. Inoltre il Pubblico non subisce un controllo esterno, quale il mercato capitalistico, e accentua la funzione parassitaria non potendo realizzare l’ottimizzazione produttiva che garantisce la crescita di risorse e conoscenza. 

Caratteristiche.  Partiamo quindi da quanto detto nel capito III per sintetizzare gli elementi necessari a una gestione economica e quindi cosa manca nella struttura pubblica. Siamo partiti dall’elemento portante di qualsiasi società civile, cioè il livello di conoscenza; qualsiasi attività svolta si basa sull’interfaccia conoscenza/produzione in cui la prima deriva dalla seconda e viceversa. Guido la macchina perché so guidare e so guidare perché guido; per attività più complesse quali ingegneri, medici, avvocati, ecc. è necessaria una maggiore preparazione preventiva che però rimane solo propedeutica, mentre la capacità professionale nasce dall’attività svolta.

Nelle attività produttive non individuali, tutte quelle gestite dalle aziende, esistono alcuni lavori, o punti operativi, dove si effettuano delle scelte (pensanti) e altri di pura esecuzione (esecutori); i primi, richiedono conoscenza e costituiscono la classe al potere, i secondi senza diritti, i proletari, sono semplici strumenti di lavoro. La percentuale dei pensanti aumenta con l’evoluzione tecnologica e la borghesia rappresentava, nel capitalismo tradizionale, circa quel 5% di pensanti.

La rivoluzione elettronica ha potenzialmente eliminato i lavori subordinati trasformandoli tutti in pensanti e l’azienda, anticipando i tempi, già utilizza le società benefit finalizzate a potenziare l’interconnessione verticale e orizzontale del personale che opera all’interno della piramide gerarchico/conoscitiva che la costituisce. Questa evoluzione aumenta la possibilità di rendere la conoscenza del vertice aziendale superiore a quella degli uomini che la costituiscono perché sintesi di esperienza e conoscenza di migliaia di individui.

La conoscenza del singolo nasce infatti dal rapporto informazione/potere; deve cioè avere le informazioni necessarie alle scelte da fare e il potere per reagire; è questo interagire di informazione e potere che crea la conoscenza. Possiamo utilizzare la guida dell’automobile come esempio illustrativo. Per guidare devo vedere la strada e i vari strumenti indicatori (informazione), poter reagire (potere) disponendo degli strumenti necessari, volante freno, acceleratore. In una parola essere seduto al posto di guida è condizione per saper guidare.

Questo però è solo un meccanismo necessario ma non sufficiente, infatti richiede l’esistenza di un controllo esterno al produttore che giudici i risultati ottenuti (il mercato nel sistema capitalista); solo così ciascuno può valutare le singole scelte aggiustare il tiro e arrivare all’ottimizzazione produttiva che fa crescere risorse e conoscenze. Senza il controllo esterno i singoli soggetti eseguono solo atti ripetitivi di cui non conoscono le conseguenze e non portano all’ottimizzazione produttiva fonte di risorse e conoscenza.

Limiti. Meccanismo un po’ complesso anche per l’estrema sintesi effettuata; evidenzia però chiaramente che le caratteristiche del Governo a livello produttivo, sono l’opposto di quelle richieste ed è privo di tutti gli strumenti necessari per operare. La struttura pubblica non è costituita da una piramide gerarchica/conoscitiva che collega per livelli la base al vertice in modo da conoscere le necessità della base e trasformarle in conoscenza/potere del vertice. Non è una struttura operativa, mancano quasi ovunque i “posti guida”, punti decisionali autonomi; è la tipica organizzazione consulenziale, staff non line, in cui ciascuno fornisce la propria competenza, ma il suo ruolo è quello di “ufficiale di rotta” e non di autista.

Ulteriore negativo vincolo conoscitivo: la line non richiede una elevata specializzazione perché la conoscenza nasce dal fare ed è all’interno dell’organizzazione; i grandi manager passano con facilità tra aziende che producono in settori diversi. La staff richiede invece specializzazioni specifiche: nessuno si farebbe operare da un avvocato o affiderebbe la costruzione di una casa a un chirurgo. Si compromette così anche il livello conoscitivo dei membri della struttura pubblica.

La collettività non ha nessun stabile meccanismo per segnalare e imporre le proprie necessità; vengono quindi decise dalla stessa struttura pubblica. Il sistema non è quindi democratico perché delega al governante “illuminato” (dittatore) decidere come soddisfarle. Di conseguenza non è neppure controllabile perché lo stesso soggetto decide cosa fare e controlla che sia fatto al meglio. Cade la possibilità dell’ottimizzazione produttiva sostituita dal puro arbitrio che riduce drasticamente risorse, diritti e conoscenza.

In questo esplodere dei meccanismi decisionali perversi si inseriscono le elezioni che contribuiscono a peggiorare la situazione. Il meccanismo delle elezioni, come abbiamo troppe volte ripetuto non possono rappresentare a livello dell’attività economica un meccanismo funzionante base vertice che dia partecipazione/controllo però esistono ed eleggono i politici innestando un altro drammatico circolo vizioso.

Abbiamo visto che le libere elezioni danno alla collettività un grande potere senza fornirla degli strumenti per gestirlo; infatti le scelte economiche sono oggettivamente complesse e la loro gestione, come abbiamo visto, richiede l’inserimento in un meccanismo produttivo che fornisca ai singoli decisori informazioni/potere per ottenere la conoscenza necessaria. Se manca, come manca, questo inserimento, la scelta non è solo casuale, ma condizionata da ulteriori meccanismi perversi che impongono la scelta sbagliata.

Di conseguenza non solo la struttura pubblica non ha gli strumenti per sapere cosa deve fare, non ha controllo sui risultati ottenuti ma subisce anche una pressione perversa da parte dei suoi elettori a non fare.

Senza strumenti conoscitivi la collettività non può capire che il benessere richiede l’ottimizzazione produttiva per garantire maggiori risorse, diritti ed equità distributive; non ha fiducia nello sviluppo produttivo e chiede solo coperture sociali quali pensioni anticipate, reddito cittadinanza, cassa integrazione, contributi vari, innestando un circolo vizioso di riduzione delle risorse e aumento delle necessità. Qualsiasi equilibrio economico sarà impossibile; continueremo a ipotecare il futuro e perdere progressivamente i diritti acquisiti nel periodo delle democrazie vincenti.

Nessuna soluzione sarà possibile fino a quando non riusciremo a dare alla collettività gli strumenti per fornire la conoscenza necessaria per esprimere le proprie necessità e controllare che vengano soddisfatte al meglio, in modo da partecipare alla gestione del proprio futuro.  È quindi necessario uno strumento che possa assolvere a due funzioni distinte ma interconnesse:

la prima: funzione democratica- fornire alla collettività-utente gli strumenti necessari per conoscere le proprie necessità, valutarne le priorità e imporle controllando che vengano soddisfatte al meglio

la seconda: funzione tecnica – imporre al produttore (pubblico o privato non cambia) di privilegiare le necessità della collettività-utente e non le proprie, per realizzare l’ottimizzazione produttiva ottenendo tutti i conseguenti vantaggi.

Sono funzioni attualmente svolte dal mercato e sono fra loro interdipendenti perché se le necessità della collettività-utente sono espresse e dal governante “illuminato” cade qualsiasi possibilità di controllo. Infatti se il Pubblico stabilisce quali necessità ha la collettività-utente, è lo steso soggetto che controlla che siano state soddisfatte al meglio. Certamente non può farlo la collettività-utente perché, non avendo deciso quali sono le proprie necessità, non può certo controllare che siano soddisfatte.

