Più che legittima la crescente protesta contro la diffusa disoccupazione, i bassi salari e l’incertezza del futuro che condiziona la vita, specie delle nuove generazioni; errato è però attribuirne la responsabilità alla Meloni, che funge solo da capro espiatorio di turno di un peggioramento ormai trentennale, che le diverse maggioranze e governi non hanno modificato e che oggi rischia di esplodere.
Non difendo la Meloni, ma una coerenza necessaria a capire la causa della situazione e la possibilità di una difficile ma necessaria via d’uscita. Dobbiamo infatti superare la semplificazione manichea per cui ci sono i buoni (noi) e i cattivi (gli altri) e la vittoria dei buoni garantirà a tutti benessere e libertà; questa lettura della realtà non aiuta a capire né a superare il progressivo peggioramento generale.
Esistono invece condizionamenti generali complicati ma condizionanti; vediamo alcuni punti del contesto storico che li ha generati. Il suffragio universale ottenuto con la lotta di classe, diventato reale dopo la II guerra mondiale, ha riconosciuto i diritti del proletariato ed ha messo in moto la catena virtuosa che a caduta ha fatto crescere salari, domanda globale, produzione, risorse nonché libertà ed equità distributiva. Sinistra e sindacati sono stati l’elemento trainante della lotta di classe e della costruzione della democrazia.
La raggiunta uguaglianza di diritti “la legge è uguale per tutti”, non ha risolto i problemi sociali ma ha realizzato lo strumento propedeutico per farlo. Ha imposto però una diversa logica che è mancata sia perché difficile da identificare sia perché contraria agli interessi consolidatisi durante la lotta di classe; vediamo le coerenze precedenti e le attuali contradizioni.
Marx, le cui teorie hanno legittimato l’evoluzione precedente e ostacolano quella attuale, aveva ragione quando definendo la produzione “farina del diavolo”, utile solo alla borghesia, infatti nell’Ottocento la maggiore produttività non aumentava la produzione ma la disoccupazione, espellendo da ciclo produttivo parte crescente del proletariato, con emigrazione e miseria, mentre la borghesia festeggiava la belle époque. Nella seconda metà del ‘900 l’efficienza produttiva è stata invece la strumento della crescita di diritti, produzione, risorse e benessere diffuso.
Il concetto di lotta di classe, pur esatto, era però difficile da capire più facile la teoria del plus valore per rendeva concreto un discorso astratto e lo riferiva al singolo che subiva il furto di una parte del salario. È diventata così forza dirompente anche perché la prassi era corretta per l’identità proletario-lavoratore e perché i salari erano determinati dai diritti. La lotta sindacale è stato uno dei principali strumenti della lotta di classe.
Un problema politico (diritti, produzione sistema Paese, criteri distributivi) è diventato però aziendale. La contradizione è esplosa quando l’efficienza economico/sociale del sistema paese ha condizionato il benessere collettivo determinando il 95% del nostro tenore di vita, mentre le scelte aziendali possono incidere solo per il restante 5%.
Diventa così necessario fornire alla collettività gli strumenti per imporre ai produttori, sia pubblici che privati, le proprie necessità; il lavoratore è di fatto un produttore e quindi per difendere il benessere collettivo le sue necessità, una volta rispettati i diritti acquisiti, devono essere subordinate a quelle prioritarie della collettività-utente. La dialettica sociale non dipende infatti dal rapporto padrone/lavoratore ma da quello produttore/collettività-utente; il mancato recepimento, specie a sinistra, di questa diversa chiave interpretativa ha falsato le politiche economico/sociali.
Le necessità della collettività-utente, nella seconda metà del ‘900, sono state imposte ai produttori dal mercato; il forte aumento di produzione reso possibile dall’aumento di produttività dell’elettronica, non si è però realizzato a causa dei limiti del mercato e perché la mano pubblica non poteva sostituirlo mancando degli strumenti necessari. Si è però evitato l’aumento della disoccupazione, ricorrendo a coperture sociali quali cassa integrazione, pensionamento anticipato, reddito cittadinanza, assunzione nella mano pubblica ed altro.
Per ogni attività in difficoltà non ci si è chiesto come condizionava le risorse del sistema Paese, ma come si poteva salvare l’occupazione esistente, e di fatto si ricorreva a nuove risorse pubbliche che si sommavano alle precedenti. La disoccupazione reale è così salita sopra al 50% e ogni lavoratore effettivamente impiegato oggi ne mantiene più di due, rompendo tutti gli equilibri economici possibili. Inevitabile il precariato e i bassi salari, che gli italiani rifiutano creando la necessità dei più disponibili lavoratori extracomunitari, che tamponano l’emergenza, accentuando lo squilibrio strutturale.
Questa è la situazione reale non imputabile alla Meloni né fronteggiabile con la logica tradizionale di manifestazioni e scioperi, che possono solo peggiorarla. La responsabilità non è neppure dei politici, incapaci di un comportamento virtuoso perché privi degli strumenti necessari, ma di un impianto istituzionale pensato tre secoli fa per dare i diritti alla borghesia, classe emergente, senza prevedere gli strumenti per gestire interventi e strategie economiche. Fino a quando non affronteremo e risolveremo questo problema la situazione potrà solo peggiorare.