DEMOCRAZIA POSSIBILE E NECESSARIA

Estate ‘24

Bruno Musso – Genova 16.9.24

Ho rielaborato quanto già scritto per meglio integrarlo e spiegarlo; non ho cambiato il titolo, mettendo solo in evidenza la data per sottolineare che il problema rimane lo stesso: capire se è valida l’affermazione del titolo “Democrazia possibile e necessaria”.

La risposta oggi è più positiva che in passato; il salto tecnologico dell’elettronica ha reso possibili e necessari livelli più avanzati di democrazia, però solo superando i limiti dell’impalcatura settecentesca basata sulla tripartizione dei poteri e finalizzata a garantire i diritti della borghesia.

Non esiste comunque alternativa perché il prevalere delle dittature potrebbe significare la fine della nostra società.

                                                                       INDICE

CAP. I – NEGAZIONISMO DELLA CRISI ISTITUZIONALE               

            Riscaldamento globale.

            Ragioni del negazionismo

CAP. II – CONDIZIONAMENTI CULTURALI   

            Le cause strutturali

            Rivoluzione industriale

            Rivoluzione elettronica

            Preconcetti condizionanti

            Società benefit

            La rivoluzione culturale

CAPITOLO III – LA NECESSITA’ DELLA DEMOCRAZIA       

            Democrazia

            Dittatura.

            Equilibrio internazionale

CAPITOLO IV – LA POSSIBILITA’ DELLA DEMOCRAZIA    

            Storia della democrazia.

            Albori della democrazia

            Strumenti della democrazia

            Schema di un sistema produttivo

CAPITOLO V – GLI STRUMENTI DELLA DEMOCRAZIA      

            Diritti.

            Gestione economica

            Produzione capitalistica

            L’acquisto

CAPITOLO VI – PRECONCETTI SUL CAPITALISMO 

            Equivoco marxista

            Necessità di strategie alternative

CAPITOLO VII – SPLENDORE E CRISI DELLA DEMOCRAZIA                                

            Splendore della democrazia

            Rottura del meccanismo democratico

            Soluzioni prese in esame

            Vincoli reali

            Distinzione destra – sinistra

CAPITOLO VIII – MANCATA EVOLUZIONE E DEGRADO DEMOCRATICO

            Funzione del Governo

            Conseguenze economico/sociali.

            Disoccupazione

            Giudizio morale

CAPITOLO IX – PRIMA IPOTESI DI SOLUZIONE      

            Domanda collettiva

            Caratteristica della domanda collettiva.

            Logica organizzativa della domanda collettiva

CAPITOLO X –          IV POTERE                          

            Differenza situazione attuale

            Aspetto culturale

            Necessità del IV Potere e reddito di cittadinanza

            Livello democratico del IV potere

            Possibile futuro impianto istituzionale

Strategia realizzativa e conclusioni provvisorie               

Testo

CAP. I – NEGAZIONISMO DELLA CRISI ISTITUZIONALE                             

La crisi della democrazia è indiscussa, non c’è articolo o dibattito che non la rilevi e tutti sottolineano l’incapacità crescente dei regimi democratici e dei suoi cittadini di fronteggiare le grandi necessità economico/sociali della società moderna. Alcuni, anche di sinistra, pensano che solo l’uomo forte possa garantire l’ordine e la coerenza comportamentale, perché la democrazia ha fatto il suo tempo e non è più compatibile con la complessità della società moderna.

La maggioranza comunque attribuisce questi fenomeni alla irresponsabilità collettiva e alle caratteristiche degli uomini coinvolti, non capaci di fronteggiare i difficili problemi che pone il sistema economico/sociale. Quasi nessuno ipotizza che l’incapacità umana sia conseguenza e non causa della crisi, e le disfunzioni dipendano dal meccanismo istituzionale incapace di utilizzare le risorse disponibili, selezionare e premiare gli uomini e le scelte migliori.

La ricerca infatti di possibili carenze istituzionali, causa delle disfunzioni denunciate, incontra un generale rifiuto e tutti preferiscono fermarsi ad esaminare la quotidianità delle scelte sbagliate. Un analogo assurdo comportamento si è verificato con riferimento al riscaldamento globale di fronte al quale per lungo tempo è prevalsa la logica di negarne l’evidenza per non doverne cercare le cause.

Riscaldamento globale. Anche in questo settore i primi sintomi hanno incominciato a manifestarsi circa mezzo secolo fa, producendo inizialmente conseguenze marginali, ma la progressiva crescita ha imposto una diversa coscienza collettiva che si è realizzata in quattro fasi successive.

I fase (negazionismo) – Le iniziali sparute denunce sono rimaste inascoltate perché contrastavano con cultura, abitudini e interessi fortemente consolidati dell’organizzazione esistente. I singoli fenomeni sono stati rilevati come fatti casuali connessi a situazioni specifiche; Trump continuava a negare l’esistenza del fenomeno. 

II fase – I livelli pericolosi raggiunti dal cambiamento climatico hanno imposto di prenderne atto, misurando l’ampiezza e le tendenze evolutive e quasi tutti progressivamente hanno concordato sulle valutazioni fatte.

III fase – Si è aperta così la possibilità di andare oltre e cercarne le cause; dopo anni di dibattito la tesi prevalente ha attribuito la disfunzione climatica al nostro dissennato consumo energetico; è stato così possibile valutare la dimensione del fenomeno, le tendenze e le drammatiche conseguenze di un mancato intervento.

IV fase – E’ iniziata la ricerca di possibili soluzioni che hanno coinvolto l’intero pianeta, valutando gli interessi in conflitto, le compensazioni e le conseguenze economiche delle soluzioni da adottare.

Solo a questo punto è stato possibile intravvedere una strada non facile, né certa, ma necessaria. Anche questo fenomeno denuncia l’incapacità della struttura pubblica di assolvere il proprio compito e difficilmente le strategie ipotizzate saranno vincenti in carenza di meccanismi democratici funzionanti.

Ragioni del negazionismo. La crisi della democrazia è invece ancora ferma all’iniziale fase negazionista che, negando il fenomeno, attribuisce le disfunzioni all’errato comportamento degli uomini coinvolti; viene così preclusa la possibilità di studiarne le cause e cercare possibili soluzioni. Se il fenomeno fosse solo italiano potremmo farlo risalire a nostri problemi specifici; riguarda invece tutte le democrazie mondiali e rappresenta quindi un problema generale dell’odierno impianto istituzionale. È quindi in discussione l’attuale logica democratica, basata sulla tripartizione dei poteri, teorizzata a metà del ‘700 dall’Illuminismo francese per legittimare e consolidare la nascente classe borghese.

I motivi di questo generale rifiuto al cambiamento sono molteplici, si integrano e sostengono a vicenda; ne esamineremo singolarmente alcuni, cercando di evidenziare le cause che li hanno determinati.

Primo – condizionamento culturale: pensiamo che i ghiacciai seguono leggi fisiche vincolanti mentre l’uomo, disponendo del libero arbitrio, ha un comportamento libero e non prevedibile. Il discorso è falsante a livello economico/sociale perché contradetto da due leggi della statistica: la prima è “la probabilità non ha memoria” quindi se si gettono i dadi 10 volte ed è sempre venuto pari, non esiste nessuna maggiore probabilità che la prossima volta sia dispari. La seconda è “per i grandi numeri la frequenza è uguale alla probabilità” cioè se getto i dadi 1.000 volte certamente il 50% delle volte viene pari e 50% dispari.

Il comportamento economico/sociale riguarda grandi numeri per cui la libertà del singolo individuo, non contrasta con i comportamenti obbligati della collettività, come conferma l’esame di qualsiasi momento storico; anche oggi i comportamenti dei singoli attori si conformano alle necessità della struttura in cui operano. Le dittature sono coerenti con le loro logiche condizionanti, mentre le democrazie scontano le contraddizioni del proprio impianto istituzionale.

Secondo – Ogni cambiamento impone di rinunciare oggi a privilegi e prassi consolidate, in nome di un vantaggio futuro. Il vantaggio, anche se consistente, riguarda la collettività e solo parzialmente i soggetti penalizzati; i risparmi energetici ad esempio aiutano tutti ma sono a carico di pochi produttori. Il cambiamento è quindi quasi sempre ostacolato anche se, stando alle previsioni del caso specifico, i produttori coinvolti potrebbero avere un buon ritorno in termini economici/occupazionali.

Terzo Facile capire la difficoltà a riesaminare la coerenza del nostro impianto istituzionale che implica necessariamente la modifica della Costituzione. Le certezze alternative sono poche mentre la difesa dell’esistente è fortissima. Parliamo di elementi che possono rappresentare quasi dogmi di fede, come il Vangelo e quindi sono poco discutibili. Inoltre la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, è culturalmente e socialmente una delle più avanzate, portatrice dei grandi valori fondamentali.

Nessuno vuole però annullare i diritti sanciti dalla Costituzione, che vorremmo anzi aumentare; si considera solo necessario integrare il molto che c’è, con il poco che manca in modo che i diritti sanciti possano essere reali e non solo formali. Infatti i diritti sono solo propedeutici e rimangono un semplice sogno utopico se parallelamente non esiste un sistema produttivo in grado di renderli reali garantendo quanto essi implicano. Come vedremo nel breve periodo della seconda parte del ‘900, l’integrazione fra la regolamentazione e controllo della mano pubblica con l’efficienza produttiva del mercato capitalistico, ha dato positivi risultati. L’equilibrio si è rotto verso fine secolo perché la nostra organizzazione istituzionale non disponeva degli elementi necessari a fronteggiare le nuove necessità    

Anche i diritti hanno incominciato a ridursi per la difficoltà della loro realizzazione pratica; irrinunciabile è infatti il diritto gratuito a istruzione e sanità, ma perde di contenuto se nella realtà non è ottenibile; discorsi analoghi valgono per il lavoro e altri diritti previsti dalla Costituzione. L’evoluzione tecnologica realizzabile dovrebbe permettere di aumentare e non ridurre i diritti acquisiti e invece la crisi attuale sta riducendoli; questa evidente contradizione evidenzia l’inadeguatezza istituzionale ed alimenta i legittimi comportamenti populistici.  

Quarto – Le modifiche riguardano la struttura politica, settore oggi poco interessato a raggiungere i nobili obbiettivi dichiarati, ma più propenso a mantenere e far crescere potere e privilegi. Difficile distinguere fra le ricorrenti richieste di cambiamenti istituzionali finalizzati ad aumentare il potere dei singoli gruppi e quelle che invece potrebbero rappresentare una svolta effettiva. Inoltre il cambiamento dovrebbe coinvolgere i privilegi della maggioranza della popolazione, forse del 70%, quindi difficile da imporre. I grandi cambiamenti non sono però determinati dalle scelte volontarie ma dalle necessità collettive, che oggi sono sempre più pressanti e indilazionabili.

Quinto – Si aggiungono alcuni problemi legati alla peculiarità del problema: le democrazie dell’Ottocento, specie in Italia, erano oligarchie borghesi dove la borghesia, l’unica con diritto di voto, disponeva sia del potere politico che di quello economico. Il suo comportamento non è stato dei più nobili e, pur trascurando la politica coloniale che richiede un discorso a parte, ha difeso solo i propri interessi, festeggiando a fine secolo la belle époque mentre il proletariato senza diritti ha subito la più disperata miseria, mitigata solo dall’emigrazione (allora eravamo noi i migranti). Il suffragio universale, in Italia ottenuto nel ’11, e cancellato dalle dittature e dalla guerra, nel dopoguerra è diventato reale (con anche l’inserimento delle donne), garantendo un forte sviluppo economico/sociale e la legittima convinzione che il problema era risolto e non era possibile andare oltre.

Il suffragio universale, obbiettivo sociale di quasi un secolo, è oggi operante – uno vale uno – e le elezioni libere sembrano dover rappresentare il più elevato livello di democrazia; l’unico possibile miglioramento dovrebbe quindi derivare da maggiore impegno, responsabilità e cultura degli uomini coinvolti. Se questo non basta, come non basta, significa che gli uomini non sanno o non vogliono autogestirsi; conviene quindi lasciare tutto in un limbo indefinito, per evitare che nasca, come sta avvenendo, la richiesta dell’uomo forte capace di superare la paralisi operativa. L’equivoco nasce dal confondere il potere reale con quello solo formale.

Sesto – Vedremo in seguito gli strumenti necessari per dotare la collettività di poteri reali e non solo formali; è utile però ricordare un fenomeno analogo relativo a un potere collettivo bellissimo ma formale e non reale; l’incapacità di rilevare tale differenza ha condizionato per più di un secolo le finte rivoluzioni e gli intellettuali di sinistra di tutto il mondo. Marx aveva identificato nella proprietà privata dei mezzi di produzione lo strumento dello sfruttamento sociale, di conseguenza la proprietà pubblica dei i mezzi di produzione avrebbe permesso una vera rivoluzione che faceva cadere lo sfruttamento e garantiva finalmente la nascita di una società ugualitaria. In aggiunta i rivoluzionari russi attraverso i Soviet, avevano dato vita a strutture produttive autogestite dagli stessi operai, che integrandosi e agglomerandosi, diventavano la struttura portante dell’organizzazione pubblica.

Sembrava tutto risolto; non è stato così e in seguito, con il senno di poi, cercheremo di evidenziarne il perché; si è impiegato però quasi un secolo per capire la loro impossibilità a funzionare e molti ancora oggi rifiutano la spiegazione strutturale e preferiscono attribuire l’oggettivo fallimento dell’Urss ai comportamenti sbagliati dei vari responsabili, che avrebbero potuto essere superati da un comportamento più responsabile. La solita spiegazione esistenziale e non funzionale

Era oggettivamente difficile superare la legittima convinzione che nessuna alternativa potesse essere socialmente migliore: tutto era pubblico senza il padrone sfruttatore e i lavoratori si autogestivano: doveva necessariamente essere “il paradiso dei lavoratori”. Solo dopo lunghi tempi e molti drammi personali si sono capiti i condizionamenti dei meccanismi economici che rendevano i poteri della collettività proletaria solo formali, delegando quelli reali alla burocrazia di partito, gestita centralmente da una feroce dittatura.

Settimo. Oggi dobbiamo quindi evitare analoga trappola culturale che considera il suffragio universale come il massimo livello democratico possibile e pone l’inaccettabile alternativa, tra mantenere tutto invariato difendendo l’indifendibile o eliminare tutto perdendo anche diritti e libertà che rappresentano il grande patrimonio della democrazia.

L’attuale impianto istituzionale è infatti indispensabile per garantisce un potere reale con riferimento a diritti e libertà dei votanti, ma deve essere integrato perché privo degli strumenti per la gestione economica pubblica e l’equità distributiva; entrambi gli elementi sono oggi determinanti ma non sono stati previsti inizialmente perché contrari agli interessi della borghesia al potere. Il presente studio ha l’obbiettivo di evidenziare ciò che, nel nostro impianto istituzionale, assolve ai suoi compiti e ciò che manda, compromettendo l’equilibrio politico/economico globale.  

CAPITOLO II – CONDIZIONAMENTI CULTURALI

Abbiamo visto le difficoltà che caratterizzano ogni cambiamento e parzialmente giustificano i ritardi evolutivi; nel caso però del meccanismo democratico il “non voler capire” è andato oltre ad ogni possibile spiegazione razionale e non può essere spiegato solo su base logica. Le democrazie hanno smesso di essere vincenti negli anni ’80 – ’90 del secolo scorso, hanno perso parte della superiorità tecnologica e la capacità di far crescere benessere, diritti, libertà ed equità distributiva dei suoi cittadini; quasi nessuno in questi 40 anni sembra essersi chiesto il perché.

Molti si sono posti il problema dei miglioramenti nella Costituzione del Paese; obbiettivo ammirabile ma le modifiche possono permettere l’avvicinamento a una delle svariate Costituzioni esistenti (modello americano, tedesco, francese, ecc.) che possono forse portare dei miglioramenti, utili ma non risolutivi perché la crisi, in maniera più o meno spinta, coinvolge tutte le Democrazie del mondo. La soluzione non è quindi trovabile all’interno della nostra struttura istituzionale pensata dall’Illuminismo francese quasi tre secoli fa per legittimare e consolidare la nascente, e allora rivoluzionaria, classe borghese; bisogna andare oltre.

Nessuno, dopo il fallimento dell’unico modello alternativo rappresentato dai Soviet, utilizzato dai rivoluzionari russi, ha pensato che, per adeguarsi al cambiamento della realtà economica sociale, si potesse mettere in discussione e forse integrare, il nucleo base delle nostre democrazie rappresentato dalla tripartizione dei poteri. Questo infatti è rimasto sempre un punto fermo, quasi un dogma di fede, indiscutibile e immodificabile mentre esprime invece un preciso interesse della borghesia che rivendicava i diritti (ottenuti), ma rifiutava l’intervento pubblico sull’attività economica perché di sua specifica competenza e utile al proletariato ma contrario ai propri interessi

Il nucleo del problema non viene così affrontato, e ci si limita ad evidenziare le principali disfunzioni, attribuendole agli errori dei responsabili; si espongono quindi alternative virtuose per risolverle, intelligenti ma inutili perché l’economia è condizionata non dalla buona volontà individuale, ma dalle ferree necessità produttive, che determinano i comportamenti economici. Se infatti l’errore riguardasse un caso singolo è ipotizzabile un diverso comportamento, se invece è comune a tutti implica l’esistenza di un vincolo produttivo che lo impone e nessun cambiamento è possibile senza rimuoverlo. I possibili comportamenti diversi e le ipotesi virtuose sono così semplici sogni utopici, privi di fondamento, utili solo a ingannare l’incompetente mondo politico/sociale.

Le cause strutturali: l’attuale incapacità ad affrontare il problema ha infatti radici più profonde che bisogna identificare per iniziare un serio discorso critico/costruttivo. Tutti i momenti storici hanno elaborano comuni valori, chiavi interpretative e punti di riferimento che rappresentano valutazioni condivise, legittimano la struttura sociale e l’organizzazione produttrice dominante. Un’evoluzione limitata e lenta permette di mantenere i valori esistenti adattandosi lentamente alla nuova realtà; oltre però certi livelli evolutivi è necessario modificare i punti di riferimento esistenti che condizionano il dialogo e la comunicazione. Un uomo del Medio Evo avrebbe difficoltà a capire le necessità dell’attuale società e dialogare con i suoi rappresentanti.

Più l’evoluzione è elevata e veloce più cresce l’incomunicabilità e diventa un muro invalicabile. Il passaggio dalla società feudale del Medio Evo alla moderna società borghese/industriale ha impiegato 5 secoli per realizzarsi; ha dovuto superare mille condizionamenti, freni e contradizioni (ricordiamo Galileo), ma si è lentamente imposto. La rivoluzione elettronica con il potenziale passaggio dalla società attuale a quella post borghese e post industriale si è realizzata invece in meno di 50 anni, poco più di una generazione, e si è imposta brutalmente senza che fosse possibile elaborare le modifiche economico/culturali per leggere la nuova realtà sociale, diventata possibile e necessaria.

L’abitudine a considerare tutte le variazioni epocali non ci ha permesso di mettere a fuoco come l’elettronica e tutto quello che ne deriva rappresenta il cambiamento più determinante e radicale che la nostra società ha avuto nei suoi 10.000 anni conosciuti. Sono cambiati i punti di riferimento sia a livello sociale che dei rapporti internazionali; tutto ciò che per millenni è stato utopia forse oggi è possibile e quindi necessario perché per l’equilibrio economico/sociale è necessario tutto ciò che è possibile. Siamo quindi in presenza di valori, valutazioni, necessità totalmente cambiate mentre noi continuiamo a usare i vecchi valori per guardare il mondo e leggere la realtà; utilizziamo schemi vecchi e inadeguati incapaci di spiegare; sarà quindi utile approfondire questo radicale cambiamento solo parzialmente rilevato.

Rivoluzione industriale. Il passaggio dal Medio Evo all’età moderna è connesso all’introduzione nel sistema economico/sociale del binomio capitalismo/borghesia dove il primo è il meccanismo produttivo e la seconda è la conseguente classe sociale; costituiscono un rapporto simbiotico interdipendente in cui il capitalismo genera la borghesia e la borghesia è la gestrice del capitalismo. L’elemento che rende tale binomio vincente è l’accentramento produttivo da cui deriva la specializzazione produttiva/conoscitiva e produce l’evoluzione tecnologica; diventa così possibile un’immensa crescita delle risorse che, fra molte contradizioni e con riferimento a una parte ridotta dell’umanità, ha permesso livelli economici e sociali prima inimmaginabili.

L’elemento portante dell’evoluzione è stato l’invenzione del motore e della meccanizzazione che ha sostituito la fatica umana nel ciclo produttivo. Nella seconda metà del ‘900, nei paesi democratici, riconosciuti i diritti del proletariato, è stato possibile raggiungere livelli di diritti libertà e benessere diffuso mai ipotizzati in precedenza. Come vedremo si sono decuplicati (aumento 1.000%) redditi, diritti ed equità distributiva raggiungendo livelli inimmaginabili in passato.

Rivoluzione elettronica, in meno di 50 anni abbiamo inserito il computer nel ciclo produttivo in aggiunta e integrazione del cervello umano; si tratta di un passaggio più significativo della precedente introduzione del motore che aveva impiegato 5 secoli. Avremmo dovuto assistere a un analogo forse superiore cambiamento politico/sociale sia produttivo che conoscitivo; tale salto avrebbe dovuto permettere di raggiungere obbiettivi oggi considerati sogni utopici ed estenderli anche alle popolazioni escluse.

Nulla di tutto ciò è successo ed anzi, uscendo dall’inganno del Pil utilizzato per misurare il benessere, forse c’è stato non un miglioramento ma un progressivo peggioramento. L’opinione pubblica però stenta a rilevarlo perché non coglie l’epocale salto evolutivo dell’ultimo mezzo secolo, e mantiene invariati criteri valutativi e chiavi interpretative precedenti non più attuali. Continuiamo a discutere di miglioramenti del 3%, che dovrebbe invece essere del 1.000% (aumento 10 volte)

Il forte divario creatosi fra il mondo reale e quello possibile e necessario, ha fatto saltare gli equilibri esistenti e creato un’instabilità che coinvolge l’intero sistema mondiale. L’equilibrio raggiunto alla fine della seconda guerra mondiale, ci ha donato un lungo periodo di pace relativa. L’attuale crisi della democrazia lo ha fatto saltare rendendo urgente trovare una soluzione, che difficilmente potrà essere identificata senza aver prima demolito le consolidate convinzioni utili in un passato che non esiste più. Vediamo le principali.

