Il ritorno dell’inflazione abbinata alla recessione domina i dibattiti degli economisti, ma è difficile trovare una soluzione perché, come per la crisi del ’29, il problema non è economico ma politico e le soluzioni economiche sono impotenti. Ripensare al ’29 può aiutare a capire il presente.
La forte crescita di capacità produttiva iniziata nell’Ottocento, dopo la prima guerra mondiale e la successiva ricostruzione, era bloccata dalla mancanza di un adeguata domanda globale perché il proletariato, più del 90% della popolazione, era privo di diritti e quindi di potere d’acquisto; veniva così a mancare più del 70% di domanda globale rendendo impossibile qualsiasi equilibrio economico.
Keynes nel ’28 aveva previsto un possibile aumento del Pil del 400%, ma dimenticava, da buon economista, che questo richiedeva un forte aumento della domanda globale, possibile solo con un parallelo aumento del reddito del proletariato (salari), che era contrario agli interessi della borghesia al potere. Ha prevalso invece riduzione salariale, dittatura e guerra; solo nel dopoguerra la lotta di classe nei paesi democratici ha permesso una dignitosa uguaglianza di diritti, aumentando salari e domanda globale, che permetteva un aumento di Pil, benessere e di libertà di ben 10 volte (1.000%).
Oggi con maggiore violenza la situazione si ripete; il villaggio globale ha inserito più avanzato tutto il mondo in un unico processo produttivo, però circa l’80% della popolazione non ha diritti né potere d’acquisto. Anche nelle democrazie avanzate che rappresentano il residuo 20%, la domanda globale si esprime attraverso il mercato solo con riferimento alla domanda individuale dei singoli individui verso singoli produttori (frigorifero, televisori, automobili, ecc.); non ha invece strumenti per manifestarsi la domanda collettiva relativa a necessità collettive quali infrastrutture, sicurezza fisica e sociale, giustizia, aria pulita, città vivibili, equilibrio ecologico, ecc.
Le necessità collettive sono diventate la parte strategica e prevalente delle nostre necessità (intorno al 70% del totale), ma rimangono inespresse perché non dispongono di un meccanismo, quale il mercato, idoneo ad imporle e trasformarle in domanda globale. Viene così a mancare ben più del 70% di domanda globale, impedendo qualsiasi equilibrio economico. USA e Cee hanno pompato per anni immense liquidità finanziarie per contrastare il fenomeno, ma i risultati sono stati scarsi perché incidevano solo sul 30% di produzione gestita dal mercato.
L’intervento ha invece scatenato l’inflazione alimentata anche dalle strozzature produttive dovute all’inefficienza pubblica; inutile cercare la salvezza nelle logiche keynesiane, perché non possono operare nella parte portante dell’economia e sono inoltre utilizzabili solo per una regolazione millimetrica che difficilmente supera l’1% del Pil (anche il Pnrr rappresenta solo il 2,5% del Pil).
Il problema economico richiede quindi che siano risolti preventivamente i condizionanti problemi politici. La crisi del ’29 è stata superata da Hitler che ha imposto uno spaventoso sforzo bellico; l’invasione dell’Ucraina ha fortunatamente dimostrato che la Russia di Putin non ha l’efficienza distruttiva della Germania di Hitler e questo (salvo la Cina) dovrebbe garantirci il non ripetersi della situazione del ‘900.
La conoscenza del passato aiuta a prevedere il futuro, ma vi è sempre una variabile nuova che impedisce la sua ripetizione uguale; non facile valutare quale elemento romperà questo impossibile equilibrio: forse l’islam, o i migranti, le carestie, le pestilenze, la follia di un dittatore. La rottura dell’equilibrio però, per la nuova tecnologia e capacità distruttiva, sarà inevitabilmente ben più drammatica che in passato.
Il salto tecnologico dell’ultimo mezzo secolo ci pone così davanti a un drammatico bivio: da una parte una distruzione forse totale, dall’altra un livello di benessere e libertà diffusi che non siamo neppure in grado di immaginare. Per avere una ragionevole speranza che prevalga la seconda ipotesi è necessario identificare un più avanzato meccanismo istituzionale rispetto all’attuale concepito dalla borghesia quasi 3 secoli fa in un’economia prevalentemente agricola. Non sembra impossibile ma nessuno appare interessato ad affrontare il problema.