Il sistema economico diventa così uno strano centauro: metà democratico a livello dei diritti e metà dittatoriale per la gestione economica; la gestione economica insidia anche i diritti acquisiti come avviene per sanità, istruzione, lavoro, sicurezza fisica ed economica, vivibilità ed altro. Stiamo evolvendo verso una situazione tipo Urss caratterizzata da grandi diritti solo formali

Distinzione destra – sinistra. La logica della gestione economica, modifica anche i punti di riferimento di destra e sinistra. Per i diritti sono chiaramente di sinistra tutte le azioni tese a riconoscere i diritti del proletariato e conseguentemente ridurre le sperequazioni sociali; è un campo abbastanza lineare e stabile per cui le diverse posizioni erano stabilmente difese dagli storici partiti quali P.C.I. e D.C.

Discorso opposto vale per la gestione economica; essa è, o dovrebbe essere, un mezzo tecnico finalizzato a realizzare gli obbiettivi delle scelte politiche; i singoli atti non sono quindi qualificabili di destra o sinistra ma bensì consoni o contrari all’obbiettivo da raggiungere. Sono di valutazione difficile e in continuo cambiamento per adeguarsi alla variabilità economica; sono quindi valutabili a posteriori sulla base dei risultati ottenuti ed è necessario un adeguato meccanismo di conoscenza.

La rigidità dei partiti tradizionali non regge questa variabilità e sono progressivamente sostituiti da organizzazioni/movimenti più elastici che cambiano, si affermano e scompaiono, difficilmente definibili di destra o di sinistra.

CAPITOLO VIII – DEGRADO DEMOCRATICO

L’evoluzione politica/economica impedisce che la parte strategia e predominante dell’economia possa essere gestita dai privati perché la collettività-utente non può fruire del controllo del mercato, Giustamente si è valutato che la mano pubblica dovesse subentrare in tale ruolo ma è facile capire che non solo la struttura pubblica non ha gli strumenti necessari, ma è anche soggetta a perversi meccanismi decisionali che impongono scelte sbagliate.

Questo meccanismo perverso condiziona non solo le scelte strategiche, ma la parte predominante, forse il 70%, dell’economia, per cui questa parte di produzione viene realizzata male o niente del tutto, manca così una significativa parte di domanda globale (come la crisi del ’29 del ‘900), l’economia non cresce, esplode la disoccupazione reale che impone costosi strumenti di copertura sociale e mina la competitività globale, riduce i diritti e le coperture sociali.

I vincoli comportamentali sono così negativi che forse al limite sarebbe preferibile un meccanismo casuale di scelta. Il livello di reddito di cui comunque fruiamo forse è dovuto sia a una residua parte dell’economia controllata dal mercato capitalistico e, forse di conseguenza, dall’incredibile livello tecnologico che permette risultati positivi pur con più dell’80% di spreco delle risorse.

Forse proprio questo ha permesso di nascondere lo sfascio e attribuire i disservizi a fenomeni contingenti. Per evidenziare la situazione e smascherare chi non vuole vedere, cercheremo di elencare le principali disfunzioni evidenziando che non si tratta di fatti contingenti ma un meccanismo decisionale che li rende quasi obbligatori. Vediamo con ordine. 

Produzione non effettuata. Riguarda principalmente le infrastrutture e i servizi dovuti come sanità, istruzione, trasporti e altri; sia chiaro non significa che questa produzione non sia effettuata o non contenga anche punti di eccellenza, ma solo che globalmente è scarsa l’ottimizzazione produttiva e la ricaduta in termini di risorse e conoscenze. Il fenomeno è stato scarsamente rilevato proprio grazie alla buona volontà, al limite dell’abnegazione, di molti e al continuo aumento tecnologico che apre sempre nuove possibilità anche se non totalmente utilizzate.

Con riferimento ai servizi dovuti, il mancato controllo stabile sui risultati crea uno sviluppo a macchia di leopardo con zone di elevatissima efficienza affiancate ad altre drammatiche; i lunghi tempi d’attesa, i servizi non resi e la tendenza/necessità di ricorrere al privato a pagamento, ne sono un indice emblematico. È particolarmente grave perché invece in settori come la sanità esistono forti economie di scala per cui l’accentramento produttivo del servizio pubblico dovrebbe prevalere e permettere un ulteriore crescita del livello.

Per quanto riguarda le infrastrutture l’opera è legittimata da una necessità collettiva, espressa e valutata dall’autorità e non dalla collettività fruitrice. L’interesse generale interessa poco la popolazione coinvolta e quindi i politici da lei eletti; i tempi di realizzazione esulano anche dall’orizzonte temporale del politico/burocrate che la porta avanti. Nella pratica si valutano solo i vantaggi locali e quindi le utilità in loco e soprattutto la possibilità di ottenere risorse da investire sul territorio per garantire lavoro, occupazione e consenso, cioè potere politico.

Di conseguenza si utilizza spesso la soluzione di più difficile esecuzione per massimizzarne tempi e costi. Senza citare il Mose di Venezia possiamo vedere a Genova molte grandi opere esempio emblematico di quanto detto. Le opere che sono necessarie ma hanno scarse ricadute positive sul territorio vengono così scartate per l’opposizione popolare; esempio emblematico riguarda l’ubicazione degli impianti di degassificazione. Tutti volgiamo il gas, ma nessuno lo vuole nelle sue vicinanze- nimby; si mettono così in crisi le politiche ecologiche, l’autonomia energetica e la competitività del sistema Paese.

Una parte dell’opposizione deriva dalla logica da pachiderma in cui si muove la mano pubblica che produce più danni al territorio di quelli inevitabili, ma il vero problema nasce dal perverso meccanismo democratico. Abbiamo giustamente dato alla collettività un forte potere decisionale ma non l’abbiamo dotata degli strumenti necessari a fornirle la conoscenza per effettuare scelte ragionate. Perdurando questo vuoto conoscitivo la risposta sarà automaticamente no, cioè la scelta sempre sbagliata dell’immobilismo.

L’insieme di questi perversi condizionamenti decisionali riduce il numero delle opere realizzabili e rende il relativo costo un onere totalmente a carico dello Stato; il privato invece considera gli investimenti produttivi, più che un costo, un ricavo perché viene finanziato dal futuro aumento di produzione. Di conseguenza si riduce la produttività e competitività del sistema globale e inoltre si incide sulla domanda globale.

Domanda globale e mancata crescita. La quota di produzione prodotta in modo limitato significa domanda globale che non ha potuto esprimersi adeguatamente; ad essa va aggiunta la domanda di tutti quei prodotti che non dispongono neppure degli strumenti per esprimersi, salvo manifestazioni in piazza che non mutano l’economia. L’insieme di questi elementi fa sì che circa forse il 70% della produzione potenziale non si traduce in domanda globale creando uno squilibrio strutturale.

Situazione analoga a quella degli anni ‘20 del ‘900 quando, per la mancanza di diritti del proletariato, più del 90% della popolazione non aveva potere d’acquisto. Si è così ridotta la domanda globale a valori incompatibili con occupazione e sviluppo economico, fino alla crisi del ’29 che ha fatto saltare il fragile equilibrio economico/sociale.

Tutti questi elementi impediscono la crescita e, mentre nella seconda parte del ‘900 il Pil cresceva regolarmente, oggi rimane costante e anzi per il lento peggioramento di alcuni servizi essenziali quali sanità, scuola, collegamenti urbani, di fatto si riduce, alimentando un forte malcontento e la voglia di cambiare. Prevale così il populismo che vince in una fase iniziale ma dura poco perché all’interno del sistema nulla è significativamente modificabile.

Il populismo al momento vincente però, non potendo offrire crescita, chiede aiuti sotto forma di cassa integrazione, pensionamento anticipato, reddito cittadinanza e molto altro. Sono tutti nuovi costi senza contropartita economica e quindi totalmente a carico del bilancio dello Stato; si sommano progressivamente, perché difficilmente finiscono, e garantiscono reddite crescenti incompatibili con l’equilibrio di bilancio statale.

L’opposizione attribuisce sempre a chi governa le difficoltà presenti e invece sono la conseguenza di decenni di politica irresponsabile, che è stata sempre gestita in maniera analoga, indipendentemente dal colore politico, delle diverse maggioranze che si sono succedute al potere. La responsabilità della maggioranza oggi al potere si riduce all’avere provvisoriamente il cerino acceso in mano.