Preconcetti condizionanti. Il primo vincolo è di tipo culturale e riguarda i meccanismi condizionanti che legano conoscenza e produzione, generando la conoscenza collettiva prodotta dall’inserimento del singolo nel meccanismo produttivo. Assistiamo infatti a una radicale modifica nel meccanismo conoscitivo e nella logica conoscitiva. In precedenza infatti la conoscenza prevalente era di tipo elitario, che potremmo chiamare conoscenza borghese, basata su libri, approfondimento specifico e specializzazione ed era consona alla prima fase evolutiva dove la produzione si basava su pochi punti decisionali e molti di pura esecuzione. Da essa derivava il livello produttivo e la disponibilità delle risorse.

Con la rivoluzione elettronica sono diventati decisionali quasi tutti i punti operativi, scomparendo progressivamente quelli di pura esecuzione e rendendo determinante la capacità di interconnessione reciproca; si è creata la conoscenza diffusa, democratica, caratterizzata più dalla capacità di interagire e relazionarsi che dalla conoscenza specializzata. Ovviamente è rimasta anche la conoscenza specializzata ma ha smesso di essere l’elemento strategico che determina la capacità produttiva e caratterizza il livello conoscitivo /culturale del momento storico.

È aumentato il peso dell’interconnessione conoscenza/produzione, dove la conoscenza è figlia della produzione e la produzione della conoscenza perché l’uomo medio conosce quello che fa e la sua conoscenza gli permette di farlo. Il discorso riguarda qualsiasi attività umana: per sciare devo saper sciare e per essere in grado di farlo devo sciare; le lezioni sul miglior modo di sciare sono certamente utili ma solo propedeutici, non si impara a sciare senza farlo. Identico discorso vale per qualsiasi processo produttivo.

Nella produzione della società feudale i punti decisionali erano pochissimi e la produzione veniva svolta o sulla base di ripetitivi standard comportamentali collaudati dai secoli (contadini e artigiani) o di imposizione dall’alto. Nella successiva produzione capitalistica, specie nella fase ottocentesca, i punti operativi decisionali erano aumentati ma rimanevano pochi e di massima riservati alla borghesia che non a caso rappresentava meno del 5% della popolazione. Vi erano invece tanti lavori di pura esecuzione effettuati per un’imposizione dall’alto (il proletario operaio).

La funzione conoscitiva della produzione è necessaria ma si sviluppa solo in relazione alla gestione di un punto decisionale; gli altri operatori sono semplici macchine produttive la cui conoscenza non è richiesta e spesso non gradita. La conoscenza è stata così riservata alla borghesia che copriva i punti decisionali mentre il proletariato senza diritti ne era privo, limitandosi ad eseguire: la scuola dell’obbligo per le prime classi elementari è stata inserita nella seconda metà dell’Ottocento e a fine secolo la maggioranza del proletariato era ancora analfabeta. Dario Fò più 50 anni fa sintetizzava questo concetto nel titolo di un suo spettacolo “L’operario conosce 300 parole, il padrone 3.000, per questo lui è il padrone”

La crescita nel livello di diffusione conoscitiva dei paesi democratici è iniziata nel ‘900 accentuandosi nella seconda metà ed è diventato travolgente con la rivoluzione elettronica, che impone anche una rivoluzione culturale, finora scarsamente recepita per il ritardo dell’evoluzione produttiva. Potrebbe rappresentare la fine della cultura elitaria, cioè del monopolio culturale borghese, e l’inizio di una nuova cultura diffusa, presupposto di una vera società democratica.

Non dobbiamo farci spaventare della attuale crisi culturale perché non rappresenta l’anticipo della futura cultura ma solo il disfarsi di quella borghese finora non sostituita. L’attuale salto tecnologico può far scomparire i lavori di pura esecuzione lasciando solo quelli decisionali basati sulla conoscenza/potere, necessaria per una scelta ragionata e non casuale. Per dare un’idea di cosa significa un punto decisionale e come gioca il meccanismo conoscenza/potere possiamo utilizzare un esempio facile e a tutti noto: la guida dell’automobile.

Partiamo dal primo fenomeno dell’interdipendenza conoscenza/produzione; guido la macchina se so guidare e so guidare se guido la macchina. Passiamo al secondo – conoscenza/potere: per guidare la macchina devo: essere seduto al posto di guida cioè il punto in cui arrivano le informazioni necessarie (conoscenza): parabrezza, specchietti retrovisori, visione della strumentalizzazione; disporre inoltre degli strumenti (potere) necessari per reagire alle informazioni ricevute cioè il volante, i freni, l’acceleratore e quant’altro. Se manca la conoscenza o il potere non posso guidare la macchina o se lo faccio la mia azione è estremamente pericola. È la situazione che, come vedremo, caratterizza spesso l’attività della mano pubblica.

I vari punti operativi assomigliano sempre di più a dei “posti guida” e necessitano una sempre maggiore partecipazione di conoscenza/potere. L’esempio preso in esame riguarda un’attività individuale, mentre la produzione non è individuale ma svolta all’interno di un’azienda, cioè un gruppo organizzato composto da più soggetti, che insieme svolgono un’attività produttiva finalizzata allo stesso obbiettivo. Le informazioni ricevute dal singolo e il potere da lui esercitato non rappresentano la sintesi produttiva e le sue scelte non sono strategiche ma si riferiscono ad aspetti limitati e parziali, ma sono propedeutiche e necessarie perché in loro mancanza il progetto globale non è realizzabile.

Coordinare e integrare queste mille scelte operative finalizzate ad un obbiettivo comune è l’obbiettivo portante dell’azienda nucleo del nostro sistema produttivo ed è ottenuto con la costituzione di una piramide gerarchico/conoscitiva in cui le informazioni salgono dalla base al vertice e il potere discende dal vertice alla base. In passato il potere era accentrato sui livelli alti mentre ora sempre di più viene ripartito livello per livello nei vari “posti guida” operativi.

Il nucleo dell’organizzazione consiste nella costruzione dell’interdipendenza conoscitiva tra il singolo operatore e il suo limitrofo dello stesso livello e di quello superiore, perché le diverse scelte dei singoli si condizionano e interagiscono. Il nucleo dell’organizzazione aziendale, che determina l’eccellenza produttiva, consiste nel fare interagire i vari punti decisionali in termine di conoscenza e di potere. Diventano vincenti le aziende capaci di anticipare questa nuova forma organizzativa.

Società benefit. Per valutare il livello raggiunto dall’evoluzione in corso, può però essere interessante esaminare il fenomeno delle società benefit che si muovono in questa direzione; permette infatti di rilevare la capacità anticipatoria del sistema produttivo e i vincoli culturali che ci condizionano per cui viene fatta la cosa giusta con una legittimazione contradittoria e sbagliata.

Tradizionalmente le società economiche sono di due tipi profit nelle quali, usando il linguaggio marxista da cui deriva la lettura della realtà, l’obbiettivo è il profitto dell’azionista, il “padrone”, e come tale poco nobile. In alternativa esistono le più nobili organizzazione no profit finalizzate a fornire vantaggi collettivi, quindi basate sulla buona volontà dei proponenti e non sulle ferree necessità della produzione; inevitabilmente rimangono marginali.

Ultimamente sono state fondate le società benefit, legalmente riconosciute, che dovrebbero essere una via di mezzo; continuano infatti a perseguire il profitto ma si fanno “perdonare” l’avidità inserendo negli obbiettivi sia il benessere del personale sia nobili obbiettivi ecologici generali. I due obbiettivi sono stati abbinati perché per la stessa logica entrambi sono virtuosi; nella realtà non hanno nessuna omogeneità. Il secondo nasce dalla coscienza dell’incapacità della mano pubblica di assolvere il proprio ruolo e cerca di parzialmente sostituirla ma rimane un obbiettivo utopico perché come tutte le azioni dettate da una nobile istanza sono economicamente poco significativa e più di forma che di sostanza.

Ben diverso è l’obbiettivo di darsi carico della felicità del personale perché non è volontaristico ma rappresenta uno dei primi passi verso una più avanzata eccellenza produttiva con il personale nucleo del meccanismo conoscenza/potere. Per capirne l’importanza dobbiamo contestarne l’assurda motivazione perché altrimenti anche questa iniziativa potrebbe sembrare finalizzata a “che tutto cambi perché nulla cambi” e apparire come l’inganno del lupo che continua ad essere tale pur travestito d’agnello.

Il punto vero è che l’imprenditore per inseguire il profitto, suo interesse specifico (il “poco nobile” aumento del proprio patrimonio), all’interno di un sistema capitalistico funzionante dove la mano pubblica pone le regole e le fa rispettare, è costretto, come vedremo, a realizzare l’ottimizzazione produttiva che è l’obiettivo portante della nostra società perché produce i due elementi determinanti: crescita delle risorse disponibili e della conoscenza. Questo obbiettivo lo raggiunge, sempre in un capitalismo corretto, lucrando una percentuale di circa il 2%, analoga a quella di notaio, architetto o avvocato ma correndo rischi ben maggiori. Come vedremo, l’imprenditore non ruba ma regala un “plus valore” alla collettività.

Non ha quindi nulla da farsi perdonare ma intuisce, anche se in parte inconsciamente, che questo diverso rapporto con il personale corrisponde alle necessità della nuova logica operativa in cui tutti i posti di lavoro diventano “posti guida” e come tali necessitano di un maggiore livello di conoscenza/potere. Obbiettivo che si raggiunge massimizzando la possibilità di interagire e partecipare. Non è quindi un’istanza volontaristica ma rappresenta il diritto/dovere di adeguarsi alle nuove ferree necessità produttive per meglio raggiungere il profitto, nato dall’ottimizzazione produttiva che fa crescere le risorse disponibili e la conoscenza.

Questa differenza d’impostazione non modifica solo la giustificazione ma evidenzia l’importanza strategica della nuova logica. Se infatti nascesse da una giustificazione morale, come tutte le buone azioni, rimarrebbe marginale, se invece è, come è, una ferrea necessità produttiva rappresenta una rivoluzione che apre la strada al futuro e modifica conoscenza e potere. Nell’azienda da cui traggo la mia conoscenza, è stata adottata con anticipo la soluzione benefit e i risultati sono andati oltre alle più rosee previsioni.

A conferma possiamo utilizzare un esempio analogo anche se differente, relativo all’economia europea dell’Ottocento caratterizzata da una drammatica miseria del proletariato pur in presenza di molte opere benefiche gestite dalla borghesia che a fine secolo festeggiava la belle époque. Gli aiuti benefici pur significativi difficilmente hanno superato l’1% del Pil, cambiando ben poco; la lotta di classe ha cambiato i rapporti di forza e in mezzo secolo ha aumentato di 10 volte (più 1.000%) le condizioni economiche e sociali del proletariato.

La rivoluzione culturale. Con un parallelismo forse un po’ audace ma non così lontano dalla realtà potremmo dire che la nuova organizzazione produttiva corrisponde alla lotta di classe non dei diritti ma della conoscenza che permette di passare dalla conoscenza di élite (borghese) a quella diffusa (democratica) con risultati ben maggiori di quelli ottenuti dalle mille associazioni culturali sparse sul territorio. Esse infatti, essendo volontarie, aumentavano di poco la conoscenza generale (azzardiamo 1%) mentre questa nuova logica organizzativa che risponde a una ferrea necessità produttiva, potrebbe dare risultati molto più elevati (azzardiamo per parallelismo, che possa essere di 10 volte cioè 1.000%?).

Vediamo come la differenza produttiva modifica il meccanismo conoscitivo e facilita il passaggio dalla società attuale a quella futura. Il punto di forza della società attuale è costituito da tre caratteristiche: pochi punti decisionali/conoscitivi – specializzazione conoscitiva approfondita – lunghi tempi di evoluzione (5 secoli per realizzare l’evoluzione). La società futura invece avrà caratteristiche opposte e, come visto, gli stessi elementi diventano: tutti i punti sono decisionali/conoscitivi – l’interconnessione non la specializzazione è prevalente – l’evoluzione è rapidissima, meno di 50 anni, perciò tutti gli elementi condizionanti sono esterni al punto in esame e devono essere interconnessi.

Nella situazione esistente fino ad oggi quindi la conoscenza era prevalentemente specializzata e approfondita sul singolo processo tecnico o di organizzazione produttiva. Non era necessario esaminare gli elementi esterni al campo d’analisi perché le eventuali modifiche esulavano normalmente dall’orizzonte temporale dell’analisi e per tenerne conto era sufficiente un’analisi del come si evolvevano. In sintesi era la conoscenza borghese basata sulla specializzazione e l’approfondimento culturale, quella dei professori universitari, degli istituti di ricerca, dei grandi imprenditori.

Nella nuova realtà tutto deve cambiare e la generale impossibilità di capirsi si origina dal mancato adeguamento. La specializzazione si è affermata ma è andata spesso troppo oltre impedendo una visione globale (la sanità è un esempio emblematico), mentre i mille punti decisionali/conoscitivi, spina dorsale della capacità produttiva dell’azienda sono condizionati dalla loro capacità di interconnettersi con tutti gli altri punti con cui interagiscono ai vari livelli.

Come visto, non sono scomparsi i punti di approfondimento e specializzazione ma sono diventati minoritari e non più strategici. Per chiarire il punto possiamo ricorrere alla logica dell’organizzazione aziendale che anticipa sempre la soluzione dei problemi. Nell’organizzazione aziendali esiste la line che rappresenta la struttura operativa, il suo corpo vivo, interamente interconnesso come nel corpo il cuore, il cervello, i muscoli, ecc.; a questa struttura viva si affianca la staff che è una struttura abbastanza autonoma finalizzata ad approfondire i singoli problemi e fornire le informazioni specifiche di cui i decisori della line hanno bisogno.

La staff rimane comunque subordinata alla line, quando i decisori della line, ai vari livelli, hanno bisogno di conoscenze specifiche per il bilancio, la causa, il singolo investimento, utilizzano la conoscenza di commercialisti, avvocati, ingegneri, per trovare le soluzioni più idonee, ma i membri della line rimangono comunque responsabili dell’obbiettivo da raggiungere perché lo specialista si limita a trovare la forma più idonea a raggiungerlo.

L’interconnessione come elemento primario del processo produttivo non riguarda solo il processo interno di ciascun ciclo produttivo (le singole aziende) ma anche e soprattutto quello fra le varie aziende e fra le varie fasi produttive. A questo livello l’interconnessione è elevatissima e l’attività della singola azienda è condizionata da elementi esterni alla stessa, per cui l’analisi del singolo problema che sottovaluti i fattori di contorno è quasi sempre errata; questo è l’errore più diffuso perché le condizioni di contorno, sottovalutate in quanto esterne al fenomeno esaminato, falsificano le valutazioni.

Infatti la velocità evolutiva globale (50 anni contro i precedenti 5 secoli) modifica continuamente le condizioni di contorno e questo impone di identificare non l’attuale condizione ma quella futura; le relative analisi di conseguenza non potranno semplicemente estrapolare la serie storica per prevedere come sarà l’evoluzione ma sarà necessaria un’analisi del perché si evolvono per prevedere le condizioni future. L’analisi del come è facile, basta avere le serie storiche dei fenomeni; ben diversa l’analisi del perché che è complessa, incerta, approssimata e parzialmente imprevedibile, perché non basta infatti coinvolgere un singolo elemento di contorno, ma bensì tutti perché tutti interagiscono fra di loro e condizionano il risultato finale.

Serve a poco la cultura specialistica, gli “esperti”, che esamina il singolo fenomeno e lo studia a fondo (cultura borghese); è necessario affrontare il meccanismo d’insieme ben più complesso che spesso sfugge a un’analisi logica e si alimenta di intuizioni e di altri spazi conoscitivi non razionali che condizionano le scelte produttive. Alla cultura tradizionale (borghese) elitaria, basata sullo studio e l’approfondimento specifico, sta subentrando quella della sintesi, diffusa e nata dall’interconnessione produttiva delle varie attività a tutti i diversi livelli (cultura democratica). 

Il rifiuto che i giovani spesso dimostrano verso lo studio è anche legato all’inconscia convinzione che la scuola serve a poco e non aiuta a capire la complessa realtà; viceversa lo studio rimane necessario ma può essere solo propedeutico per facilitare il successivo vero processo conoscitivo conseguenza dell’inserimento nei meccanismi di interconnessione produttiva che forniscono conoscenza e chiavi interpretative corrette. Se manca però il momento successivo, hanno ragione i giovani a rifiutare lo studio perché diventa una grande fatica propedeutica a nulla.

 Difficile inoltre passare da un approccio all’altro perché le strade conoscitive sono diverse e difficili da unificare. Alcune iniziative di inserimento scuola-lavoro, sono utili ma troppo marginali e mancano della coscienza del loro significato reale. I diversi campi di conoscenza poco si rispettano a vicenda e ciascuno considera superiore il proprio bagaglio culturale e approccio conoscitivo. Il mondo cambia, diventa più complesso e non più spiegabile con un esame tradizionale; le varie analisi settoriali spiegano sempre meno e a volte si riducono a semplici tautologie. Le analisi sulla crisi della democrazia spesso possono sintetizzarsi nell’affermazione che “la democrazia non funziona perché non funziona”.

Quello che sto scrivendo, per il tanto o poco che possa valere, non è il lavoro di un professore universitario, cultura specializzata, ma di un imprenditore punto di sintesi delle mille interdipendenze produttive. Ho infatti operato 60 anni nel porto di Genova, micro cosmo globale e autonomo, dove le mille interdipendenze condizionanti e l’inadeguatezza della mano pubblica erano visibili già nella fase iniziale ed ho così potuto osservare con 50 anni d’anticipo quello che condiziona e blocca le attuali democrazie.

Queste premesse sulla difficoltà dei cambiamenti, possono aiutare ad affrontare l’argomento, sintetizzato dal titolo, e cercare la risposta alla domanda sulla “Democrazia possibile e necessaria”? Vorrei però che il lettore non si fermasse alla sintesi finale dell’analisi che denuncia la rottura dell’operatività della mano pubblica incapace di assolvere al proprio compito, con i politici che di difendono solo i propri interessi e non il bene pubblico nonché altre scontate osservazioni. Sono tutti elementi noti, dai più condivisi, che non giustificano un ulteriore esame.

Il mio tentativo consiste nell’uscire dalla facile analisi del come questo è avvenuto con gli uomini e i passaggi che l’hanno prodotto, per affrontare invece la più complessa analisi del perché, cioè esaminare i meccanismi che l’hanno reso possibile e inevitabile. Analisi molto più complessa; la prima è infatti condivisa, controllabile e facile, la seconda invece ha pochi punti di riferimento, è complessa e senza certezze; però è necessaria perché è la sola che possa identificare la causa della rottura ed un possibile alternativo meccanismo organizzativo.

Se infatti, seguendo l’abitudine e la prassi generale ci limitiamo ad esaminare come è avvenuto il degrado dovremmo prendere atto che l’evoluzione in corso è caratterizzata da un peggioramento progressivo ed è impossibile prevedere una reale differenza comportamentale. L’unica ipotesi possibile diventa la solita “non” soluzione esistenziale/manichea di sostituire gli attuali responsabili di comportamenti viziosi con uomini nuovi (noi) che portano avanti strategie virtuose consoni agli interessi generali. Sono le quotidiane anali sulla democrazia prive di reale contenuto.

L’unico senso di quello che ho scritto, e su questo vorrei ci soffermassimo, è la ricerca del perché, hanno prevalso i comportamenti viziosi e quali forze li hanno prodotti, strada obbligata per ipotizzare la possibilità di cambiare la situazione modificando i meccanismi perversi che li generano. Non guardiamo quindi i risultati finali ma l’analisi logica dei meccanismi che li hanno resi obbligatori. Ovviamente l’analisi del perché è incerta e poco affidabile; non pretendo però di aver trovato la verità penso solo che affrontare il problema sia comunque positivo e necessario indipendentemente dai risultati ottenuti e inoltre, forse mi illudo, sono convinto di essermi mosso nella direzione giusta. Lascio il giudizio al lettore.

CAPITOLO III – LA NECESSITA’ DELLA DEMOCRAZIA

Iniziamo il discorso sulla democrazia chiedendoci se è corretto il titolo di questo lavoro che ipotizza la “Democrazia possibile e necessaria”; rovesciamo però l’ordine degli aggettivi e partiamo dalla risposta più facile che riguarda la necessità della democrazia, per vedere in seguito se è possibile. Esaminiamo pregi e difetti della democrazia, confrontandoli con l’alternativa dittatoriale, valutando come l’evoluzione tecnologica modifica la situazione e quali possibilità e problemi apre.

Democrazia. Partiamo dai difetti: a questo livello ci limitiamo ad esaminare come i fenomeni si manifestano, in seguito, per non cadere nella tautologia, cercheremo di identificare la loro causa, cioè il perché del manifestarsi. Rileviamo che la struttura pubblica non è più in grado di assolvere al proprio compito, che consiste sia nella regolamentazione e controllo del sistema produttivo privato, sia nella realizzazione della produzione di propria competenza cioè infrastrutture, urbanistica, equilibrio ecologico ed energetico, servizi dovuti, difesa, ecc.

L’incapacità produttiva pubblica impedisce di soddisfare molte necessità della collettività e produce un immenso sperpero di denaro pubblico che assorbe più del 50% del Pil e forse si può valutare pari al 70% se correttamente inseriamo anche i servizi dovuti, strapagati e malamente erogati. Soprattutto viene a mancare la strategia di equilibrio e sviluppo del sistema Paese (il gas di Putin) oggi determinante perché rappresenta la parte principale e strategica per utilizzare l’evoluzione tecnologica e limitarne gli inconvenienti.

Esaminando i pregi, le democrazie odierne sono però le uniche che garantiscono ai propri cittadini, un elevato benessere collettivo e fino alla crisi di fine ‘900 anche una discreta equità distributiva. Sono anche le sole, sperando che la situazione non peggiori, che offrono la libertà dei cittadini; questo è un immenso valore, spesso sottovalutato fino a quando se ne può fruire.

Fortunatamente i valori democratici non sono solo un valore morale, ma anche un vantaggio economico che aumenta d’importanza con la crescita tecnologica; infatti l’evoluzione produttiva richiede maggiore intelligenza e si alimenta della libertà. Vantaggio che cresce ulteriormente con la rivoluzione elettronica che utilizza la conoscenza diffusa, incompatibile con la dittatura. È il diverso livello tecnologico che impedisce alla Russia di schiacciare l’Ucraina, nonostante i vincoli imposti, la differenza di uomini e mezzi e l’utilizzo da parte dell’Ucraina solo delle nostre armi dismesse.

