ANDARE OLTRE PER RICOSTRUIRE LA DEMOCRAZIA

BRUNO MUSSO

Genova – 16.11.21

Le dittature non smettono di espandersi, coinvolgendo Siria, Libia, Mediterraneo Orientale, ora Afghanistan, mentre le democrazie, vincenti nella II metà del ‘900, continuano a ritirarsi.

La nostra debolezza non deriva da una fisiologica evoluzione storica, ma da una parte mancante del nostro impianto istituzionale, non necessaria in passato, e ora diventata strategica.

Nessuno però vuole affrontare il problema e si preferisce parlare dell’incapacità dei responsabili, che rappresenta invece la conseguenza e non la causa del fenomeno.

Da tempo in solitudine cerco di identificare le cause del fenomeno; non penso di conoscere la verità ma sono convinto di muovermi nella giusta direzione e sarebbe bello che qualcuno volesse partecipare al dialogo.

Il coronavirus ha accelerato la crisi e il tempo stringe.

INDICE

Cap. I – Democrazia – Fotografia della situazione attuale

            Inefficienza pubblica                                                                                                       3

            Negazionismo della crisi istituzionale                                                                        4

            Altre giustificazioni                                                                                                          9

I preconcetti condizionanti                                                                                           10       Un futuro migliore                                                                                                     12

            Evoluzione e rivoluzione                                                                                                15

Cap. II – Democrazia e impianto istituzionale

            Denominazione e funzione                                                                                           21

            Peculiarità della democrazia                                                                                        22

            Il benessere diffuso                                                                                                         24            Situazione attuale                                                                                                            25

Impianto istituzionale                                                                                                     26

            Limiti del meccanismo istituzionale                                                                            27

            Democrazia negata                                                                                                         32

CAP. III – Democrazia e meccanismo produttivo

            Capitalismo – produzione “conto terzi                                                                       35

            Contenuto economico/sociale dell’acquisto                                                            36

            Condizionamenti del capitalismo                                                                                41

Capitalismo (produzione “conto terzi”) ed equità distributiva                           43

            Coerenza storica di alcune teorie interpretative                                                    45

            Caratteristiche e limiti del capitalismo                                                                       49

            Diffusa ostilità politica al capitalismo                                                                         51

Cap. IV – Democrazia – sviluppo e declino

            Fase di sviluppo – II metà del ‘900                                                                              54

            Rottura dell’equilibrio – cambiamenti                                                                       55

            Cambiamento produttivo: Gestione del territorio                                                 57

            Moltiplicatori economici di disfunzioni                                                                     61

            Moltiplicatori politici di disfunzioni                                                                            66

            Conseguenze internazionali                                                                                          71

Cap. V – Andare oltre per ricostruire la democrazia

            Situazione attuale                                                                                                            74

            Ipotesi per cambiare                                                                                                       77

            IV potere                                                                                                                            82

            Un’ipotesi migliorativa                                                                                                   85

            Significato democratico                                                                                                 88

            Reddito di cittadinanza                                                                                                  90

            Conclusioni                                                                                                                        91

I Cap. – Democrazia – La necessità del cambiamento

Inefficienza pubblica – Il dibattito politico con sempre maggiore frequenza denuncia l’inefficienza delle nostre strutture istituzionali e l’inadeguatezza degli uomini politici scelti per governarci; quasi mai si va oltre la denuncia e si cerca la causa di questa situazione, superando la spiegazione semplificata basata solo sulle caratteristiche degli uomini coinvolti. Si condannano le scelte di Trump e si spera nel cambiamento di Biden; gli uomini però sono la conseguenza e non la causa della disfunzione, così la sostituzione dei responsabili può permettere di tamponare ma non di risolvere l’emergenza. Trump ha vinto le elezioni dopo otto anni di governo illuminato di Obama; facile prevedere che dopo Biden seguirà un nuovo Trump forse peggiore.

È quindi necessario non fermarci alle caratteristiche degli uomini ma analizzare la ragione che crea un’evoluzione negativa nella selezione degli uomini e delle prassi seguite. Infatti in tutti i cambiamenti significativi che hanno convolto la società umana e la sua struttura pubblica si possono identificare quattro fasi successive: la prima del negazionismo che in difesa di cultura, abitudini e interessi consolidati, tende a negare l’esistenza del cambiamento; la seconda nella quale si prende atto della nuova realtà, ma si limita a fotografare la situazione per rilevare evoluzioni e tendenze; la terza in cui si cerca di determinare la causa del fenomeno, per arrivare infine alla quarta che studia le possibili soluzioni.