Inevitabile che tutti i populismi contrastino al politica della U.E. di limitare gli sbilanci economici perché limita la politica irresponsabile di garantire i redditi odierni, sacrificando il futuro. È evidente che dopo 30 anni di crisi, alla fine dei quali il debito pubblico è salito alla stratosferica cifra del 140% del Pil, siamo arrivati quasi al punto di non ritorno di rottura, che senza l’ombrello della U.E. avrebbe già rotto l’equilibrio economico facendo collassare il sistema.

Controllo del capitalismo privato. Questa struttura pubblica, priva di una strategia economica, non ha la possibilità di capire le scelte economiche, ma neppure l’interesse di farlo; limita quindi il proprio controllo ai semplici atti formali o interessi contingenti (principalmente occupazione) lasciando una libertà spesso inaccettabile su molte scelte condizionanti dei privati. I privati così diventano da controllati del pubblico ai suoi consiglieri occulti che ne decidono le strategie.

Si mette in crisi anche l’efficienza capitalistica legata al rispetto di regole precise e all’esistenza del mercato come controllore a difesa della collettività-utente. Sarà bene sfatare un diffuso preconcetto in base al quale gli errori della mano pubblica sono la conseguenza dei “poteri forti” che impongono i loro interessi, penalizzando quelli della collettività-utente. Nulla di più falso i “poteri forti” fanno legittimamente i loro interessi, ma la loro forza dipende solo dalla patologica debolezza della struttura pubblica priva degli strumenti per esercitarla.

Debolezza che la rivoluzione elettronica ha ulteriormente sviluppato, creando nuovi spazi d’arbitrio per gli operatori privati. Il controllo delle attività elettroniche è molto più complesso perché è un settore nuovo con regole ancora da stabilire, ha scarsi vincoli territoriali con una dimensione prevalentemente internazionale che esula dalla competenza dei singoli Stati.

Inoltre gli utenti di molti prodotti sono spesso gli Stati, più soggetti a pressioni non legate al mercato, mentre il prodotto condiziona comunicazione e informazione e acquista sempre più un peso politico e soprattutto una funzione determinante a livello militare. I grandi operatori internazionali stanno diventando uno Stato sopra allo Stato con totale autonomia e potenza, disponendo anche di armi proprie (tali sono i satelliti e la forza comunicativa) capaci di influire sull’equilibrio geopolitico. Soggetti come Musk anticipano un’evoluzione in corso e evidenziano un pericolo che può essere contrastato solo da una funzionante struttura pubblica.

Occupazione. La crisi occupazionale, che tocca direttamente la popolazione, rappresenta l’elemento dirompente della disfunzione. La rivoluzione elettronica ha aumentato almeno di 10 volte (1.000%) la produttività e quindi avrebbe dovuto produrre, ad occupazione costante, un parallelo aumento della produzione. Non è avvenuto! L’aumento della produzione è stato nullo o marginale, con il risultato che, sulla base di un semplice calcolo matematico, l’occupazione avrebbe dovuto ridursi del 90% salvando solo un 10% di occupati.

Un esempio può chiarire questa realtà di non facile lettura: facciamo l’esempio di un panetterie che produce 100 kg di pane al giorno, utilizzando 10 operai; lo sviluppo tecnologico, con l’introduzione di un nuovo macchinario, permette di produrre lo stesso quantitativo di 100 kg./giorno utilizzando un solo operaio. La produttività quindi è aumentata di 10 volte (1.000%), cioè il singolo operaio aumenta di 10 volte la sua capacità produttiva; questo fenomeno è avvenuto a partire dall’Ottocento fino a fine ‘900 e continua oggi, grazie alla rivoluzione elettronica; può però produrre conseguenze diverse, determinate dal comportamento della mano pubblica.

Visto il meccanismo tecnico che lega produttività/occupazione, esaminiamo il vincolo che condiziona la logica economica ed esaminiamo i conseguenti comportamenti politici dei vari momenti storici:

prima ipotesi – la produzione rimane costante o cresce in maniera inadeguata e la maggioranza dei lavoratori viene espulsa dal ciclo produttivo. Così è avvenuto nell’Ottocento creando la disperata miseria del proletariato, la conseguente emigrazione, mentre la borghesia poteva ridurre i salari, diminuire gli strumenti di lavoro (tali erano i proletari) e avere meno bocche da sfamare.

Seconda ipotesi – La produzione aumenta significativamente, supponiamo 5 volte e, dimezzando l’orario di lavoro, si continua ad occupare i 10 uomini, invece dei 50 che sarebbero stati necessari a produttività e orario costante. I 10 uomini, grazie alla maggiore produttività, possono però, lavorare la metà del tempo e disporre di risorse aumentata di 5 volte; è ciò che è successo nei regimi democratici nella seconda metà del ‘900, aumentando benessere collettivo.

Terza ipotesi – La produzione rimane costante ma, per motivi politico/sociale si decide di salvare l’occupazione. È la situazione odierna caratterizzata da un forte aumento di produttività, forse superiore alla 10 volte (1.000%), realizzato in tempi brevissimi, che non ha prodotto un parallelo aumento di produzione né di disoccupazione. Per contrastare la disoccupazione infatti si sono impiegati 2 – 3 uomini dove avrebbero potuto bastarne uno, mentre gli altri utilizzano sussidi vari quali pensionamenti anticipati, cassa integrazione, reddito di cittadinanza, impiego nella mano pubblica ed altro. Così nulla cambia: tutti i 10 lavoratori mantengono un’immutata fonte di reddito, esattamente come se il nuovo impianto non fosse stato impiegato. In pratica abbiamo neutralizzato l’evoluzione tecnologica legata al nuovo impianto; comportamento che potrebbe essere una versione aggiornata del luddismo, ottenendo di mantenere lo stato quo senza danni né vantaggi.

In economia però tutto ciò che è possibile è necessario. Infatti nella realtà un solo lavoratore ne mantiene 10, per cui la situazione rimarrebbe immutata, solo se si operasse in un sistema chiuso dove i vincoli sono comuni a tutti. Operiamo invece in una ben diversa realtà basata sulla concorrenza con paesi o dittatoriali o meno vincolati socialmente; si penalizza così la competitività del sistema, innescando il circolo vizioso che fa crescere importazioni e disoccupazione.

Questa è la situazione attuale; il livello di disoccupazione reale è molto elevato e forse vicino al quello matematico del 90%, prudenzialmente stimato al 70%; valore analogo a quello riscontrato nell’Ottocento quando il 50% della popolazione italiana ha dovuto emigrare. Questa realtà è nascosta con dati falsanti e coperture assistenziali.

Cerchiamo quindi di identificare i dati più vicini alla realtà: si parla per l’Italia di 23 milioni di occupati e 2,5 di disoccupati quindi una percentuale dell’11% non drammatica e contenibile, considerando che un 5% è fisiologico. I dati non tengono conto però di 12,5 milioni di inoccupati, di 21 milioni che potrebbero essere parzialmente occupati, della cassa integrazione, ed altre coperture sociali. Sommando disoccupati, inoccupati, 50% degli occupabili, la cassa integrazione, gli aiuti a vario titolo e parte dell’occupazione pubblica, vediamo che il dato del 70% è credibile; d’altronde alcuni economisti già incominciano a valutare i non occupati, per non chiamarli disoccupati, un 50% della forza lavoro.

Le strutture e ricchezze stratificate, nei paesi avanzati, hanno permesso di gestire la situazione, un po’ nascondendola un po’ fornendo sussidi; genera comunque una forte tensione che spinge verso i movimenti populisti e contestativi, premiando chiunque promette un cambiamento. Non aiuta certo i giovani che, salvo rare eccezioni, hanno pochi sbocchi occupazionali interessanti e rischiano di essere destinati a lavori saltuari con soddisfazioni e salari limitati.