Dittatura. Il suo elemento di forza è la stabilità e solidità del potere, con il gruppo che lo detiene in grado di sviluppare una strategia di lungo periodo, impegnando le risorse disponibili nei settori che ritiene fondamentali; le scelte però nascono dall’alto senza dare alla collettività la possibilità e gli strumenti per esprimere le proprie necessità e valutazioni. I suoi punti di forza sono i grandi progetti pubblici quali realizzazione di infrastrutture, programmi militari ed altro; l’Urss ha mandato il primo satellite artificiale e il primo uomo nello spazio.

I difetti sono tanti; la mancanza di controllo da parte della collettività fa si che la dirigenza privilegia i sogni di potenza e sviluppo ed è poco sensibile a soddisfare le necessita della collettività, scarsamente espresse e conosciute. Inoltre la mancanza di controllo facilita la corruzione e accentua la spinta a soddisfare le necessità di chi detiene il potere e non della collettività. I meccanismi con cui si raggiunge questo risultato sono molteplici e spesso non chiaramente identificabili; come esempio emblematico possiamo ricordare l’economia europea dell’Ottocento in cui la borghesia, minoranza con tutto il potere economico/politico ha raggiunto il massimo splendore condannando il proletariato alla peggiore miseria.

Ne deriva la riduzione della libertà e del benessere collettivo e, nonostante le grandi manifestazioni pubbliche di entusiasmo, una minore partecipazione reale al meccanismo produttivo e la scarsa selezione meritocratica. La crescita tecnologica a livello globale aumenta il suo principale handicap produttivo, perché la dittatura viene tagliata fuori da quella evoluzione tecnologica diffusa, figlia di casualità, libertà e intelligenza, che si realizza nei vari centri produttivi.

Vediamo ad esempio che a livello bellico, che sempre anticipa il livello tecnologico, la superiorità tecnologica è finora delle democrazie nonostante l’immenso sforzo bellico della Russia. Incerta è la situazione della Cina che rivendica anche una superiorità tecnologica, per il momento fortunatamente non ancora controllata; è legittimo però il dubbio o la speranza che sia una tigre di carta da noi incautamente nutrita e fatta crescere per inerzia e mancanza di strategia.

Il principale vincolo delle dittature è infatti lo squilibrio stabile del meccanismo produttivo. La produzione capitalistica, ormai più o meno comune a tutte le dittature, per svilupparsi e raggiungere l’equilibrio economico ha bisogno di una crescente domanda globale e questo è possibile solo aumentando i salari cioè il reddito della collettività; cosa incompatibile con la logica dittatoriale.  È il vincolo che ha condizionato tutte le crisi economiche di buona parte dell’Europa dell’Ottocento superato solo con la lotta di classe e la nascita delle prime democrazie.

Se quindi le dittature vogliono continuare un programma di potere e crescita, (senza aumentare il reddito della popolazione per la conseguente richiesta di libertà) devono trovare degli sbocchi al surplus produttivo; ha condizionato le guerre tra ‘800 e ‘900 fino allo sviluppo democratico che ha rovesciato la logica e per ben 60 anni, le democrazie hanno potuto non combattersi fra di loro. Diversa è infatti tuttora la politica di Putin.

La Cina finora, grazie all’Occidente, fa eccezione; è infatti ormai un paese industriale avanzato con i salari troppo bassi per garantire un adeguata domanda globale; ha superato lo squilibrio economico strutturale diventando la fabbrica del mondo con un pauroso surplus della bilancia dei pagamenti. Ha così ottenuto due significativi vantaggi: equilibrio economico con forte sviluppo economico in presenza di salari bassi che facilitavano competitività e sviluppo; fortissimo surplus della bilancia dei pagamenti con grande liquidità da investire all’estero in paesi democratici e no, per garantirsi il potere e acquistare impianti strategici (porti, via della seta) ed eccellenze tecnologiche.

Effettivamente sembra tecnicamente un paese vincente che potrebbe a breve dominarci; l’ho chiamata tigre di carta perché finora, spero, è ancora un cucciolo di tigre che stiamo nutrendo in attesa che possa sbranarci. Potremmo però fermare l’auto distruzione perché la domanda globale che alimenta il suo sistema produttivo è fondamentalmente Ue e Usa; sarebbe quindi sufficiente che smettessimo di comprare e l’economia cinese si sgonfierebbe come una bolla speculativa. A noi costerebbe poco: un aumento di costo di alcuni prodotti, globalmente non determinante che inciderebbe poco e corrisponderebbe a una riduzione di pochi punti percentuali (3 – 5%) della nostra disponibilità di beni, bilanciata in parte da un aumento di occupazione.

Anche questo irresponsabile comportamento deriva dall’incapacità della mano pubblica di elaborare strategie ed eliminare i colli di bottiglia che impediscono la crescita; si preferisce quindi far lavorare gli altri compromettendo il proprio futuro. Comportamento dei benestanti che hanno spesso preferito non fare nulla e vendere progressivamente le proprie proprietà  

La costruzione navale ad esempio è uno settore in cui la Cina domina non credo grazie al basso costo della mano d’opera perché ormai parliamo di tecnologie avanzate in cui il costo della mano d’opera non è determinante. Le navi si costruiscono però sul bordo del mare dove, come nei porti, la mano pubblica è condizionante e non riesce a risolvere i problemi. Navi di altissimo valore e contenuto tecnologico, da noi vengono ancora costruite sulla spiaggia e poi varate come nel ‘500.

Equilibrio internazionale.  L’esistenza delle democrazie (finora) benestanti con diritti e redditi che coinvolgono più o meno interamente la propria popolazione crea un confronto insostenibile per le dittature sia per l’accentuata differenza di reddito e libertà sia per la crescita comunque inevitabile di intelligenza e conoscenza prodotta dall’evoluzione tecnologica. Cresce anche l’insofferenza della popolazione ed è necessaria una maggiore violenza per garantire l’ordine; si mette in moto un moltiplicatore del rifiuto, che finisce col minare la tenuta delle dittature.  Un dittatore che cade non viene normalmente sostituito da un altro ma più facilmente scoppia la guerra per bande di tutti contro tutti che è la fine di qualsiasi vivere civile (vedi Libia).

In questa situazione nessun equilibrio internazionale è possibile e l’unica ipotesi prevedibile è uno scontro ripetuto e continuo fino ad arrivare, forse casualmente, a superare, per la potenza delle armi, il punto di non ritorno. Due sono i principali elementi che lo impediscono: il primo sociale dovuto alla sperequazione economico, il secondo tecnico conseguenza dei cambiamenti dei soggetti coinvolti e delle armi disponibili. Vediamoli separatamente: 

Sotto il profilo sociale le democrazie avanzate sono una minoranza privilegiata che rappresenta solo un 15% della popolazione mondiale, ben diversa e decisamente drammatica è la situazione dell’altro 85%, gli esclusi; a livello mondiale abbiamo ricreato, con una modesta differenza percentuale, la nostra realtà dell’Ottocento dove a fronte di un 5% di borghesia benestante avevamo un 95% di proletariato senza diritti e senza reddito. Anche oggi l’85% di esclusi subiscono condizioni intollerabili che devono cambiare e non possiamo ignorare.

L’equilibrio internazionale conseguenza di questo inaccettabile divario non è possibile senza una forte crescita produttiva che solo il meccanismo democratico può garantire. Fino allora gli esclusi, i più interessati al cambiamento, rimangono una polveriera pronta ad esplodere. Per valutare lo squilibrio strutturale partiamo da alcuni dati sulla situazione, pur consci della scarsa attendibilità del Pil come indice di benessere. Meno di un ottavo della popolazione mondiale, pari a circa 1 miliardo di individui, fruisce di circa metà delle risorse, gli altri sette ottavi (circa 7 miliardi), vivono in condizioni economico/sociale disperate; un 40% di essi (meno di 3 miliardi) è misero ma con la struttura pubblica stabile anche se dittatoriale; il restante 60% (quasi 4 miliardi) invece oltre a vivere in totale miseria subisce regimi totalmente instabili, senza diritti e da oltre 30 anni convive con la guerra per bande, in un regime di totale violenza.

Situazione chiaramente inaccettabile e totalmente instabile ma non risolvibile nell’attuale realtà economica. Infatti il reddito medio dei paesi ricchi è di 47.000 $ pro capite, quello degli altri è di 6.000 $ e la media mondiale è di 11.000 $. La diseguaglianza reale, pur maggiore di quella evidenziata dai poco attendibili dati del Pil, non sarebbe risolvibile neppure nell’utopistica ipotesi di un’equa distribuzione; infatti la semplice riduzione delle diseguaglianze a livello mondiale, oltre a essere irrealizzabile, potrebbe non migliorare la situazione generale. La giustizia sociale è infatti il presupposto della necessità del cambiamento ma è un sogno utopico credere che da sola possa raggiungere il risultato.

Il reddito di ciascun abitante diventerebbe infatti 11.100 $ anno che, senza raddoppiare nemmeno l’attuale ricchezza media degli esclusi, metterebbe però tutta l’umanità nella situazione attuale di Argentina, Russia, Messico, Turchia; cioè livelli incompatibili con qualsiasi ipotesi di regime democratico, ma più facilmente luoghi di violenza e guerra per bande. Solo un nuovo strumento di gestione democratica può risolvere il problema ed evitare la rottura violenta del sistema. 

In passato inoltre la povertà degli altri è stata necessaria per alimentare il benessere dei paesi benestanti; oggi il fenomeno è meno accentuato, specie in prospettiva, però rimane la responsabilità storica e la rottura degli equilibri preesistenti conseguenza della nostra tecnologia. Abbiamo esportato la tecnologia mentre le “istruzioni per l’uso”, non erano ancora state adeguatamente elaborate; abbiamo così travolto, cultura, usi, modelli organizzativi, scale sociali e famigliari senza che nulla potesse sostituirli. I migranti sono solo la punta dell’iceberg di questo problema irrisolvibile e hanno un’immensa capacità destabilizzante; nessuna soluzione è però possibile perché un ipotetico piano d’aiuti avvantaggerebbe solo i dittatori, finanziando armi e violenza.

La situazione presenta qualche parallelismo con quella dell’Ottocento in Europa e particolarmente in Italia. Anche allora c’era una forte evoluzione tecnologica che avrebbe potuto aumentare il benessere della popolazione ma il proletariato era senza diritti e quindi la borghesia al potere non ha fatto crescere la produzione ma la disoccupazione creando una drammatica miseria. Anche allora una diversa equità distributiva avrebbe migliorato di poco la situazione lasciando tutti poveri; il benessere del dopo guerra è stato possibile grazie all’aumento di 10 volte (1.000%) delle risorse. È stata la lotta di classe che ha cambiato la situazione e ha permesso un benessere diffuso.

Discorso analogo vale per il rapporto fra un 85% di esclusi e un 15% di benestanti; lo scontro è inevitabile e non si potrà fermare fino a quando non si risolverà il problema economico sociale e non saranno riconosciuti i loro diritti come nell’Ottocento quelli del proletariato. La pericolosità di questa situazione ancora aumentata dall’evoluzione della conoscenza collettiva e dalle caratteristiche e potenza delle armi. Vediamo questo punto più in dettaglio.

Con la democrazia affermatasi in alcuni paesi nella seconda metà del ‘900 per la prima volta l’aumento di benessere non ha riguardato solo la classe dominante ma l’intera collettività e questo ha rotto qualsiasi precedente equilibrio; infatti un generale miglioramento nelle condizioni di vita nei paesi democratici ha creato un significativo divario fra la loro situazione e quella degli altri regimi, condizionando il comportamento internazionale sia dei Governi che dei singoli.

Per le dittature il confronto ha evidenziato la loro incapacità a garantire un maggior benessere. La borghesia al potere nell’Ottocento poteva infatti giustificare, come ha fatto, la miseria del proletariato come un male ineliminabile, di cui non era responsabile, perché dovuto all’oggettiva mancanza di risorse; non esistevano soluzioni alternative di confronto per contestare questa tesi che è diventata così una certezza assoluta. Oggi il divario si vede, pesa e alimenta una pur repressa ribellione. Inoltre le ricchezze che i paesi democratici hanno accumulato fanno gola a molti e aumenta l’impossibilità di convivenza democrazia/dittature.

Il problema non coinvolge solo la classe al potere, ma l’intera popolazione che vede la diversa situazione e rivendica condizioni analoghe. Nell’Ottocento infatti un proletario italiano aveva condizioni analoghe sia a quelle di un contadino medievale sia a quelle di un suo contemporaneo cinese o indiano e questi ultimi non sognavano di fuggire da casa per diventare proletari italiani. A fine ‘900 invece la differenza è forte e tutti sognano di fruire delle nostre condizioni che, grazie all’evoluzione tecnologica, sono ben conosciute da tutti. Si crea così non solo l’instabilità dei migranti, ma anche una maggiore partecipazione delle collettività allo scontro con le democrazie.

Si aggiunga che il salto tecnologico, stimato in un potenziale aumento della produttività di 10 volte (1.000% di aumento), in presenza di una produzione rimasta quasi costante, implica un drammatico aumento della disoccupazione che, come vedremo, potrebbe teoricamente valutarsi pari al 90%. Le democrazie lo hanno parzialmente coperto con meccanismi assistenziali ma è diventato dirompente nel Sud globale dove produce una moltitudine di disoccupati, potenziale esercito diffuso, capillare e desideroso di combattere i paesi privilegiati, a disposizione dei  “signori della guerra”.

La tecnologia offre interconnessione e mobilità diffusa mentre la caratteristica e la potenza delle armi garantisce una forza dirompente, perché offre armi piccole, micidiali, economiche, di facile uso e in grado di colpire a oltre 1.000 km di distanza; gli Hout riescono a tenere in scacco la sofisticata flotta dell’Occidente perché usano armi non individuabili in quanto trasportabili con un camioncino, e capaci di colpire fino in Israele.

Fino a quando, i paesi democratici, manterranno una superiorità tecnologica, figlia della libertà, forse non saranno travolti, ma non possono impedire la nascita di sempre nuovi focolai di scontro nei quali difficilmente le democrazie potranno prevalere. Siamo così giunti a un bivio drammatico: da una parte ricreare un impianto democratico che assolva nuovamente al proprio compito e possa permettere una generale crescita dei diritti e del benessere collettivo coinvolgendo progressivamente l’intera umanità. Obbiettivo utopico ma possibile.

In alternativa le dittature, senza questo determinante passaggio, potrebbero prima o poi prevalere facendo saltare l’ordine mondiale e forse il nucleo stesso della nostra cultura e società. La democrazia è quindi assolutamente necessaria per salvare l’umanità e l’evoluzione tecnologica pone vincoli temporali più rigidi e pressanti. A questo punto diventa urgente rispondere alla seconda più difficile domanda: è possibile la democrazia?

CAPITOLO IV – LA POSSIBILITA’ DELLA DEMOCRAZIA

Abbiamo evidenziato la necessità di far funzionare il meccanismo democratico perché l’alternativa dittatoriale è drammatica; questo lavoro cerca di fornire gli elementi per confermarne la possibilità. Se però, seguendo la tesi prevalente, ci limitassimo ad esaminare come il fenomeno si è manifestato la risposta sarebbe facile e immediata: la democrazia, da 2.500 anni è un sogno utopico, ma non si è mai realizzata. L’unico parziale tentativo realizzato, in alcuni paesi nella seconda metà del ‘900, ha dato risultati positivi per poco più di 30 anni, ma è rimasto un fuoco di paglia subito spento, che ha creato la drammatica situazione odierna. Risposta negativa quindi senza appello e senza possibili alternative.  

Il presente scritto ha l’obbiettivo di sostenere l’opposto; studiando il perché del fenomeno siamo convinti che la democrazia è stata un sogno utopico per 2.500 anni perché era incompatibile con il livello tecnologico di allora; un primo passo è diventato possibile nella seconda metà del ‘900 che ha sfruttato tutte le possibilità dell’esistente struttura istituzionale, e a fine secolo si è bloccato perché, complice l’elettronica, mancavano gli strumenti per effettuare un ulteriore passo.

Non viviamo quindi una crisi insuperabile ma solo la normale difficoltà di una evoluzione resa complessa da inerzia e vincoli politico/culturali. Superare questa fase dovrebbe permettere la nascita della prima reale democrazia, capace di rendere possibili molti sogni utopici, e far partecipare all’evoluzione anche gli esclusi cioè la parte maggioritaria della popolazione mondiale. L’analisi del perché è sempre incerta e priva di sicurezze ma è necessaria ed è l’unica possibile; il rischio di sbagliare è legittimo, però la strada è obbligata e i nostri errori forse potranno aiutare chi vorrà portare avanti l’esame. Vediamo una sintesi della storia della democrazia.

Storia della democrazia.   L’idea della democrazia nasce 2.500 anni fa in Grecia perché riconoscere il valore dell’uomo, implica il suo diritto a partecipare alle scelte che ne determinano il destino. Nasce così l’istanza di un potere legittimato dal basso, al servizio dell’intera collettività, dove tutti possono partecipare alla gestione della comunità. Istanza nobile e corretta che nei secoli è rimasta però una semplice utopia, priva di realizzazioni pratiche.

D’altronde la produzione (specie la guerra) richiedeva una minoranza pensante e una maggioranza impiegata in lavori pesanti, estenuanti e ripetitivi che venivano eseguiti o a sulla base di uno standard comportamentale immutato e ottimizzato nei secoli o secondo un’imposizione dall’alto; tutte attività che richiedevano più fatica fisica che intelligenza e producevano differenze sociali poco compatibili con una gestione democratica. Il potere imposto dall’alto con la forza è inoltre più semplice e prevale se mancano le condizioni che impongono il cambiamento.

L’imposizione di una minoranza al potere è stata per tanti secoli anche consona, per non dire necessaria, allo sviluppo della società; Aristotele non avrebbe potuto passeggiare amabilmente con Platone sotto i portici dell’agorà ponendo le basi della nostra cultura se non avesse avuto schiavi, marinai, artigiani e contadini che lavoravano per lui, gli garantivano l’appagamento delle sue necessità pratiche e il tempo per pensare. 

L’entusiasmo dei Greci non è durato molto e nei secoli successivi poche sono stati i tentativi pratici, mai pienamente realizzati, quali l’organizzazione romana, i comuni italiani, le repubbliche marinare, dove comunque l’istanza del potere imposto dal basso veniva normalmente superata. Infatti se mancano le condizioni del cambiamento, cioè una certa omogeneità sociale e una sua forza che possa imporlo prevale la deriva autoritaria, come è stato per i Comuni italiani trasformatisi in signorie.

Difficile comunque chiamare democrazie queste varie esperienze; erano oligarchie governate da una minoranza il cui potere era legittimato da un’investitura dal basso invece che dall’alto. Erano normalmente società meno condizionate da produzione agricola e conseguente logica feudale, ed erano comunque gestite da rigide minoranze anche se un po’ allargate rispetto alle precedenti società agricolo/feudali; si è passati forse da meno dell’1% a circa il 3% della popolazione.

Gli esclusi dei vari momenti storici: il contadino medievale e il proletario dell’Ottocento, venivano considerati strumenti di lavoro senza diritti; non partecipavano alla gestione del sistema economico/sociale e quindi non disponevano di un reale potere d’acquisto ma solo del minimo necessario per la sopravvivenza fisica.

Può essere interessante soffermarsi sulla “democrazia” italiana dell’Ottocento, non diversa dalle altre “democrazie” europee,  perché è la prima volta che viene impiegato l’impianto istituzionale basato sulla tripartizione dei poteri, pensato dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 che pur con modifiche, questa impostazione rimane il nucleo delle Costituzioni democratiche odierne italiana.

In esse esiste il potere legislativo costituito dal Parlamento che emana le leggi, quello esecutivo, il Governo, che ne garantisce l’applicazione e il giudiziario, la magistratura, che giudica i comportamenti. I primi due poteri sono eletti dalla collettività attraverso le elezioni, mentre la magistratura è un organo autonomo selezionato su base meritocratica.  Le elezioni nell’Ottocento erano libere e Parlamento e Governo era costituiti da uomini di alto livello.

La borghesia però deteneva il potere sia politico, in quanto l’unica con diritto di voto, che economico, gestendo il meccanismo capitalistico. Pur in presenza di una notevole serietà e preparazione dei soggetti politici, le scelte economiche sono state drammatiche; tutto al servizio della borghesia con una forte penalizzazione del proletariato, privo di diritti. Per annullare le responsabilità della gestione borghese si sono anche elaborate teorie economiche che presupponendo l’equilibrio automatico del sistema produttivo per presentare la spaventosa miseria è come un fatto naturale ed ineliminabile del quale nessuno era responsabile.

Abbiamo ricordato questo precedente per contrastare la diffusa tesi in base alla quale uomini migliori potrebbero garantire politiche migliori; non è infatti un problema di uomini ma di diritti e meccanismi di controllo: se diritti e controllo appartengono al feudatario l’economia è al suo servizio, analogamente se passa alla borghesia (Ottocento). Costruire la democrazia significa quindi dotare la collettività degli strumenti per garantire i diritti e un reale, non solo formale, meccanismo di controllo a tutti i livelli. Il successo democratico della seconda metà del ‘900 era dovuto alla presenza di entrambi gli elementi e la successiva crisi deriva dalla caduta del controllo sul meccanismo produttivo. 

Albori della democrazia. I primi tentativi di democrazia si manifestano solo nella seconda parte del’900; due nuovi elementi avevano infatti compromesso il precedente equilibrio politico/economico. Primo culturale: l’evoluzione tecnologica aveva eliminato una parte del lavoro faticoso e ripetitivo e reso necessaria una percentuale maggior di lavoratori evoluti ed in grado di gestire le nuove tecnologie. Secondo tecnico – l’evoluzione tecnologica e le economie di scala produttive imponevano un aumento di produzione, che richiedeva una crescita di domanda globale ottenibile solo con una crescita dei salari, che però ledeva gli interessi della borghesia al potere.

Era impossibile allora, come fa oggi la Cina, superare la contradizione fra sviluppo industriale e bassi salari, vendendo all’estero il surplus produttivo. Il sistema è così entrato in stallo, perché ogni crescita tecnologica aumentava la disoccupazione e la miseria del proletariato; l’economia operava a singhiozzo fra crisi ricorrenti e impossibilità di sfruttare l’efficienza produttiva. Cresceva quindi la fragilità produttiva e si sviluppava un proletariato evoluto che prendeva coscienza di come la generale miseria che non derivasse da vincoli tecnici ma dalle scelte della borghesia.

Questa miscela esplosiva a fine ‘800, ha alimentato la lotta di classe e lo scontro sociale; il cambiamento si è imposto con tutte le inevitabili contradizioni dei cambiamenti sociali. Il suffragio universale, vittoria formale del proletariato, ha innescato la reazione con dittature e guerra sino al dopoguerra quando nasce una prima forma di democrazia in alcuni paesi avanzati reduci del dramma bellico.