Le quattro fasi i sviluppano in conseguenza logica; la seconda è possibile solo dopo aver superato la prima e così a caduta segue la terza e la quarta; nessuna analisi è possibile senza aver preventivamente superato la fase precedente. A mano a mano che risaliamo le varie fasi incontriamo sempre maggiori difficoltà per risolvere il problema. È infatti abbastanza facile prendere atto dell’esistenza del fenomeno (I fase) come anche, salvo eccessiva faziosità, fotografarlo (II fase) in maniera omogenea ed oggettiva. La difficoltà cresce quando dobbiamo identificarne le cause (III fase) e soprattutto al momento di trovare possibili soluzioni (IV fase).

Le prime due fasi sono facilmente condividibili, mentre la conflittualità cresce nelle due fasi successive. Vedremo come l’esame del nostro impianto istituzionale attualmente si limita alla prima fase del negazionismo e attribuisce a fattori specifici e occasionali le varie disfunzioni rilevate; non si affrontano le fasi successive necessarie per arrivare a una soluzione. Per meglio chiarire il concetto pensiamo utile soffermarci su un fenomeno analogo che coinvolge il dibattito mondiale.

Riscaldamento globale. È un esempio emblematico per illustrare la difficoltà di adeguarsi alle nuove necessità produttive, i tempi e gli scontri che sono stati necessari per i primi timidi passi verso la soluzione. Il fenomeno ha incominciato a manifestarsi circa mezzo secolo fa producendo inizialmente conseguenza marginali, cresciute progressivamente nel tempo. Le prime sparute denunce sulle possibili conseguenze, sono rimaste inascoltate perché contrastavano cultura, abitudini e interessi fortemente consolidati nell’organizzazione esistente. Si tendeva a considerare i vari fenomeni come fatti casuali connessi a situazioni specifiche; Trump ancora un anno fa ha negato il pericolo del riscaldamento globale.

Il cambiamento climatico ha lentamente raggiunto livelli pericolosi e solo allora se ne è preso atto misurando l’ampiezza e le tendenze evolutive (II fase): il ritiro dei ghiacciai alpini, la grande riduzione di quelli polari, le nuove rotte marittime a Nord dell’Europa, l’instabilità climatica, l’aumento dei gradi della temperatura. Con uno scarso margine di soggettività quasi tutti hanno concordato sulle valutazioni fatte.

Si è così aperta la possibilità di andare oltre (III fase) e cercarne le cause. Le spiegazioni legate a fenomeni naturali quali le glaciazioni e gli storici cambiamenti climatici, vengono progressivamente superate e si attribuisce la responsabilità del fenomeno alle attività produttive umane. Tutte spiegazioni complesse che, pur basate su elevate competenze specifiche, non garantiscono certezze. Dopo anni di dibattito ha prevalso la tesi che attribuisce la disfunzione climatica al nostro dissennato consumo energetico; si sono quindi effettuate valutazioni e misurazioni del meccanismo causa/effetto, che hanno permesso di meglio inquadrare il fenomeno, le relative tendenze e pesare le drammatiche conseguenze di un mancato intervento.

Si è quindi potuto iniziare la IV fase per identificare possibili soluzioni. Il dibattito è acceso, coinvolge l’intero pianeta e i conflitti di interesse sono molto elevati; dalle soluzioni che verranno adottate deriva lo sviluppo o la chiusura di molte attività e il peso internazionale dei diversi Paesi. Si incomincia comunque a intravvedere una strada non facile, né certa, ma comunque necessaria perché rimanere fermi è impossibile; bisogna quindi incominciare a muoversi, essendo però coscienti che la direzione si dovrà adeguare strada facendo perché è difficile incidere sulla realtà senza utilizzare l’esperienza via via acquisita.

Negazionismo della crisi istituzionale. Nel valutare la crisi istituzionale che ha coinvolto le democrazie avanzate a cominciare dagli ultimi decenni del ‘900 ci si è finora fermati alla fase negazionista; si è così rifiutato di considerare le pesanti disfunzioni rilevate come inadeguatezza strutturale del nostro impianto istituzionale e si tende ad attribuire i singoli episodi, nonostante la loro gravità, a disfunzioni casuali relative a singoli uomini e a specifiche situazioni politiche.

Per il riscaldamento globale, in un quarto di secolo dal suo iniziale manifestarsi, si è superato la fase negazionista per affrontare le tre fasi successive di analisi che hanno permesso di intravvedere una possibile soluzione. Con la crisi dell’impianto istituzionale viceversa, anche essa iniziata non casualmente circa nello stesso periodo, nessun concreto passo avanti è stato finora fatto; siamo rimasti alla fase negazionista che non riconosce l’inadeguatezza istituzionale e attribuisce la crescente incapacità politica al comportamento degli uomini e delle strategie seguite, nonostante che queste siano chiaramente la conseguenza e non la causa della crisi. Combattere il riscaldamento globale, superando la fase negazionista, significava contrastare abitudini, culture e interessi consolidati, ampi ma limitati a comportamenti e settori produttivi specifici; nonostante i limiti della struttura pubblica è stato possibile cercare possibili soluzioni.

