BRUNO MUSSO Genova 28.2.22
Da troppo tempo denuncio la crisi delle democrazie che lasciano spazio crescente alle dittature. Avevo previsto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e di Tiwan da parte della Cina; la prima è già drammaticamente in corso la seconda temo seguirà a breve.
Non avevo però previsto la reale impotenza delle nostre democrazie; promesse, parole, parole, ma quelle di chi assiste, condanna e non fa nulla. Eppure i grandi eserciti moderni quale quello schierato da Putin sono fortissimi per una battaglia campale, ma fragilissimi di fronte alla guerriglia.
In Ucraina era possibile aiutare la guerriglia; non bastano però le bombe Molotov di costruzione casalinga, ma servono specifiche armi quali lo Stinger contro aerei a bassa quota o i missili anti carro. Sono armi leggere, simili a un fucile, trasportabili a spalla.
Avrebbero potuto contrastare efficacemente l’avanzata delle truppe corazzate e gli sciami di elicotteri che attaccano a bassa quota; ma solo ora l’Italia decide di fornire 1.000 anticarro e 500 Stinger capaci forse di modificare la situazione sul campo.
Tra tempi decisionali, burocratici e logistici rischiano però di arrivare troppo tardi per essere utilizzati e Putin può raggiungere il proprio obbiettivo seguendo la logica utilizzata da Hitler un secolo fa.
Ho postato ieri sul blog altre 34 pagine, che vi allego per facilità di lettura, dove, sintetizzando qualcosa di già detto, valuto ulteriori punti e utilizzo Genova e il porto per valutare la logica e la dimensione della crisi in corso.
Non mi stancherò mai di ripetere che il tempo stringe e il problema dell’inadeguatezza del nostro impianto istituzionale è la causa principale della drammatica crisi che ci coinvolge; finora nessuno però vuole affrontare il problema.
OLTRE LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA
Il presente scritto sintetizza, limitatamente al meccanismo democratico, quanto più ampiamente espresso nel mio libro on-line del 16.11.21 a cui può attingere chi desidera maggiori informazioni
Premesse. Si incomincia a capire che oggi la democrazia non è più vincente e non riesce a contrastare le dittature, perché incapace di garantire come in passato il maggior livello sociale/culturale che l’ha resa vincente nella seconda metà del ‘900. Soprattutto le nostre società democratiche sono riuscite solo parzialmente a trasformare in benessere collettivo il forte aumento di potenzialità produttiva della rivoluzione elettronica.
Nella seconda metà del ‘900 infatti, l’affermarsi della democrazia è stata causa e conseguenza dell’immenso aumento di reddito, diritti, libertà ed equità distributiva che l’evoluzione tecnologica legata alla rivoluzione industriale ha reso possibile e necessario. Un fenomeno analogo, forse ancora più accentuato, avrebbe dovuto produrre la rivoluzione elettronica degli ultimi 50 anni, rendendo possibile un nuovo aumento benessere e giustizia sociale come si è realizzato fra inizio e fine ‘900.
Nulla di tutto ciò è avvenuto, anzi redditi e diritti si sono parzialmente ridotti mentre sono cresciute le diseguaglianze dimostrando che l’attuale impianto istituzionale non riusciva ad assolvere ai nuovi problemi posti dall’evoluzione economico/sociale ed era necessario un suo ripensamento radicale. Quest’analisi critica stenta però ad affermarsi e si preferisce pensare o illudersi che sia sufficiente sostituire gli attuali politici con soggetti più adatti: Biden al posto di Trump, Draghi invece di Salvini. Certamente uomini migliori possono migliorare la situazione ma oltre a rimanere fatti sporadici, non possono rappresentare un salto qualitativo perché l’inefficienza è insita nel meccanismo istituzionale e l’incapacità dei politici è conseguenza e non causa della crisi, quindi non superabile fino a quando non cambieremo il meccanismo perverso di incentivazione e selezione.
Negazionismo. Una posizione analoga si manifesta spesso in presenza delle grandi crisi economico/sociali quali ad esempio il riscaldamento globale; anche in questo caso per anni si è parlato di una normale oscillazione climatica, cercando di nascondere il drammatico cambiamento. Solo di recente, dopo una crescente presa di coscienza collettiva, si è superato la fase del negazionismo, incominciando a quantificare il fenomeno, identificarne le cause e cercare possibili soluzioni. Sono quattro fasi evolutive e si possono affrontare solo in sequenza perché ciascuna deve necessariamente seguire la precedente.
Lo studio del nostro impianto democratico/istituzionale non ha purtroppo superato la fase iniziale del negazionismo che nasconde la drammaticità della situazione, le sue cause e le possibili soluzioni; il non voler vedere impedisce di valutare la dimensione del rischio e le conseguenze del non affrontare il problema. Per superare lo stallo è necessario esaminare, meccanismi, possibilità e limiti della struttura attuale.
Meccanismo democratico. Partiamo esaminando gli strumenti che possono garantire la dimensione democratica, perché la dichiarazione di principio è necessaria ma non sufficiente a evitare i troppi crimini legittimati in nome del popolo. La collettività deve infatti disporre degli strumenti necessari ad esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che siano soddisfatte al meglio; deve inoltre disporre della conoscenza necessaria ad esercitare il potere.
Il problema è ulteriormente complicato perché il portatore di necessità da soddisfare della collettività/utente, è un soggetto singolo non organizzato, mentre le strutture che devono soddisfarle sono organizzazioni ampie, complesse e strutturate che tendono a privilegiare le necessità proprie e non quelle della collettività/utente; basta che manchi una sola delle caratteristiche viste, perché il potere della collettività non sia più reale ma semplice copertura demagogica di una situazione intollerabile.
È quello che è successo alle rivoluzioni comuniste dove la proprietà pubblica dei mezzi di produzione che sostituiva “l’odiato padrone” (che nell’Ottocento aveva tutte le caratteristiche per guadagnarsi questo titolo) sembrava giustamente garantire il massimo di uguaglianza sociale. Veniva invece garantito a ciascun membro della collettività un potere bellissimo ma solo formale perché privo degli strumenti necessari ad esercitarlo; è quindi rimasto una semplice dichiarazione di principio solo formale mentre il potere reale faceva capo ai gestori della produzione che, privi di controllo, potevano agire in un totale arbitrio. Per più di un secolo questo equivoco, alimentato anche dall’appellativo di compagno, ha condizionato l’evoluzione politica.
La nostra organizzazione economico/sociale, pur lasciando prevalentemente ai privati la gestione economica, permette alla collettività di scegliere e nominare la struttura pubblica attraverso libere elezioni periodiche, che dovrebbero garantire il massimo di diritti e libertà dei votanti. Così è stato; nell’Ottocento in Italia (situazioni analoghe in Europa) votavano solo i borghesi ed erano gli unici tutelati; nella seconda metà del ‘900 però, quando il suffragio universale è diventato reale, il diritto è stato esteso all’intera collettività, rendendo omogeneo e diffuso il livello di diritti e libertà, che sono cresciuti fino agli anni ‘90.
È stato il periodo delle democrazie vincenti che sostituivano progressivamente le dittature affermandosi come modello di riferimento virtuoso ed è rimasto fino agli anni ’90, quando l’evoluzione ha cambiato di segno. Per identificare le cause del fenomeno dobbiamo capire quali poteri reali le elezioni garantiscono alla collettività e quale funzione invece non possono svolgere. Vediamo quindi le loro caratteristiche e la logica storica che le ha legittimate: come prima caratteristica vediamo che si tratta di un rapporto periodico diretto base/vertice in cui ciascuno partecipa direttamente, senza passaggi intermedi, a nominare i vertici della struttura pubblica.
Sono state pensate dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 che si poneva l’obbiettivo, attraverso la tripartizione dei poteri, di garantire la libertà dei votanti e costruire un potere pubblico legittimato dal basso quale alternativa al potere feudale legittimato dall’alto; sono stati brillantemente raggiunti entrambi gli obbietti. Il meccanismo delle elezioni è infatti idoneo a garantire libertà e diritti dei votanti, sia perché ciascuno conosce i diritti che rivendica sia perché è un settore gestito direttamente dai vertici politici, che riguarda l’intera collettività e si evolve lentamente al cambiare della situazione economico/sociale e della conseguente evoluzione culturale. Hanno egregiamente svolto questo compito, garantendo la libertà e i diritti che sono il grande privilegio di cui disponiamo, invidiato da chi non ne dispone. Onore al merito, non buttiamo via il bambino insieme all’acqua sporca; oggi però non basta più ed è necessario che la struttura pubblica disponga degli strumenti necessari a svolgere i nuovi compiti che l’evoluzione tecnologica le impone.
Nell’elaborazione iniziale infatti, nata quasi 3 secoli fa in un paese prevalentemente agricolo, non era stato previsto che la struttura pubblica gestisse né la produzione considerata di competenza dalla borghesia ed effettuata attraverso il capitalismo; né l’equità distributiva inutile alla borghesia minoranza benestante e necessaria solo al proletariato senza diritti. Mancano quindi gli strumenti per svolgere queste due funzioni e così il meccanismo democratico è entrato in crisi verso la fine del ‘900, sia perché, ottenuto il suffragio universale grazie alla lotta di classe, si è raggiunto un accettabile livello di uguaglianza di diritti che richiedevano paralleli diritti economici; sia perché la gestione del territorio, diventata attività prevalente e strategica imponeva una maggiore partecipazione della mano pubblica.
Nuove necessità. Le libere elezioni erano quindi un obbiettivo necessario ma non sufficienti per fornire alla mano pubblica gli strumenti necessari a trasformare i diritti acquisiti in diritti economici, né una maggiore partecipazione alla gestione del territorio. Si entra infatti nel complesso campo dei meccanismi economici e diventa necessario disporre degli strumenti idonei a porre la struttura produttiva al servizio della collettività/utente e rispettare il vincolo democratico per cui il singolo utente deve poter esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che siano soddisfatte al meglio.
La collettività/utente deve quindi disporre sia di uno strumento di collegamento/controllo della struttura produttiva, sia della conoscenza necessaria a valutare le proprie necessità e la compatibilità con quelle generali. Solo così la scelta diventa reale (non un semplice mi piace), mentre il prevalere della maggioranza garantisce l’equità distributiva.
Fissate le premesse vediamo che l’obbiettivo di una società democratica consiste nello sviluppare il benessere diffuso e richiede quindi di massimizzare la produzione (la dimensione della torta) e l’equità distributiva (criterio di ripartizione delle fette). Questi due momenti del processo produttivo seguono logiche opposte: il primo, la produzione gestita principalmente dal capitalismo, meritocratico e selettivo, il secondo, la distribuzione, di competenza della mano pubblica, egualitario ed inclusivo.
Se confondiamo, come spesso facciamo per condizionamenti storici, i due momenti compromettiamo sia la produzione che l’equità distributiva; se la torta è piccola c’è poco da dividere, se le fette le fa il produttore agli altri avranno solo le briciole. La sanità di un paese democratico dovrebbe rappresentare un esempio emblematico di integrazione di queste logiche contrapposte: massima efficienza produttiva con il migliore personale, tecnologie e macchinario, totale equità distributiva con il servizio offerto a tutti gratuitamente.
La sanità può sembrare un caso limite, ma analoga è la situazione della scuola e di tanti altri servizi di competenza della mano pubblica quali equilibrio urbanistico, trasporti, garanzia di lavoro, sicurezza fisica e sociale, equilibrio ecologico, parchi, altri spazi ricreativi, ecc.; sempre di più il reale tenore di vita non è determinato, come nel passato, dal salario aziendale ma dalle attività che fanno capo alla mano pubblica.