Prima di esaminare i meccanismi che hanno fatto funzionare le nostre democrazie nei pochi anni del dopo guerra, chiamati i “30 gloriosi”, è utile ricordare che le dittature negli anni ’20 – ’30 del ‘900, nate come reazione al cambiamento, hanno creato una situazione analoga all’attuale. Le democrazie sembravano perdenti e le dittature vincenti: l’economia stagnava, non garantiva il benessere, mentre esplodeva la disoccupazione con una situazione intollerabile di miseria. Anche allora il sogno democratico sembrava destinato a scomparire ed invece, come ora, era solo la conseguenza di un ritardo evolutivo. Anche oggi dobbiamo capire cosa si è rotto a fine ‘900 e cosa è possibile e necessario cambiare.

Strumenti della democrazia. Democrazia significa dotare la collettività degli strumenti necessari per imporre al sistema politico/economico di soddisfare al meglio le sue necessità facendola fruire di tutte le risorse disponibili e potenziali. Questa condividibile definizione esprime un nobile ideale che richiede per realizzarsi strumenti adatti a raggiungerlo; i principali problemi nascono infatti non dalla identificazione degli obiettivi ma dagli strumenti per raggiungerli.

Soffermiamoci sugli strumenti ipotizzabili perché il settore è caratterizzato da una grande confusione. Soddisfare le necessità della collettività significa organizzare una struttura produttiva idonea e finalizzata a tale scopo. Per produzione si intende tutto quello che viene fatto o “prodotto” quindi oltre a quella delle aziende produttive pubbliche o private anche l’attività della struttura pubblica con le sue varie funzioni di legislativo, esecutivo e giudiziario.

Il problema è quindi particolarmente complesso; è necessario poter recepire singolarmente le istanze dei singoli membri della collettività e imporle alla struttura produttiva unitaria del sistema Paese. Esiste quindi un complesso problema di collegamento base/vertice e i singoli membri della collettività devono avere un potere di imposizione (più o meno significativo) sul vertice produttivo.

I singoli soggetti della collettività portatori di diritti da soddisfare devono potersi collegare con l’organizzazione centralizzata del ciclo produttivo, imponendo le proprie necessità come prioritarie rispetto a quelle dei produttori che devono soddisfarle. Tutti i produttori, senza sostanziali differenze fra pubblico e privato, hanno infatti necessità proprie, dialettiche rispetto a quelle della collettività; i singoli soggetti della collettività per ottenere che vengano soddisfare le proprie necessità devono disporre degli strumenti conoscitivi ed impositivi per farle prevalere su quelle dei produttori. Tanto più lo strumento è funzionante tanto più il sistema è democratico.

Questa imposizione deve essere reale e non basarsi sulla buona volontà del soggetto perché statisticamente non esistono produttori (governanti o imprenditori), “illuminati” che operano per il bene comune; con le solite eccezioni che confermano la regola, questa finalità viene svolta solo dai produttori, (governanti e imprenditori), “controllati” e il livello di democrazia è proporzionale al livello di controllo.

Incominciano a manifestarsi i punti di rottura con la lettura corrente della realtà. L’obbiettivo sociale della democrazia consiste infatti nel soddisfare al meglio le necessità della collettività che dipende da due elementi: uno sociale – livello di controllo, il secondo tecnico – capacità produttiva, livello tecnologico. Esiste un’interdipendenza fra i due elementi ma molto spesso il secondo, che potrebbe essere il più determinante, è fortemente condizionato dal primo.

Possiamo ricordare che la mancanza di controllo sociale dell’Ottocento da parte del proletariato, ha frenato lo sviluppo tecnologico esploso nella seconda metà del ‘900 perché il suffragio universale ha mutato il controllo sociale. Comunque, indifferentemente dalla scala di priorità, sono questi due elementi che determinano livello di risorse, benessere collettivo, equità distributiva cioè in una parola il livello sociale che la democrazia può e deve garantire. Quindi l’evoluzione sociale deriva dalla dialettica produttore (pubblico-privato) – necessità della collettività/utente

La lettura prevalente della realtà invece, anche se inconscia, è di derivazione marxista e concentra la dialettica sociale nel solo momento produttivo dove si determina il salario del lavoratore. La dialettica diventa “padrone” (più correttamente azienda) /lavoratore. Questa impostazione che come vedremo era corretta nella realtà esaminata da Marx, è oggi completamente falsante e impedisce qualsiasi seria strategia di sinistra condannandola alla marginalità.

Essa nasce da una lettura semplifica del meccanismo produttivo, corretta nello specifico momento storico ed oggi totalmente falsante. Nel disegno che segue abbiamo riportato uno schema per aiutare a capire il fenomeno.

Con la logica di questo schema nell’Ottocento gli economisti hanno dedotto che il sistema economico disponeva di un perfetto meccanismo di equilibrio economico naturale, che “a lungo andare” si realizzava automaticamente; di conseguenza miseria è povertà erano sciagure inevitabili contro cui era inutile opporsi. Solo nel 1936 Keynes affermando scherzosamente che “a lungo andare siamo tutti morti” ha teorizzato la necessità dell’intervento pubblico grazie al quale è stato possibile lo sviluppo economico delle democrazie del dopo guerra.

L’analisi marxista si è limitata al momento produttivo cioè quello che nello schema è identificato con A e B, ma la semplificazione è andata oltre e con la teoria del “plus valore” si è fermata ad esaminare la ripartizione dei redditi del punto B per cui ha trascurato quali prodotti venivano realizzati punto A e come quelli si trasformavano in tenore di vita punto D e C. Lo stato sociale era così determinato solo la dialettica padrone/lavoratore.

Come vedremo meglio questa semplificazione di Marx corrispondeva alla realtà di allora; si è quindi consolidata ed ha continuato ad essere utilizzata anche quando aveva perso qualsiasi attendibilità perché l’evoluzione tecnologica/sociale aveva stravolto le regole del gioco. Oggi vediamo infatti che a seguito dello scontro sindacale, cioè della dialettica padrone/ il lavoratore (logica marxista) è ipotizzabile al massimo un aumento del 50% del salario, per cui se quello di un singolo lavoratore è 10, può salire a 15.

Però il salario è solo uno strumento per disporre dei necessari beni e servizi, quindi è determinante valutare la percentuale dei prodotti a cui ha diritto il singolo lavoratore. Se il valore dei prodotti in quel momento è 1.000, la percentuale del singolo lavoratore è del’1%. Per semplicità espositiva facciamo riferimento al singolo lavoratore della singola azienda ma il discorso non cambia se facciamo un corretto discorso generale riferendosi a tutti i lavoratori dell’intero sistema produttivo.

Se l’evoluzione tecnologica/sociale permette come nella seconda metà del ‘900, di aumentare la produzione di 10 volte (1.000%) il valore reale della produzione da 1.000 sale a 10.000 e quindi il valore dei beni di cui il singolo lavoratore può disporre, restando invariato il resto, sale da 10 a 100. In sintesi il benessere del singolo lavoratore oggi pari a 10, per lo scontro sindacale aziendale può crescere a 15, mentre un intelligente sviluppo economico/sociale può portarlo a 100. La diversa ripartizione a livello aziendale può quindi contribuire solo per circa un 5% ai miglioramenti possibili.

A questo si aggiungono altri due elementi che stravolgono ulteriormente i dati di riferimento: il primo come abbiamo visto è l’ulteriore aumento di produzione possibile di 10 volte connesso all’elettronica; questo significa che il risultato dello scontro sindacale si riduce ulteriormente e può rappresentare solo il 0,5% del benessere del lavoratore. Il secondo, ancora più dirompente, deriva dal corretto obbiettivo sociale di fornire beni e servizi gratuiti come sanità, scuola ed altro; in prospettiva, come vedremo, tale parte gratuita salirà ulteriormente fino a coprire percentuali molto elevate, stimate, forse utopisticamente, addirittura intorno all’80% del totale.

Tutto questo evidenzia che la crescita sociale dipende dalla dialettica produttore/collettività-utente e quindi è l’automatica conseguenza di un più avanzato e possibile sistema democratico che fornisca al singolo membro della collettività reali meccanismi di controllo sull’operato dei produttori pubblici e privati. Questo discorso mette correttamente in evidenza il peso del controllo della collettività che non nasce da una semplice dichiarazione di principio ma dall’esistenza di complessi meccanismi idonei.

Troppi, per non dire tutti, i rivoluzionari del ‘900 hanno cercato di dare tutto il potere al proletariato ma avevano come obbiettivo solo l’atto rivoluzionario senza ipotizzare meccanismi di potere per rendere reale il potere conquistato. La rivoluzione francese ha rappresentato un cambiamento storico perché ha reso possibile, dopo vicende alterne, la nuova logica istituzionale della tripartizione dei poteri che creava una struttura istituzionale per legittimare il potere alla borghesia, nuova classe più ampia ed avanzata. Senza di esso sarebbe stata una delle tante rivoluzioni mancate che a dispetto dei discorsi rivoluzionari, sostituiva un dittatore con un altro.

Nel Novecento l’unico tentativo serio di un radicale cambiamento istituzionale è stata in Urss la costituzione dei Soviet che effettivamente sembrava poter rappresentare un meccanismo idoneo per dare il potere alle masse proletarie; prevedeva infatti che la singola struttura produttiva a gestione operaia, fosse un Soviet che costituiva l’unità periferica di base che, aggregandosi con gli altri Soviet, creava una piramide gerarchica/organizzativa, spina dorsale della struttura pubblica. 

Nell’ottica marxista effettivamente poteva essere la soluzione di tutti i problemi: si eleminava lo sfruttamento del “padrone” e si dava integralmente al proletariato la gestione politico/economica; difficile resistere al fascino di questa soluzione. Scontava però una contraddizione che a molti ancora sfugge: era basata sulla dialettica elementare padrone/lavoratore ignorando invece la più complessa e determinate dialettica produttore/collettività-utente; prendeva così in considerazione solo una parte del ciclo produttivo il punto B del precedente schema e trascurava l’aspetto principale costituito da efficienza produttiva e logiche distributive.

 I Soviet infatti rappresentavano dei lavoratori e quindi necessariamente privilegiavano le necessità del lavoratore-produttore su quelle prioritarie della collettività/utente. Solo una feroce dittatura ha permesso di superare questa contradizione per garantire la produzione. Le aziende produttive (pubbliche e/o private) non possono quindi rappresentare né il nucleo di base di ancoraggio al territorio né lo strumento di controllo della collettività sul potere politico e la produzione pubblica, perché gli interessi dei suoi lavoratori, in quanto produttori sono in conflitto con quelli prioritari di loro stessi in quanto collettività-utente.

Questo conflitto potrebbe essere superato solo se la produzione non fosse conto terzi, come attualmente,ma conto proprio per far coincidere produttore e consumatore per garantire l’obbiettivo di massimizzare i risultati. In quest’ottica negli anni ’80 avevo costituito una Comune agricola in provincia di Spezia per capire la possibile autogestione democratica di una produzione in contro proprio. La cosa teoricamente è realizzabile ma poco generalizzabile, troppo vincolante e incapace di sfruttare economie di scala, libertà e fantasia creativa del singolo.

Al difuori del tentativo dei Soviet nessun altro tentativo è stato fatto per andare oltre la tripartizione dei poteri e fornire alla collettività proletaria adeguati strumenti di gestione del potere; quasi tutti come le farneticanti Brigate Rosse, si sono basati sulla tautologia “la rivoluzione deve dare il potere al proletariato; il proletariato ottiene il potere con la rivoluzione” senza porsi il problema degli strumenti necessari per rendere reale il nobile obbiettivo. Non si sono neppure accorti che con il suffragio universale e le elezioni libere, la maggioranza proletaria è al potere; oggi quindi non serve la rivoluzione per prenderlo, ma è necessario un meccanismo per renderlo reale.

Vediamo quindi quali sono gli strumenti attualmente disponibili, che possibilità e limiti hanno e perché nei paesi democratici hanno funzionato nella seconda metà del ‘900 e poi si sono rotti a fine secolo. Partiamo esaminando l’esistente.

CAPITOLO V – GLI STRUMENTI DELLA DEMOCRAZIA

L’istanza democratica nasce da una necessità sociale/culturale ma rimane sogno utopico senza contenuto quando mancano le necessarie condizioni politico/economiche e gli strumenti per il suo funzionamento. Oggi l’istanza democratica è forte e molto sentita grazie all’allargamento della base conoscitiva/culturale nonché la coscienza dei suoi vantaggi e della sua necessità. Le primavere arabe ne sono un esempio emblematico.

Affrontiamo quindi l’argomento di quali strumenti sono necessari; strumenti complessi perché devono poter fornire ai singoli membri della collettività sia conoscenza e priorità delle proprie necessità, sia potere di imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio. Un potere quindi capillare e diffuso sul territorio che deve controllare una complessa e accentrata macchina economico/sociale. Non facile ma necessario perché, come visto, non esiste il governante “illuminato” (produttore pubblico o privato) e in mancanza di controllo ciascuno difende i propri interessi e non quelli prioritari della collettività-utente.

Esaminiamo quindi l’esistente per capire cosa e come funziona e perché per meno di mezzo secolo, nella seconda metà del ‘900, ha funzionato ma a fine secolo qualcosa si è rotto ed non ha più assolto la sua funzione. La possibilità di soddisfare le necessità della collettività/utente si basa su due elementi distinti ma interconnessi, con il primo propedeutico al secondo: primo – riconoscimento di diritti omogenei fra i membri della collettività; secondo – realizzazione di un sistema produttivo idoneo a rendere reali i diritti acquisiti.

I due elementi vanno esaminati separatamente perché seguono regole diverse, sono però interdipendenti sia perché il meccanismo produttivo deve essere in grado di rendere reale i diritti acquisiti, sia perché i diritti devono essere compatibili con le possibili capacità produttive. Se uno dei due elementi manca i diritti rimangono sogno utopico privo di contenuto reale, spesso fonte di equivoci e soprusi. L’Urss ne è stato un esempio emblematico; diritti altissimi, mezzi di produzione collettivi, tutti partecipava alla gestione e tutti sono “compagni” con diritti paritetici. Il sistema produttivo non è riuscito a rendere reale tali diritti e la struttura pubblica è degenerata in una feroce dittatura.

Diritti. L’uguaglianza dei diritti é propedeutico a qualsiasi discorso democratico ed è il primo punto da ottenere. I diritti nascono da un rapporto diretto base/vertice, è l’autorità (vertice) che stabilisce i diritti di tutti i cittadini (base). Sono stabili nel tempo e si evolvono lentamente in funzione del variare dei rapporti socio/culturali. Il singolo cittadino sa quello che vuole può quindi valutare e controllare l’operato dell’Autorità se da lui stesso eletta.

Nell’impianto istituzionali delle attuali democrazie i diritti vengono stabili dal Parlamento eletto con elezioni libere e periodiche dai cittadini. Il sistema è corretto e funziona; ciascuno sa cosa vuole può scegliere un parlamentare che valuta onesto, capace, sensibile alle sue necessità e specifiche condizioni sociali. La base della piramide sociale è maggioritaria e può quindi garantire una forte spinta ugualitaria.

Il suffragio universale, diventato reale dopo la seconda guerra mondiale, in un periodo abbastanza breve, con il 95% della popolazione votante, ha permesso di costruire progressivamente una situazione di reale uguaglianza di diritti, portando alla situazione odierna nella quale la scritta che leggiamo nelle aule dei tribunali “la legge è uguale per tutti” corrisponde, almeno formalmente, alla realtà. Grande risultato raggiunto!

Il meccanismo delle elezioni è infatti consono alla gestione dei diritti ed è necessario mantenerlo immutato per difendere i nostri diritti presupposto della democrazia. Non dobbiamo dimenticare però che questo era l’obbiettivo principale, per non dire unico, della borghesia ed ha quindi condizionato la logica della tripartizione dei poteri, elaborata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700. Una gestione economica pubblica invece non è stata prevista, perché meno necessaria ed utile al proletariato non alla borghesia. Per epoche attività di competenza del pubblico si sono ipotizzate soluzioni ad hoc.

Si è così venuto a creare un vuoto istituzionale, diventato determinante verso la fine del ‘900 che ha messo in moto l’attuale crisi della democrazia. Vediamo i meccanismi adottati e i vincoli condizionanti.

Gestione economica. Il meccanismo richiesto è molto più complesso, riguarda ogni produttore pubblico e/o privato e deve essere tale da permettere ad ogni membro della collettività-utente di esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio. Solo così si può evitare di doversi affidare al produttore “illuminato” (amministratore pubblico o imprenditore), dandogli una delega in bianco senza condizioni che corrisponde a una “licenza di uccidere”.

Le necessità sono opposte rispetto a quelle dei diritti. Non è infatti un rapporto diretto base/vertice, ma bensì base/base: chi ha bisogno di un frigorifero non si relaziona con il vertice dell’organizzazione ma con la base locale che lo fornisce. La situazione non è stabile in lenta evoluzione, ma bensì imprevedibile, sempre variabile con necessità differenti che producono consumi aleatori e poco programmabili.

I diritti sono noti a chi li rivendica che può controllare chi ha delegato a difenderli. Totalmente diversa la situazione delle necessità economiche; il singolo non può invece valutare, senza strumenti idonei, le proprie necessità, le priorità e compatibilità (non possiamo soddisfarle tutte); è soprattutto impossibile capire quali azioni ne massimizzano il soddisfacimento e quindi premiare quelli che hanno dato risultati positivi. I risultati inoltre si evidenziano quasi sempre in tempi molto lunghi ed è difficile attribuire ai singoli operatori colpe e meriti.

Il punto più vincolante deriva comunque da una specifica caratteristica del meccanismo produttivo per cui i costi anticipano sempre i possibili ricavi e i costi sono certi mentre i ricavi incerti e solo previsti. L’azienda che inizia una qualsiasi iniziativa deve affrontare i costi relativi alla costruzione dell’organizzazione, degli investimenti da realizzare ed altro; se ad esempio decide di costruire un magazzino l’investimento richiederà uno sforzo finanziario e un probabile indebitamento che la condizionerà per molti 15 anni; è però la strada obbligata per lo sviluppo economico.

La capacità dell’impresa spesso deriva dal trovare quel difficile punto di equilibrio tra le opposte istanze di sviluppo e immobilismo; non sono rari gli insuccessi dovuti all’aver fatto “un passo più lungo della gamba”. Nessuna valutazione seria è possibile senza essere inseriti nel meccanismo produttivo che fornisce livello per livello le informazioni necessarie e permette una visione globale di sintesi.

Il singolo membro della collettività-utente è totalmente avulso da questo spazio di responsabilità/conoscenza per cui di fronte all’alternativa fra costi certi oggi con ricavi incerti domani, non si pone neppure la domanda e rifiuta tutti quei costi che non danno un beneficio immediato alla sua quotidianità. Si privilegiano quindi sussidi, casse integrazione, contributi, aiuti vari e si escludono tutte le iniziative finalizzate allo sviluppo. Anche il salvataggio di un’azienda decotta non cerca lo sviluppo produttivo ma il salvataggio dei posti di lavoro, che spesso sono contributi mascherati.

Si riducono così le risorse disponibili e nasce la lotta disperata di tutti contro tutti per accaparrarle; se non si producono, mancano e diventa possibile solo sottrarle al futuro con l’aumento del debito pubblico. Ne deriva il populismo e la lotta ai vincoli della U.E. che cerca di contrastare questa logica suicida. Si indebolisce la struttura pubblica aiutando le attività destabilizzanti delle dittature, coscienti che le democrazie, nonostante una loro superiorità tecnologica, hanno una spaventosa fragilità interna che può essere sfruttata per metterle in crisi.       

In questa realtà complessa e controversa le elezioni periodiche per delegare i responsabili sono la peggiore ipotesi possibile da cui non possono assolutamente scaturire scelte coerenti e adeguate. D’altronde, come abbiamo detto, la borghesia con la tripartizione dei poteri prevedeva che la mano pubblica dovesse gestire solo la “forza” cioè ordine pubblico e guerra. Per questi due settori non si è affidata infatti al Governo, che ha mantenuto solo una di funzione di staff di indirizzo politico, ma ha previsto strutture autonome fortemente organizzate cioè forza pubblica (vigili carabinieri ed altri) ed esercito.

Sono strutture organizzate sul territorio con la struttura di base che si interfaccia con la base della comunità-utente, il singolo, ed è costituita da punti sempre operativi che recepiscono in tempo reale le varie necessità e possono tempestivamente intervenire sulla base delle loro specifiche possibilità e vincoli. Chi nel cuore della notte subisce un’aggressione non si rivolge il giorno dopo al ministero degli interni o al proprio politico di riferimento ma telefona al 112 dove trova una struttura operativa che può reagire rapidamente e organizzare la necessaria reazione quali l’invio di una volante, o altro provvedimento idoneo.

Quando la mano pubblica delega una propria azienda a gestire specifici servizi e questa opera in un settore economico controllato dal mercato, siamo in presenza di una normale attività produttiva con tutte le possibilità e i vincoli che vedremo; che l’azienda sia posseduta dal Tesoro o da un privato o da un fondo, la differenza non è sostanziale. Se invece l’attività specifica non è controllabile dal mercato entriamo nel settore dell’arbitrio che caratterizza l’azienda monopolistica o il governate “dittatoriale” perché entrambi non controllati.

La produzione economica non può quindi essere gestita dalla struttura pubblica né direttamente né indirettamente; vediamo pertanto come è stata organizzata nei brevi anni della seconda metà del ‘900 in cui le democrazie sono state vincenti e i produttori hanno servito la collettività/utente non spinti dalla buona volontà ma costretti da un reale potere di controllo di cui la collettività/utente è stata dotata.

Produzione capitalistica. Il nucleo di questa logica produttiva è l’azienda cioè una struttura organizzata sul territorio per realizzare specifiche produzioni. Essa è costituita da una piramide gerarchico/conoscitiva in cui le informazioni partono dal basso e salgono livello per livello, vengono selezionate ad ogni livello e raggiungono il vertice per poi ridiscendere come coordinamento e potere. Abbiamo già visto che l’evoluzione attuale richiede maggiore conoscenza e quindi l’azienda si adegua con le società benefit, organizzando un flusso doppio di potere e conoscenza che sale dal basso e ridiscenda al basso.