Diversa è la situazione relativa all’impianto istituzionale e alla necessità di adeguarlo alla realtà odierna, perché più complesso è valutare i cambiamenti necessari in quanto rappresenta il nucleo stesso dalla nostra cultura e determina la chiave di lettura della realtà e molte delle nostre conoscenze e valutazioni. Il meccanismo produttivo inoltre condiziona l’organizzazione politico/sociale, creando una forte interdipendenza produzione/democrazia; di conseguenza l’evoluzione della produzione condiziona quella della democrazia e viceversa. Facile dedurre l’inadeguatezza dell’attuale impianto istituzionale, pensato quasi 3 secoli fa, in una società feudale prevalentemente agricola, per legittimare e consolidare la nascente classe borghese e il suo meccanismo produttivo il capitalismo.

Ha retto durante i secoli della rivoluzione industriale perché il meccanismo produttivo e la classe al potere hanno mantenuto caratteristiche abbastanza costanti. La rivoluzione elettronica però in meno di 50 anni ha permesso un salto economico/sociale analogo a quello dei 5 secoli precedenti, portando a una società post borghese, post industriale, con possibilità di benessere, diritti, uguaglianza e partecipazione prima impensabili. È evidente che serve una forte discontinuità che stravolge inevitabilmente l’ordine attuale e scatena parallelamente un forte rifiuto perché mette in discussione conoscenze, ruoli, privilegi che riguardano tutti e non solo alcuni.

Il problema è urgente perché l’incapacità della mano pubblica provoca sia il rischio che la lotta al riscaldamento globale diventi il solito sogno utopico, sia una intollerabile disfunzione produttiva che supera di molto quella comunemente rilevata. Infatti per valutare coerenza organizzativa, efficienza e sviluppo facciamo riferimento all’unico strumento disponibile cioè le variazioni del Pil. Il dato è scarsamente significativo e inoltre si riferisce ai valori raggiunti a fine ‘900 al termine della rivoluzione industriale e pertanto non può tener conto dell’immenso salto qualitativo che la rivoluzione elettronica avrebbe dovuto realizzare negli ultimi decenni. I dati risultano così totalmente falsati perché manca l’aumento possibile/necessario che può essere valutato pari a 10 volte (1.000%); viene quindi trascurato il principale elemento da analizzare che può portare una variazione macroscopica da i a 10 dei dati di riferimento. Vediamo di quantificare il fenomeno e gli altri elementi che impediscono di capire l’effettiva situazione in cui viviamo.

Dimensione della crisi economica. È questo l’elemento determinate che condiziona quasi tutti i discorsi sull’argomento, infatti si considera normale la situazione attuale e si deduce di conseguenza possibilità i limiti reali. Viceversa i pesanti condizionamenti dell’attuale situazione rappresentano proprio il manifestarsi economico della disfunzione organizzativa, inficiando così le analisi che partono da questi dati.

È infatti diffusa la rassegnazione che i figli debbano accettare condizioni di vita peggiori di quelle dei loro padri, che l’ascensore sociale sia riservato solo a pochi casi fortunati, che si debba rinunciare a molti diritti acquisiti, oggi non più possibili. La realtà è diametralmente opposta; senza scomodare la “Ricchezza delle Nazioni” di Adamo Smith, è facile rilevare che la prosperità di un Paese deriva dalla sua capacità produttiva e l’aumento di produttività connesso all’introduzione dell’elettronica nel ciclo produttivo (come ciascuno può constatare nella propria vita quotidiana) è almeno pari a quello realizzato nei secoli precedenti con l’utilizzo della meccanizzazione e del motore. In 50 anni abbiamo realizzato un’evoluzione tecnologica analoga se non superiore a quella dei 500 anni precedenti.

Non è quindi azzardato sostenere che nei nostri paesi il divario tra l’attuale tenore di vita e quello possibile, dovrebbe essere almeno uguale a quello verificatasi fra inizio e fine del ‘900, che corrisponde all’aumento di 10 volte (1.000%) di cui abbiamo parlato. Questo sottolinea l’assurdità della situazione e il margine di miglioramento economico/sociale oggi possibile e necessario. Questo non (voler) vedere ricalca la situazione della fine degli anni ’20 del secolo scorso; anche allora il primus politico confondeva le analisi degli economisti che come oggi non avevano previsto la crisi, né identificato soluzioni idonee a superarla; la situazione allora è sfociata nella crisi del ’29, che poté essere superata solo dopo la seconda guerra mondiale grazie alla caduta dei vincoli politici.