Ben più drammatica è la situazione dei paesi non democratici, gli “esclusi”, dove la popolazione non dispone di ricchezze accumulate, né coperture sociali, né altri spazi di sopravvivenza; da loro la disoccupazione è ancora più elevata perché l’evoluzione tecnologica è interamente gestita dai paesi avanzati dove si è affermata lentamente, e garantisce i posti di lavoro necessari per pensarla e realizzarla. La mancanza di vincoli sociali non è sufficiente, nella maggioranza dei casi, a garantire l’efficienza produttiva e si ricorre all’importazione per tanti prodotti che arrivano già evoluti, pronti, con alta potenzialità senza offrire alcuna occupazione indotta: l’impiego di un trattore significa la perdita immediata di decine, spesso centinaia di posti di lavoro.

È questa la polveriera pronta ad esplodere perché sono disperati che hanno come unica alternativa entrare in una delle tante milizie mercenarie al servizio dei signori della guerra; la caratteristica e potenza delle armi, ne accentuano l’importanza (vedi Houthi), dotandoli di un grande potere. Giocano anche a loro favore i ritardi di un’evoluzione mancata che rende difficile la distinzione fra giusto e sbagliato, progresso e sottosviluppo.

Giudizio morale. Le democrazie costituiscono la speranza futura basata su libertà, legge, progresso e diritti; le dittature sono l’opposto, rappresentano passato, sotto sviluppo e violenza; sembrerebbe obbligato propendere per le prime. Però nelle democrazie vive il 15% benestante della popolazione mondiale, mentre nelle dittature l’altro 85%, gli “esclusi”, che subiscono una situazione di intollerabile disperazione, senza diritti, dignità, spazi di sopravvivenza. È fortunatamente finito il periodo coloniale, ma le democrazie hanno una responsabilità in questa situazione, sia per il pesante passato sia perché hanno potenziato la tecnologia senza spiegare come usarla; è quindi legittimo, quasi obbligatorio, privilegiare le istanze di cambiamento.

Problema senza soluzione che mette in profonda crisi chi, uscendo dai soliti schemi manichei dei buoni (noi) e i cattivi (loro), cerca di identificare la causa e la dimensione del dramma economico/sociale per identificare i passaggi che aiutino a traghettare la società verso l’unica soluzione possibile: adattare il nostro meccanismo democratico all’attuale realtà economica/sociale.

Solo allora potremmo ipotizzare una società in pace dove tutti hanno un dignitoso livello di sopravvivenza e i paesi avanzati possono aiutare la transizione degli esclusi, come fece, con il piano Marshal, l’America nel dopo guerra; soluzione oggi impossibile perché sarebbero soldi dati ai dittatori.

In questa sospensione e incertezza del giudizio morale, rimane la netta condanna verso tutti coloro che continuano a crogiolarsi nella semplificata lettura manichea della realtà che non cerca soluzioni ma propone, seguendo il loro esempio, di far crescere l’impegno e la partecipazione. Questa posizione salva solo l’anima, liberandoci dalle pesanti responsabilità che invece sono oggettive e rimangono; permette però, come negli anni ’20 del ‘900, di “non vedere” e continuare a far finta di niente sul Titanic che affonda.

CAPITOLO IX – PRIMA IPOTESI DI SOLUZIONE

Finita la parte destruens proviamo ad ipotizzare una via d’uscita che superi le attuali disfunzioni, conseguenze della mancata evoluzione. Abbiamo visto che nella seconda metà del ‘900, l’equilibrio economico/sociale delle democrazie derivava dall’integrazione pubblico/privato dove il pubblico, grazie al suffragio universale, riconosceva i diritti del proletariato e regolamentava il capitalismo privato; i privati, grazie al controllo del mercato, garantivano potere d’acquisto, ottimizzazione produttiva, crescita di risorse e conoscenza.

L’equilibrio si è rotto verso fine secolo perché la parte strategica e maggioritaria (forse il 70% del totale) della produzione, non era controllabile dal mercato. Si è delegato, senza successo, tale compito alla mano pubblica ma essa era priva sia del meccanismo di delega/potere che alimenta la conoscenza di un’attività produttiva (necessità tecnica), sia della possibilità della collettività di esprimere le proprie necessità, imporle e controllare i risultati (necessità democratica).

La nostra struttura pubblica, eletta con libere elezioni (rapporto periodico e diretto base/vertice), era finalizzata a gestire i diritti, ma non la gestione economica che richiede un rapporto continuo base/base in cui la base del produttore si interfaccia con il vertice attraverso l’organizzazione aziendale cioè una piramide gerarchico/conoscitiva che livello per livello permette di far salire al vertice le informazioni necessarie per fornirlo della conoscenza che crea il potere per gestire la produzione.

Tutte le esperienze, sia pubbliche che private, confermano questa evidente regola. La mano pubblica, che inizialmente si limitava a gestire la forza, ha riservato alle strutture pubbliche elette solo la funzione di indirizzo ma ha utilizzato strutture di tipo aziendale, quali l’esercito e la forza pubblica; in modo analogo ci si è comportati con l’organizzazione autonoma della Banca Centrale, quando è diventato necessario gestire l’equilibrio economico. Così pure ogni produzione privata necessità di un’azienda che la gestisca.

È evidente quasi lapalissiano; sembra incredibile che finora non abbiamo voluto vedere. Di conseguenza la parte strategica e maggioritaria (quasi il 70%) della produzione, è stata prodotta senza nessun controllo reale, creando un drammatico arbitrio che riduce risorse, diritti, libertà e conoscenza. È necessario capire come riempire questo buco.

L’unico tentativo di gestione economica gestita dalla collettività, finalizzato al superamento della democrazia borghese basata sulle elezioni, è stato realizzato dalla rivoluzione russa con la costituzione dei Soviet. Partendo dalle fabbriche autogestite (potere alle masse) si era costituito infatti il nucleo organizzativo che agglomerandosi con gli altri Soviet costruiva il potere pubblico.

Accettando la dialettica padrone/lavoratore era perfetto: si eliminava lo sfruttamento e tutto era gestito dalla collettività. È servito quasi un secolo per capire perché non ha funzionato. La dialettica corretta infatti è produttori (pubblici/privati)/collettività-utente e i lavoratori sono produttori e come tali privilegiano le proprie necessità rispetto a quelle prioritarie della collettività-utente. Cade l’obbiettivo dell’ottimizzazione produttiva per aumentare risorse e conoscenza. Una feroce dittatura ha infatti imposto le necessità della produzione.

Queste cose le avevo capite perché all’inizio della mia attività lavorativa mi ero scontrato con la Compagnia Unica del porto di Genova, una cooperativa di 8.000 uomini, autogestita a cui era riservato per legge (art.110 C.d.N.) il lavoro in porto. Di fatto era un grande Soviet realizzato in Italia che sembrava l’antesignano dell’evoluzione della sinistra italiana. Viceversa loro privilegiavano i propri interessi su quelli prioritari del Nord Italia che invece io difendevo. Fu necessario cambiare la legge per garantire questo indispensabile servizio.

Quindi impossibile utilizzare la logica di un’azienda produttrice come nucleo di un nuovo strumento pubblica idoneo a gestire l’economia: però era ed è l’unico strumento operativo conosciuto e possibile. Sembrava un problema irrisolvibile e a lungo è rimasto tale, mentre le varie ipotesi avanzate si rilevavano semplici palliativi non idonei a superare l’incubo dei Soviet. Alla fine si è capito che invece poteva essere facilmente risolvibile, riuscendo a superare un inconscio, ma radicato, vincolo mentale. Quando parliamo di produzione facciamo riferimento al meccanismo produttivo, perché rappresenta sia la parte organizzata, che lo strumento che gestisce la produzione.

La produzione invece è solo lo strumento tecnico utilizzato per soddisfare le necessità della collettività/utente e ad esse è subordinata; quando, per le ragioni viste, la domanda del singolo soggetto della collettività-utente, non è in grado di esprimersi e/o condizionare il produttore non è necessario modificare la logica produttiva, ma è sufficiente agglomerare e gestire la domanda collettiva di tutti i soggetti interessati agli specifici prodotti. Le attività prese in esame, non condizionabili dalla domanda individuale del singolo utente, possono quindi essere controllate organizzando la domanda collettiva di tutti i soggetti interessati.