Essa ha le caratteristiche richieste, un inserimento sul territorio e un rapporto base/base; il singolo membro della collettività (base) si interfaccia con il venditore (base), che fornisce all’utente tutte le informazioni necessarie per effettuare la scelta, garantisce il prodotto offerto e ne risponde direttamente al singolo membro della collettività/utente che può così conoscere e valutare le proprie necessità, esprimerle, imporle e garantirsi che siano soddisfatte al meglio

L’acquisto: per meglio capire questo concetto soffermiamoci sul meccanismo dell’acquisto che rappresenta un’operazione quotidiana così banale da non richiedere un approfondimento mentre è il nucleo del meccanismo produttivo ed è soggetto a molte regole e condizionamenti per il suo corretto funzionamento. Il capitalismo, attraverso il mercato, fornisce alla collettività/utente il potere d’acquisto esercitato attraverso questo strumento che permette al singolo membro della collettività-utente di valutare ed esprimere le proprie necessità, imporle e garantirsi che vengano soddisfatte al meglio.

Anche se sembra blasfemo esso rappresenta il punto più avanzato, attualmente l’unico, di partecipazione democratica a livello economico. Svolge in campo economico le funzioni delle elezioni a livello dei diritti. Effettuare un acquisto corrisponde ad entrare in una cabina elettorale, esprimere la propria scelta disponendo del potere per imporla.

Permette infatti alla collettività/utente di conoscere le proprie necessità economiche, esprimerle, imporle al produttore e controllare che vengano soddisfatte. Recepire le necessità della collettività è particolarmente complesso perché, diversamente dai diritti, sono costituite da migliaia di istanze specifiche dei singoli individui, sparsi nel territorio, continuamente variabili, che richiedono una struttura diffusa sul territorio, capillare, elastica, capace di recepirle e soddisfarle, adeguandosi in tempo reale.

Esaminiamo a titolo illustrativo l’ipotesi più semplice di un acquisto individuale fatto da un singolo membro della collettività-utente di un prodotto destinato a soddisfare le proprie necessità quali auto, casa, elettrodomestico, cibo, ecc. È una necessità facilmente identificabile perché riguarda il singolo utente che conosce cosa vuole. Sembra facile e invece l’utente per effettuare una scelta ragionata deve sapere preventivamente: primo – quali risorse dispone (il proprio reddito), secondo – caratteristiche e prezzi non solo del prodotto richiesto ma anche di tutti gli altri che potrebbero in alternativa meglio soddisfare le sue necessità: un televisore o un forno a micro onde? Solo così può effettuare una scelta e non limitarsi a un semplice mi piace espressione tipica dell’impotenza.

Per soddisfare queste necessità deve esistere uno spazio, reale o virtuale, dove si incontrano la base del produttore con la base della collettività-utente, il singolo utente. L’utente può così esprimere la propria scelta e il rappresentante del produttore, fornire le informazioni necessarie, recepire la scelta fatta e trasformarla in un contratto giuridicamente vincolante per entrambe le parti. Si arriva alla vendita, che dà all’acquirente il diritto di disporre dello specifico prodotto, controllando che caratteristiche e tempi di consegna siano quelli concordati.

Il singolo membro della collettività/utente non sceglie però solo il prodotto ma anche il produttore che a suo parere ha realizzato il prodotto migliore; premia cioè quello che valuta il miglior produttore ed ha realizzato l’ottimizzazione produttiva. Questo elemento è fondamentale e strategico per lo sviluppo economico, infatti permette un circolo virtuoso che a caduta fa crescere risorse, conoscenza, benessere diffuso, valori democratici. I condizionamenti culturali rendono però difficile capire questo punto determinante per cui torneremo sull’argomento.

Nel frattempo vediamo che per soddisfare questo complesso processo devono preventivamente essere soddisfatte alcune condizioni:

Primo – il produttore deve valutare e anticipare le necessità della collettività e sulla base delle proprie valutazioni realizzare la produzione; la collettività/utente poi giudicherà i risultati ottenuti e deciderà se premiarlo con utili e sviluppo oppure punirlo con il fallimento.

Secondo – il potere di imposizione e controllo della collettività deve essere reale e tale da costringere il produttore a soddisfare le necessità della collettività e non le proprie; è quindi importante limitare il potere del produttore per evitare che sia lui stesso a decidere le necessità della collettività – consumismo. Discorso analogo vale per l’amministratore pubblico non controllato,

Terzo – il produttore deve essere organizzato sul territorio e disporre di un collegamento continuo con la propria base per interfacciarsi con l’utente in modo da recepire in tempo reale le sue istanze sempre variabili.

Quarto – il collegamento, utente/fornitore, non deve essere base/vertice, che sarebbe solamente formale, ma base/base nel quale la base del produttore si interfaccia con la base della collettività, il singolo utente, e la richiesta dell’utente viene inserita nella catena gerarchica/conoscitiva dell’azienda, che elabora i dati e i vincoli relativi all’acquisto.

Grazie a questo meccanismo il singolo soggetto della collettività/utente, portatore di istanze prioritarie, ottiene il potere non solo di imporle al produttore ma anche ottenere che vengano soddisfatte al meglio, realizzando l’ottimizzazione produttiva. Si soddisfano i presupposti della gestione democratica: la collettività/utente determina e controlla l’attività dei produttori (pubblici e privati) e impone l’ottimizzazione produttiva, presupposto della democrazia. l meccanismo di ottimizzazione non opera solo all’interno della singola organizzazione produttiva, la singola azienda, ma anche fra aziende e paesi diversi fino a coprire l’intero sistema economico mondiale. Rappresenta il nucleo del villaggio globale, realtà certamente da regolamentare e controllare ma oggi indispensabile perché ormai tale, nel bene e nel male, è l’economia globale. Nessun altro strumento è in grado di sostituire il mercato capitalistico e quindi con esso dobbiamo convivere ed imparare a usarlo al meglio.

L’ottimizzazione produttiva necessaria per massimizzare le risorse, permettere politica sociale, equilibrio geopolitico, crescita della conoscenza, ma è poco considerata per i vincoli culturali, legati al passato, che non sono stati superati. Superare questo condizionamento è propedeutico per qualsiasi ipotesi di cambiamento e quindi è logico affrontare nel prossimo capitolo, il problema in modo specifico.

CAPITOLO VI – PRECONCETTI SUL CAPITALISMO

Riprendiamo i discorsi sui preconcetti culturali e rileviamo come qualsiasi discorso sociale e/o di sinistra consideri il capitalismo come il sommo male da abbattere, mentre finora è stato il presupposto di qualsiasi seria politica sociale che in precedenza risultava impossibile. Per altri invece è il sommo bene, portatore del benessere del mondo e deve quindi essere lasciato libero di operare senza “disturbare il manovratore”.

Hanno torto entrambi, sia i detrattori che gli estimatori, infatti il capitalismo è solo un efficiente strumento tecnico assolutamente insostituibile, di razionalizzazione del processo produttivo. Qualsiasi strumento però, come la corrente elettrica, non è né buono né cattivo perché un giudizio morale può solo riguardare non lo strumento ma l’uso che l’uomo ne fa. Quindi il giudizio deve riguardare non il capitalismo in quanto tale, ma l’uso che la struttura pubblica ne ha fatto. Spesso, come nell’800 italiano, sono gli stessi capitalisti a gestire la struttura pubblica e come tali hanno una pesante responsabilità morale ma nel ruolo di responsabili della politica inaccettabile.

Il capitalista infatti ha il diritto/dovere di ottimizzare il processo produttivo; questo corrisponde sia al suo obbligo sociale perché fa crescere risorse e conoscenze, sia all’interesse personale perché garantisce la sopravvivenza e il profitto. Il suo margine comportamentale, all’interno di questo vincolo, è abbastanza limitato perché i forti condizionamenti sono determinati dalla struttura politica, esterna all’azienda e al suo spazio di potere. Se un capitalista dell’Ottocento avesse utilizzato i comportamenti del ‘900 avrebbe dovuto chiudere in pochi giorni, come uno del ‘900 che si fosse adeguato alla realtà dell’Ottocento.

Potremmo paragonare il capitalismo al gioco del calcio: se esistono regole corrette e un arbitro che le fa rispettare, è un gioco bellissimo di intelligenza, destrezza, coordinamento e fantasia creativa; se mancano regole e arbitro, diventa pura violenza ma la colpa non è dei giocatori ma della mancanza di regole. Altro esempio tratto dalla mia esperienza personale riguarda la legge di riforma portuale ottenuta dopo un lungo scontro con la Compagnia portuale genovese.

L’articolo 110 del Codice della Navigazione riconosceva infatti alle Compagnie un’esclusiva del lavoro in porto, corretta quando il lavoro era manuale, ma non più compatibile con la sua evoluzione industriale. I danni di questo ritardo evolutivo erano elevati e prevaleva la tendenza a demonizzare Paride Batini il mitico Console della Compagnia di Genova. Sostenevo invece, con disappunto dei colleghi, che la legge riconosceva alla Compagnia un’esclusiva e quindi Batini aveva il diritto/dovere di difendere i propri interessi, con i modi previsti dalla legge. Il problema era infatti legislativo e si è risolto appena il Parlamento ha adeguato la legge.

Equivoco marxista. Il nucleo dell’opposizione al capitalismo nasce dalle teorie marxiste tuttora, pur inconsciamente, dominanti nell’immaginario collettivo. Marx invece ha capito e facilitato la trasformazione dell’Ottocento perché la sua analisi era corretta quando ha incominciato ad essere utilizzata; l’errore nasce ora utilizzandola in una realtà completamente cambiata che richiede una diversa chiave interpretativa. Imputare a Marx l’interpretazione odierna è come confondere il messaggio di Cristo con la prassi della Santa Inquisizione.

Due punti sono condizionanti della sua posizione: primo -la produzione considerata la “farina del diavolo utile solo alla borghesia”; secondo – la teoria del “plus valore” in base alla quale il “padrone” ruba una parte del salario al lavoratore/proletario che deve riappropriarsene attraverso la lotta di classe. Esaminiamo entrambe le affermazioni singolarmente:

“La farina del diavolo” sintetizzava un concetto allora corretto infatti ad ogni aumento di produttività quale il telaio meccanico, la trebbiatrice o il trattore non aumentava produzione e benessere ma solo disoccupazione; si riducevano inevitabilmente le paghe e una parte del proletariato veniva espulso da ciclo produttivo; in Italia circa il 50% della popolazione ha dovuto emigrare (allora eravamo noi i migranti) perché non c’era più lavoro. Per limitare la drammatica miseria movimenti come i luddisti prevedevano (allora giustamente) la distruzione delle macchine; nello stesso periodo la borghesia festeggiava la belle époque.

La situazione si è rovesciata solo dopo la seconda guerra mondiale quando, grazie al suffragio universale, il potere politico non è stato più appannaggio della borghesia (in precedenza era la sola con diritto di voto) ma della collettività e una diversa struttura pubblica ha trasformato l’aumento di produttività in maggiore produzione, garantendo l’occupazione e la crescita delle risorse e del benessere collettivo. Da quel momento l’aumento di produttività (ad esempio con gli investimenti) è diventato l’elemento portante dell’aumento di occupazione e benessere; se si continua, come spesso avviene, a usare il vecchio angolo visuale ci si trova radicalmente fuori strada.

Teoria del plus valore: era teoricamente sbagliata ma in pratica utile per raggiungere l’obbiettivo; è anzi legittimo il dubbio che non corrispondesse alla logica marxista ma fosse stata un espediente per divulgare e far esplodere la lotta di classe, necessaria per ottenere i diritti negati del proletariato. La lotta di classe presuppone infatti che le risorse si ripartiscono in funzione del livello di potere e quindi dei diritti; il concetto era corretto ma complesso e difficile da capire specie per un proletariato fondamentalmente analfabeta, molto più semplice la teoria del plus valore “ti rubano una parte del salario e te ne pagano solo una parte, combatti il furto”.

Così semplificato il concento è diventato comprensibile a tutti, inoltre fa riferimento non all’astratto proletariato ma al singolo lavoratore; è stato infatti l’elemento dirompente per affermare i diritti del lavoratore/proletario. Però la conclusione del Manifesto è “proletari di tutto il mondo unitevi”; parla di proletari non di lavoratori.

 Al momento comunque l’impostazione era corretta perché esisteva un’identità lavoratore/proletario e perché il livello dei diritti determinava quello dei salari. Era quindi corretto utilizzare la lotta sindacale come strumento della lotta di classe; solo successivamente si è evidenziato che nella cambiata realtà svolgeva una funzione opposta a quella originale.

Lotta sindacale significa portare lo scontro a livello aziendale o del singolo gruppo di attività e presupporre che sia il padrone che paga gli aumenti salariali; entrambe le ipotesi sono false, perché i salari reali non dipendono da fattori aziendali ma politici. Con il suffragio universale la battaglia per i diritti è stata vinta perché la piramide sociale rende naturalmente maggioritari i bassi strati sociali e la determinazione dei diritti diventa di competenza del sistema politico con il legislativo che li stabilisce e l’esecutivo che li fa rispettare.

I diritti infatti sono, e devono essere, uguali per tutti, non diversi secondo le aziende o i settori (bancari, chimici, metalmeccanici, ecc.) e quindi devono essere stabiliti dal vertice e riguardano tutti. Una forte diseguaglianza sociale denuncia un basso livello democratico che ha sottratto un significativo potere alla collettività e quindi alla base della piramide sociale.

Necessità di strategie alternative. Vinta la lotta di classe per l’uguaglianza dei diritti, i problemi sociali rimangono aperti, ma cambia la strategia per risolverli; infatti a questo punto il benessere collettivo e l’equità distributiva dipendono dalla capacità produttiva del sistema Paese e dal livello democratico raggiunto. Potrebbe cadere anche la necessità di delegare il livello dei salari agli scontri sociali. Per stabilire il diritto a una servitù di passaggio non si fa riferimento alla forza dei due contendenti ma alla legge e agli atti notarili che la determinano.

Il suffragio universale è comunque solo un atto propedeutico per ottenere l’uguaglianza dei diritti e permettere i passi successivi per risolvere i problemi sociali; è quindi il punto di inizio del lavoro per renderli reali. Metodi e strumenti diversi sono però necessari per ampliare i diritti e costruire un meccanismo produttivo idoneo a trasformarli da formali a reali. La lotta partigiana è stata determinante per liberare l’Italia da occupazione tedesca e dittatura, cadute entrambe non poteva continuare non perché si fossero raggiunti gli obbiettivi sperati ma perché dovevano essere utilizzati nuovi strumenti inseriti nella regolamentazione legale. Le Brigate Rosse sono l’esempio emblematico dello stravolgimento di valori di una lotta farneticante di intellettuali avulsi dalla realtà della storia.

Fino qui la spiegazione razionale di come ha prevalso a livello collettivo la lettura marxista contraria al capitalismo e come la cultura diffusa non si è adeguata al cambiamento della realtà. Esiste però una spiegazione irrazionale che pesa molto di più di quanto abbiamo detto: l’accusa del capitalismo è di facile comprensione. Ignoriamo la spiegazione “scientifica” di Marx, e rilaviamo che ha la stessa semplificazione della “Teoria del plus valore”, non serve capire nulla è tutto lineare: c’è qualcuno che ruba ai poveri e basta eliminarlo o sostituirlo e tutti saremo felici.

Abbiamo visto che tutti i presupposti di questa spiegazione sono falsi, abbiamo visto che la equità distributiva non è sufficiente perché senza un adeguata efficienza produttiva non esistono le risorse necessarie, però questo è un discorso complesso possibile solo a chi utilizza la responsabilità di un ruolo produttivo, abbiamo visto nel capitolo recedente che l’economia è caratterizzata da costi attuali certi e ricavi futuri incerti; qualsiasi capacità valutativa è impossibile senza l’inserito nello specifico strumento produttivo.

Non è possibile quindi capire, valutare, avere una risposta responsabile; la scelta irresponsabile è automatica per non sentirsi esclusi. Delle varie ipotesi si possono infatti rilevare solo gli svantaggi e la risposta irresponsabile e manichea diventa obbligatoria.

La versione dei buoni e cattivi è anche la più gratificante, perché, non a caso, “noi” siamo sempre i buoni; è anche la più facile perché non c’è niente da capire ed è difficilmente contestabile: è infatti vero che ci sono i troppo ricchi e i troppo poveri. La realtà è intollerabile, nessuno può non vederlo; rimane però corretto l’obbiettivo, sbagliato lo strumento per raggiungerlo, ma è un discorso difficile e chi sbandiera la semplificazione manichea non è contestabile ed ottiene l’attenzione e il consenso della maggioranza; è inevitabile che diventi la linea più seguita. Basta vedere come è tortuoso il percorso per smascherarla e si capisce che l’alternativa si muove in solitudine.

Vi è poi un altro motivo meno nobile ma ancora più determinante; con il suffragio universale la mano pubblica è diventata la maggiore responsabile del livello dei diritti e dello sviluppo economico necessario a renderli reali; non disporre però di conoscenza, strumenti e convenienza a soddisfare le necessità della collettività. È stato automatico cercare un capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità di ciò che non funzionava; chi poteva assolvere meglio questa funzione? Gli imprenditori capitalisti operavano male e pagano salari troppo bassi quindi erano chiaramente loro i responsabili delle disfunzioni.

Così la mano pubblica, il vero punto di disfunzione del sistema, è riuscita a rovesciare la situazione e nascondere le proprie colpe, ben maggiori di quelle che appaiono, e scaricarle sulla contro faccia capitalistica. Genova è un esempio emblematico del fenomeno: il piano regolatore elaborato a cavallo di fine dell’Ottocento era un capolavoro di intelligenza; il palazzo Ducale, nucleo della città vecchia, veniva collegato, attraversando una collina e il fiume Bisagno, con una strada dritta, lunga quasi 2 km., alla collina di Albaro; altra strada lo collegava con il porto e si realizza una circonvallazione in piano sulla collina retrostante, collegata al centro con ascensori e funicolare. Si aprivano grandi spazi nuovi edificabili, splendidamente collegati; gli edili hanno costruito in maniera adeguata.

Finita la guerra la mano pubblica non ha avuto analoga capacità, pochi sono stati i programmi di sviluppo e gli edili hanno trovato spazi per costruire singole case trascurando ovviamente collegamenti e dintorni, non era il loro compito; le case sono nate come funghi in modo casuale creando quartieri inabitabili senza collegamenti, parcheggi e servizi. Sono effettivamente gli edili che hanno devastato il territorio ma la responsabilità è della mano pubblica che non ha saputo programmare e regolamentarne l’uso.

Queta miscela esplosiva di semplicità interpretativa e di diffuso interesse alla mistificazione è la grande difficoltà da superare per spiegare la crisi economica e identificare una via d’uscita. Da sempre la storia dell’umanità è stata caratterizzata dallo scontro tra la forza dell’immobilismo e la razionalità dell’evoluzione necessaria; lentamente, con oscillazioni contrastanti l’evoluzione ha sempre vinto, speriamo che avvenga anche oggi.

CAPITOLO VII – SPLENDORE E CRISI DELLA DEMOCRAZIA

Abbiamo cercato di superare i preconcetti condizionanti che ci impediscono di capire l’evoluzione in corso e abbiamo preso atto che il capitalismo non è, come troppi ancora pensano, il male assoluto ma bensì lo strumento che ha permesso il passaggio dal Medio Evo all’età moderna. Nella seconda metà del ‘900 ha permesso di raggiungere, nei paesi democratici, livelli di diritti e benessere collettivo mai prima sperati, creando un binomio inscindibile capitalismo/democrazia in cui tutte le democrazie erano capitalistiche, mentre fallivano le soluzioni alternative.

A questo punto per superare l’attuale drammatica situazione e ipotizzare una possibile soluzione, diventa determinante capire perché, il successo della seconda metà del ‘900 si è interrotto a fine secolo ed è iniziata la crisi che ha compromesso l’equilibrio mondiale. Quanto detto è solo un passo propedeutico per una possibile risposta; vediamo di evidenziare sia il peso economico/sociale della disfunzione sia le possibili ipotesi di soluzione. Valutiamo per prima la dimensione del successo.

Splendore della democrazia. Il suffragio universale, diventato finalmente reale dopo la guerra, ha spinto la struttura pubblica a realizzare l’uguaglianza dei diritti, mentre l’efficienza del sistema capitalistico, messo finalmente al servizio della collettività, ha permesso di rendere reale buona parte dei diritti ottenuti trasformandoli in potere d’acquisto. Nel breve periodo che va dagli anni ’40 –‘50 (fine della guerra) agli anni ’80 -90, i famosi “trenta gloriosi”, la struttura istituzionale (pubblico) ed economica (capitalismo) si sono integrati, permettendo di sfruttare in pieno la potenzialità produttiva del sistema e di raggiungere risultati che in precedenza sembravano impossibili.

Riporto alcuni dati, più dettagliatamente esposti in Scacco alla crisi (De Ferrari – Genova-2010). In termini quantitativi la produzione delle democrazie avanzate da inizio a fine ‘900, ma principalmente nel periodo indicato, è aumentata di 10 volte (1.000%). A livello dell’equità distributiva i risultati sono stati ancora migliori; sinteticamente (elaborazione Banca d’Italia 2004) in Italia il 50% della popolazione fruiva del 50% delle risorse, vi era poi un 15% ricco e un 35% povero, però il reddito medio del 10% più ricco era “solo” 10 volte quello del 10% più povero.

Facendo riferimento ai soggetti più ricchi risultava che il 2,2% della popolazione fruiva del 10% dei redditi totali, che diventava 26,7% se si considerava il 10% più ricco della popolazione; facile dedurre che il reddito di quel 5% della borghesia privilegiata, si era ridotto dal 90% a meno del 20% del totale, confermando già a livello numerico che stava nascendo una società post borghese.

I dati reali, al di là della fredda logica numerica, erano ancora migliori perché, secondo l’uso consolidato, facciamo sempre riferimento solo a redditi monetari, cioè la disponibilità economica dei singoli, ma trascuriamo il reddito non monetario prodotto dai vari servizi gratuiti di cui si disponeva e che non esistevano prima; basta pensare a sanità, istruzioni (allora eccellenti) ed altri benefit che la nuova situazione economico/sociale metteva liberamente a disposizione.

Vi è poi il capitolo poco misurabile, ma ancora più importante relativo al livello di diritti e libertà raggiunti. Anche in questo settore possiamo parlare di un aumento di 10 volte, che sottolinea l’incredibile risultato raggiunto; mai nella storia si era raggiunto un tale livello di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva. Se a un operaio/proletario di inizio ‘900 avessero illustrato le possibili condizioni di cui avrebbe fruito un analogo operaio di fine secolo lo avrebbe valutato il solito sogno utopico. Il risultato è stato possibile grazie alla mano pubblica capace di regolamentare e controllare la travolgente capacità produttiva del capitalismo e di integrarla con la logica distributiva ugualitaria.