Precisiamo subito che tutto è capacità produttiva, non solo la fabbrica, ma qualsiasi attività determinante per la vita degli uomini; tale è quindi l’aria pulita che richiede di non inquinare con tutti i vincoli noti, la libertà di movimento conseguenza di un adeguamento infrastrutturale, la dignità e libertà dal bisogno, ecc. Sono tutti obbiettivi che richiedono un’adeguata capacità produttiva e gli strumenti idonei per raggiungere il risultato, gestendo la complessità dell’economica nella quale la realtà risulta spesso l’opposto di quello che appare.
Meccanismo capitalistico. Per entrare nella complessità produttiva partiamo dal capitalismo che è il principale, per non dire l’unico, meccanismo produttivo di cui disponiamo ed esaminiamo l’acquisto che ne costituisce il nucleo produttivo e la sua forza dirompente. Con l’acquisto di un qualsiasi bene o servizio, quale una lavatrice, il singolo utente non si limita ad esprimere un generico desiderio, mi piace, ma compie un atto, giuridicamente regolato, con il quale esprime la sua necessità, la impone al produttore e controlla che venga soddisfatta al meglio.
L’utente però, affinché questo meccanismo complesso possa operare, deve conoscere le proprie disponibilità (il reddito), nonché costo e caratteristiche dei vari prodotti che potrebbe acquistare alternativamente. Il produttore deve anticipare e non seguire le necessità dell’utente, perché queste possono manifestarsi solo dopo che il prodotto è stato realizzato e sono note le sue caratteristiche. Il produttore deve quindi avere piena libertà operativa, salvo i vincoli comportamentali imposti dalla struttura pubblica, perché la discrezionalità è il nucleo dell’attività e la produzione deriva dalla casualità e dalla fantasia creativa. Il produttore deve rispondere però del risultato ottenuto e questo si ottiene perché l’utente non si limita a comprare un prodotto ma sceglie, e quindi premia, il produttore che secondo lui ha ottimizzato la produzione ed ha meglio soddisfatto le sue necessità.
Il produttore quindi, lavorando per massimizzare il profitto personale, persegue anche l’interesse collettivo dell’ottimizzazione produttiva che è uno dei principali interessi della collettività ed ha permesso il passaggio dal medio evo la società moderna. L’ottimizzazione produttiva si misura però, non secondo l’attuale logica quantitativa della crescita del Pil, ma comprende principalmente l’aspetto qualitativo già visto, che l’acquisto può garantire con specifici vincoli e condizioni.
Ottimizzazione produttiva: produce due fondamentali conseguenze. La prima è la crescita delle risorse disponibili, condizione non sufficiente ma necessaria per qualsiasi programma di equità distributiva. Se facciamo riferimento, come dobbiamo fare, non solo ai paesi avanzati, ma anche al terzo mondo, oggi per la prima volta è possibile, grazie alla tecnologia, raggiungere un dignitoso livello di vita, senza rompere l’equilibrio ecologico, ma richiede uno sforzo produttivo immenso. Dimentichiamo quindi le follie della decrescita felice che non solo è fortemente reazionaria, perché implica mantenere l’inaccettabile situazione attuale, ma è anche infelice e tecnicamente impossibile perché farebbe esplodere la disoccupazione (come è successo nell’Ottocento e negli ultimi 40 anni). L’obbiettivo è quindi produrre meglio non meno.
La seconda è la conoscenza: infatti l’uomo conosce principalmente quello che fa, ma per fare deve conoscere, in un meccanismo di interdipendenza in cui la conoscenza nasce dalla produzione che a sua volta è figlia della conoscenza. Il discorso vale per tutto: per lo sciatore come per il panettiere; per imparare a sciare come per panificare bisogna svolgere la specifica attività. La vera forza dei paesi avanzati consiste proprio dalla maggiore conoscenza diffusa, figlia di una più elevata capacità produttiva. Fare però non basta, bisogna ottimizzare ciò che facciamo e di conseguenza conoscere gli obbiettivi da raggiungere, per misurare il livello di ottimizzazione raggiunto.
Se esaminiamo un’attività individuale come sciare o panificare è facile identificare gli obbiettivi e valutare i risultai, così il singolo ha facilità ad ottimizzare la propria attività; se invece l’attività è collettiva, come la fabbrica della lavatrice citata, è necessaria una catena gerarchica/conoscitiva che possa coordinare le conoscenze e il potere dell’intera catena e indirizzarlo all’obbiettivo da raggiungere. Serve quindi la conoscenza dell’obbiettivo e lo strumento idoneo per raggiungerlo; entrambi questi elementi, nella nostra società complessa e articolata, sono difficili da realizzare ed è sufficiente un punto di inefficienza per compromettere l’intero processo. Un’azienda inefficiente, se non ha santi in paradiso, è destinata al fallimento in tempi brevi.
Logica dell’acquisto. Vediamo quindi ritornando al meccanismo dell’acquisto sopra visto, come la produzione capitalistica ha risolto entrambi i problemi; l’acquisto non è un rapporto periodico collettività/utente – produttore, ma continuo perché il produttore riceve quotidianamente le richieste/ordini della collettività utente e ad essi si deve adeguare. Soprattutto non è un rapporto diretto singolo/utente vertice del produttore, ma il singolo/utente condiziona il vertice della produzione attraverso una catena gerarchica/conoscitiva costituita dall’organizzazione azienda.
Il singolo acquirente della lavatrice non si rivolge infatti al presidente della casa costruttrice ma bensì al suo livello periferico, il rivenditore; l’incontro è quindi fra la base del produttore e la base dell’utenza, cioè il nucleo base dell’utente. Ogni ordine d’acquisto mette però in moto l’organizzazione del produttore e l’informazione sale a un livello superiore, ad esempio il gestore degli ordini, e via via risale la catena organizzativa, insieme agli acquisti di altri utenti, fino ai vertici aziendali; sulla base di queste informazioni vengono elaborati i programmi, prevedendo aumenti, riduzioni e investimenti.
Questi programmi ridiscendono, sotto forma di potere, la stessa catena per adattare la produzione alle scelte fatte. Ad ogni livello si fermerà la conoscenza e il potere necessario a quello specifico livello rendendo così possibile il collegamento del produttore alla collettività/utente e l’ottimizzazione produttiva. Questo meccanismo, condizionato anche dal livello tecnologico, permette che ad ogni livello si fermi il potere e la conoscenza di specifica competenza e si crei la corretta diffusione della conoscenza e del potere necessario alla piramide organizzativa.
Solo questa complessa organizzazione permette al vertice di avere la conoscenza di cosa deve fare e disporre degli strumenti per farlo; il mercato quotidianamente conferma o meno la correttezza della scelta, permettendo il rapido adeguamento che garantisce la continua ottimizzazione produttiva. Senza questi meccanismi il produttore non sa cosa deve fare, non ha gli strumenti per farlo, né un meccanismo di controllo su quanto fatto. I buoni propositi rimangono promesse vuote, semplici sogni utopici privi di contenuto pratico.
In sintesi quindi il meccanismo capitalistico dell’acquisto è un ottimo, per non dire l’unico, mezzo tecnico di ottimizzazione della produzione, ma è solo un mezzo tecnico che deve essere al servizio del potere politico espresso dalla collettività; è infatti ad esso gerarchicamente sottoposto purché il potere politico abbia la conoscenza e l’interesse di opporsi. Non bisogna infatti confondere il capitalismo come meccanismo produttivo, con i capitalisti come gestori di un potere che condiziona la struttura pubblica perché è proprio questa confusione che ancora oggi nascono i principali equivoci politici. Il capitalismo può essere visto come il gioco del calcio che è una meravigliosa espressione di forza, eleganza, partecipazione collegiale, fantasia creativa, se esistono regole precise e un arbitro che le fa rispettare; se mancano degenera in pura violenza, ma la colpa non è dei giocatori ma dalla mancanza di arbitro e regole.
Analogamente l’acqua può irrigare e produrre energia, ma se invece allaga le città non è colpa dell’acqua ma degli uomini che non hanno realizzato le opere necessarie a gestirla. Così vediamo che pur utilizzando il capitalismo i risultati possono essere diametralmente opposti; nell’Ottocento la coincidenza fra potere economico (i capitalisti) e potere politico (la stessa borghesia unica con diritto di voto) ha portato il capitalismo ad arricchire solo la borghesia che festeggiare a fine secolo la belle époque, mentre il proletariato veniva condannato alla peggiore miseria con l’emigrazione che ha coinvolto quasi il 50% della popolazione. Nella seconda metà del ‘900 si è rovesciata la situazione perché la lotta di classe ha imposto il suffragio universale garantendo il potere della collettività.
Meritocrazia. Ovviamente il capitalismo come strumento produttivo segue fondamentalmente logiche meritocratiche e selettive; possono sussistere anche logiche egualitarie quando, come oggi grazie alla rivoluzione elettronica, la produzione richiede una maggiore diffusione della conoscenza e della partecipazione. L’equità distributiva è fondamentalmente di competenza della struttura pubblica che è obbligata a imporla dal suffragio universale.
La struttura produttiva è gerarchicamente subordinata a quella politica che, salvo i vincoli produttivi, può regolare la produzione (salario minimo, vincoli lavorativi, politica fiscale), garantire condizioni di vita (urbanistica, sicurezza, ecc.), servizi pubblici efficienti e parzialmente gratuiti (sanità, istruzione, ecc.), coperture economiche (invalidità, pensione garantita, ecc.) e non ultimo forse, come vedremo, reddito di cittadinanza. Il benessere collettivo e il reale tenore di vita dei membri della collettività sono ormai condizionati principalmente dall’attività pubblica.
Binomio capitalismo/democrazia. Nel breve periodo che struttura pubblica ed economica (capitalismo) si sono integrati i famosi anni “trenta gloriosi” che possono comprendere l’intero periodo dagli anni ’40 (fine della guerra) agli anni ’80, è stato possibile sfruttare in pieno la potenzialità produttiva del sistema raggiungendo risultati che in precedenza sembravano impossibili. Riporto alcuni dati più dettagliatamente esposti in Scacco alla crisi (De Ferrari – Genova-2010). In termini quantitativi la produzione delle democrazie avanzate da inizio a fine ‘900, ma principalmente nel periodo indicato, è aumentata di 10 volte (1.000%),
A livello dell’equità distributiva i risultati sono stati ancora migliori; sinteticamente (elaborazione Banca d’Italia 2004) in Italia il 50% della popolazione fruiva del 50% delle risorse, vi era poi un 15% ricco e un 35% povero, però il reddito medio del 10% più ricco era “solo” 10 volte quello del 10% più povero. Facendo riferimento ai soggetti più ricchi risultava che il 2,2% della popolazione fruiva del 10% dei redditi totali, che diventava 26,7% se si considerava il 10% più ricco della popolazione; facile dedurre che il reddito di quel 5% di soggetti privilegiati, che costituiva la borghesia, si era ridotto dal 90% a meno del 20% del totale, confermando già a livello matematico la nascita della società post borghese.
I dati reali, al di là della fredda logica numerica, erano migliori perché, secondo l’uso consolidato, facciamo sempre riferimento solo a redditi monetari, cioè la disponibilità economica dei singoli, ma trascuriamo il reddito non monetario prodotto dai vari servizi gratuiti di cui si disponeva e che non esistevano prima; basta pensare a sanità, istruzioni (allora eccellenti) ed altri benefit che l’equilibrio economico/sociale metteva liberamente a disposizione.