Esaminiamo caratteristiche e vincoli specifici della domanda collettiva e dei suoi principali condizionamenti: Primo – per i prodotti gestiti dal mercato attraverso la domanda individuale il singolo membro della collettività manifesta la sua richiesta e dispone della conoscenza per effettuare la scelta perché lo riguarda direttamente e si riferisce a prodotti facili da valutare; per la domanda collettiva invece vengono coinvolti più soggetti che difficilmente possono fare una scelta se non sono inseriti in un’organizzazione in grado di garantire coordinamento, potere e conoscenza.

Secondo – la domanda individuale riguarda prevalentemente prodotti, quale un elettrodomestico, che già esistono per cui con facilità si può confrontare quanto scelto con altre possibili soluzioni esistenti; la scelta è molto facilitata e non richiede l’esame del processo produttivo perché l’utente può limitarsi a valutare il risultato ottenuto a processo produttivo concluso.

Nella quasi totalità dei casi di domanda collettiva quale ad esempio un’infrastruttura, si tratta invece di prodotti da realizzare quindi non si deve solo valutare la loro utilità ma anche cosa produrre e l’organizzazione produttiva che li realizzerà, perché proprio la valutazione di caratteristiche, tempi, costi ed affidabilità del costruttore sono gli elementi determinanti per la scelta.

È il campo minato dell’economia, con le già viste interrelazioni complesse, dove i costi anticipano i ricavi, i risultati sono incerti e la realtà quasi sempre è l’opposto di quanto appare. Diventa così quasi impossibile effettuare una scelta corretta senza il supporto di conoscenza/potere che fornisce solo una struttura gerarchica/conoscitiva come quella dell’azienda, basata su molti punti decisionali, “posti di guida”, dove i singoli sono coinvolti solo al livello della propria competenza e si interfacciano con gli altri livelli per la trasmissione della necessaria conoscenza-potere che permette una unitaria e coerente sintesi decisionale.    

Logica organizzativa della domanda collettiva. Per superare l’attuale inaccettabile situazione, è necessario che i decisori espressi dai singoli agglomerati della collettività-utente possano disporre della conoscenza/potere necessari a controllare i risultati e valutare di conseguenza i singoli soggetti coinvolti, stimolando l’ottimizzazione produttiva. Obbiettivo raggiungibile solo utilizzando la logica dell’organizzazione aziendale.

Il nucleo sarà quindi una struttura gerarchico/conoscitiva ancorata al territorio, organizzata per livelli, con un meccanismo continuo, che permette a ciascun livello organizzativo della collettività-utente di disporre degli strumenti necessari per conoscere le proprie necessità, valutarle, chiedere che vengano soddisfatte e controllare il risultato ottenuto. Questa struttura è idonea per le due funzioni: la prima – istanza democratica, conoscere e imporre le proprie necessità; la seconda – tecnica, controllare che siano soddisfatte al meglio realizzando l’ottimizzazione produttiva.

Quarto potere.  Potremmo chiamare così questa nuova organizzazione pubblica ancorata al territorio finalizzata a gestire la domanda collettiva analoga a quella della domanda individuale, lasciando invariata l’organizzazione del produttore. I vari rappresentanti che gestiscono la domanda collettiva potranno imporre al produttore (pubblico o privato) le necessità della collettività-utente e controllare che siano soddisfatte al meglio, agendo esattamente come il singolo con la domanda individuale. La collettività-utente riacquisisce il potere di valutale le proprie necessità, esprimerle, imporle al produttore e controllare che le soddisfi al meglio.

Se infatti ciascun gruppo della collettività-utente ha la dimensione necessaria per controllare la produzione che soddisfa le sue specifiche necessità, diventa possibile esprimerle, imporle e controllarne l’esecuzione, come fa il singolo per le necessità espresse dalla domanda individuale.  Per l’asilo saranno i genitori del quartiere, per i trasporti urbani gli abitanti della città e così via via, risalendo i vari livelli, per arrivare a problemi sempre più generali. Si considera che quasi tutti i punti operativi siano decisionali, “posti guida”, e quindi gruppi e singoli della collettività-utente, livello per livello devono disporre di conoscenza-potere necessari per sapere le specifiche necessità, valutarne priorità e compatibilità, imporle, controllare i risultati raggiunti ed ottenere l’ottimizzare produttiva 

L’ipotesi di una complicata struttura pubblica delegata a gestire la domanda collettiva può suscitare qualche perplessità ma non dimentichiamo che la borghesia a metà del’700, per prendere e consolidare il proprio potere ha teorizzato, attraverso l’Illuminismo francese, la tripartizione dei poteri che rappresentava uno sconvolgimento generale del sistema istituzionale, ma proprio per questo ha modificato l’ordine mondiale.

Più semplice sarebbe stato aver previsto una fantomatica Assemblea dei Baroni ma avrebbe cambiato ben poco e forse sarebbe stata più difficile da realizzare. Infatti qualsiasi cambiamento, anche modesto, implica la perdita di qualche privilegio e non riesce a imporsi se i risultati sono poco significativi. Nel nostro caso i risultati dovrebbero essere travolgenti e inoltre la nuova organizzazione non si aggiunge alle strutture esistenti ma le sostituisce in buona parte, sostituendo un meccanismo parassitario, che assorbe più del 50% del Pil.

Comunque il salto richiesto per costruire la società post borghese impone una discontinuità radicale e questo è l’inevitabile prezzo da pagare, la forza dirompente dei vantaggi possibili imporrà il cambiamento, forse più realizzabile delle rivoluzioni mancate.

Nell’azienda tradizionalmente la conoscenza sale per livelli dalla base al vertice e poi ridiscende come potere dal vertice alla base (potere dall’alto). Già l’organizzazione aziendale, anticipando i tempi, ha costituito le società Benefit più “democratiche” che prevedono quasi tutti i punti operativi come decisionali, dotati di maggiore informazione/potere con entrambi gli elementi che salgono dal basso al vertice, livello per livello, e poi coordinati ridiscendo, per lo stesso percorso, al basso.

Il IV potere accentuerà la spinta democratica in atto con un decentramento del potere più spinto e ogni livello sceglierà sul campo, non per titoli ma per capacità e risultati, il proprio leader, nonché il rappresentante che opererà al livello superiore finalizzato a soddisfare le specifiche necessità del più ampio spazio territoriale. Come prima approssimazione, salvo divisioni diverse identificate dall’esperienza, possiamo ipotizzare come nucleo di partenza il Municipio, che si agglomera nel Comune, e via via nella Regione, nello Stato, nella Ue e forse alla fine nell’Onu o altro organo creato ad hoc.

Necessità del IV Potere e reddito di cittadinanza– Per valutare le necessità del IV potere confrontiamole con quelle che ha l’utente della domanda individuale, per effettuare l’acquisto, cioè esercitare il suo potere democratico di imposizione e controllo. Esso deve conoscere il costo del singolo prodotto richiesto e le risorse disponibili (reddito); la disponibilità di questi due elementi, è propedeutica ad effettuare una scelta ragionata che non sia un semplice mi piace privo di contenuto economico. Le stesse condizioni si devono poter ricreare per la domanda collettiva dal IV potere, cioè conoscere risorse disponibili e costi delle varie alternative. Vediamo singolarmente i due punti.

Costo del bene – Una buona organizzazione della domanda può risolvere con facilità il problema relativo a costi e tempi necessari a soddisfare le varie necessità e fare un confronto con l’eventuale soddisfazione di necessità diverse; la situazione è analoga a quella di un’azienda che, se ben organizzata, può stabilire, con accettabile approssimazione, qualità, tempi e costi, per l’acquisto di beni e servizi anche complessi come la costruzione di una nave. La mano pubblica subisce normalmente tempi e costi decuplicati per qualsiasi appalto effettuato, ma non è casuale ed anzi evidenzia la pesante disfunzione, conseguenza inevitabile della mancanza di controllo reale da parte della collettività-utente.