Era l’ora delle democrazie vincenti: l’imprenditore non era più considerato il “padrone” da combattere, ma il soggetto necessario per difendere occupazione e crescita economica. Situazione non solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che potevano nascere e consolidarsi, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi capitalismo/democrazia. Si è capito che, in contrasto alla teoria del plus valore, l’aumento dei salari non derivava da una riduzione della quota del “padrone” ma dall’aumento della capacità produttiva; il margine imprenditoriale è condizionato infatti dalla concorrenza e non dalla pressione sindacale. I risultati economici quindi non erano stati raggiunti a livello tecnico (aziendale) ma politico (diritti e gestione economica).   

Nella II metà del ‘900 esisteva solo il binomio capitalismo/democrazia e tutti i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato, prosperava solo nei paesi democratici. Esisteva infatti una virtuosa interdipendenza reciproca fra pubblico (diritti) e privato (produzione); il pubblico aumentava i diritti facendo in sequenza crescere, salari, domanda globale, aziende tecnologicamente più avanzate, risorse e conoscenza. Questo processo garantiva una libertà possibile, necessaria e antitetica all’imposizione dittatoriale.

La democrazia si imponeva progressivamente in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre le soluzioni alternative fallivano. Tutto il meccanismo produttivo che permetteva di soddisfare le necessità della collettività rendendo reali i diritti acquisiti aveva il mercato come elemento portante della propria efficienza economica; il suo funzionamento era però determinato dai limiti di impiego del mercato e quindi il meccanismo è entrato in crisi quando lo sviluppo economico è andato oltre tali limiti. 

Rottura del meccanismo democratico.   Era inevitabile che alla fine del ‘900, lo sviluppo raggiunto e la maggiore complessità economica non potessero più essere gestita solo dal mercato, incapace sia di operare in troppi settori, sia di ottimizzare la produzione globale del sistema Paese. Per anni il mercato, parte portante del capitalismo, ha rappresentato la linea di divisione politica ed era visto dal socialismo (sinistra) come il sommo male e dal liberismo (destra) come un dio onnipotente; è invece era solo una parte del tutto e anch’esso un semplice mezzo tecnico al servizio di chi lo usa. Esaminiamo i limiti del mercato:

Settori sociali – quali sanità ed istruzione; questi settori rappresentano un servizio dovuto, quindi deve essere gratuito e garantito a tutti indipendentemente delle possibilità economiche; viene quindi sottratto alla logica del mercato.

Servizi al territorio – quali trasporti urbani, rifiuti, infrastrutture e altri servizi; sono tutti caratterizzati da un utilizzo obbligato, con alternative inesistenti, non è quindi controllabile dal mercato; anche il bilancio delle aziende produttrici dei relativi servizi, spesso pubbliche, non deriva dall’ottimizzazione produttiva (mercato), ma dal livello dei prezzi di erogazione, stabiliti non dalla concorrenza, ma dall’Autorità; significano quindi poco anche come semplici indici di efficienza.

Vincoli temporali e dimensionali – quali riscaldamento globale, migranti, scontri geopolitici (Ucraina), vivibilità urbana e molti altri; in questo caso non esiste neppure una finta domanda individuale, perché la collettività non dispone neppure dello strumento per esprimere le sue necessità salvo le varie manifestazioni pubbliche che però, come il mi piace, sono l’espressione dell’impotenza.

L’evoluzione economico/sociale della seconda metà del ‘900 ha infatti soddisfatto le prime necessità elementari di un proletariato che disponeva finalmente del potere d’acquisto, però l’attività svolta e l’ampliarsi delle istanze sociali hanno imposto logiche più complesse, non controllabili dal mercato, che sono progressivamente diventate prevalenti. La percentuale produttiva priva del controllo del mercato non è facile da stabilire ma può essere stimata intorno al 70% del totale; il valore non è esagerato pensando che il solo prelievo fiscale raggiunge il 50% del Pil, ad esso dobbiamo aggiungere tutti i servizi gestiti dalla mano pubblica perché operati in regime di monopolio naturale e tutto ciò che si doveva fare e non è stato fatto, cioè il nucleo principale della disfunzione.

Sintesi strategica. – Il problema però è molto più ampio, infatti finora abbiamo preso in considerazione solo l’impossibilità del mercato di gestire singole attività capitalistiche; esiste invece un vincolo ben più penalizzante relativo alla sua operatività. Esso infatti ottimizza, collega e interfaccia, le singole aziende ma non dispone degli strumenti per ottimizzare l’insieme produttivo del sistema Paese perché l’ottimizzazione dei singoli pezzi produttivi rilevato, non porta automaticamente all’ottimizzazione globale. Tante ottimizzazioni puntiformi prive di un’ottimizzazione di sintesi globale.

Si evidenzia così la parte mancante del nostro sistema economico; forse il problema era meno sentito nella prima fase di sviluppo e si poteva pensare che le ottimizzazioni puntiformi delle singole attività fossero sufficienti. Oggi questo è il punto determinante e la mancanza di un soggetto o strumento idoneo che gestisca strategia e obbiettivo globale da perseguire diventa fondamentale e tale da mettere in crisi anche le ottimizzazioni aziendali puntiformi; ha poco senso ottimizzare i singoli pezzi senza conoscere l’obbiettivo finale a cui sono finalizzati. Incomincia così ad intravvedersi lo strumento mancante nell’impianto istituzionale che rischia di compromettere il sistema globale.

Soluzioni prese in esame. Da tempo si era rilevato questo problema, capendo la necessità garantire in determinati settori un diverso e maggiore controllo della collettività; con un’ingenuità inaccettabile, e forse per motivi non dichiarabili, si è pensato che era sufficiente delegarne la gestione alla mano pubblica. Nessuno dei politici e della società civile si è chiesto se la struttura pubblica aveva gli strumenti necessari a svolgere questa funzione.

La convinzione, direi il preconcetto forse inconscio ma diffuso, presupponeva infatti che mentre il capitalista inseguiva il proprio profitto quindi un interesse legittimo ma privato, la struttura pubblica era naturalmente delegata a difendere l’interesse della collettività e del suo benessere. L’affermazione è corretta con riferimento alla logica astratta ma non al comportamento degli uomini coinvolti, perché come è normale, tutti, politici, funzionari, operatori privati, difendono il proprio interesse.

Si può anche aggiungere che, non per bontà ma per vincoli organizzativi, il comportamento del privato è spesso “oggettivamente” più virtuoso di quello del soggetto pubblico. Il privato infatti per inseguire il profitto, interesse privato, deve realizzare l’ottimizzazione produttiva principale interesse collettivo. Politici e funzionari pubblici invece, pur in nome dell’interesse collettivo, non subiscono un controllo reale sui risultati della loro gestione economica; non hanno quindi l’obbligo di ottimizzare mentre subiscono perversi meccanismi decisionali, che impongono lo spreco di risorse per garantire a sé e al territorio, risorse, potere e privilegi.  

Questo problema non è stato affrontato e si è preferita la semplificazione manichea che il padrone “ruba” il profitto mentre politici e funzionari difendevano la collettività. Con le solite eccezioni che confermano la regola, l’affermazione è falsa infatti, come abbiamo già detto, non esiste il governante “illuminato”, né l’imprenditore “virtuoso”, perché tale comportamento deriva solo da un effettivo controllo. Il problema non si è quindi affrontato né risolto, di conseguenza tutti operano su necessità e possibilità dei singoli settori e aziende ma nessuno gestisce, e quindi conosce, quelle dell’intero sistema economico del Paese.

Vincoli reali. Cerchiamo di uscire dalle irresponsabili semplificazioni manichee dell’economia e vediamo necessità e caratteristiche di una struttura collettiva che sia in grado di capire e valutare la realtà economica/sociale unitaria del sistema Paese ed elaborare una strategia che ricreando il circolo virtuoso della seconda metà del ‘900, garantisca l’ottimizzazione produttiva e a caduta crescita di risorse, conoscenza, benessere collettivo ed equità distributiva. Lo strumento ipotizzato deve assolvere a due funzioni distinte ma interconnesse:

la prima: funzione democratica- fornire alla collettività-utente gli strumenti necessari per conoscere le proprie necessità, valutarne le priorità e imporle controllando che vengano soddisfatte al meglio

la seconda: funzione tecnica – imporre al produttore (pubblico o privato non cambia) di privilegiare le necessità della collettività-utente e non le proprie, per realizzare l’ottimizzazione produttiva ottenendo tutti i conseguenti vantaggi.

Sono le due funzioni che attualmente svolge il mercato nella parte produttiva di sua competenza. È facile capire che la seconda deriva dalla prima perché quando il governante “illuminato” stabilisce quali necessità ha la collettività-utente, automaticamente solo lui può controllare che siano state soddisfatte al meglio. Certamente non può farlo la collettività-utente perché non è lei a stabilire quali sono le proprie necessità e quindi a maggior ragione non può controllare che siano soddisfatte.

Tutto diventa quindi di competenza del governante “illuminato” che svolge le due parti di controllato e controllore perché è lo stesso soggetto che decide cosa fare e garantisce che sia stato fatto al meglio. Questo al di là dei nomi si chiama dittatura economica per una parte dell’economia che è strategica, prevalente e inquinante anche per la restante parte controllata dal mercato.

Si forma così uno strano centauro: metà democratico a livello dei diritti e metà dittatoriale per la gestione economica; più il sistema, come oggi, degenera, più l’incapacità economica compromette i diritti acquisiti come avviene per sanità, istruzione, lavoro, sicurezza fisica ed economica, vivibilità ed altro. Stiamo evolvendo verso una situazione tipo Urss: grandi diritti formali e inesistenti diritti reali con una feroce dittatura che impedisce qualsiasi protesta. Finora siamo ancora lontani da questa situazione, ma è una malattia che avanza, converrebbe combatterla prima che raggiunga il punto di non ritorno.

Distinzione destra – sinistra. Passando dal settore dei diritti a quello della gestione economica, cadono anche in buona parte i punti di riferimento che differenziano destra e sinistra. Per i diritti sono chiaramente di sinistra tutte le azioni tese a riconoscere i diritti del proletariato e conseguentemente ridurre le sperequazioni sociali; la sola complicazione consiste nel valutare le posizioni formalmente di sinistra che smettono di essere tale se l’obbiettivo rimane utopico e non compatibile con lo sviluppo economico/sociale. Siamo comunque in un campo abbastanza valutabile e stabile e quindi le diverse posizioni sono facilmente difendibili dagli storici partiti quali P.c.i. e D.c.

Discorso opposto vale per la gestione economica; essa è, o dovrebbe essere, un mezzo tecnico finalizzato a realizzare gli obbiettivi delle scelte politiche; i singoli atti non sono quindi qualificabili di destra o sinistra ma bensì consoni o contrari all’obbiettivo da raggiungere. Sono difficili da valutare e in continuo cambiamento per adeguarsi alla variabilità economica; possono quindi essere valutati solo a posteriori ed è necessario disporre di un adeguato meccanismo di conoscenza.

Per semplificare possiamo ritornare all’esempio della guida dell’automobile: decidere se andare al Casinò di San Remo a spendere soldi (scelta parassitaria) o a Milano a lavorare (scelta produttiva) rappresenta una scelta di obbiettivo analoga a quella politica. Come raggiungere il luogo identificato è un fatto tecnico che impone cambiamenti continui per adeguarsi alle specifiche situazioni, imboccando bivi diversi e girando un po’ a destra e un po’ a sinistra; il giudizio può però solo prendere in esame se la strada seguita è corretta per raggiungere il punto scelto.

A questo fine sono necessari strumenti idonei per identificare chi mente e, dichiarando di andare a Milano, va invece a San Remo, perché la situazione è continuamente variabile, priva di certezze. La rigidità dei partiti tradizionali regge male questa continua variabilità come conferma la loro crisi, e il loro essere progressivamente sostituiti da strutture fortemente variabili che continuamente cambiano, si affermano e scompaiono. Anche questo aspetto deve essere preso in considerazione e non può essere ignorato nel costruire la nuova realtà.

CAPITOLO VIII – MANCATA EVOLUZIONE E DEGRADO DEMOCRATICO

I problemi denunziati non furono neppure presi in considerazione e si preferì la semplificata spiegazione manichea che la mano pubblica interamente gestita da governanti “illuminati” avrebbe perseguito l’interesse collettivo e sostituire gli avidi privati la dove non davano risultati accettabili. La posizione rappresentava forse la coda avvelenata della teoria marxista che vede la produzione come “farina del diavolo” di cui è inutile occuparsi perché si sviluppa naturalmente come l’erba nel prato.

A livello meno nobile, contava anche, forse inconsciamente, che questa logica faceva cadere qualsiasi controllo sul comportamento di tutta la catena di comando pubblico, che otteneva una diffusa libertà, mitigata solo da controlli formali poco significativi, concedendo a tutti una generale “licenza di uccidere”. Nella generale spiegazione semplificata questa funzione avrebbe dovuto essere svolta dal Governo unico in grado di farlo perché dotato di una visione unitaria e globale del sistema Paese.

Si è così trascurato che nessuno degli strumenti necessari alla gestione economica erano stati previsti al momento dell’identificazione della struttura del Governo. Già il nome di “potere esecutivo” spiega che la sua funzione è limitata ad eseguire le leggi del Parlamento. La borghesia quando ha costruito l’attuale impianto istituzionale prevedeva infatti la gestione economica pubblica solo per l’uso della forza; per questa attività aveva infatti previsto strutture ad hoc quai la forza pubblica e l’esercito cioè organizzazioni produttive ben strutturate sul territorio.

Funzione del Governo. La struttura ministeriale del Governo non è infatti costituta da una piramide organizzativa in cui le informazioni salgono del basso e il potere ridiscende dall’alto e tutti i punti decisionali dispongono della conoscenza e del potere necessario alle proprie decisioni e si interfacciano con analoghe situazioni soprastanti e/o limitrofe. Il Ministero non può quindi svolgere un’attività operativa con funzione di line ma solo di staff, e ogni decisione pubblica non fa capo al singolo ma prevede il “concerto” di un’infinità di soggetti; non quindi esistono “posti guida” autonomi.

Da notare che questo equivoco iniziale sulla funzione del Governo e la successiva evoluzione conoscitiva/produttiva ha creato anche la confusione organizzativa che non lo rende idoneo né per una cosa né per l’altra, rendendolo incapace di soddisfare le necessità conoscitive di entrambe le due funzioni. Infatti il singolo imprenditore o manager può non essere laureato o esserlo in economia, ingegneria, ma anche filosofia o altro, e può passare da un’azienda a un’altra di settori diversi perché le necessità sono analoghe e le conoscenze specifiche le ricupera in azienda dai collaboratori o dalla struttura di staff. La staff deve invece disporre di un’approfondita conoscenza specifica: nessuno sceglierebbe un medico per discutere una causa o un avvocato per un operazione al cuore.

Così l’Esecutivo nato per soddisfare altre necessità oggi non dispone degli strumenti per svolgere una qualsiasi produzione salvo che nei settori tradizionali di gestione della forza cioè forza pubblica ed esercito. Un primo timido cambiamento si è realizzato, nella seconda metà del ‘900 che, per sostenere la domanda globale e garantire l’equilibrio economico, ha imposto un compito più significativo alla Banca Centrale, prima italiana ed ora U.E. che è stata delegata a governare tassi d’interesse e quantitativo di moneta per evitare le ripetute recessioni che hanno caratterizzato le economie europee nell’Ottocento fino alla grande crisi del 1929.

Nell’Ottocento in Italia, durante il potere borghese, la Banca Centrale svolgeva infatti prevalentemente funzioni tecniche senza intervenire per contrastare la disoccupazione prodotta dall’aumento di produttività non coperta da un parallelo aumento di produzione. Solo con il suffragio universale nella seconda metà del ‘900 ha modificato il proprio operato per ottenere che l’aumento della produttività si trasformasse in aumento della produzione e del benessere collettivo.

Per svolgere questa funzione si è comunque creato una struttura di tipo aziendale, svincolata dal potere politico, costituita da una piramide gerarchica/conoscitiva idonea a fornire ai vali livelli la conoscenza e il potere necessari per una continua millimetrica regolazione che evitasse opposti eccessi successivi. Grazie alla sua azione è stato possibile lo sviluppo del dopo guerra; il suo intervento pero, pur ampio, è solo settoriale e non può traguardare il complesso sistema produttivo e le interdipendenze che lo condizionano; può statisticamente prendere atto delle tendenze prevalenti ed adeguarsi.

A parte questa abbiamo il vuoto! il compito di elaborare una strategia per fronteggiare le difficoltà future viene sempre più affidato a mille convegni con gli inutili dibattiti dove i politici si mettono in mostra ma non danno né ricevono informazioni utili. Così i politici tendono ad affidarsi alle valutazioni degli imprenditori privati, perché sono gli unici a disporre di uno strumento, l’azienda, in grado di fornire la necessaria conoscenza. Sono comunque valutazioni parziali e condizionate dai loro legittimi interessi raramente coincidenti con quelli del sistema Paese.

Sarà bene sfatare a questo punto il diffuso preconcetto che gli errori della mano pubblica sono la conseguenza dei “poteri forti” che impongono i loro interessi e non quelli della collettività-utente. Nulla di più falso i “poteri forti” fanno legittimamente i loro interessi, ma la loro forza dipende solo dalla patologica debolezza della struttura pubblica priva degli strumenti per esercitarla. La situazione è analoga a quella di una potente automobile, dove non è stato tolto il cartone sul vetro anteriore, per cui non si vede la strada, e deve a seguire una ben più modesta automobile dove però il guidatore può vedere.   

Conseguenze economico/sociali. La parte strategica e maggioritaria della produzione, forse stimabile al 70% del totale, non può quindi attualmente essere gestita dagli imprenditori (indifferentemente pubblici o privati) perché non ha strumenti idonei per esprimersi e manca del controllo del mercato; viene quindi affidata alla gestione pubblica senza risolvere nulla perché anch’essa soffre delle stesse mancanze. Si effettuano controlli solo formali su politici e funzionari coinvolti, che sono però insufficienti e spesso negativi, per gestire la produzione che dipende da casualità, intelligenza e fantasia creativa ed è controllabile solo sui risultati che devono essere rilevabili e valutabili; non sono tali invece per la gestione pubblica.

Così la soddisfazione delle nostre necessità, viene affidata alla benevolenza dell’inesistente “governante illuminato” che gestisce una cifra di dimensioni astronomiche superiori al 50% del Pil perché oltre le tasse esistono in vari servizi resi o non resi in regime di monopolio naturale. L’obbiettivo, non per cattiva volontà, è un compito impossibile, perché mancano gli strumenti per conoscere le necessità, i poteri per soddisfarle e la convenienza a farlo.

A catena derivano una serie di conseguenze disastrose; il mantenimento del proprio potere e ruolo politico richiede l’ottenimento di soldi pubblici da spendere sul territorio (non si parla di corruzione ma di meccanismo di potere), quindi aiuti e contributi ai settori significativi, rinnovi delle casse integrazione e interventi per far sopravvivere attività traballanti. Analogamente è corretto salvare sanità e scuola, ma mancano strumenti, programma e un’idea delle reali necessità; gli interventi sono così finalizzati all’aumento della mano d’opera senza domandarsi preventivamente se l’attuale è utilizzata al meglio.

La realizzazione di infrastrutture è una delle principali spese sul territorio, spesso ben vista, ma anche portatrici di problemi e caratterizzata da alternative di difficile valutazione. La struttura pubblica non è in grado né ha interesse a farlo sia perché il tempo di realizzazione esce dall’orizzonte temporale dei soggetti coinvolsi, sia perché nessuno potrà attribuire colpe e meriti. Quindi la tendenza è scegliere la soluzione più costosa anche se probabilmente sbagliata, perché implica maggior lavoro e allungamento di tempi.

Così è successo per il Mose di Venezia e sta avvenendo per lo spostamento della diga foranea di Genova. In quest’ultimo caso l’autorità si è basata sulla conoscenza degli attuali operatori, certamente capaci ma in conflitto di interessi, per cui difendono le proprie rendite di posizione contro le necessità di servizio e sviluppo di Genova e del Nord Italia.

Si deve aggiungere che le infrastrutture attualmente rappresentano un costo a carico del bilancio pubblico, che quindi si deve necessariamente limitare; viceversa esse sono un investimento e come tale, gestite bene, rappresentano un attivo che, come gli investimenti aziendali, si paga con la gestione, diventando più un ricavo che un costo. Con una logica diversa sarebbe possibile far crescere l’investimento, aumentando occupazione e servizio al territorio. A Genova esistono significativi progetti di sviluppo portuale alternativi che potrebbero autofinanziarsi, ma vengono ignorati perché farebbero saltare rendite e privilegi esistenti.  

L’attività del politico diventa così una continua campagna elettorale in cui prevale chi promette di più. La continua richiesta di nuove spese, anche in presenza di un timido tentativo di contenimento, fa continuamente crescere il debito pubblico, ormai pari a oltre il 140% del Pil. La crescita è frenata dalle imposizioni della U.E. sempre più vista come l’odiato nemico che ci impedisce di essere felici e continuare irresponsabilmente a spendere, ipotecando il futuro. 

In questa situazione il Governo non solo non ha gli strumenti per disporre della conoscenza/potere necessaria a gestire l’economia ma non ne ha neppure interesse: alcuni Ministri frequentano l’ufficio solo qualche giorno alla settimana. Cade così anche la capacità di regolazione e controllo sulla produzione aziendale che fruisce di una crescente “licenza di uccidere”. La burocrazia, vera detentrice del potere pubblico, non è interessata allo sviluppo del Paese, che esula dal suo campo di attività, e crea regole sempre più minacciose, complesse e incomprensibili dalle quali deriva il proprio potere.

È inevitabile che l’economia non possa crescere infatti manca la parte maggioritaria di domanda globale, una strategia di sviluppo, la regolamentazione e controllo del potere pubblico sull’attività privata, e si riduce la spinta all’ottimizzazione produttiva; si accentuano inoltre i colli di bottiglia conseguenza della mancata realizzazione da parte della mano pubblica delle attività di sua competenza quali servizi non resi, infrastrutture, università, scuole, ospedali, trasporti urbani ecc.

Si aggiunga la parte di domanda globale, che non dispone neppure priva dello strumento per manifestarsi come la lotta al riscaldamento globale, l’inquinamento da plastica, sicurezza sociale e fisica. La somma di tutti questi elementi costringe l’economia a gestire solo la produzione di beni tradizionali, in settore ormai saturi, perdendo la parte predominante di domanda globale che potrebbe corrispondere anche al 70% del totale. Situazione analoga a quella creatasi a cavallo di fine ‘800 quando la mancanza di potere d’acquisto del proletariato, ha ridotto dell’80% la domanda globale, facendo collassare il sistema (crisi del ’29).

