LA PRODUZIONI DI ARMI E L’OBBIETTIVO DELLA PACE

Bruno Musso – Genova 14.10.24

L’interessante articolo che Moisés Naim ha pubblicato sabato scorso 12.10.24 su Repubblica fornisce cifre drammatiche sulla produzione mondiale delle armi. Qualche dato di sintesi: 2.400 miliardi di $ la spesa mondiale nel ’23 (più di un anno del Pil italiano), con inoltre un anormale incremento di ben il 7%; il Cremlino prevede di incrementare le spese militari del 15%. Oltre all’aspetto quantitativo pesa quello qualitativo; armi sempre più potenti che coinvolgono il nucleare.

La situazione è diventata non più tollerabile ed è necessario invertire la tendenza per mettere in sicurezza questa polveriera pronta ad esplodere; certamente è uno dei principali problemi odierni; Naim però, secondo una prassi consolidata, ci illustra come il fenomeno si è sviluppato e non ne esamina il perché; la sua istanza rimane così un sogno utopico la cui realizzazione dipende dall’intelligenza e buona volontà della collettività che manca specie in questo travagliato momento.

La gravità della situazione impone di cercare il perché del fenomeno, anche se siamo coscienti che l’analisi è incerta ed aleatoria, mentre quella del come è lineare ed attendibile. Partiamo dalla sintesi storica della seconda metà del ‘900, periodo dominato dallo scontro fra Usa e Urss, le due grandi potenze uscite vittoriose dalla II guerra Mondiale e caratterizzate dall’opposta cultura del liberismo e comunismo con logiche e meccanismi economici diametralmente diverse. Entrambe capivano che lo scontro diretto era tecnicamente impossibile e hanno optato per quello potenziale della “guerra fredda” basato sulla deterrenza di una superiorità potenziale. 

Non conosco le cifre delle spese militari di quel periodo ma certamente erano elevatissime perché entrambe per non essere attaccate dovevano poter prevalere: grande sforzo tecnologico e nucleare, con la costruzione da parte di entrambe di circa 6.000 testate atomiche con relativi vettori; programma anche privo di logica perché un decimo della loro potenza era sufficiente per far saltare il pianeta. Negli ultimi decenni del ‘900 le democrazie sono diventate vincenti e, ottenuto il sopravento, hanno potuto superare la precedente conflittualità.

È seguito un periodo di relativa pace diffusa, con guerre solo periferiche per frizioni locali o residui del colonialismo. La mia generazione è cresciuta con la convinzione che l’esercito era uno strumento folcloristico legato al passato, usabile ormai solo per i disastri ambientali in appoggio alla protezione civile; le spese militari erano al minimo intorno all’1% del Pil.

L’equilibrio è saltato a fine ‘900 con la rivoluzione elettronica che ha messo in crisi non solo le democrazie ma anche (fortunatamente) le dittature. Le nostre democrazie infatti, basate sulla tripartizione dei poteri, attraverso le elezioni possono garantire i diritti (obbiettivo iniziale dell’attuale impianto istituzionale) ma non dispongono degli strumenti necessari ad elaborare e sostenere una coerente strategia economica di produzione e sviluppo. L’incapacità di assolvere al ruolo pubblico ha fatto degenerare le caratteristiche e le scelte dei governanti, creando un sistema democratico senza “testa” e una situazione assurda delle democrazie a cui siamo così assuefatti da non coglierne neppure più la drammaticità.

Le dittature dispongono invece di una “testa” forse più stabile e pensante però il salto tecnologico, con l’aumento della conoscenza e interconnessione diffuse, impone una violenza maggiore per garantire il potere; quando un dittatore cade non viene normalmente sostituito da un altro, ma dalla guerra per bande, tomba di ogni vivere civile. Inoltre la produzione, e quindi la guerra, condizionata da una crescente tecnologia, richiede l’intelligenza poco compatibile con la mancanza di libertà delle dittature.

Le dittature però hanno bisogno, come è sempre stato, della guerra per sopravvivere e le democrazie non sono in grado di contrastarle, nasce così lo scontro di una testa senza corpo con un corpo senza testa, in cui entrambi non possono prevalere, che dura eterno, aprendo sempre nuovi fronti. È quello che sta succedendo e che si svilupperà ulteriormente. In questa situazione fermare la produzione delle armi è pura follia; avrebbe senso nell’ipotesi che fosse fatto da tutti compreso le dittature, cosa ovviamente impossibile.

Seguendo questa politica uccideremmo l’ultimo spazio democratico facendo vincere ovunque le dittature o più precisamente la guerra per bande e creando uno scenario apocalittico di violenza e distruzione totale. Non è più il momento dei sogni utopici, l’abisso è troppo vicino, l’unica soluzione percorribile, come ripeto da tempo, consiste nel superare i limiti del nostro impianto istituzionale, pensato quasi 3 secoli fa, inserendo la parte mancante, per renderlo compatibile con la realtà moderna. Allora, e solo allora, potremmo bandire le armi e ottenere una vera pace che non significhi più cedere alla violenza.  

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