Vi è poi il capitolo poco misurabile, ma ancora più importante relativo al livello di diritti e libertà raggiunti. Anche in questo settore possiamo parlare di un aumento di 10 volte, che sottolinea il risultato incredibile; mai nella storia si era raggiunto un tale livello di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva. Se a un operaio/proletario di inizio ‘900 avessero illustrato le possibili condizioni di cui avrebbe fruito un analogo operaio di fine secolo lo avrebbe valutato il solito sogno utopico. Viceversa il risultato è stato possibile grazie alla mano pubblica che sapeva aveva saputo regolamentare e controllare la travolgente capacità produttiva del capitalismo e la integrava con la logica distributiva ugualitaria.
Infatti la mano pubblica garantiva i diritti, permettendo di andare oltre la lotta di classe; così struttura pubblica e capitalismo privato, integravano equità distributiva ed efficienza produttiva, in un gioco di squadra, win to win, che si alimentava a vicenda. La parte pubblica spinta dalla logica democratica aumentava i diritti e di conseguenza i salari, la domanda globale e lo sviluppo produttivo, mentre riduceva le sperequazioni e offriva servizi gratuiti o agevolati quali sanità, istruzione, pensioni, garanzie sociali e altri. Il capitalismo massimizzava e aumentava la produzione, selezionando, grazie agli aumenti salariali, le aziende tecnologicamente più avanzate, quindi potenzialmente più produttive, aumentando le risorse disponibili e rendendo reale la crescita del benessere.
Era il periodo della democrazia vincente; l’imprenditore veniva considerato non più il “padrone” da combattere, ma il soggetto necessario per difendere occupazione e crescita economica. Questa situazione non era solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che in quel periodo si costruivano e si consolidavano, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi capitalismo/democrazia.
Nella II metà del ‘900 esisteva solo il binomio capitalismo/democrazia; tutti i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato, prosperava solo nei paesi democratici. La democrazia si imponeva progressivamente in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre le soluzioni alternative fallivano. Oggi il quadro si sta rovesciando, con le soluzioni autoritarie che prevalgono mentre si compromettono i risultati raggiunti; la causa è della mano pubblica che non riesce né a integrare, regolamentare e controllare il capitalismo, né svolgere le attività di propria competenza, lasciate così all’arbitrio di burocrati, politici e privati.
Limiti del capitalismo. Vediamo quindi quali sono i limiti e le caratteristiche del capitalismo per capire dove non può operare e quali conseguenze negative derivano dal suo errato impiego. Abbiamo visto che l’ottimizzazione produttiva, forza del capitalismo, nasce dalla concorrenza e quindi perde qualsiasi funzione quando la concorrenza non riesce ad operare. Questo, in maniera più o meno radicale, avviene ogni volta che la forza del produttore è eccessiva e spoglia l’utente del suo potere facendo prevalere l’arbitrio produttivo.
I condizionamenti sono diversi: di tipo culturale come fenomeni legati alla moda (il consumismo), mancanza di conoscenza per prodotti difficilmente valutabili come i medicinali; il vincolo principale riguarda però le attività che vogliamo sottrarre al mercato per vincoli sociali quale istruzione, sanità, nonché quelle svolte in regime di monopolio naturale, cioè quasi tutte quelle legate al territorio. Esse stanno diventando la parte predominante e strategica della struttura produttiva che coinvolge quasi il 70% del totale. In tutte queste attività il capitalismo non può operare e quindi è necessario un diverso inserimento della mano pubblica.
Inoltre l’equità distributiva, quasi interamente di competenza della mano pubblica, impone che disponga degli strumenti per garantire che i diritti politico/civili possano diventare reali diritti economici. È inutile garantire a tutti sanità ed istruzione se poi le strutture pubbliche non funzionano e per avere i servizi necessari dobbiamo ricorrere al privato o peggio, come spesso succede nella sanità, allo stesso ospedale pubblico ma con servizio a pagamento per superare code inaccettabile.
Inadeguatezza pubblica. Esplode così la necessità di un maggior coinvolgimento della struttura pubblica nel settore economico, sia per l’equità distributiva che impone di garantire i diritti economici conseguenza dei diritti civili acquisiti, sia per la gestione di tutta l’attività relativa alla gestione del territorio. L’attuale nostra struttura pubblica non ha gli strumenti per svolgere questa attività perché quando è stata pensato queste necessità non esistevano.
Le elezioni, nucleo portante della nostra logica istituzionale, servono a garantire i diritti dei votanti, ma non dispongono di quel complesso meccanismo continuo e gerarchicamente costituito, necessario alla gestione economica, come abbiamo visto parlando dell’acquisto. Questa mancanza scardina l’equilibrio produttivo perché la collettività non dispone degli strumenti per valutare la priorità delle proprie necessità, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio (ottimizzazione produttiva); né la struttura pubblica sa cosa deve fare, non è comunque in grado di farlo, opera senza controllo reale sui risultati, generando inefficienza e corruzione. Vediamo come queste mancanze incidono sull’equilibrio economico.
Domanda globale. Abbiamo visto che l’attività di gestione del territorio e l’equità distributiva coinvolgono più del 70% dell’attività economica e sono tutte attività caratterizzate da una domanda non individuale ma collettiva, a cui corrisponde anche un’offerta collettiva. Il capitalismo perciò può funzionare ed ottimizzare la produzione solo se il singolo utente è in grado di controllare il singolo produttore, cioè domanda e offerta individuali. Così queste necessità non solo possono essere soddisfatte dal capitalismo, ma neppure riescono a esprimersi, mancando nel nostro impianto istituzionale gli strumenti necessari; viene così a mancare, per l’impossibilità di esprimersi, circa il 70% della domanda globale. Situazione analoga, anche se nata da motivi diversi, si era verificata nel ’29 quando oltre il 90% della popolazione, il proletariato, era privo di potere d’acquisto.
È quindi illusorio pensare che le politiche keynesiane, stimolando la domanda globale, possano far ripartire l’economia; il gap è troppo elevato e inoltre gli stimoli giocano solo su quel 30% gestito dal mercato. L’unica soluzione è identificare un meccanismo che dia la possibilità di esprimersi a questa domanda inespressa. Anche la crisi del ’29 è stata superata solo dopo la guerra quando è finalmente esplosa la domanda globale grazie alla crescita dei diritti e dei redditi.
Azione pubblica. Ovviamente riferendosi ai comportamenti di coloro che sono coinvolti nell’attività pubblica, non parliamo del comportamento dei singoli uomini che può essere virtuoso, ma dei meccanismi che condizionano i comportamenti collettivi. Se la collettività non ha gli strumenti per esprimere ciò che vuole, la struttura pubblica non può conoscere cosa deve fare; può usare il buon senso però in economia il buon senso pur aiutando non può risolvere se non è supportato da un meccanismo che misuri costi e risultati. Mancando la domanda della collettività, la decisione su cosa fare diventa compito della struttura pubblica che quindi fa e controlla ciò che ha fatto. Il circolo vizioso del produttore che controlla se stesso; viene a mancare il controllo sui risultati, l’unico reale, sostituito per necessità dal controllo formare sull’adempimento delle procedure prescritte.
La mancanza di controllo reale legittima corruzione, arbitrio e spinge a intensificare i controlli formali; il risultato è che tutti diventano inadempienti e nessuno è più responsabile e, salvo casuali incidenti di percorso, tutti vengono assolti in quanto formalmente non responsabili grazie alla regolarità formale. Inoltre i vincoli formali (la burocrazia) sono tali da poter paralizzare l’attività e così, per terminare le grandi opere, si ricorre spesso a un commissario legibus solutis. Per capire il peso di questa spaventosa disfunzione dobbiamo ricordare che la spesa pubblica rappresenta quasi il 50% del Pil; è un immenso flusso di denaro che corrisponde a circa 800 miliardi all’anno cioè 2 miliardi/giorno, 1.000 € mese/cittadino che fluisce con limitati controlli reali attraverso le casse dello Stato, a cui tutti, in forma lecita o illecita, cercano di attingere.
Mancando gli obbiettivi da raggiungere cadono i criteri oggettivi di ripartizione; prevale quindi la logica del potere e si innesca il circolo vizioso del potere che produce denaro che a sua volta è conseguenza del potere; diventa così determinante trovare una impellente necessità reale o supposta che possa legittimare i prelievi. Lo scontro politico è finalizzato ad aumentare la propria capacità di attingere al grande fiume della spesa pubblica; ciascuno promette di garantire i grandi risultati che si potrebbero ottenere. Sono promesse prive di contenuto perché mancano gli strumenti per valutarli, raggiungerli e controllare i risultati; prevalgono quindi quei demagoghi che promettono di più.
Si sviluppa un negativo meccanismo di selezione degli uomini, che hanno come obbiettivo prioritario difendere il presente che esiste, ignorando le necessità del futuro poco misurabile. Si difende sempre ciò che c’è, specie l’inefficienza e le rendite, contro quello che si potrebbe realizzare sfruttando la tecnologia e la fantasia creativa. Più è ampio il ruolo della struttura pubblica più è frenata l’evoluzione virtuosa. Inutile che i grandi della terra dichiarino, su sollecitazione di Greta, la volontà di ridurre il riscaldamento globale quando una piccola crisi che si verifica oggi, fa prontamente dimenticare gli impegni per il domani. Il politico si alimenta dell’oggi e ignora il domani.
Conseguenze: controllo, sinistra e occupazione. Cadono così le funzioni e le caratteristiche positive della struttura pubblica; viene a mancare la capacità e l’interesse di controllare il meccanismo capitalistico che diventa libero di muoversi liberamente in difesa dei propri interessi; si sviluppa il capitalismo internazionale senza legge né regole dove cade la distinzione fra lecito e illecito, che periodicamente, come nella crisi del 2008, scarica sulla collettività le perdite prodotte dai suoi illeciti guadagni. Inoltre il capitalismo, quale unica struttura organizzata, sa cosa vuole, lo legittima come interesse generale e riesce a imporlo alla struttura pubblica, facendo cadere i controlli anche sul produttore privato. Si allarga lo spazio dell’arbitrio.
Destra e sinistra perdono significato e gli schieramenti opposti si diversificano per le diverse dichiarazioni di principio, ma nella realtà tutti difendo l’inaccettabile presente. Il populismo è la risposta obbligata ed è corretto quando contesta il sistema “a prescindere”, ma perde di contenuto quando, come le 5 Stelle, passa al potere e si illude di poter realizzare una gestione virtuosa, sostituendo i “suoi” uomini onesti agli quelli agli “altri” corrotti. Sono bastati pochi mesi di potere per rilevare l’inconsistenza di questa illusione. La collettività continua comunque a cercare disperata qualsiasi possibile alternativa, seguendo ogni opposizione che di volta in volta promette un cambiamento, come i “no Tav”, “no Vax”, ecc.
In questa situazione è inevitabile che il Pil non cresca (come in Italia) o cresca di percentuali ridicole (come nel resto della Ue) nonostante che l’evoluzione tecnologica della rivoluzione elettronica abbia fatto esplodere la produttività cioè la possibilità di aumentare la produzione e quindi le risorse disponibili. Se però cresce la produttività e non la produzione, come abbiamo già rilevato nell’Ottocento, non solo non crescono le risorse, ma esplode la disoccupazione. L’aumento di produttività dell’elettronico infatti è elevatissimo e può essere valutato di circa 10 volte (1.000%); questo significa una disoccupazione potenziale che può superare il 70%, come è successo nell’Ottocento quando il 50% della popolazione italiana ha dovuto emigrare.