Risorse disponibili – Più complesso è stabilire di quali risorse possono disporre i gestori della domanda collettiva all’interno del IV potere. Una prima ipotesi potrebbe prevedere di prelevare una parte del gettito fiscale, ma richiederebbe complicati meccanismi di calcolo che farebbero la gioia della dittatura diffusa dei burocrati e toglierebbero qualsiasi certezza. Potremmo invece trattenere in loco una quota delle tasse della zona mettendole a di disposizione dei gestori della domanda collettiva; un po’ meglio ma complesso e discriminatorio fra zone ricche e povere.

La carica di novità della soluzione richiede un analogo salto di qualità nella logica organizzativa, per garantire semplicità e maggiore contenuto democratico; si potrebbe quindi utilizzare il reddito di cittadinanza, visto anch’esso però da un’angolazione innovativa. Non deve essere un sussidio alla povertà perché diventa fonte di truffa e lavoro per i burocrati, ma un reddito a cui tutti i cittadini hanno diritto.

Contrariamente all’apparenza non implicherebbe un aumento di spesa perché, con un sistema fiscale decente, punto irrinunciabile, sarebbe a carico della collettività solo quello relativo ai soggetti in difficoltà economica, mentre per gli altri sarebbe una semplice partita di giro che esce ed entra pagando le tasse. La semplificazione sarebbe immensa, per questo non piace a furbetti e burocrati.

Potrebbe inoltre sostituire una buona parte della giungla assistenziale esistente, tanto cara ai burocrati; darebbe anche una vera garanzia economica – l’eliminazione della povertà – necessaria perché la nostra cultura non tollera che qualcuno muoia di fame o viva in un’inaccettabile indigenza; le garanzie sociali sono quindi necessarie ed è certo più economico realizzarle in una visione unica e generale, invece di sbriciolarle in mille casi specifici da gestire singolarmente. ++++

Esse non sono dettate solo da istanze morali ma anche da necessità economiche perché, come ci insegnava Galbraith più di mezzo secolo fa, costa meno assistere gli esclusi che reprimere i disperati che non hanno nulla da perdere. Infine il salto qualitativo ipotizzato dovrebbe permettere un tale aumento delle risorse da rendere possibili situazioni oggi inimmaginabili, dove la copertura dei costi non sarà più il problema fondamentale.

È così possibile alimentare il territorio con una fonte di risorse rigidamente paritaria e fortemente democratica che strada facendo può crescere per aumentare le coperture sociali. Parliamo infatti di una funzione economica inserita funzionalmente nella logica produttiva e gestita su base democratica, grazie a una reale partecipazione della collettività, che può scegliere cosa vuole ed ha la competenza per farlo. Sarebbero così soddisfate tutte le condizioni dell’acquisto e potrebbe finire, anche per la gestione economica pubblica, la delega in bianco costituita dalle elezioni; realizzando un’incredibile crescita di libertà, risorse, conoscenza collettiva ed equità distributiva.

Differenze tecniche con la situazione attuale. Oggi chi esprime la domanda (necessità) da soddisfare è diverso da chi paga per quanto richiesto ed ha quindi poco interesse a ridurre tempi e costi d’attuazione; anzi i lavori in loco pagati da un soggetto esterno, lo Stato, rappresentano per chi li richiede una significativa fonte di reddito e potere.

 Nell’ipotesi del IV Potere il gestore della domanda, che esprime le necessità della collettività-utente, è lo stesso soggetto che paga i costi necessari al suo soddisfacimento e quindi cercherà di conoscerli prima e contenerli al massimo. Ovviamente si potranno ipotizzare aiuti fra zone a diverso livello di sviluppo economico ma questo dovrà riguardare solo una percentuale dell’intero costo, come già avviene per le aziende; più del 50% dovrà sempre essere sempre a carico dell’utilizzatore per non ricreare l’attuale irresponsabilità collettiva.

CAPITOLO X – NECESSITA’ E POTENZIALITA’ DEL IV POTERE  

Vincoli della conoscenza. Partiamo dalla conoscenza, in quanto elemento determinate dell’evoluzione economica/sociale; essa determina la produzione e ne è determinata. Il precedente periodo, caratterizzato dal binomio capitalismo/borghesia, disponeva di un accettabile equilibrio, perché il meccanismo produttivo richiedeva un 5% di pensanti, la borghesia e un 95% di esecutori, il proletariato; la conoscenza della borghesia che rappresentava quel 5% della popolazione, era specializzata e d’élite e poteva essere consolidata dall’inserimento nel meccanismo produttivo.

L’equilibrio si è rotto, dopo la seconda guerra mondiale, quando il suffragio universale, che segna la vittoria della lotta di classe, ha attribuito all’intera collettività il diritto di eleggere la struttura pubblica. Era un compito di grande responsabilità che avrebbe richiesto una conoscenza diffusa, allora ancora poco compatibile con la realtà economico/sociale; infatti la conoscenza d’élite non era estendibile a tutti e inoltre nel meccanismo produttivo pochi erano i punti decisionali – posti guida.

Il sistema ha retto grazie alla semplificazione di interpretazione, quale la teoria del plus valore, e di mansioni; la struttura pubblica, controllata dalle elezioni, ha gestito i diritti facilmente valutabili dai singoli; parallelamente il capitalismo privato, controllato dal mercato, ha gestito la produzione economica; la scelta era facilitata perché il singolo membro della collettività si limitava a scegliere il prodotto fra i vari esistenti, senza dover valutare il ciclo produttivo avvenuto precedentemente.

Il salto tecnologico dell’elettronica ha cambiato la situazione mutando in parallelo, necessità e possibilità. La produzione ha reso decisionali -posti guida- quasi tutti i punti operativi che quindi avevano bisogno della conoscenza, mentre la struttura pubblica è stata coinvolta nel processo produttivo per una parte, che era valutata intorno al 70%, non gestibile dal mercato.

La collettività ha avuto quindi bisogno della conoscenza diffusa sia per le necessità del ciclo produttivo, sia per controllare l’attività economica della mano pubblica. È diventato così necessario il passaggio dalla conoscenza di élite borghese a quella diffusa, che caratterizza la nuova società democratica; elemento fondamentale per la realizzazione della democrazia che rimaneva difficile fino a quando la popolazione si dividerà fra un 5% pensante e un 95% di esecutori. Ovviamente non significa che abbiamo raggiunto tutti lo stesso livello di conoscenza ma solo che a tutti può essere garantito il livello minimo necessario. Non è necessario essere scrittori e poeti, ma ben diversa è la condizione dell’analfabeta.

Attualmente siamo a metà del guado e quindi il momento peggiore; sia la struttura pubblica che molte aziende private hanno pochi punti operativi pensanti -posti guida; inoltre quasi un 70% della popolazione fa un “non lavoro” e subisce una “non conoscenza”. Fortunatamente alcune aziende produttive generano una conoscenza che spesso supera quella dei singoli membri che le compongono, perché è la sintesi della conoscenza di tutti gli uomini dell’azienda. La conoscenza dei grandi manager, senza l’azienda alle spalle, non esisterebbe.

L’obbiettivo del IV potere è raggiungere, gestendo la domanda collettiva, un’efficienza analoga a quella di un’azienda produttiva. Potrà inoltre eliminare la sacca del 70% di “non conoscenza” e disporre di uno strumento particolarmente efficiente perché, seguendo la logica delle società benefit, la quasi totalità dei posti operativi saranno punti decisionali, posti guida, che richiedono e formano la conoscenza. Si aggiunga che la selezione di uomini e programmi, finalizzati a massimizzare risorse e conoscenze, sarà gestita dai fruitori delle scelte, per cui potrebbe sviluppare un’eccellenza forse superiore a quella standard aziendale.