Disoccupazione. La crisi occupazionale che tocca direttamente la popolazione rappresenta l’elemento dirompente della disfunzione. La rivoluzione elettronica ha aumentato almeno di 10 volte (1.000%) la produttività e quindi avrebbe dovuto produrre, ad occupazione costante, un parallelo aumento della produzione. Non è avvenuto! L’aumento della produzione è stato nullo o marginale, con il risultato, sulla base di un semplice calcolo matematico, che l’occupazione avrebbe dovuto ridursi del 90% salvando solo un 10% di occupati.

Un esempio può chiarire questa realtà di non facile lettura: se un certo quantitativo prodotto viene realizzato da 10 lavoratori e la produttività aumenta di 10 volte significa che sarà necessario un solo uomo e gli altri rimarranno disoccupati; questo, pur con valori diversi, è ciò che è successo in Italia nell’Ottocento creando una fortissima disoccupazione ed emigrazione. Se invece ipotizziamo di aumentare la produzione di 5 volte e dimezzare l’orario di lavoro continueremo ad occupare i 10 uomini, invece dei 50 che sarebbero stati necessari a produttività e orario costante; i 10 uomini però, grazie alla maggiore produttività possono lavorare la metà del tempo e disporre di risorse aumentata di 5 volte; è ciò che è successo nei regimi democratici nella seconda metà del ‘900.

Oggi nuovamente come nell’Ottocento, pur per motivi diversi abbiamo un forte aumento di produttività, forse superiore alla 10 volte (1.000%) realizzato in tempi brevissimi a cui, per i vincoli visti, non corrisponde un parallelo aumento di produzione. Si produce così un elevatissimo livello di disoccupazione reale, forse vicino al suo livello matematico del 90%, che prudenzialmente stimiamo al 70%; valore analogo a quello riscontrato nell’Ottocento quando il 50% della popolazione italiana ha dovuto emigrare. Questa realtà è nascosta con dati falsanti e coperture assistenziali.

Cerchiamo quindi di identificare i dati più vicini alla realtà: si parla per l’Italia di 23 milioni di occupati e 2,5 di disoccupati quindi una percentuale dell’11% non drammatica e contenibile, considerando che un 5% è fisiologico. I dati non tengono conto però di 12,5 milioni di inoccupati, di 21 milioni che potrebbero essere parzialmente occupati, della cassa integrazione, ed altre coperture sociali. Sommando disoccupati, inoccupati, 50% degli occupabili, la cassa integrazione e parte dell’occupazione pubblica, vediamo che il dato del 70% è credibile; d’altronde alcuni economisti già incominciano a valutare i non occupati, per non chiamarli disoccupati, un 50% della forza lavoro.

Comunque grazie a strutture e ricchezze stratificate, la situazione è da noi ancora gestibile, un po’ nascondendola un po’ fornendo sussidi, ma genera una forte tensione che affiora ogni volta che qualcuno promette un cambiamento e alimenta tutti i movimenti populisti e di contestazione. Certo offre poche speranze ai giovani che, salvo rare eccezioni, non hanno sbocchi occupazionali interessanti e rischiano di essere destinati a lavori saltuari con soddisfazioni e salari limitati.

Ben più drammatica è però la situazione degli esclusi dove la popolazione non dispone di ricchezze accantonate, né coperture sociali, né altri spazi di sopravvivenza; inoltre la disoccupazione è ancora più violenta perché l’evoluzione tecnologica è interamente gestita dai paesi avanzati dove si è affermata lentamente, e garantisce i posti di lavoro necessari per pensarla e realizzarla. Presso gli esclusi i prodotti arrivano già evoluti, pronti, alta potenzialità e quasi nessuna occupazione indotta: l’impiego di un trattore significa la perdita immediata di troppi posti di lavoro.

È questa la polveriera pronta ad esplodere perché, come abbiamo visto, sono disperati che hanno come unica alternativa entrare in una delle tante milizie mercenarie al servizio dei signori della guerra; la caratteristica e potenza delle armi, ne accentuano l’importanza (vedi Houti), dotandoli di un grande potere. Giocano a loro favore le contraddizioni di un’evoluzione mancata che rende difficile la distinzione fra giusto e sbagliato, progresso e sottosviluppo.

Giudizio morale. Le democrazie rappresentano la speranza futura basata su libertà, legge, progresso e diritti; le dittature sono l’opposto: passato, sotto sviluppo e violenza; sembrerebbe obbligato propendere per le prime. Però nelle democrazie vive il 15% benestante della popolazione mondiale, mentre nelle dittature l’altro 85% degli esclusi, che vivono in una situazione di intollerabile disperazione, senza diritti, dignità, spazi di sopravvivenza; le democrazie, anche se è finito fortunatamente il periodo coloniale, hanno una certa responsabilità in questa situazione per cui è legittimo privilegiare le istanze di cambiamento.

Problema decisamente senza soluzione che mette in profonda crisi chi, uscendo dai soliti schemi manichei dei buoni (noi) e i cattivi, cerca di capire la vera dimensione del dramma economico/sociale e identificare passaggi intermedi che aiutino a traghettare la società verso l’unica soluzione possibile, costituita dal rendere il nostro meccanismo democratico coerente con la diversa realtà attuale.

Solo allora potremmo ipotizzare una società in pace dove tutti hanno un dignitoso livello di sopravvivenza e i paesi avanzati possono aiutare la transizione degli esclusi, come fece, con il piano Marshal, l’America nel dopo guerra; oggi sarebbe impossibile perché sarebbero soldi dati ai dittatori.

In questa incertezza e sospensione del giudizio morale sul comportamento delle parti, rimane comunque la netta condanna verso tutti coloro che continuano a crogiolarsi nella tranquillizzante lettura manichea della realtà che non chiede soluzioni ma propone solo la necessità di far crescere l’impegno e la partecipazione, seguendo il loro esempio. Questa posizione serve solo a salvarsi l’anima, liberandosi dalle pesanti responsabilità che invece rimangono perché oggettive. Possono così, come negli anni ’20 del ‘900, “non vedere” e continuare a far finta di niente come sul Titanic che affonda.

CAPITOLO IX – PRIMA IPOTESI DI SOLUZIONE                                                                    

Nella ricerca di una possibile soluzione ripetiamo una sintesi degli elementi dell’attuale crisi; nella II metà del ‘900 le democrazie risultavano vincenti perché garantivano diritti e benessere diffuso grazie all’integrazione fra pubblico e privato, entrambi controllati, il primo dalle elezioni, il secondo dal mercato. Il pubblico regolava la produzione privata e garantiva i diritti mentre il privato offriva alla collettività un reale potere d’acquisto. La crescita produttiva della seconda metà del ‘900, ha concluso questa prima fase e sono nate nuove necessità produttive non controllabili né dal mercato né dalla struttura pubblica. Progressivamente questa parte di produzione è diventata prevalente, un 70% del totale, coinvolgendo i principali settori strategici.

La mano pubblica ha cercato di coprire il vuoto organizzativo, gestendo direttamente tale produzione ma, come abbiamo visto, non esisteva lo strumento democratico che permettesse alla collettività-utente di conoscere le proprie necessità, valutarne le priorità, esprimerle, imporle e controllare il corretto adempimento. La possibilità di controllo di conseguenza veniva a cadere perché la mano pubblica era al tempo stesso controllato e controllore, ottenendo di fatto una sostanziale libertà che garantiva la “licenza d’uccidere”.

Si aggiunga che inoltre, e in parte di conseguenza, non disponeva degli strumenti necessari a elaborare una strategia produttiva del sistema Paese, indirizzarne e valutarne l’attività economica. Poteva controllare solo i comportamenti formali dei singoli soggetti coinvolti (produttori pubblici) ma non valutare gli obbiettivi raggiunti e la loro coerenza produttiva a livello globale. Le elezioni, valide per la regolazione dei diritti, non rappresentano un meccanismo di controllo per la gestione economica

 Così la mano pubblica ha gestito in maniera più o meno diretta, una parte predominante della produzione, circa il 70% del totale, nella totale confusione: non conosceva gli obbiettivi da raggiungere, non aveva la convenienza a raggiungerli; erano impossibili sia i controlli reali sui risultati raggiunti, che la valutazione su obbiettivi e strategie da perseguire; si è così mossa senza vincoli in un totale arbitrio che distruggeva risorse, conoscenze e condannava la democrazia.

Per uscire da questa drammatica crisi e ricreare una situazione democratica, è quindi necessario dotare la collettività-utente di uno strumento istituzionale che le permetta, anche per questa parte di produzione, di conoscere e imporre le proprie necessità economiche, controllare che vengano soddisfatte e garantirsi il potere d’acquisto.

Le elezioni non sono utilizzabili come strumento di controllo dell’attività produttiva della struttura pubblica: già all’inizio del ‘900 i rivoluzionari russi avevano capito il limite produttivo/equitativo del nostro impianto istituzionale e come abbiamo visto, avevano ipotizzato una diversa struttura organizzativa ottenuta attraverso i Soviet. Con questo strumento si realizzava una piramide gerarchica/conoscitiva che, partendo dall’autogestione produttiva delle “masse” operaie e contadine, si agglomerava, livello per livello, e costituiva la struttura pubblica.                   

Sembrava, nell’ottica marxista, la soluzione di tutti i problemi: si eleminava lo sfruttamento del “padrone” e si dava integralmente al proletariato la gestione politico/economica; difficile resistere al fascino di questa soluzione. È stato necessario un secolo per capire che l’ipotesi prendeva in considerazione per combattere lo sfruttamento, secondo la logica marxista, solo il momento produttivo e non l’intero ciclo. Cioè la parte alta dello schema del cap. IV e di tale parte solo il punto B dove si determina i salari.

Si basava infatti sulla dialettica padrone/lavoratore (valida solo nella fase iniziale) e non sulla più complessa ma necessaria dialettica odierna produttore/collettività-utente che inserisce anche la parte strategica costituita dall’efficienza produttiva e dai criteri di utilizzo del prodotto. I Soviet rappresentanti dei lavoratori hanno necessariamente privilegiate le necessità del lavoratore-produttore su quelle prioritarie della collettività/utente. È stata necessaria una feroce dittatura per superare questa contradizione e garantire la produzione.

Non è quindi possibile utilizzare le aziende produttive come nucleo di base della nuova organizzazione perché gli interessi dei lavoratori, in quanto produttori sono in conflitto con quelli prioritari della collettività-utente.

Domanda collettiva. Scartate le organizzazioni aziendali come base di un’organizzazione alternativa, le altre possibili ipotesi si sono rilevate semplici palliativi non idonei a superare la gestione elitaria e l’incubo dei Soviet. Il problema pareva irrisolvibile; ma ha smesso di essere tale grazie al superamento di un inconscio, ma radicato, vincolo mentale. Quando parliamo di produzione facciamo infatti sempre riferimento al meccanismo produttivo, perché rappresenta sia la parte organizzata, che lo strumento che gestisce la produzione.

La produzione invece è solo lo strumento tecnico utilizzato per soddisfare le necessità della collettività/utente e ad esse è subordinata; quando, per le ragioni viste, la domanda del singolo soggetto della collettività-utente, non è in grado di esprimersi e/o condizionare il produttore non è quindi necessario modificare la logica produttiva, ma è sufficiente agglomerare e gestire la domanda collettiva di tutti i soggetti interessati agli specifici prodotti. Le attività prese in esame, non condizionabili dalla domanda individuale del singolo utente, possono infatti correttamente essere controllate organizzando la domanda collettiva di tutti i soggetti interessati alla disponibilità dello specifico prodotto.

Il campo è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché coinvolge, (come evidenziato nel VII capitolo) sia tutte le attività che non hanno lo strumento per esprimersi sia quelle che utilizzano formalmente una finta domanda individuale che però non permette la possibilità di scelta e la selezione del produttore; abbiamo citato i servizi dovuti quali sanità e istruzione, nonché i servizi al territorio svolti in regime di monopolio naturale e molti altri ancora. Sono tutti settori di fatto gestiti dalla mano pubblica in forma dittatoriale perché la collettività non dispone del potere di richiederli ed imporli; vengono svolti senza alcun controllo reale, e lo stesso soggetto svolge il ruolo sia di produttore che di portavoce della collettività/utente; cioè controllato e controllore.

Caratteristica della domanda collettiva. La collettività-utente, per il 70% della produzione priva di domanda individuale, non ha attualmente gli strumenti per conoscere ed esprimere le proprie necessità, imporle e garantire l’ottimizzazione produttiva. La domanda però esiste, e come tale può essere esercitata ma non dal singolo utente bensì dall’insieme dei soggetti interessati allo specifico prodotto; quindi non domanda individuale ma domanda collettiva, ugualmente valida purché i singoli gestori abbiamo analogo conoscenza/potere che dispone il singolo per effettuare l’acquisto.

Esaminiamo quindi caratteristiche e vincoli specifici della domanda collettiva e dei suoi principali condizionamenti: Primo – per i prodotti gestiti dal mercato attraverso la domanda individuale il singolo membro della collettività manifesta la sua richiesta e dispone della conoscenza per effettuare la scelta perché lo riguarda direttamente e si riferisce a prodotti facili da valutare; per la domanda collettiva invece vengono coinvolti più soggetti che difficilmente possono fare una scelta se non sono inseriti in un’organizzazione in grado di garantire coordinamento, potere e conoscenza.

Secondo – la domanda individuale riguarda prevalentemente prodotti, quale un elettrodomestico, che già esistono per cui con facilità si può confrontare quanto scelto con altre possibili soluzioni esistenti; la scelta, molto facilitata, non richiede quindi l’esame del processo produttivo perché l’utente può limitarsi a valutare il risultato ottenuto a processo produttivo concluso.

Nella quasi totalità dei casi di domanda collettiva quale ad esempio un’infrastruttura, si tratta invece di prodotti da realizzare quindi non si deve solo valutare la loro utilità ma anche cosa produrre e l’organizzazione produttiva che li realizzerà, perché proprio la valutazione di caratteristiche, tempi, costi ed affidabilità del costruttore sono gli elementi determinanti per la scelta.

È il campo minato dell’economia, con le già viste interrelazioni complesse, dove i costi anticipano i ricavi, i risultati sono incerti e la realtà quasi sempre è l’opposto di quanto appare. Diventa così quasi impossibile effettuare una scelta corretta senza il supporto di conoscenza/potere che fornisce solo una struttura gerarchica/conoscitiva come quella dell’azienda, con molti “posti di guida”, dove i singoli partecipanti sono coinvolti solo al livello della propria competenza e si interfacciano con gli altri livelli per la trasmissione della necessaria conoscenza-potere che permette una unitaria e coerente sintesi decisionale.

La mancanza di questo strumento produce l’attuale crisi perché fa esplodere le contradizioni della mano pubblica che opera priva di conoscenza e controllo, subendo i produttori privati che, pur in conflitto d’interessi, dispongono della conoscenza prodotta dalla loro organizzazione produttiva. Inoltre in mancanza di meccanismi di controllo sui risultati, perde significato l’obbiettivo produttivo; il risultato infatti è di difficile valutazione, si evidenzia dopo lungo tempo e quindi facilmente verrà attribuito al politico subentrato, spesso di partito e ideologia opposta. Si preferisce così far crescere la spesa pubblica, ricuperando risorse da destinare subito al territorio con un forte ritorno a breve di occupazione e potere. Si salva il presente condannando il futuro.

Logica organizzativa della domanda collettiva. Per superare l’attuale inaccettabile situazione, è necessario che i decisori espressi dai singoli agglomerati della collettività-utente possano disporre della conoscenza/potere necessari a controllare i risultati e valutare di conseguenza i singoli soggetti coinvolti, stimolando l’ottimizzazione produttiva. E’ quindi necessario utilizzare la logica inevitabilmente basata sull’organizzazione aziendale.

Il nucleo sarà quindi una struttura gerarchico/amministrativa ancorata al territorio, divisa per livelli, con un meccanismo continuo, che permette a ciascun livello organizzativo della collettività-utente di disporre degli strumenti necessari per conoscere le proprie necessità, valutarle, chiedere che vengano soddisfatte e controllare il risultato ottenuto. Abbiamo visto che assolve a due funzioni distinte necessarie alla collettività-utente che soddisfano: la prima – istanza democratica, conoscere e imporre le proprie necessità; la seconda – tecnica, controllare che siano soddisfatte al meglio realizzando l’ottimizzazione produttiva.

Il IV potere permette di ricreare un meccanismo di gestione della domanda collettiva analogo a quello della domanda individuale senza la necessità di modificare l’organizzazione del produttore. I vari rappresentanti che gestiscono la domanda collettiva potranno imporre al produttore (pubblico o privato) le necessità della collettività-utente e controllare che siano soddisfatte al meglio, agendo esattamente come il singolo con la domanda individuale. La collettività-utente si rimpossessa del potere di valutale le proprie necessità, esprimerle ed imporle al produttore controllando che le soddisfi al meglio.

Come strumento tecnico si utilizza una prassi standard che corrisponde a quella di un’azienda che appalta ad un’altra determinati prodotti. Questo meccanismo virtuoso potrebbe quindi assicurare, anche per la domanda collettiva, analogo potere di imposizione e controllo (democratico) esercitato per la domanda individuale, e garantire (tecnico) ottimizzazione produttiva, crescita, benessere collettivo e conoscenza, riattivando il circolo virtuoso delle democrazie della seconda parte del ‘900.

Se infatti ciascun gruppo della collettività-utente ha la dimensione necessaria per controllare la produzione che soddisfa le sue specifiche necessità, diventa possibile esprimerle, imporle e controllarne l’esecuzione, come fa il singolo per le necessità espresse dalla domanda individuale.  Per l’asilo saranno le mamme del quartiere, per i trasporti urbani gli abitanti della città e così via via, risalendo i vari livelli, per arrivare a problemi sempre più generali. Si considera che quasi tutti i punti operativi siano decisionali, “posti guida”, e quindi gruppi e singoli della collettività-utente, livello per livello devono disporre di conoscenza-potere necessari per sapere le specifiche necessità, valutarne priorità e compatibilità, imporle, controllare i risultati raggiunti ed ottenere l’ottimizzare produttiva 

CAPITOLO IX –         IV POTERE

L’attività non controllabile dal mercato dovrebbe fare capo a una nuova struttura pubblica costituita ad hoc che possiamo chiamare IV potere. L’ipotesi di una complicata struttura pubblica delegata a gestire la domanda collettiva può suscitare qualche perplessità ma ricordiamoci che la borghesia a metà del’700, per prendere e consolidare il proprio potere ha teorizzato, attraverso l’Illuminismo francese, la tripartizione dei poteri che rappresentava uno sconvolgimento generale del sistema istituzionale, ma proprio per questo ha modificato l’ordine mondiale.

Più semplice sarebbe stato allora prevedere un’Assemblea dei Baroni ma avrebbe cambiato ben poco e forse sarebbe stata più difficile da realizzare perché qualsiasi cambiamento, anche modesto, implica la perdita di qualche privilegio e non riesce a imporsi se i risultati sono poco significativi. Inoltre la nuova struttura non è in aggiunta alle strutture pubbliche esistenti ma in buona parte in sostituzione e subentra a un meccanismo parassitario, scarsamente produttivo che assorbe più del 50% del Pil.

Comunque il salto richiesto oggi per costruire la società post borghese impone una discontinuità radicale e questo è il prezzo da pagare per il cambiamento necessario a far crescere il benessere diffuso e l’equità distributiva. Le funzioni di competenza del IV potere non sono state previste nel nostro impianto istituzionale perché contrastavano con i privilegi della borghesia; è quindi necessario colmare questo vuoto istituzionale inserendo uno strumento specifico. La forza dirompente dei vantaggi possibili imporrà il cambiamento, che potrebbe essere più realizzabile dei finti cambiamenti.

La struttura istituzionalizzata, ancorata al territorio sarà quindi organizzata come un’azienda e strutturata per livelli; ogni livello garantirà il soddisfacimento delle sue specifiche necessità e delegherà al livello superiore quelle che esulano dal suo campo territoriale. Sarà quindi un’organizzazione piramidale, basata sulla logica aziendale, attualmente unica organizzazione produttiva; avrà però alcune differenze.

Nell’azienda tradizionalmente la conoscenza sale per livelli dalla base al vertice e poi ridiscende come potere dal vertice alla base (potere dall’alto). Abbiamo visto che l’azienda, anticipando i tempi, ha già costituito le società Benefit più “democratiche” che si adeguano alla necessità di più punti decisionali nella struttura produttiva e prevedono potere e conoscenza che salgono dal basso al vertice, livello per livello, e poi coordinati ridiscendo per lo stesso percorso al basso.

Il IV potere accentuerà la spinta democratica in atto nel meccanismo produttivo con un decentramento del potere più spinto e ogni livello sceglierà sul campo, non per titoli ma per capacità e risultati, il proprio leader, nonché il rappresentante che opererà al livello superiore finalizzato a soddisfare le specifiche necessità del più ampio spazio territoriale. Come prima approssimazione, salvo divisioni diverse identificate dall’esperienza, possiamo ipotizzare come nucleo di partenza il Municipio, che si agglomera nel Comune, e via via nella Regione, nello Stato, nella Ue e forse alla fine nell’Onu o altro organo creato ad hoc.

Differenza situazione attuale. Oggi le elezioni, delega periodica diretta base/vertice idonea a regolare i diritti, corrispondono a una delega in bianco senza controllo, se utilizzate per la gestione economica. Il IV potere, come visto, deve svolgere due funzioni fondamentali: primo – restituire alla collettività-utente il diritto democratico di conoscere ed imporre le proprie necessità al produttore pubblico e/o privato, secondo – garantire la possibilità di controllo per innescare il meccanismo virtuoso dell’ottimizzazione produttiva.

A questo scopo il IV potere dovrà disporre di un concreto inserimento nel territorio dove la base della nuova organizzazione dialoga in modo diretto e continuo con la base della collettività-utente (il singolo utente), rendendo interdipendenti fra le parti conoscenza e potere. Il flusso di entrambi salirà livello per livello fino al vertice per ridiscendere alla base realizzando, livello per livello l’ottimizzazione produttiva di ogni livello per arrivare alla sintesi finale di una visione strategica globale.

Lo strumento ipotizzato dovrebbe permettere il vantaggio di fornire alla collettività-utente una risposta rapida alle proprie necessità, dotandola della conoscenza necessaria ad esprimere scelte coerenti e ragionate.  Ciascuno infatti viene coinvolto in scelte che riguardando il proprio livello, ha fiducia negli uomini di cui ha sperimentato la capacità, valuta cose che conosce e può giudicare. Inoltre tutti, come nella produzione conto proprio, hanno l’interesse comune di raggiungere i risultati previsti, in quanto i soggetti che decidono son al tempo stesso i fruitori della produzione. Viene facilitata la possibilità di valutare i risultati raggiunti e garantire l’ottimizzazione produttiva.