Questa drammatica situazione viene nascosta con dati falsanti; si parla infatti per l’Italia di 23 milioni di occupati e 2,5 di disoccupati quindi una percentuale dell’11% non drammatica e contenibile considerando che un 5% è fisiologico. I dati non tengono conto però di 12,5 milioni di inoccupati, di 21 milioni che potrebbero essere parzialmente occupati, della cassa integrazione, e altre coperture sociali; alcuni economisti già incominciano a valutare i non occupati, per non chiamarli disoccupati, pari al 50% della forza lavoro. Sono valori drammatici perché il lavoro non garantisce solo il salario del singolo ma anche la sua funzione, il ruolo sociale e l’irrinunciabile spazio conoscitivo.
Nelle democrazie avanzate l’emergenza è stata provvisoriamente tamponata, limitando i danni grazie alla ricchezza accumulata, con coperture sociali, pensioni anticipate, servizi gratuiti ed altre garanzie economico/sociale. Totalmente diversa è la situazione del terzo mondo dove non esistono coperture sociali e soprattutto dove l’irrompere della tecnologia ha un’azione ancora più dirompente che scardina l’ordine esistente, primitivo ma consolidato nel tempo. Inoltre la disoccupazione prodotta da noi per il nuovo oggetto tecnologico, ad esempio il calcolatore, è in parte mitigata dalla sua costruzione e successiva manutenzione; nel terzo mondo invece è disoccupazione pura, ogni trattore rappresenta più di 100 posti di lavoro persi.
Terzo mondo. Ben più drammatica è infatti la situazione di buona parte del terzo mondo dove il salto tecnologico impone il passaggio dalla produzione primitiva a quella moderna senza tempi e passaggi intermedi, realizzando in pochi anni quello che noi abbiamo realizzato in alcuni secoli. Si rompe qualsiasi presidente ordine sociale mentre la disoccupazione dilaga senza la copertura di ammortizzatori sociali, o di possibili attività alternative. Il salto è tanto più elevato quanto maggiore è il passaggio dal prima al dopo ed è ulteriormente ampliato dai cambiamenti climatici con inondazioni e siccità che impattano particolarmente sull’attività agricola.
Il terzo mondo incapace di costruire alcun ordine civile, facendo prevalere lotte tribali e dittature, diventa una polveriera pronta a esplodere e rompere l’attuale fragile equilibrio mondiale. La popolazione mondiale per circa un terzo (Cina e India) dispone di bassissimi redditi pro capite ma di una struttura pubblica stabile, mentre quasi la metà della popolazione mondiale subisce una struttura totalmente instabile e conosce solo violenza e guerra, vivendo al di sotto di qualsiasi livello tollerabile di reddito, diritti e dignità umana. L’unico spazio di sopravvivenza diventa quindi emigrare premendo sui nostri confini, oppure aderire a qualche milizia che interessi internazionali e fanatismi religiosi possono agglomerare e finanziare.
Cade qualsiasi possibilità democratica, le dittature risultano vincenti, rappresentando spesso l’unica soluzione possibile, mentre la violenza diventa lo strumento di gestione dei rapporti all’interno degli Stati e fra gli Stati. All’interno di questa realtà cade qualsiasi istanza di equità distributiva e di rispetto dei diritti e si accentua, anche se in forma diversa, la realtà dell’Ottocento caratterizzata, con una minoranza privilegiata, la borghesia e una maggioranza senza ditti, il proletariato. La situazione non poteva reggere e ha prodotto i drammi della prima metà del ‘900.
Oggi abbiamo le società avanzate benestanti e il terzo mondo disperato e nuovamente la situazione non può reggere a lungo, ma se la mancanza di una soluzione portasse all’inevitabile rottura, le conseguenze sarebbero più drammatiche in quanto moltiplicate dall’attuale livello tecnologico e potenza delle armi che sono tali da mettere in discussione la sopravvivenza stessa della razza umana. È urgente capire la drammaticità della situazione, il rischio che rappresenta e cercare una soluzione effettivamente capace di fronteggiarla.
L’Europa ha un grande ruolo in questa fase perché ha inventato la democrazia più di 2.000 anni fa, ne ha seguito l’evolvere storico con i comuni italiani, l’Illuminismo francese fino ad arrivare alle democrazie avanzate della seconda metà del ‘900, punto più elevato del livello economico/sociale. Ora è possibile e necessario un ulteriore passo avanti che porti a completare il ciclo per far nuovamente prevalere la democrazia, unica soluzione possibile, sola alternativa all’inaccettabile violenza delle dittature.
Possibili ipotesi di soluzioni. Abbiamo affrontato la parte destruens, necessaria perché solo l’esame delle interdipendenze fra i vari fenomeni può evidenziare la dimensione e pericolosità delle disfunzioni, ben maggiore di come può apparire esaminando singolarmente i fenomeni. L’esame è però finalizzato non a piangere sull’attuale momento storico, ma identificare una possibile via d’uscita; ovviamente non si pretende di trovare una soluzione concreta ma solo identificare alcuni principi utilizzabili e una direzione verso cui muoversi.
Saranno poi i popoli che, sulla base della propria storia e cultura, scriveranno le regole della società futura; così in Europa nell’Ottocento sono state scritte le costituzioni democratiche che rispecchiavano però i principi della tripartizione dei poteri prevista a metà del ‘700. Incominciamo quindi la parte construens per evidenziare anche le interdipendenze dei non pochi elementi positivi, che legittimano l’ipotesi di un equilibrio futuro, possibile e capace di aprire all’umanità uno spazio di benessere e libertà oggi impensabile e tale da sembrare un inutile sogno utopico, così come le condizioni lavorative di fine ‘900 in Europa sarebbero sembrate vuote utopie a un proletario di inizio secolo.
Abbiamo visto che la struttura politica dispone degli strumenti necessari per garantire alla collettività diritti, libertà ed equità distributiva e il capitalismo, nucleo portante della struttura economica, è uno strumento di ottimizzazione produttiva efficiente e strutturalmente subordinato al potere politico. Nella seconda metà del ‘900, superati i precedenti vincoli politici, nei paesi democratici i due elementi si sono integrati, liberando le immense potenzialità della realizzata evoluzione tecnologica; la collettività ha così potuto attivare al più alto livello di libertà, diritti, reddito ed equità distributiva.
Gli obbiettivi raggiunti a fine secolo impongono però un nuovo e maggiore ruolo alla mano pubblica che deve garantire sia il contenuto economico dei diritti acquisiti, sia la gestione del territorio, diventata la parte strategica e maggioritaria della produzione; entrambe sono funzioni economiche attuali non gestibili dal capitalismo, che quindi devono fare capo alla mano pubblica, priva però degli strumenti necessari ad assolverle.
È necessario quindi identificare i nuovi strumenti perché in mancanza poco possono fare gli uomini data la loro limitata libertà comportamentale condizionata sia ufficialmente che di fatto dalla struttura esistente. La collettività deve pertanto avere la possibilità di elaborare ed esprimere le proprie necessità, imporle e controllare che vengano assolte al meglio. Solo così si ottiene l’ottimizzazione produttiva che garantisce lo sviluppo economico e la conoscenza; la logica dell’ottimizzazione produttiva capitalistica bisogna adeguarla a queste diverse attività.
Le elezioni non possono svolgere questa funzione di cinghia di trasmissione fra la collettività e la struttura pubblica perché non si tratta di regolamentare libertà e diritti, ma decidere come realizzare manutenzione delle strade, asilo nido, parco, ospedale, ecc. È quindi necessaria una struttura inserita capillarmente nel territorio, in contatto con le mille sue necessità specifiche, in grado di recepire tali necessità in modo continuo e in tempo reale in modo da adeguare tempestivamente la produzione necessaria. Tale è, e deve essere, qualsiasi struttura operativa funzionante, come abbiamo visto parlando dell’acquisto nel meccanismo produttivo.
Lo strumento da solo però non basta infatti bisogna superare anche il problema conoscitivo perché la collettività deve disporre della conoscenza necessaria per effettuare scelte effettive, ragionate ed effettivamente decidere senza limitarsi a ripetere a pappagallo le dichiarazioni dei leaders. Questo rappresenta uno dei principali problemi da affrontare per l’interdipendenza produzione/conoscenza che derivano reciprocamente l’una dall’altra; non è inoltre possibile che tutti i membri della collettività dispongano della conoscenza globale richiesta dalla complessità produttiva.
L’obbiettivo è raggiungibile solo realizzando sul territorio una struttura gerarchica/conoscitiva costruita come una piramide con vari livelli per permettere a ciascuno, di conoscere gli specifici problemi del livello in cui è inserito, trovare le soluzioni e trasmettere le necessità al livello superiore per la parte di loro competenza e il necessario coordinamento. Ogni livello ottimizzerà la produzione di propria competenza producendo/utilizzando la conoscenza necessaria, mentre la globale coerenza produttiva sarà garantita dal coordinamento centrale che disporrà del potere e conoscenza della struttura operativa.
Potrebbe sembrare complicato ma al solito non inventiamo nulla: abbiamo solo adattato alla gestione del territorio e al riconoscimento dei diritti economici, la logica grazie alla quale può operare una grande azienda polifunzionale; si evidenzia però la differenza perché in questo caso gli azionisti e i beneficiari sono gli stessi membri della collettività che utilizzano della produzione richiesta rappresentata dalla gestione del territorio e dai diritti economici. Questa struttura può quindi diventare il nuovo soggetto pubblico delegato a produrre tutto ciò che il capitalismo non è in grado di fare e dovrebbe finalmente avere gli strumenti e le caratteristiche per assolvere al suo compito; possibile ma non facile.
Vediamo le principali difficoltà: l’eccellenza produttiva è figlia della casualità e della fantasia creativa difficilmente raggiungibile in una complessa organizzazione collettiva; rimane la contradizione del produttore che controlla se stesso, anche se parzialmente mitigata per la (quasi) identità di utilizzatore e produttore trattandosi principalmente di produzione “in conto proprio” e non “in conto terzi”; la logica democratica richiede che il singolo disponga di uno strumento per esprimere le proprie necessità, nel nostro caso lo può fare non direttamente, ma di seconda mano e quindi la sua reale possibilità di scelta è limitata dall’inevitabile volontà autonoma del produttore.
Tutti problemi che forse sono superabili se superiamo i condizionamenti culturali che determinano la nostra analisi della realtà. Abbiamo infatti preso atto che queste specifiche attività dovevano seguire logiche diverse e ci siamo domandati come raggiungere l’obbiettivo, ma non ci siamo resi conto che parlando di cambiamento della produzione abbiamo fatto automaticamente riferimento all’organizzazione produttiva (l’offerta), perché è quella normalmente studiata. Parlando infatti di produzione (offerta) e necessità della collettività (domanda) siamo abituati a esaminare normalmente la prima (l’offerta) perché è regolata e strutturata e non la seconda (la domanda) individuale e libera. Viceversa la produzione (l’offerta) è soltanto metà del processo economico, ed esiste solo per soddisfare le necessità umane (domanda) che ne rappresentano l’obbiettivo.