Potrebbe nascere così la “Azienda Italia” punto avanzato di conoscenza, che permette di raggiunge gli obbiettivi sia economici, maggiori risorse disponibili, sia politici dare potere alla collettività-utente creando una struttura democratica, forte di una conoscenza diffusa. Potrà rappresentare anche un salto sociale infatti i tre elementi, fra loro compatibili e interdipendenti, che determinano un sistema economico/sociale sono: meccanismo produttivo, struttura istituzionale e livello di conoscenza.

Per il periodo borghese abbiamo avuto: il capitalismo industriale, la tripartizione dei poteri e la conoscenza d’élite specializzata; si è così legittimato un 5% della popolazione al potere. Per la società futura saranno: il capitalismo elettronico, l’inserimento del IV potere e la conoscenza diffusa; diventa possibile la democrazia con il potere effettivamente gestito dall’intera collettività.     

Quest’ottica chiarisce anche il mio ruolo; secondo la cultura corrente infatti, sono un simpatico dilettante portatore di idee che potranno essere approfondite se condivise dagli addetti ai lavori; viceversa forse sono (o spero di essere) l’esponente di un nuovo (e mi auguro migliore) meccanismo conoscitivo non più basato sulla specializzazione ma sulla capacità di cogliere le interdipendenze produttive.

Non sono infatti un professore universitario, punto di specializzazione, ma un imprenditore punto di sintesi del processo produttivo. Sono inoltre portatore di un’esperienza particolare perché ho operato 60 anni nel porto di Genova, micro cosmo globale e autonomo, dove le interdipendenze condizionanti e l’inadeguatezza della mano pubblica erano visibili già nella realtà post bellica. Ho quindi potuto osservare con 50 anni d’anticipo quello che condiziona e blocca le attuali democrazie e la drammatica perdita di risorse e benessere collettivo prodotto dalla disfunzione pubblica.

Livello democratico del IV potere. Continuando ad andare oltre all’aspetto tecnico rileviamo che l’istituzione del IV potere è uno strumento determinante per raggiunge il più alto livello democratico necessario, tagliando anche in questo settore il cordone ombelicale che ancora ci vincola alla logica della “democrazia” borghese.

La “democrazia borghese” è nata per superare lo stato feudale e garantire i privilegi della borghesia, nuova classe meritocratica, che utilizzava il mercato come principale strumento economico; grazie ad esso è stato possibile selezionare sia la produzione su base di efficienza, innovazione e solidità accumulata, sia la distribuzione assegnando le risorse in base ai redditi di cui ciascuno disponeva. È uno strumento rigidamente meritocratico, consono alla logica borghese, che premia una minoranza titolare di potere e conoscenza mentre trascura gli esclusi e l’equità distributiva.

Nel tempo si è mitigata questa rigida selezione; inizialmente concentrando l’attenzione sull’aspetto remunerativo, cioè sottrarre la forza lavoro alla logica del mercato, fissando la sua remunerazione con contratti di lavoro concordati ed obbligatori; è stato un primo passo obbligato ed ha rappresentato l’obbiettivo più facile da raggiungere. Solo successivamente si è affrontato l’aspetto distributivo cercando di sottrarre al mercato, per vincoli sociali, alcuni prodotti considerati irrinunciabili quale sanità, istruzione e alcuni altri. Obbiettivo corretto, ma scarsamente raggiunto per la mancanza, nell’attuale struttura istituzionale, degli strumenti di gestione. Legittimi e meritevoli i tentativi migliorativi, ma questa strada non può rompere la logica meritocratica.

Il IV potere dovrebbe poter superare questi condizionamenti, sottraendo, nel settore distributivo, alla logica meritocratica del mercato una fetta crescente dei prodotti offerti al singolo membro della collettività-utente. Questa fetta potrebbe forse essere oggi stimata del 70% dell’intera produzione ma potrebbe ancora crescere perché diventerebbe possibile soddisfare tutte le necessità attualmente non espresse per la mancanza degli strumenti necessari al manifestarsi della domanda.

Anche qui, come per il reddito di cittadinanza, non pensiamo che sarebbero necessarie maggiori risorse, perché far pagare i prodotti è una necessità dovuta all’ottimizzazione puntiforme del meccanismo capitalistico; se riuscissimo a superare questo condizionamento, nelle stesse condizioni, potremmo avere la stessa disponibilità di prodotti risparmiando i costi di esazione. È un discorso da elaborale ma forse corretto; comunque le maggiori risorse previste possono coprire eventuali maggiori costi.

La parte principale dei prodotti che determinano il nostro benessere non sarebbe quindi più determinata dal mercato meritocratico, ma dal IV potere nuovo strumento gestito democraticamente. Limitare la spinta meritocratica del mercato nel meccanismo produttivo sarebbe complesso, perché potrebbe limitare l’ottimizzazione produttiva e produrre contro indicazioni anche sociali; farlo nel settore distributivo presenta meno difficoltà ed è più facile che venga premiata la base della piramide sociale perché maggioritaria 

Il passaggio dalla società feudale a quella borghese è stato caratterizzato dalla riduzione dell’agricoltura, nucleo della società feudale, da quasi il 90% della produzione a meno del 20% (in Usa 3%). Analogamente il passaggio dalla società borghese alla nuova società, che ancora non sappiamo come chiamare, potrebbe realizzarsi facendo passare, nella distribuzione delle risorse, il peso del mercato meritocratico da un 80% a un 30% forse 20% del totale.

Il passaggio, in una visione un po’ utopistica, potrebbe essere ancora più dirompente. Infatti da quando i Greci, circa 2.500 anni fa, hanno messo l’uomo al centro della nostra società ed hanno iniziato la costruzione della civiltà occidentale, la storia è stata caratterizzata da due forze contrapposte in continuo conflitto. Da una parte l’istanza morale che chiedeva la valorizzazione dell’uomo, il riconoscimento dei diritti, l’equità distributiva e la democrazia, dall’altro il potere economico che faceva prevalere la forza con il predominio dei forti sui deboli. L’indiscusso vantaggio dell’utilizzo della forza ha reso quasi sempre vincente la seconda istanza, pur meno nobile.

L’ottimismo della volontà permette oggi di ipotizzare meno utopistica l’inversione di tendenza; se l’elemento portante della capacità produttiva e quindi della forza, sarà l’intelligenza diffusa, frutto della libertà, diventerà vincente la valorizzazione dell’uomo, il suo sviluppo, la conoscenza, i diritti, l’equità. Tutti elementi che sono incompatibili con l’imposizione del potere dall’alto delle dittature; dovrebbero quindi prevalere le democrazie e modificarsi i rapporti fra uomini e popoli.

Possibile futuro impianto istituzionale. L’ipotesi che segue si basa necessariamente sulla fantasia creativa, ma può facilitare la comprensione di un possibile assetto futuro del sistema economico/sociale. Possiamo immaginare:

  • il Parlamento stabilisce i diritti sia civili che economici dei membri della collettività: lo scopo per cui è stato pensato.
  • il Governo, come braccio operativo, è incaricato di farli rispettare; fondamentalmente quindi rispetto della legge, e gestione della forza cioè ordine pubblico e difesa (spero non guerra); anche questa è la funzione che ha sempre assolto e per cui era stato pensato.
  • IV Potere, gestisce la domanda collettiva per elaborare la strategia del sistema Paese, garantendo il controllo della collettività/utente su tutte le attività a domanda collettiva, attualmente non controllabili dal mercato.
  • La Magistratura dirime le controversie fra tutte le parti in causa e i diversi poteri, subendo però un controllo sui risultati da adeguare alla nuova logica
  • L’attività produttiva sarà privata con regole e vigilanza pubblica e un rigido controllo dei risultati effettuato dal mercato. Come il soggetto della domanda individuale attualmente è libero di prodursi i beni che gli interessano, così analoga libertà avranno i responsabili della domanda collettiva.