Le differenze tecniche con la situazione odierna è fondamentale; oggi chi esprime la domanda (necessità) da soddisfare è diverso da chi paga per quanto richiesto ed ha quindi poco interesse a ridurre tempi e costi d’attuazione; anzi i lavori in loco pagati da un soggetto esterno, lo Stato, rappresentano per chi li richiede una significativa fonte di reddito e potere; inevitabilmente prevale la convenienza ad aumentare tempi e prezzi. L’attuale meccanismo sembra quasi studiato apposta per ottenere il massimo di irresponsabilità collettiva e sperpero di risorse; si potrebbe anzi pensare che non sia casuale perché di fatto, forse inconsciamente, serve ad accrescere i privilegi dei gestori del potere.

 Nell’ipotesi del IV Potere il gestore della domanda, che esprime le necessità della collettività-utente, è lo stesso soggetto che paga i costi necessari al suo soddisfacimento e quindi cercherà di conoscere prima i relativi costi e contenerli al massimo. Ovviamente si potranno ipotizzare aiuti fra zone a diverso livello di sviluppo economico ma questo dovrà riguardare solo una percentuale dell’intero costo, come già avviene per le aziende; più del 50% dovrà sempre essere a carico dell’utilizzatore per non ricreare l’attuale irresponsabilità collettiva.

Aspetto culturale. Il risultato più significativo dovrebbe comunque consistere nel creare una struttura pubblica dotata di un meccanismo democratico di partecipazione conoscitiva e selezione, finalizzato a realizzare al livello del sistema Paese un’efficiente struttura, analoga a quella di una grande azienda; sarà quindi capace di capire e valutare i meccanismi produttivi ed elaborare scelte e strategie economiche di riferimento globale.

Ricordiamo che i membri del Parlamento, selezionati dalle elezioni, fino a quando hanno prevalentemente gestito i diritti erano uomini di livello, impegnati nel loro compito e in meno di 30 anni hanno saputo creare la Costituzione e una legislazione socialmente avanzata. L’imbarbarimento è nato quando il coinvolgimento nella gestione economica, diventata prioritaria, si è svolto in assenza di regole controllo, permettendo il “liberi tutti” che ha fatto è cadere qualsiasi attenzione all’interesse collettivo. 

Il IV Potere si ripromette di creare un meccanismo democratico ed efficiente di controllo della produzione, dotandolo degli strumenti per sviluppare la conoscenza dei suoi membri, selezionare i migliori e creare un tutto organico e interdipendente di conoscenza e potere che, analogo a una grande azienda, può esprimere strategie produttive e sviluppare una conoscenza diffusa che coinvolge l’intera piramide. La conoscenza diffusa è il presupposto della democrazia e permette il superamento della disfunzione odierna. Questo potrebbe essere il suo principale risultato.

L’inefficienza produttiva diffusa ha accentuato oggi la mancanza di conoscenza perché una parte predominante della popolazione, pari al 70% del totale, per la generale parcellizzazione e la mancanza di controllo sui risultati, esegue un lavoro privo di ottimizzazione produttiva; subisce quindi una “non conoscenza” che mina alla base la democrazia e fa degenerare qualsiasi dibattito, rendendo impossibile la partecipazione della collettività a un meccanismo produttivo complesso.

Tutti i cambiamenti radicali hanno comunque scontato un gap culturale rispetto alle nuove conoscenze necessarie: è successo con la rivoluzione francese e nuovamente nel ‘900 con il suffragio universale; avverrà analogamente per i IV potere. Quando però il suffragio universale ha permesso l’evoluzione democratica, e la collettività inserita nell’evoluzione virtuosa ha acquisto conoscenze e responsabilità necessarie. L’attuale inadeguatezza collettiva è prodotta del vuoto organizzativo e non da carenze della popolazione; verrà superata dalla conoscenza insita nella partecipazione al nuovo strumento democratico.

Il IV potere grazie a questo inserimento/partecipazione, dovrebbe permettere un salto qualitativo della conoscenza totale che forse oggi facciamo ancora fatica ad identificare. Per valutare il salto possibile è corretto esaminare l’analogo processo che si realizza all’interno di una efficiente struttura produttiva. L’azienda per adeguarsi al nuovo livello tecnologico dove quasi tutti i punti operativi sono decisionali (posti guida) ha potenziato l’interdipendenza dei vari soggetti coinvolti e la selezione degli uomini e delle prassi operative.

Il risultato è stato la costruzione di una struttura coesa la cui conoscenza globale va ben oltre la somma della conoscenza dei singoli soggetti coinvolti, imprenditori, manager, tecnici, operatori vari e diventa un punto a sé stante che rappresenta il principale valore dell’azienda. È l’organizzazione aziendale che determina il livello di conoscenza raggiunto; l’imprenditore, il manager, il tecnico non conoscerebbero nulla senza questo inserimento operativo.

Forse, con un po’ di utopia ma non troppo, possiamo ipotizzare che l’organizzazione del IV potere dovrebbe poter raggiungere condizioni analoghe e creare un’organizzazione unitaria che coinvolga il sistema Paese, utilizzi le conoscenze di tutti e selezioni gli uomini e i progetti migliori. Potrebbe diventare “l’Azienda Italia”, punto più avanzato di conoscenza.    

Il discorso oltre al forte contenuto culturale ha anche una decisa importanza economica; l’evoluzione tecnologica richiede nel ciclo produttivo sempre maggiore conoscenza/intelligenza e ne accentua l’interdipendenza reciproca. Si consolida così il vantaggio democratico, perché l’intelligenza nasce dalla libertà poco compatibile con le dittature.   

Necessità del IV Potere e reddito di cittadinanza- Per valutare le necessità del IV potere confrontiamole con quelle che ha l’utente della domanda individuale, per effettuare l’acquisto, cioè esercitare il suo potere democratico di imposizione e controllo. Esso deve conoscere il costo del singolo prodotto richiesto e le risorse disponibili (reddito); la disponibilità di questi due elementi, è propedeutica ad effettuare una scelta reale che non sia un semplice mi piace privo di contenuto economico. Le stesse condizioni si devono poter ricreare per la domanda collettiva dal IV potere, cioè conoscere risorse disponibili e costi delle varie alternative. Vediamo singolarmente i due punti.

Costo del bene – Una buona organizzazione della domanda può risolvere con facilità il problema relativo a costi e tempi necessari a soddisfare le proprie necessità; la situazione è analoga a quella di un’azienda che, se ben organizzata, può stabilire, con accettabile approssimazione, qualità, tempi e costi, per l’acquisto di beni e servizi anche complessi come la costruzione di una nave. La mano pubblica subisce normalmente tempi e costi decuplicati per qualsiasi appalto effettuato, ma non è casuale ed anzi evidenzia la pesante disfunzione, conseguenza inevitabile della mancanza di controllo reale da parte della collettività-utente.

Risorse disponibili – Più complesso è stabilire di quali risorse possono disporre i gestori della domanda collettiva all’interno del IV potere. Una prima ipotesi potrebbe prevedere di prelevare una parte del gettito fiscale, ma richiederebbe complicati meccanismi di calcolo che farebbero la gioia della dittatura diffusa dei burocrati e toglierebbero qualsiasi certezza. Potremmo invece trattenere in loco una quota delle tasse della zona mettendole a di disposizione dei gestori della domanda collettiva; un po’ meglio ma complesso e discriminatorio fra zone ricche e povere.

La carica di novità della soluzione richiede un analogo salto di qualità nella logica organizzativa, per garantire semplicità e maggiore contenuto democratico; si potrebbe quindi utilizzare il reddito di cittadinanza, visto anch’esso però da un’angolazione innovativa. Non deve essere un sussidio alla povertà perché diventa fonte di truffa e lavoro per i burocrati, ma un reddito a cui tutti i cittadini hanno diritto.

Contrariamente all’apparenza non implicherebbe un aumento di spesa perché, con un sistema fiscale decente, punto irrinunciabile, sarebbe a carico della collettività solo quello relativo ai soggetti in difficoltà economica, mentre per gli altri sarebbe una semplice partita di giro che esce ed entra pagando le tasse. La semplificazione sarebbe immensa, per questo non piace a furbetti e burocrati.

Potrebbe inoltre sostituire una buona parte della giungla assistenziale esistente, tanto cara ai burocrati; darebbe anche una vera garanzia economica – l’eliminazione della povertà – necessaria perché la nostra cultura non tollera giustamente che qualcuno muoia di fame o viva in un’inaccettabile indigenza; le garanzie sociali sono quindi necessarie ed è certo più economico realizzarle in una visione unica e generale, invece di sbriciolarle in mille casi specifici da gestire singolarmente.

Esse non sono solo dettate da istanze morali ma anche da necessità economiche perché, come ci insegnava Galbraith più di mezzo secolo fa, costa meno assistere gli esclusi che reprimere i disperati che non hanno nulla da perdere. Infine il salto qualitativo ipotizzato dovrebbe permettere un tale aumento delle risorse da rendere possibili situazioni oggi inimmaginabili, dove la copertura dei costi non sarà più il problema fondamentale.

È così possibile alimentare il territorio con una fonte di risorse rigidamente paritaria e fortemente democratica che strada facendo può crescere per aumentare le coperture sociali. Parliamo infatti di una funzione economica inserita funzionalmente nella logica produttiva e gestita su base democratica, grazie a una reale partecipazione della collettività, che può scegliere cosa vuole ed ha la competenza per farlo. Sarebbero così soddisfate tutte le condizioni dell’acquisto e potrebbe finalmente finire per la gestione economica pubblica la delega in bianco costituita dalle elezioni; potrebbe realizzarsi un incredibile crescita di libertà, risorse, conoscenza collettiva ed equità distributiva.

Livello democratico del IV potere. Finora abbiamo esaminato gli aspetti tecnici del nuovo strumento istituzionale, le difficoltà e i possibili vantaggi economici raggiungibili; l’istituzione del IV potere supera però questa dimensione tecnica e diventa uno strumento determinante per raggiunge il più alto livello democratico necessario e tagliare il cordone ombelicale che ancora ci vincola alla logica della “democrazia” borghese.

La “democrazia borghese” è nata per superare lo stato feudale e garantire i privilegi della borghesia, nuova classe meritocratica, che utilizzava il mercato come principale strumento economico; grazie ad esso era possibile selezionare sia la produzione sulla base di efficienza, innovazione e solidità accumulata, sia la distribuzione assegnando le risorse in base ai redditi di cui ciascuno disponeva. È uno strumento rigidamente meritocratico, consono alla logica borghese, che premia una minoranza titolare di potere e conoscenza mentre trascura gli esclusi e l’equità distributiva.

Nel tempo si è mitigata questa rigida selezione; inizialmente concentrando l’attenzione sull’aspetto remunerativo, cioè sottrarre la forza lavoro alla logica del mercato, fissando la sua remunerazione con contratti di lavoro concordati ed obbligatori; era un primo passo obbligato e rappresentava l’obbiettivo più facile da raggiungere. Solo successivamente si è affrontato l’aspetto distributivo cercando di sottrarre al mercato, per vincoli sociali, alcuni prodotti considerati irrinunciabili quale sanità, istruzione e alcuni altri. Obbiettivo corretto, ma scarsamente raggiunto per la mancanza, nell’attuale struttura istituzionale, degli strumenti di gestione. Legittimi e meritevoli i tentativi migliorativi, ma non è possibile per questa strada, rompere la logica meritocratica e modificare la situazione generale.

Il IV potere dovrebbe poter superare questi condizionamenti, sottraendo, nel settore distributivo, alla logica meritocratica del mercato una fetta crescente dei prodotti offerti al singolo membro della collettività-utente. Questa fetta è stata oggi stimata nel 70% dell’intera produzione ma potrebbe ancora crescere perché diventerebbe possibile soddisfare tutte le necessità oggi non espresse per la mancanza degli strumenti necessari al manifestarsi della domanda.

La parte principale dei prodotti che determinano il nostro benessere non sarebbe quindi più determinata dal mercato meritocratico, ma dal IV potere nuovo strumento gestito democraticamente. Limitare la spinta meritocratica del mercato nel meccanismo produttivo sarebbe complesso, limiterebbe l’ottimizzazione produttiva e potrebbe produrre contro indicazioni anche sociali; farlo nel settore distributivo ha meno difficoltà ed è più facile che venga premiata la base della piramide sociale perché maggioritaria 

Il passaggio dalla società feudale a quella borghese è stato caratterizzato dalla riduzione dell’agricoltura, nucleo della società feudale, da quasi il 90% della produzione a meno del 20% (in Usa 3%). Analogamente il passaggio dalla società borghese alla nuova società, che ancora non sappiamo come chiamare, potrebbe realizzarsi facendo passare, nella distribuzione delle risorse, il peso del mercato meritocratico da un 80% a un 30% forse 20% del totale.

Il passaggio, in una visione un po’ utopistica, potrebbe essere ancora più dirompente. Infatti da quando i Greci, circa 2.500 anni fa, hanno messo l’uomo al centro della nostra società ed hanno iniziato la costruzione della civiltà occidentale, la storia è stata caratterizzata da due forze contrapposte in continuo conflitto. Da una parte l’istanza morale che chiedeva la valorizzazione dell’uomo, il riconoscimento dei diritti, l’equità distributiva e la democrazia, dall’altro il potere economico che faceva prevalere la forza con il predominio dei forti sui deboli. L’indiscusso vantaggio dell’utilizzo della forza ha reso quasi sempre vincente la seconda istanza, pur meno nobile.

L’ottimismo della volontà permette oggi di ipotizzare meno utopistica l’inversione di tendenza; se l’elemento portante della capacità produttiva e quindi della forza, sarà l’intelligenza diffusa, frutto della libertà, diventerebbe vincente la valorizzazione dell’uomo, il suo sviluppo, la conoscenza, i diritti, l’equità. Tutti elementi che sono incompatibili con l’imposizione del potere dall’alto delle dittature; dovrebbero quindi prevalere le democrazie e modificarsi i rapporti fra uomini e popoli.

Possibile futuro impianto istituzionale. L’ipotesi che segue si basa necessariamente sulla libera fantasia creativa, ma può facilitare la comprensione di un possibile assetto futuro del sistema economico/sociale. Possiamo immaginare:

  • il Parlamento stabilisce i diritti sia civili che economici dei membri della collettività: lo scopo per cui è stato pensato.
  • il Governo, come braccio operativo, è incaricato di farli rispettare; fondamentalmente quindi rispetto della legge, e gestione della forza cioè ordine pubblico e difesa (spero non guerra); anche questa è la funzione che ha sempre assolto e per cui era stato pensato.
  • IV Potere, gestisce la domanda collettiva per elaborare la strategia del sistema Paese, garantendo il controllo della collettività/utente su tutte le attività a domanda collettiva, attualmente non controllabili dal mercato.
  • La Magistratura dirime le controversie fra tutte le parti in causa e i diversi poteri, subendo però un controllo sui risultati da adeguare alla nuova logica
  • L’attività produttiva sarà privata con regole e vigilanza pubblica e un rigido controllo dei risultati effettuato dal mercato. Come il soggetto della domanda individuale attualmente è libero di prodursi i beni che gli interessano, così analoga libertà avranno i responsabili della domanda collettiva.

Potrà funzionare? Difficile dirlo a priori, sembrerebbe di sì, anche se dovrà essere messo a punto strada facendo, utilizzando l’esperienza e gli errori fatti. Possono comunque tranquillizzarci due elementi: primo – nessuno finora ha identificato una diversa soluzione potenzialmente migliore, direi anzi che il problema è stato in parte ignorato; secondo – una situazione peggiore dell’attuale è difficile da immaginare per cui qualsiasi piccolo miglioramento sarebbe comunque un successo; centrare l’obbiettivo significherebbe ottenere un miglioramento finora inimmaginabile. Vale la pena di provare!

Strategia realizzativa e conclusioni provvisorie. Non pensiamo di aver trovato la formula magica che apre un futuro radioso, oggi inimmaginabile, perché la realtà è sempre più complessa e condizionata da variabili non considerate che modificano la situazione, imponendo continui adeguamenti. Siamo però sicuri che abbiamo incominciato a muoverci nell’unica direzione possibile per andare oltre ai discorsi correnti che si focalizzano sui comportamenti di funzionari e politici mentre la loro inadeguatezza è conseguenza non causa della crisi. La strada quindi è obbligata e l’urgenza è forte perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve potrà essere in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia, dell’equilibrio geopolitico e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà.

Il peggiorare della situazione odierna con sempre nuove guerre che ci riguardano più direttamente quali Ucraina ed Israele, confermano quanto da troppo tempo andiamo ripetendo. Il momento storico ricorda gli analoghi anni ’20 del ‘900 ed è necessario impedire che la situazione nuovamente degeneri con dittature e guerra. Le dittature e la guerra del ‘900 sono costate lacrime e sangue, però alla lunga l’equilibrio è stato ritrovato. L’attuale potenza delle armi non fa sperare che possa esistere un “dopo” al conflitto. Einstein diceva: ”non  so con quali armi si combatterà la prossima guerra mondiale, ma so che quella successiva userà la clava”.

Si impone quindi una “discontinuità radicale”, che non possiamo chiamare rivoluzione perché non siamo in presenza della maggioranza che abbatte gli inaccettabili privilegi di una minoranza, ma al contrario della necessità di rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di ingiustificati privilegi, singolarmente piccoli ma tali da impedire alla struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo, rompendo l’equilibrio generale.

Si blocca infatti la catena virtuosa dell’ottimizzazione produttiva e si impedisce la crescita di risorse, sviluppo, uguaglianza e benessere diffuso. Si riduce il tenore di vita dell’intera collettività, compreso degli stessi privilegiati, perché nella veste di utenti subiscono danni maggiori dei privilegi ottenuti. Il cambiamento quindi potrebbe convenire a tutti, essere indolore e verificarsi nel punto in cui la crisi è più penalizzante; forse in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica.

Queste cose le ho ripetute troppe volte, anche se ogni volta ho cercato di fare un passo avanti per meglio evidenziare gli spazi del mondo possibile e i vincoli odierni; non so per quanto potremo ancora ripeter le stesse cose perché siamo arrivati a un bivio che impone un diverso passo. Le pessimistiche previsioni fatte in questi anni si sono in buona parte confermate e la realtà purtroppo è stata peggiore del previsto. Non posseggo certo la verità ma sono convinto che lo studio che porto avanti da più di 10 anni è arrivato a un livello sufficiente per capire se la strada imboccata sia attendibile e possa portare a delle reali soluzioni.

Diventa quindi urgente iniziare un dibattito che coinvolga più soggetti e possa approfondire, mettere a punto l’argomento e renderlo conosciuto e divulgabile. Sappiamo che sono le necessità della collettività che determinano i cambiamenti nella realtà politico/sociale, non le elaborazioni teoriche; però queste possono servire, e sono necessarie, per indicare alle forze evolutive una direzione possibile, idonea a raggiungere l’obbiettivo. È stata la rivoluzione francese che ha travolto il potere feudale, però la tripartizione dei poteri dell’Illuminismo francese ha fornito la logica per costruire lo strumento tecnico necessario alla crescita ed al consolidamento della vincente società borghese; senza di quello sarebbe stata una delle tante rivoluzioni mancate.

Oggi la crisi sempre più forte compromette gli equilibri internazionali, sociali, economici, culturali premia qualsiasi istanza di cambiamento, alimentando i movimenti contestativi sia in Italia che negli altri Paesi. Basta pensare in Francia a Macron e ai Gilet jaunes, in Italia ai 5 Stelle, i vari populisti, le Sardine ed altri. Tutti i movimenti hanno un grande successo iniziale ma si rilevano ben presto fuochi di paglia perché si limitano a ipotizzare uomini virtuosi che sostituiscano gli attuali responsabili; manca qualsiasi ipotesi di gestione alternativa della struttura pubblica. Inevitabilmente si evidenzia che la sostituzione degli uomini nulla cambia, anzi spesso la situazione peggiora e la prassi risulta più irresponsabile di quella dei predecessori; si conferma così che l’inadeguatezza dei soggetti rappresenta solo il modo di manifestarsi della crisi.

Dotare questa continua protesta di un’analisi strutturale, come quella che può uscire da un serio dibattito, evidenziare i meccanismi condizionanti che bloccano l’impianto istituzionale e le modifiche possibili, potrebbe trasformare un fuoco di paglia in un incendio che travolge il presente ed apre al futuro. Certamente non facile né breve, però forse possibile e, come diceva Mao, anche la lunga marcia inizia con un piccolo passo.

Come abbiamo detto Genova potrebbe essere il punto dove inizia l’incendio, perché è una città arretrata delle città avanzate dell’Italia, democrazia arretrata, per cui con una diversa struttura pubblica potrebbe fare un incredibile passo avanti in grado di renderla a livello europeo una delle più belle e vivibili città dotata di uno dei principali porti. Il cambiamento potrebbe essere innescato da un gruppo spontaneo di giovani (ipotizziamo le Acciughe per distinguerle dalle Sardine) che porta avanti, anche con l’aiuto dell’Università, uno studio alternativo dello sviluppo della città, con previsione di raggiungere in tempi brevi gli obbiettivi dichiarati. Sarebbe difficile contestarlo e potrebbe svolgere una funzione dirompente confermando quanto sostenuto ed evidenziando le grandi possibilità del cambiamento.

Mi rivolgo quindi a chi considera che quanto scritto contenga qualcosa d’interessante e non vuole aspettare, come lo struzzo, che il peggio succeda, e gli chiedo di fare un passo avanti. Con l’e-mail, in parte già conosciuta (bruno.musso@grendi.it) è facile un contatto circolare (potenza dell’elettronica!), che permetta di vedere se esistono le condizioni di questi primi passi, magari solo (non è poco) del progetto genovese. Nessuno si aspetti successi immediati, l’obbiettivo è immenso perché riguarda il mondo che deve evitare il disastro annunciato; la posta in gioco giustifica però l’oggettivo rischio di insuccesso.

Io sono a disposizione di tutti e, data la mia veneranda età, fino a quando le sinapsi si collegheranno posso continuare a fornire il mio supporto logico, ma per la parte organizzativa servono dei volontari; magari giovani che in un domani, lontano o vicino non so, potrebbero diventare responsabili di una qualche nuova struttura pubblica finalmente funzionante. Non appartengo all’attuale mondo politico e quindi non faccio promesse, né fornisco garanzie di successo, dico solo: “vale la spesa di andarci a vedere”. Aspetto di vedere chi si fa avanti per capire se siamo in grado di fare il fatidico “primo piccolo passo”

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