Togliendosi questo vincolo mentale vediamo che le attività in monopolio e i diritti economici non sono gestibili dal capitalismo perché l’offerta è collettiva e il singolo non ha possibilità di chiedere e controllare. Il problema si può quindi risolvere più brillantemente rendendo collettiva la domanda invece dell’offerta e, anche se non sembra, è molto più agevole intervenire sul lato della domanda (utente) invece che su quello dell’offerta (produzione).
Il nuovo soggetto pubblico potrà quindi non gestire la produzione ma la domanda che la richiede e dovrà strutturarsi adeguandosi alla dimensione dell’organizzazione produttiva (l’offerta). Quindi non gestirà l’asilo nido, la scuola, il verde pubblico, il trasporto urbano, ma gli utenti che devono commissionare questi beni e servizi in modo da permettere che esprimano le loro necessità le impongano e controllino il risultato raggiunto (ottimizzazione produttiva). Sembra a prima vista più complesso perché rompe con l’analisi tradizionale, ma invece semplifica notevolmente.
Vengono superati brillantemente i tre grandi problemi che abbiamo elencato: il nuovo soggetto che gestisce la domanda collettiva può scegliere il produttore e sfruttarne la fantasia creativa; rimangono i due diversi ruoli contrastanti di utente e produttore dove il primo può controllare il secondo; la collettività/utente esprime le proprie necessità direttamente e si adegua quindi meglio alla logica democratica. Nel libro on-line citato all’inizio, ho previsto un’ipotesi territoriale della soluzione che però è principalmente un gioco di fantasia, ma può essere utile per facilitare la comprensione dell’ipotesi; le soluzioni reali potranno essere studiate solo dopo dai soggetti coinvolti sulla base dell’esperienza e degli errori fatti.
Comunque il Municipio (direttamente o come agglomerato di nuclei minori), potrà rappresentare il nucleo iniziale, che si agglomererà con i nuclei limitrofi del Comune e poi a salire delle Regioni, Nazioni e si spera Ue. Ogni livello nominerà il livello superiore e da esso sarà coordinato in una piramide gerarchica/conoscitiva che collegherà la base al vertice. La discontinuità radicale con la situazione attuale consiste, nel fare riferimento a singole attività specifiche, in un rapporto base/vertice non periodico e diretto, ma continuo e mediato attraverso i livelli di una struttura organizzata. Ciascuno potrà quindi conoscere le necessità del suo specifico livello e controllare che vengano soddisfatte al meglio ottimizzando la produzione. Disporre così di un diritto non formale ma reale, democraticamente determinante, analogo all’acquisto.
Ogni livello dell’organizzazione può con facilità identificare le necessità della specifica collettività/utente, il costo per soddisfarle e controllare che ciò avvenga al meglio. Per fare una scelta coerente e ragionata ha però bisogno di conoscere anche le risorse di cui dispone per dividere il possibile dall’utopico. Le strade sono molteplici, si può immaginare un meccanismo fiscale che però risulterebbe necessariamente complicato, farraginoso e privo di certezze. Parliamo di una realtà nuova ed è quindi necessario/possibile fare un salto di fantasia e ad esempio ipotizzare un uso diverso del reddito di cittadinanza che potrebbe diventare un meccanismo automatico per stabilire le risorse in forma paritetica e determinata.
Nello scritto citato ho affrontato più dettagliatamente il problema, rilevando che il reddito di cittadinanza potrebbe sostituire più economicamente buona parte della giungla assistenziale, garantire una totale equità della parte pubblica, diventando il meccanismo automatico, analogo al mercato, che fornisce forza ed elasticità alla nuova struttura. Si tratta al solito di un lavoro di fantasia creativa che può però facilitare la comprensione delle possibili soluzioni, il contenuto innovativo dell’ipotesi e l’immensa potenzialità del livello tecnologo/culturale raggiungibile.
Un esempio per chiarire. Partire da un esempio pratico E complesso potrebbe facilitare la comprensione di quanto detto; il discorso è infatti è facile se ci riferiamo alla gestione di attività rigidamente locali quali l’asilo nido, lo spazio comune o il parco giochi; il nucleo di base gestirà le necessità (domanda) del gruppo, valuterà i costi delle varie soluzioni alternative, come meglio soddisfarle e sulla base delle risorse disponibili deciderà cosa realizzare. La complessità cresce al crescere del numero di soggetti e strutture coinvolti dalle necessità da soddisfare, perché scatta l’interdipendenza fra le necessità di gruppi limitrofi; se ad esempio esaminiamo le necessità, prive di domanda individuale, di una città come Genova, la complessità cresce perché sono coinvolte le molte strutture che devono intervenire per soddisfare il bisogno di scuola, sanità, mobilità urbana, verde pubblico, spazio per il tempo libero, accesso al mare e molto altro.
Cresce ulteriormente tanto più sono elevate le interdipendenze con il territorio circostante e l’importanza logistica di Genova può fare di questa città un caso emblematico di tale complessità organizzativa; infatti l’attività logistica, prevalente in questo secolo, è caratterizzata sia da ampi spazi di domanda collettiva, che dalla possibilità di condizionare pesantemente l’attività industriale. Utilizzando quindi la mia esperienza diretta, faccio riferimento alla mia città e al progetto logistico del Bruco, da me seguito direttamente, che rappresenta il massimo di complessità in quanto programma innovativo di sviluppo portuale. Il caso concreto aiuta a capire i meccanismi che possono far passare la struttura pubblica dall’attuale posizione di immobilismo negativo a quella di sviluppo al servizio del benessere collettivo.
Il progetto del Bruco. Sintesi della situazione: il gigantismo navale ha permesso la crescita del traffico necessaria a soddisfare la richiesta di trasporto del villaggio globale e ha imposto un salto dimensionale di navi e porti; i porti canali del Nord Europa, ubicati in pianura, hanno potuto mettere a disposizione spazi illimitati, con dimensioni superiori ai 10.000 ettari ciascuno. Genova e i porti mediterranei ricavati invece sul mare in acque profonde e con rilievi montuosi alle spalle, incontrano grandi difficolta e richiedono forti investimenti sia per ricavare gli spazi necessari (che sono comunque limitati come 200 ettari di Genova), sia per attraversare i monti retrostanti e raggiungere le zone logistiche e l’hinterland naturale.
Il divario fra i porti del Nord Europa e quelli italiani è cresciuto progressivamente al crescere della dimensione nave e dei volumi di traffico; l’Italia sta diventando la periferia della logistica europea perdendo conoscenza, occupazione e competitività. Però i porti di pianura del Nord Europa hanno oggi difficoltà crescenti per pescaggio e agibilità nautica che non esistono in Italia né a Genova, riequilibrando la situazione; diventa possibile ricuperare competitività rispetto al Nord Europa, però è necessario collegare funzionalmente gli alti fondali del Tirreno con gli spazi illimitati della Pianura Padana. Questo richiede un salto tecnologico perché la potenzialità necessaria, per il Bruco parliamo di 1.000 teu/ora, non è compatibile con i tradizionali trasporti stradali o ferroviari; utilizzando però la tecnologia dei porti del Nord Europa è possibile, attraverso un tunnel dedicato, realizzare un flusso continuo con la potenzialità richiesta. Il progetto del Bruco affronta questo problema e dovrebbe permettere il raddoppio dell’attuale potenzialità dei porti del Nord Italia.
Quest’opera può risolvere molti problemi dell’Italia e della C.E., ma è stata rifiutata dalle forze politiche ed economiche della città e se, come spero, verrà ugualmente realizzato, sarà grazie a interventi esterni non condizionati dal potere locale. Essa implica infatti un salto dimensionale/tecnologico e una discontinuità radicale che genera forti cambiamenti economici/produttivi, producendo un maggior costo oggi pagato da un vantaggio domani. Il consenso che alimenta il potere politico privilegia il presente, ed è insensibile alle necessità del futuro.
Vincoli politici. Denunciare i politici per la scarsa attenzione agli interessi generali del Paese sarebbe come accusare gli imprenditori di inseguire l’equilibrio del bilancio, invece del benessere del pianeta. Certo tutti sono sensibili agli interessi generali però l’imprenditore deve far quadrare il bilancio per evitare il fallimento e la perdita di ruolo, così il politico deve ottenere il consenso per continuare a svolgere la sua attività. La grande differenza fra le due categorie non è di tipo esistenziale ma deriva dal meccanismo di selezione e incentivazione.
L’imprenditore infatti per garantirsi l’equilibrio di bilancio deve aumentare l’efficienza, la produttività e anticipare l’evoluzione futura per cui deve risparmiare, riorganizzare e investire, penalizzando il presente a favore del futuro: difendendo però i propri interessi persegue anche, spesso inconsciamente, quelli collettivi, ottimizzando la produzione ed aumentando le risorse. Diversa è la posizione del politico perché il consenso, sua fonte del potere, è condizionato da elementi diversi a seconda che si tratti di stabilire i diritti o garantire il soddisfacimento delle necessità economiche. I diritti infatti nascono da un rapporto diretto base/vertice quindi la collettività sa cosa vuole, può richiederlo e controllare i risultati raggiunti; il meccanismo del consenso espresso dalle elezioni era stato pensato proprio per questa funzione ed assolve bene il proprio compito.
Quando invece dobbiamo soddisfare le necessità economiche, il rapporto base/vertice deve passare attraverso il meccanismo produttivo che determina potenzialità e vincoli, che la collettività può valutare solo se coinvolta nel processo produttivo; oggi tale meccanismo di partecipazione manca e la collettività non può sapere cosa vuole, imporlo e controllare i risultati. Si trova così di fronte a due opposte strade: inseguire l’utopia – voglio tutto, o difendere il presente l’unico conosciuto; entrambe negative e spesso seguite contemporaneamente, bloccano serio programma di miglioramento.
Così il politico ricercando il consenso o promette tutto (populismo) e/o difende il presente dei 10 posti di lavoro da salvare, anche se penalizzano il futuro perché è esterno al suo orizzonte temporale, indefinito e di difficile identificazione delle responsabilità – il successo ha mille padri, l’insuccesso è orfano. Ostacola quindi l’evoluzione, indebita il Paese spendendo risorse future e non stimola l’aumento delle risorse. Questo è il nucleo della contraddizione del nostro impianto istituzionale da cui nasce la crisi odierna; l’esempio in esame può evidenziare i meccanismi che la determinano e la dimensione dei danni che produce.
Si spiega la generale ostilità della classe politica al progetto del Bruco, ma non perché la società civile della città non si ribella a questa politica autolesionista. La ragione deriva dai moltiplicatori di disfunzioni; il ritardo evolutivo della struttura pubblica impedisce alle organizzazioni imprenditoriali di recepire il necessario salto tecnologico/dimensionale. Sopravvivono così strutture produttive obsolete, alimentate dalla rendita di posizione, creando un binomio inefficiente pubblico e privato dove le due parti si legittimavano a vicenda garantendosi reciprocamente la sopravvivenza.
Colpisce però che in città non tutte le categorie lucrano della rendita di posizione del porto ma molte invece ne vengono penalizzate; possiamo ricordare in ambito portuale, piloti, rimorchiatori, ormeggiatori, riparatori, assicuratori, spedizionieri, agenti marittimi e fuori dal porto, università, turismo e molte altre. Prevale però il pensiero unico basato sull’oggettiva irresponsabilità collettiva e mancanza di conoscenza, e tutti ripetono come verità assoluta i luoghi comuni e i dati sbagliati che, ignorando anche la matematica elementare, legittimano i programmi in corso.