Potrà funzionare? Difficile dirlo a priori, sembrerebbe di sì, anche se dovrà essere messo a punto strada facendo, utilizzando l’esperienza e gli errori fatti. Possono comunque tranquillizzarci due elementi: primo – nessuno finora ha identificato una diversa soluzione potenzialmente migliore, direi anzi che il problema è stato in parte ignorato; secondo – una situazione peggiore dell’attuale è difficile da immaginare per cui qualsiasi piccolo miglioramento sarebbe comunque un successo; centrare l’obbiettivo significherebbe ottenere un miglioramento finora inimmaginabile. Vale la pena di provare!

Strategia realizzativa e conclusioni provvisorie. Non pensiamo di aver trovato la formula magica che apre un futuro radioso, oggi inimmaginabile, perché la realtà è sempre più complessa e condizionata da variabili non considerate, che modificano la situazione, imponendo continui adeguamenti. Siamo però sicuri che abbiamo incominciato a muoverci nell’unica direzione possibile per superare i discorsi correnti che si focalizzano sui comportamenti di funzionari e politici mentre la loro inadeguatezza è conseguenza non causa della crisi. La strada quindi è obbligata e l’urgenza è forte perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve potrà essere in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia, dell’equilibrio geopolitico e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà.

Il peggiorare della situazione odierna con sempre nuove guerre che ci riguardano più direttamente quali Ucraina ed Israele, confermano quanto da troppo tempo andiamo ripetendo. Il momento storico ricorda gli analoghi anni ’20 del ‘900 ed è necessario impedire che la situazione nuovamente degeneri con dittature e guerra. Le dittature e la guerra del ‘900 sono costate lacrime e sangue, però alla lunga l’equilibrio è stato ritrovato. L’attuale potenza delle armi non fa sperare che possa esistere un “dopo” al conflitto. Einstein diceva: ”non so con quali armi si combatterà la prossima guerra mondiale, ma so che quella successiva userà la clava”.

Si impone quindi una “discontinuità radicale”, che non possiamo chiamare rivoluzione perché non siamo in presenza della maggioranza che abbatte gli inaccettabili privilegi di una minoranza, ma al contrario della necessità di rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di ingiustificati privilegi, singolarmente piccoli ma tali da impedire alla struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo, producendo danni immensi che rompono l’equilibrio generale.

Si blocca infatti la catena virtuosa dell’ottimizzazione produttiva e si impedisce la crescita di risorse, sviluppo, uguaglianza e benessere diffuso. Si riduce il tenore di vita dell’intera collettività, compreso degli stessi privilegiati, perché nella veste di utenti subiscono danni maggiori dei privilegi ottenuti. Il cambiamento quindi potrebbe convenire a tutti, essere indolore e verificarsi nel punto in cui la crisi è più penalizzante; forse in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica.

Queste cose le ho ripetute troppe volte, anche se ogni volta ho cercato di fare un passo avanti per meglio evidenziare gli spazi del mondo possibile e i vincoli odierni; non so per quanto potremo ancora ripetere le stesse cose perché siamo arrivati a un bivio che impone un diverso passo. Le pessimistiche previsioni fatte in questi anni si sono in buona parte confermate e la realtà purtroppo è stata peggiore del previsto. Non posseggo certo la verità ma sono convinto che lo studio che porto avanti da più di 10 anni è arrivato a un livello sufficiente per capire se la strada imboccata sia attendibile e possa portare a delle reali soluzioni.

Diventa quindi urgente iniziare un dibattito che coinvolga più soggetti e possa approfondire, mettere a punto l’argomento e renderlo conosciuto e divulgabile. Sappiamo che sono le necessità della collettività che determinano i cambiamenti nella realtà politico/sociale, non le elaborazioni teoriche; però queste possono servire, e sono necessarie, per indicare alle forze evolutive una direzione possibile, idonea a raggiungere l’obbiettivo. È stata la rivoluzione francese che ha travolto il potere feudale, però la tripartizione dei poteri dell’Illuminismo francese ha fornito la logica per costruire lo strumento tecnico necessario alla crescita ed al consolidamento della vincente società borghese; senza di quello sarebbe stata una delle tante rivoluzioni mancate.

La rivoluzione francese è stata infatti determinante perché esisteva un nuovo modo di produrre, il capitalismo e un nuovo impianto istituzionali, la tripartizione dei poteri; il salto di questo momento storico potrebbe essere analogo; abbiamo infatti il nuovo modo di produrre della rivoluzione elettronica, a cui abbinare un nuovo impianto istituzionale che potrebbe utilizzare come partenza l’ipotesi del IV potere.

Oggi la crisi, sempre più forte, compromette gli equilibri internazionali, sociali, economici, culturali; premia qualsiasi istanza di cambiamento, alimentando i movimenti contestativi sia in Italia che negli altri Paesi. Basta pensare in Francia a Macron e ai Gilet jaunes, in Italia ai 5 Stelle, i vari populisti, le Sardine ed altri. Tutti i movimenti hanno un grande successo iniziale ma si rilevano ben presto fuochi di paglia perché si limitano a ipotizzare uomini virtuosi che sostituiscano gli attuali responsabili; manca qualsiasi ipotesi di gestione alternativa della struttura pubblica. Inevitabilmente si evidenzia che la sostituzione degli uomini nulla cambia, anzi spesso la situazione peggiora e la prassi risulta più irresponsabile di quella dei predecessori; si conferma così che l’inadeguatezza dei soggetti rappresenta solo il modo di manifestarsi della crisi.

Dotare questa continua protesta di un’analisi strutturale, come quella che può uscire da un serio dibattito, evidenziare i meccanismi condizionanti che bloccano l’impianto istituzionale e le modifiche possibili, potrebbe trasformare un fuoco di paglia in un incendio che travolge il presente ed apre al futuro. Certamente non facile né breve, però forse possibile e, come diceva Mao, anche la lunga marcia inizia con un piccolo passo.

Come abbiamo detto Genova potrebbe essere il punto dove inizia l’incendio, perché è una città arretrata delle città avanzate dell’Italia, democrazia arretrata; ha inoltre caratteristiche storiche, ubicazionali e storiche tali che con una diversa struttura pubblica potrebbe fare un incredibile passo avanti in grado di renderla a livello europeo una delle più belle e vivibili città, dotata di uno dei principali porti. Il cambiamento potrebbe essere innescato da un gruppo spontaneo di giovani (ipotizziamo le Acciughe per distinguerle dalle Sardine) che porta avanti, anche con l’aiuto dell’Università, uno studio alternativo dello sviluppo della città, con previsione di raggiungere in tempi brevi gli obbiettivi dichiarati. Sarebbe difficile contestarlo e potrebbe svolgere una funzione dirompente confermando quanto sostenuto ed evidenziando le grandi possibilità del cambiamento.

Mi rivolgo quindi a chi considera che quanto scritto contenga qualcosa d’interessante e non vuole aspettare, come lo struzzo, che il peggio succeda, e gli chiedo di fare un passo avanti, come è già successo con alcuni primi incontri.  Con l’e-mail, in parte già conosciuta (bruno.musso@grendi.it) è facile un contatto circolare (potenza dell’elettronica!), che permetta di vedere se esistono le condizioni per sviluppare questi primi passi, magari solo (non è poco) del progetto genovese. Nessuno si aspetti successi immediati, l’obbiettivo è immenso perché riguarda il mondo che deve evitare il disastro annunciato; la posta in gioco giustifica però l’oggettivo rischio di insuccesso.

Io sono a disposizione di tutti e, data la mia veneranda età, fino a quando le sinapsi si collegheranno, posso continuare a fornire il mio supporto logico, ma per la parte organizzativa servono dei volontari; magari giovani che in un domani, lontano o vicino non so, potrebbero diventare responsabili di una qualche nuova struttura pubblica finalmente funzionante. Non appartengo all’attuale mondo politico e quindi non faccio promesse, né fornisco garanzie di successo, dico solo: “vale la spesa di andarci a vedere”. Aspetto di vedere chi si fa avanti per capire se siamo in grado di fare il fatidico “primo piccolo passo”

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