Genova così, senza alcuna voce di dissenso, porta avanti scelte che la condannano alla totale emarginazione e compromettono la competitività del Nord Italia. Diventa quindi un caso limite dell’attuale disfunzione del meccanismo democratico infatti le caratteristiche morfologiche, la posizione geografica e la storia, potrebbero fare di Genova una delle principali città italiane, ma vengono vanificate dall’incapacità della mano pubblica di assolvere il proprio ruolo. Se esisterà un “dopo”, quando questi problemi saranno risolti, il caso Genova entrerà nei libri di storia come esempio emblematico della follia dell’attuale momento storico.
Possibili soluzioni. Vediamo quindi quali soluzioni sarebbero possibili: la prima, che viene sempre in mente, consiste nell’identificare un soggetto preparato e onesto, che sappia identificare la soluzione migliore e disponga del potere per realizzarla. Il solito sogno utopico del dittatore illuminato, classica scorciatoia impraticabile. Innanzi tutto la stessa definizione dittatore/illuminato, direbbe Montale, è un ossimoro permanente come la casta lussuria o la ricca povertà; se il soggetto ha ampi poteri difficilmente è illuminato e se è illuminato facilmente ha scarsi poteri.
Inoltre in mancanza di una macchina organizzativa funzionante in grado di fornire la conoscenza e il potere necessario, anche il più capace degli uomini può fare ben poco. Emblematico è l’esempio del Presidente Draghi, uomo di alto livello chiamato dai politici per tamponare l’emergenza; ha assolto egregiamente il suo compito evitando il crollo del sistema, quando però è venuto a Genova ha ripetuto sul porto i soliti luoghi comuni, privi di significato e di coerenza numerica, dichiarandosi fiducioso di un possibile un radioso futuro.
Difficilmente avrebbe potuto fare diversamente di fronte a una generale posizione comune di politici, burocrati ed imprenditori coinvolti; questo riconferma che la struttura pubblica manca di un meccanismo funzionante per la gestione economica e che è impossibile farne a meno. È necessario identificare un nuovo meccanismo istituzionale e valutare se l’ipotesi del IV potere può assolvere questo compito, utilizzando la conoscenza collettiva e non l’uomo del destino.
Ipotesi alternativa. Partiamo quindi da quanto detto sui nuclei di base che devono rilavare la produzione necessaria alla loro collettività, identificare quella che è di competenza della loro dimensione territoriale, valutare le priorità e le possibilità di autoproduzione o appalto a terzi. Esse potranno effettuare una prima valutazione di risorse e necessità, far partecipare i singoli alla loro elaborazione, identificare, selezionandoli sul campo, i soggetti più idonei a organizzare il modo di soddisfarle e ottenere la delega dal basso, come richiesto dalla logica democratica.
Queste strutture di base nomineranno a loro volta i soggetti delegati ai livelli superiori che agglomerandosi fra di loro arriveranno, attraverso uno o più livelli, a coinvolgere l’intera città per affrontare il complesso nucleo dell’organizzazione cittadina. I vertici cittadini utilizzando l’organizzazione sottostante dovrebbero disporre delle informazioni necessarie e avere il potere per realizzare le soluzioni scelte; tali scelte costituiscono la complessa sintesi di necessità e possibilità contrapposte e presuppongono una efficiente struttura capace di ottimizzarle. La nuova struttura ipotizzata del IV potrà assolvere al proprio scopo, identificando gli obbiettivi da raggiungere e gli strumenti per realizzarli; l’obbiettivo consiste nel massimizzare il tenore di vita della collettività condizionato dall’ abitabilità della città, dai servizi disponibili e dal livello occupazionale.
L’abitabilità della città nel bene e nel male è conseguenza della sua storia e del pregresso accumulato, ma una più diretta conoscenza delle necessità della collettività può permettere di migliorarla, sfruttando gli elementi positivi e combattendo quelli negativi. I servizi pubblici dovuti, quale scuola, sanità verde pubblico, mobilità collettiva e molti altri, sono determinanti per il reale tenore di vita. L’occupazione richiede un discorso più articolato; è stata sempre vista come la principale istanza della collettività in quanto fonte del reddito che garantiva la sopravvivenza. Oggi la situazione, specie in prospettiva, è molto modificata e il tenore di vita, con o senza il reddito di cittadinanza, può derivare più dai servizi pubblici e meno dal lavoro svolto, mentre l’evoluzione tecnologica, i robot, tende a rendere sempre meno determinante l’intervento umano.
L’occupazione ha però anche un’altra funzione fondamentale che esula dalla pura produzione, infatti da essa deriva il livello di conoscenza del singolo e la sua identificazione culturale e sociale; il singolo si identifica in quanto professore, ingegnere, medico, avvocato, ecc. e diventa sempre più importante il contenuto conoscitivo dell’attività svolta. Identificati così obbiettivi e necessità culturali, vediamo come il meccanismo del IV potere può assolvere al suo compito. Esaminiamo singolarmente questi elementi pur sapendo che sono interconnessi.
Abitabilità: deriva da storia e programmazione urbana di parchi, spazi ludici, mobilità urbana per garantire un facile spostamento fra i diversi spazi di ritrovo, lavoro, studio e abitazione. Il porto rappresenta un problema determinante a causa dell’elevato impatto ambientale, per gli ampi spazi utilizzati e i volumi di traffico che ostacolano i movimenti di uomini e merci.
Per l’impatto ambientale possiamo ricordare che il litorale di Genova era uno dei più belli del Mediterraneo ricco di ville del ‘500, spiagge e insenature e in meno di un secolo è stato separato dal mare con un muro, la diga foranea, lungo 14 km che esce dall’acqua per 8 metri e ricava uno spazio retrostante per le attività portuali. Spazio immenso rispetto alla città, oggi però assolutamente insufficiente; parliamo infatti di solo di 200 ettari non bastanti a servire un grande porto, ma sufficienti a cancellare la preesistente costa, la logica abitativa e il collegamento della città col mare.
Il porto è inoltre arrivato a un punto morto privo di possibili soluzioni: non è pensabile prolungare la diga foranea tombando altri spazi di costa, né mantenere invariata la situazione attuale già assolutamente insufficiente; il Bruco cerca l’unica soluzione possibile: utilizzare l’esistente diga foranea di Genova/Pra, attualmente inutilizzata e, attraverso un tunnel dedicato che sottopassa la costa, collegarla con gli spazi illimitati dell’oltre Appennino; è così possibile ricuperare in pianura oltre 800 ettari di spazio portuale, integrati con limitrofi 3.000 ettari logistici, già esistenti in provincia di Alessandria; si raddoppia così la potenzialità di tutti i porti del Nord Italia, con un insignificante impatto ambientale.
Si è colta anche la possibilità di andare oltre e come parziale rimborso alla popolazione per i danni subiti in passato, sì è pensato di ridare alla città una parte del suo affaccio al mare prevedendo di allargare la diga foranea di altri 60 metri e collegarla a terra con passeggiata e pista ciclabile. In tale spazio è possibile realizzare una collina artificiale per dividere l’attività portuale dallo spazio urbano e creare spazi ludici sul fronte mare con una piscina di acqua salata lunga 2 km. e larga 30 metri. Studi fatti evidenziano che il discorso è estendibile agli altri 12 km. di diga foranea potendo così creare un’unica striscia di 14 km. ubicata davanti a uno dei più bei mari esistenti.
Mobilità e traffico: i 2,5 milioni di teu/anno impattano paurosamente sulla mobilità urbana ed extraurbana ed è difficile è trovare una soluzione: le autostrade, anche realizzando la gronda autostradale, sono e saranno al collasso, il terzo valico ferroviario, può aiutare ma non risolvere. Per ferrovia attualmente vengono istradati 300.000 teu/anno che realizzato il terzo valico, possono essere triplicati ma è impossibile andare oltre al 1 milione di teu/anno, cioè una potenzialità comunque insufficiente. Tempi infiniti: la realizzazione del terzo valico (progettato nel 1903) si trascina da oltre 30 anni e l’entrata in funzione continua ad essere rimandata (oggi si parla del ’26); impossibile prevedere la messa in esercizio delle altre opere. L’uso promiscuo della viabilità di uomini e merci, eseguita quasi interamente con motori a scoppio, aumenta l’ingordo e moltiplica l’inquinamento.
Il Bruco prevede di realizzare un’autonoma infrastruttura porto/valico appenninico destinata solo alla merce, interamente elettrica, senza interferenza con gli altri traffici e la città retrostante, con una potenzialità dagli 7 ai 10 milioni di teu/anno. È quindi possibile triplicare il traffico senza aumentare inquinamento e congestione ma anzi migliorare la situazione esistente. La possibile parallela realizzazione di una metropolitana interconnessa con un rapido servizio ferroviario extra urbano potrebbe ridurre drasticamente inquinamento e congestione. Si prevede di realizzare tutte le opere in 6 – 8 anni che i tecnici valutano credibile.
Occupazione e servizio al Nord Italia: il Bruco, grazie al salto tecnologico, può realizzare elevate rate di movimentazione portuale di 8.000 teu/giorno contro le attuali 1.800; di conseguenza può accentrare su un singolo accosto 2 milioni di teu/anno contro gli attuali 0,4 milioni di teu, e offrire il servizio richiesto dalle mega navi da 20.000 teu. Genova può diventare così il centro logistico del Mediterraneo al servizio del Sud Europa con forti ricadute occupazionali; l’attività portuale, capital intensive, offre infatti sempre meno occupazione, mentre cresce invece massicciamente nella logistica; contro gli attuali 40.000 occupati in porto, si possono impiegare, come nei porti del Nord Europa, nella logistica portuale 2–300.000 unità.
La realizzazione del progetto richiede di uscire dall’aria ligure/genovese e coinvolgere il Nord Italia condizionato dallo sviluppo portuale; anche in tali zone si sarà sviluppato un processo analogo che organizzerà i nuclei di base risalendo lungo la catena gerarchica per interconnettere aree sempre più ampie. Sarà per loro facile rilevare come la crescita del loro tenore di vita deve fronteggiare da una parte l’impatto dei forti flussi di traffico che intasando strade e ferrovie, creano ingolfamento e inquinamento, dall’altra la crescita del costo di produzione industriale condizionato da costi logistici, che possono arrivare al 20% del totale e per quasi metà derivano dell’inefficienza.
Così le istanze del Nord Italia e del Sud Europa si potranno coordinare e integrare con quelle di Genova, rendendo possibile abbandonare la rotta via Nord Europa e sostituirla con quella attraverso il Mediterraneo per i collegamenti diretti con l’Oriente, riducendo il transit time di 15 giorni, il costo nolo di 500 € container; questo permette di garantisce una riduzione dei costi di produzione superiore a quella ottenibile delocalizzando la produzione in zone a basso costo di mano d’opera. Aumenta così la competitività del Nord Italia e del Sud Europa, si riducono i trasporti della U.E., servita finalmente da entrambi i mari e non più sbilanciata da un solo lato di accesso; Genova ritroverebbe il suo ruolo strategico per lo sviluppo economico italiano ed europeo.
Risorse disponibili. È facile l’obbiettare che il programma è bello ma mancano le risorse con cui realizzarlo. Giustificazione falsa perché al nostro livello tecnologico le risorse sono quasi illimitate e la loro mancanza rileva invece sia il cattivo funzionamento del sistema produttivo, sia il comportamento di chi detiene che soddisfa le proprie necessità sottraendole alla collettività. Possiamo infatti per prima cosa ricordare il principio dell’economia classica in base al quale “l’offerta crea la propria domanda” cioè qualsiasi nuova attività crea da una parte un flusso di prodotti (offerta) e dall’altra un uguale flusso di reddito (domanda), aumentando parallelamente offerta e domanda globale e garantendo l’equilibrio economico.
Il discorso vale particolarmente per i Bruco perché il costo d’investimento, inferiore a 5 miliardi di €, si può finanziare in 30 anni, con un costo annuale per il suo pagamento che, grazie all’elevata potenzialità garantita dal salto tecnologico, incide per soli 50 € a container; il risparmio globale prodotto supera invece i 500 € a container, coprendo abbondantemente i costi dell’intera opera.
Questa giustificazione è la drammatica mistificazione della struttura pubblica utilizzata da chi detiene il potere e lo usa per soddisfare i propri interessi penalizzando la collettività. Nell’Ottocento la borghesia al potere l’ha utilizzata per giustificare la disperata miseria del proletariato senza diritti, con i bambini impiegati in miniera, affermando che le risorse disponibili non potevano permettere salari più elevati; l’evoluzione tecnologica dell’Ottocento invece avrebbe potuto garantire un forte aumento del benessere collettivo che Keynes nel ’28 valutava pari a una crescita del Pil del 400%. Le risorse sono diventate effettivamente disponibili, superiori alla previsione, solo nella seconda metà del ‘900 quando il suffragio universale ha garantito l’uguaglianza di diritti della collettività.
Confronto pratico. A conferma di quanto detto è possibile confrontare costi e benefici dei progetti ufficiali con quelli possibili con l’ipotesi alternativa esposta.
Situazione attuale: i progetti in corso prevedono un investimento globale per porto e attraversamento dell’Appennino superiore ai 15 miliardi di €: 6 per il terzo valico ferroviario, 6 per gronda autostradale e quasi altrettanto per spostamento diga e altre opere portuali. Il risultato consiste in un incerto, ma forse possibile, aumento di traffico da 2,5 milioni di teu a 3,5, non sufficiente comunque per servire le mega navi. Rimane impossibile realizzare il centro logistico del Sud Europa, l’occupazione difficilmente supererà le attuali 40.000 unità, anche non particolarmente qualificate.
L’impatto e l’inquinamento, restando invariata tecnologia e organizzazione, cresceranno in proporzione alla crescita del traffico. Le autostrade anche con la gronda rimarranno ingolfate con il rischio ponti e una forte limitazione della mobilità urbana, accentuata dall’impossibilità di servire con auto private un antico centro storico caratterizzato da strade strette, i caruggi. La ferrovia per le merci potrà passare da 0,3 milioni di teu/anno a un massimo di un milione assolutamente insufficiente, mentre per i passeggeri la tratta Genova- Milano passerà da un tempo di percorrenza dei 97 minuti attuali a circa 84 ben lungi dai 45 possibili; non potrà quindi nascere uno lo spazio metropolitano composto da Genova, Milano, Torino. Nessun problema risolto; Genova perde qualsiasi funzione diventando periferica e marginale.
Situazione con Bruco e IV potere: investimento previsto inferiore a 15 miliardi: 5 per il Bruco, 4 per rivisitare città e restante porto, il saldo per un servizio pubblico di mobilità urbana. Con questo investimento è possibile servire un traffico di 8 – 10 milioni di teu/anno, offrire il servizio alle mega navi da 20.000 teu, creare il centro logistico del Sud Europa la cui occupazione, come nei porti del Nord Europa, è valutabile intorno alle 300.000 unità, altamente qualificate. Inquinamento e impatto ambientale rimarranno invariati, forse leggermente ridotti perché i nuovi traffici utilizzano solo energia elettrica e si muovono fuori dall’esistete rete ferroviaria e stradale.
Mobilità urbana gestita da metropolitane, interconnesse con treni veloci che in 45 minuti collegano Genova, Milano, Torino. Si può ricuperare la parte esterna di tutti i 14 km. della diga foranea creando un lungo litorale di 14 km. restituito alla città, che può drasticamente migliorare la qualità della vita cittadina e diventare un eccellente stimolo allo sviluppo turistico. Genova torna ad essere il cuore pulsante del Nord Italia.
Utopia? Non credo; è solo il manifestarsi economico di un cambiamento politico che ha ridato potere alla collettività; come abbiamo già ripetuto anche le condizioni degli anni ’90 nel secolo scorso sarebbero sembrate utopiche al proletario a inizio secolo. Il cambiamento è possibile e può essere confermato dall’esame delle ripercussioni economiche prodotte dei cambiamenti politici degli ultimi due secoli. Nell’Ottocento l’affermarsi della borghesia ha stimolato un’evoluzione tecnologica capace di garantire la crescita del benessere collettivo, ma rimanendo il potere solo borghese, gli unici con diritto di voto, la struttura produttiva è stata messa al servizio della sola borghesia, la belle époque, lasciando il proletariato nella più drammatica miseria.
Nella seconda metà del ‘900 il suffragio universale ha garantito maggiori poteri alla collettività dotandola di due poteri: quello politico le permetteva di imporre alla struttura pubblica di garantire sia l’uguaglianza dei diritti sia la regolamentazione e il controllo del capitalismo privato; quello economico le metteva a disposizione uno strumento tecnico, il mercato, idoneo a imporre alla struttura produttiva le proprie necessità e controllare che venissero soddisfatte ottimizzando la produzione. Questa integrazione virtuosa pubblico/privato ha permesso l’immenso aumento di benessere collettivo, diritti e libertà che hanno caratterizzato i paesi democratici alla fine del secolo scorso.
Oggi, acquisita l’uguaglianza formale dei diritti, per renderla reale bisogna costruire un meccanismo di produzione idoneo ad operare in presenza di una domanda collettiva, non gestibile dal mercato e quindi soggetta a una maggiore ingerenza dell’organizzazione pubblica. Gli strumenti ipotizzati con il IV potere, dovrebbero imporre alla struttura pubblica che la collettività sia in grado di controllare i risultati della gestione economica anche in questi settori, economicamente strategici e socialmente determinanti. Fino a quando essi mancheranno, il gestore pubblico rimarrà privo di controlli reali e soddisfarà principalmente le necessità di chi gestisce il potere, perdendo la coerenza organizzativa e quindi anche la capacità di regolamentare e controllare la produzione privata.
L’esempio del porto ne rappresenta la conferma indiscutibile; i 15 miliardi che la struttura pubblica sta attualmente investendo a Genova non sono finalizzati a risolvere i problemi della città ma ad ottenere un flusso di soldi pubblici che garantisca il consenso alla classe politico e le rendite di posizione ai privati coinvolti. L’immensa differenza di risultati delle due alternative sottolinea che le risorse non sono un dato di fatto ma, al nostro livello tecnologico, il risultato della gestione del potere politico e della conseguente efficienza produttiva.
Meccanismi produttivi. Il principale obbiettivo dell’esempio fatto non è però illustrare le possibilità di una soluzione virtuosa ma bensì il meccanismo che la rende possibile. Le migliori idee rimangono un sogno utopico fino a quando non si identifica un meccanismo idoneo a realizzarle. La nostra disponibilità di beni e servizi richiede infatti che esita chi li produce, chi fornisca il necessario per produrli, chi li trasporti e via via tutto ciò che serve alle varie filiere in una ragnatela interconnessa che coinvolge l’intero pianeta.
Non è però immaginabile una mente centrale che organizzi e pianifichi il tutto; il processo è realizzabile solo se esistono nel mondo milioni di punti decisionali che ciascuno autonomamente effettua, rispondendo dei risultati ottenuti, le scelte che ottimizzano la parte di propria competenza; il buon funzionamento dei vari punti determina l’efficienza totale. Nell’attuale produzione capitalistica questo strumento è rappresentato dal mercato e la sua efficienza ha permesso i risultati raggiunti.
Nella produzione economica pubblica questo strumento manca ed è sostituito dalla logica del consenso che nelle scelte economiche spinge in senso opposto premiando le soluzioni e gli uomini peggiori. La creazione del IV potere dovrebbe ricreare un meccanismo virtuoso e l’esempio fatto può farci ben sperare. Infatti la collettività viene inserita nei vari livelli della nuova organizzazione, per cui ciascuno può sapere quello che fa, operare e decidere su problemi che lo riguardano e conosce.
L’organizzazione strutturata su vari livelli permette che le scelte riguardino il territorio coinvolto e siano effettuate da chi usa quella produzione e ne paga l’onere (eventualmente con contributi centrali); ha quindi la conoscenza di cosa vuole e può controllare che il risultato sia consono alle sue necessità. Solo così i mille punti di scelta attivano l’ottimizzazione da cui può scaturire l’equilibrio globale del sistema. La gestione della domanda collettiva, svolta dal IV potere permette alla collettività di esprimersi e valutare le sue necessità, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio. L’incredibile salto dei risultati altro non che il risvolto economico della ritrovata dimensione democratica e del conseguente salto conoscitivo.
Il futuro possibile. La stessa chiave interpretativa, che abbiamo utilizzato per valutare la dimensione del dramma che ci minaccia, può ora permetterci di intravvedere invece la realtà futura e il possibile livello di benessere, diritti, libertà e uguaglianza distributiva. Questo non rappresenta un sogno utopico, ma solo la volontà di capire l’immensa capacità potenziale, che potrebbe permettere una svolta epocale e che la collettività, travolta dalla drammatica quotidianità, stenta a cogliere.
Così il proletario di inizio ‘900 avrebbe considerato sogno utopico le condizioni lavorative di fine secolo; nella situazione attuale la differenza potenziale fra l’attuale realtà e quella possibile è ancora più elevata. La precedente evoluzione era il risultato di una lungo evolversi che in quasi 5 secoli grazie all’introduzione del motore e della meccanizzazione nel ciclo produttivo, aveva permesso il passaggio dal medio evo all’età moderna; oggi il computer impostosi in soli 50 anni può permettere un salto ancora maggiore. Diventa possibile un mondo totalmente diverso con cui è anche difficile relazionarsi, così come un uomo medievale avrebbe avuto difficoltà a dialogare con un uomo moderno e capire il contesto economico/sociale dell’attuale realtà.
Cambiano perfino molti dei criteri logici su cui si basa il nostro modo di ragionare. Baricco ha osservato che stiamo passando da una cultura approfondita e specializzata in campi specifici a una diffusa e di tipo orizzontale. Non credo casuale che l’analisi economica fatta, non nasca dalla profonda cultura di un economista, ma dall’esperienza di un imprenditore punto di sintesi del processo produttivo, che può quindi condurre un esame, certo più superficiale, ma che spazia a 360 gradi e può interconnettere molti settori diversi. Con queste premesse sono legittimi alcuni voli pindarici che cercano di immaginare il futuro.
Libertà e caratteristiche del lavoro. Per secoli i popoli hanno sognato le rivoluzioni per aprire mondi liberi e felici, ma tutti i tentativi sono prevalentemente falliti e quasi sempre il nuovo potere era analogo al precedente. L’unica rivoluzione reale, è stata quella francese, con il passaggio dalla società feudale a quella borghese, ed è stata possibile perché la nuova classe al potere era legittimata da un più avanzato modo di produrre (il capitalismo) e da un nuovo meccanismo istituzionale (tripartizione dei poteri).
Ha così rappresentato un significativo passo avanti, ma non ha superato il vincolo che ha condizionato la storia della civiltà umana, da sempre basata sul dominio dell’uomo su l’uomo. Aristotele e Platone potevano camminare sotto i portici dell’agorà e gettare le basi della civiltà occidentale perché disponevano di schiavi, contadini, marinai che lavoravano per loro. La società si è sempre divisa fra una minoranza pensante che deteneva il potere, servita da una maggioranza non pensante che svolgeva un lavoro massacrante e privo di contenuto conoscitivo.
Ovviamente nei secoli la violenza del potere si è attenuata ma è rimasta sempre la radicale differenza di funzioni. Il salto tecnologico connesso alla rivoluzione elettronica ha eliminato questa caratteristica fondamentale; non esistono più funzioni non pensanti: per lavorare devi pensare e per pensare devi lavorare. Di conseguenza il lavoro del sottosviluppato sottopagato non rappresenta più un vantaggio produttivo ma un costo aggiuntivo; continuiamo a farne uso per coprire spazi di inefficienza residui e perché il suo maggior costo non è pagato dall’utilizzatore ma dalla collettività.
Non a caso le aziende avanzate puntano su nuove forme organizzative più avanzate quali le società “benefit” che coinvolgono maggiormente il personale in modo che possa crescere conoscenza collettiva e produttività. L’alternativa alla tradizionale imposizione gerarchica non è però l’anarchia ma la gerarchia condivisa. La gerarchia è infatti insita in qualsiasi attività non individuale, in mancanza non è possibile né ottimizzazione produttiva né conoscenza; però la gerarchia regge sempre meno se è imposta dall’alto senza motivazione ed è necessario la condivisione dal basso fissando obbiettivi comuni da raggiunge. Nella nuova struttura pubblica ipotizzata è infatti previsto che la base stabilisca gli obbiettivi e la scelta degli uomini, creando una gerarchia in grado di gestire il coordinamento per raggiungere gli obbiettivi fissati.
È facile capire che l’aspetto economico è determinante, ma non è il solo né il più significativo del cambiamento; potrebbero infatti modificarsi radicalmente i rapporti sociali permettendo di superare la fase che ha caratterizzato la società umana sintetizzata dai latini in homo hominis lupus. Non credo che improvvisamente tutti gli uomini si trasformeranno in San Francesco creando un mondo felice di generosità e fratellanza. La dimensione esistenziale dei comportamenti è, e sarà sempre, molto forte, però forse cadendo il condizionamento economico che imponeva di primeggiare, dominare o essere dominati, potrebbe nascere una nuova civiltà umana costruita su valori diversi, difficili da valutare ma certamente migliori.
Ripercussioni internazionali. L’aspetto internazionale è quello che caratterizza maggiormente la possibile evoluzione perché il terzo mondo da una parte è una polveriera pronta ad esplodere, dall’altra è la realtà che maggiormente potrebbe fruire dal futuro cambiamento. Partiamo da alcuni dati che caratterizzano la situazione, pur sapendo i limiti dei calcoli basati sul Pil; abbiamo che meno di un sesto della popolazione mondiale pari a circa 1 miliardo di individui fruisce di circa metà delle risorse, gli altri cinque sesti (poco oltre 6,5 miliardi), vivono in condizioni economico/sociale disperate; un terzo (meno di 3 miliardi) è misero ma con la struttura pubblica stabile anche se dittatoriale; il 50% del totale invece (quasi 4 miliardi) oltre a vivere in totale miseria subisce regimi totalmente instabili, senza diritti e da oltre 30 anni convivono con scontri per bande, guerra e violenza.
Situazione chiaramente inaccettabile che non può durare; è caratterizzata come tutti i fenomeni economici da risorse insufficienti e spaventose diseguaglianze. Pochi dati sintetizzano il fenomeno: il reddito medio pro capite dei paesi ricchi è di 47.000 $, quello del terzo mondo è di 6.000 $ e la media mondiale è di 11.000 $, evidenziando una chiara mancanza di risorse e di equità distributiva. Vediamole separatamente, analizzando per prima l’equità distributiva, perché è l’aspetto su cui maggiormente si concentra l’attenzione, alimentando il sogno utopico della rivoluzione che uccide il tiranno e permette il benessere generale. Nella realtà spesso non è così; anche in questo caso la diseguaglianza distributiva è forte ma non patologica, infatti il rapporto uno a otto fra ricchi e poveri è migliore di quello che abbiamo visto parlando della distribuzione dei redditi in Italia negli anni ’90, e può essere considerato accettabile, specie pensando che ad esempio in Messico 100 $ hanno un diverso valore che a New York.
Non è escluso anche che ridurre queste diseguaglianze potrebbe far peggiorare la situazione generale; il reddito di ciascun abitante della terra diventerebbe 11.100 $ anno che non raddoppia nemmeno l’attuale ricchezza media del terzo mondo, ma metterebbe tutta l’umanità in una situazione analoga di quella attuale di Argentina, Russia, Messico, Turchia; cioè livelli nei quali è difficile ipotizzare un regime democratico, tecnologie avanzate, ricerca ed altro. Potrebbe quindi rappresentare un ritorno alla violenza e alla guerra per bande. L’inaccettabile diseguaglianza esistente nasce non tanto nel rapporto paese ricco e povero, quanto all’interno del singolo paese. Diseguaglianza però ineliminabile senza un nuovo strumento di gestione democratica.
Per garantire a tutti un livello dignitoso di diritti, libertà e tenore di vita, come è indilazionabile e indispensabile, bisogna realizzare un fortissimo aumento della capacità produttiva globale; l’ordine di grandezza è di 5 – 10 volte, ma è tale che impone preventivamente di modificare il modo di produrre, perché con l’attuale logica l’ecosistema mondiale non potrebbe reggere. L’equilibrio è possibile solo con un uso corretto ed equilibrato dell’immensa potenzialità della tecnologia disponibile e questo richiede una struttura pubblica capace di ottenerlo. Come abbiamo già detto l’obbiettivo non è produrre meno ma di meglio.
Infatti se, come abbiamo detto, le democrazie avanzate riuscissero a decuplicare la propria capacità produttiva, pur rimanendo invariata l’attuale ripartizione delle risorse, il reddito pro capite del terzo mondo diventerebbe di 34.000 $ anno che è analogo a quello di Giappone, Italia, Spagna e potrebbe permettere a tutti un buon livello di vita e di democrazia con la possibilità di partecipare al generale sviluppo produttivo amplificando l’autonomia e il benessere. Se, come sarebbe logico, anche loro aumentassero di 3 volte la capacità produttiva, potrebbero raggiungere, sempre a criteri di ripartizione invariati, un reddito pro capite di 141.000 $ anno, più che sufficiente per qualsiasi futura necessità economica/culturale. Utopia? Non credo è solo la presa di coscienza delle immense risorse possibili e ricordo che è lo stesso fenomeno avvenuto nella seconda metà del ‘900 nel rapporto borghesia/proletariato
Ma il discorso economico è solo una parte del cambiamento globale ed è propedeutico a una valutazione di ben più ampio respiro. Infatti quanto detto sulla gerarchia coercitiva che ha sempre dominato i rapporti fra i singoli soggetti all’interno degli Stati, vale a maggior ragione per i rapporti internazionali fra i diversi popoli. Essi sono sempre stati caratterizzati dal prevalere della forza per cui i più forti dominano i più deboli sfruttandone forza lavoro, risorse e territori. La guerra è stata l’attività principale che ha determinato l’evoluzione storica e l’abbiamo studiata come un susseguirsi di battaglie vinte o perse, che costruivano e distruggevano gli imperi del passato; ancora allo scoppiare della seconda guerra mondiale metà del mondo era colonia dei popoli europei.
Dominare o essere dominati era la condizione determinante con l’aggravante che nei rapporti internazionali era lecito uccidere e la sconfitta significava morte, schiavitù ed esilio; la cultura esaltava il coraggio degli eroi che sapevano uccidere e dominare. Pensiamo alla caduta di Troia vissuta come il trionfo degli eroi omerici che hanno permesso la vittoria. Il salto tecnologico potrebbe essere il mago capace di rompere questo circolo vizioso e cancellare tutto ciò dalla storia futura?
Difficile affermarlo senza essere preso per il solito sognatore utopico; eppure pur sapendo di rischiare il ridicolo mi sento di non escluderlo. La nostra lettura della realtà infatti si basa sulla situazione esistente in passato ed abbiamo difficoltà a inserire nella proiezione del futuro i cambiamenti che l’evoluzione tecnologica permette e impone. Abbiamo detto con riferimento ai rapporti sociali dei singoli Stati, che il sottosviluppato sottopagato non aumenta più il benestante generale ma costituisce anzi un costo aggiuntivo; questo vale a maggior ragione per la povertà del terzo mondo che oltre ad essere intollerabile, non alimenta più la nostra ricchezza come in passato. Valutando il costo di guerre, migranti e altro vediamo che supera di molto il vantaggio possibile.
Se un cataclisma naturale infatti dividesse oggi la terra in due parti e nella prima si trovassero i paesi avanzati e nella seconda il terzo mondo senza più nessuna interferenza e comunicazione, i paesi avanzati non perderebbero una risorsa ma fruirebbero di un maggiore benessere. Ben diversa era la situazione intorno a metà del ‘900 basta pensare al costo e alle guerre derivate dalla perdita delle colonie. Questo significa che la miseria del terzo mondo non è più utile ai paesi avanzati e vengono, eliminando gli interessi che l’hanno alimentata.
Caduta la necessità politica rimane il problema tecnico di come il terzo mondo può superare la miseria attuale; al nostro livello tecnologico i problemi tecnici sono sempre i più facili da superare e tale sarebbe la situazione con riferimento al terzo mondo se riuscissimo, realizzando quanto ipotizzato, a utilizzare finalmente l’immensa potenzialità della rivoluzione elettronica.
Soprattutto, disponendo di un meccanismo democratico funzionante, capace di garantire sviluppo e occupazione, sarebbe facile, per non dire automatico, metterlo a disposizione del terzo mondo con aiuti tecnici ed economici, come è avvenuto con il piano Marshal nel dopo guerra e permettere che il terzo mondo possa in autonomia garantire il proprio futuro.
Oggi non è esportabile l’attuale logica democratica perché non regge più e sopravvive con fatica nelle esistenti “democrazie”, ma certo non è utilizzabile nel terzo mondo in una situazione dove mancano risorse, leggi e lavoro. Poco potrebbe servire la fornitura di possibili aiuti perché aumenterebbero solo la ricchezza dei dittatori e l’acquisto di armi necessarie ad alimentare la violenza in una realtà basata sull’alternativa fra sopraffare o essere sopraffatto.
Conclusioni. Non sono né un illuso ottimista né un triste pessimista, ma solo uno che, senza chiudere gli occhi, cerca di guardare la realtà e capire i cambiamenti in corso, le interdipendenze e le possibili conseguenze negative e positive. Il salto tecnologico prodotto in meno di 50 anni dalla rivoluzione elettronica ha stravolto le regole del gioco: se riusciamo ad adeguarci le mie previsioni ottimistiche forse peccano per difetto, in caso contrario la realtà potrebbe essere ben peggiore delle previsioni più drammatiche. Lo spaventoso livello tecnologico e le armi esistenti sono tali che, gestiti male, hanno la possibilità di mettere fine al breve periodo della civiltà umana.
Ma il prevalere della prima o della seconda ipotesi non deriva dalla capricciosa volontà degli dei ma dalla nostra capacità di vedere, capire e conseguentemente agire; continuo a ripetere che il tempo stringe e impone di muoversi, ma pochi sembrano disponibili a intraprendere il nuovo cammino, eppure come ha detto Mao la grande marcia incomincia sempre con un piccolo passo.