Anche allora eravamo in presenza di una forte evoluzione tecnologica capace di far crescere produzione e benessere: nel ’28 Keynes aveva previsto un possibile aumento del reddito (Pil) del 400%. Viceversa l’economia non è cresciuta, si sono ridotti redditi, libertà e occupazione, alimentando la spinta dittatoriale, nata anche allora sull’onda di un successo elettorale. Esattamente come oggi. Solo dopo la guerra, sulle macerie delle città europee, la caduta dei vincoli politici ha permesso alle società avanzate quali l’Europa e il Nord America di aumentare benessere collettivo, libertà e diritti, fino a livelli mai raggiunti prima. Le democrazie hanno così vinto e sconfitto progressivamente le varie dittature dei paesi europei.

Livello tecnologico/produttivo e conoscenza: esaminiamo quindi i principali elementi che condizionano la nostra incapacità e “non voglia” di capire. Esiste infatti un’interdipendenza conoscenza/produzione con i due elementi che si alimentano e condizionano a vicenda: il circolo virtuoso della conoscenza che nasce dalla produzione, a sua volta figlia della conoscenza. Ogni livello di evoluzione produttiva crea una corrispondente evoluzione culturale; diverso è il modo di ragionare della società moderna rispetto a quello medievale. Il passaggio dall’una all’altra società ha richiesto 500 anni con molti passaggi intermedi lenti, progressivi e graduali. La rivoluzione elettronica invece in meno di 50 anni ha modificato il ciclo produttivo in modo analogo (forse superiore) a quello della rivoluzione industriale realizzata nei 5 secoli precedenti; il passaggio è avvenuto in una generazione mentre la mancanza di livelli intermedi ha reso difficile un adeguamento conoscitivo graduale.

Inoltre gli alti livelli raggiunti dalla nostra conoscenza hanno richiesto una sempre maggiore specializzazione nella quale il singolo si specializza in un campo sempre più ristretto; questo necessario processo presuppone però che non cambino sostanzialmente le caratteristiche di contorno; infatti in una situazione generale di cambiamento graduale, le condizioni esterne al campo d’analisi rimangono sostanzialmente immutate. Se l’evoluzione è lenta i vari settori, interagendo fra di loro, si evolvono parallelamente, permettendo che le variazioni nelle diverse analisi si integrino progressivamente.

Se viceversa l’evoluzione è troppo rapida entra in crisi la connessione fra i diversi settori specie quando si tratta di settori, quali economia e politica, culturalmente autonomi ma fortemente interconnessi. Questo è successo con la crisi del ’29 che essendo politica e non economica, non è stata né capita né risolta dagli economisti; avviene nuovamente oggi per questa crisi che è politica e non economica.

Inadeguatezza pubblica. La struttura pubblica inoltre nella nuova realtà dovrebbe darsi carico della parte maggioritaria e strategica della produzione ma essendo priva degli strumenti necessari non assolve il proprio compito e, non potendo realizzare l’ottimizzazione produttiva, rompe il meccanismo produzione/conoscenza. Viene coinvolta un’ampia maggioranza della popolazione, che svolge così un “non lavoro”, fonte di conoscenza solo formale e non reale. Questa oggettiva “non conoscenza” diffusa, non aiuta la collettività ad affrontare la complessità dei problemi economico/politico, mentre alimenta l’irresponsabilità collettiva, le spinte populiste e le richieste incompatibili.

Impostazione culturale: il pensiero scientifico da tempo ha imposto dei rigidi criteri per analizzare i fenomeni naturali che sono determinati da leggi fisiche da studiare, capire e utilizzare; nasce così l’analisi scientifica che valuta le cause e identifica possibili soluzioni. L’inondazione non dipende più dall’ira degli dei ma da opere di protezioni idrauliche non realizzate; la bottiglia non è rotta dal folletto ma dalla formazione del ghiaccio che dilata l’acqua. Questa logica è stata seguita per studiare il riscaldamento globale.

Diverso è il criterio di valutazione quando ci riferiamo ai comportamenti umani; in questi casi infatti pensiamo (giustamente) che il libero arbitrio differenzia l’uomo dalla particella d’acqua e ne garantisce un comportamento libero, imprevedibile, casuale e come tale non scientificamente prevedibile. La valutazione, pur corretta, sottovaluta le leggi della statistica in base alle quali il singolo atto non è prevedibile perché “la probabilità non ha memoria”, ma lo diventa in presenza dei grandi numeri (come nell’economia) in quanto in questi casi “la frequenza è uguale alla probabilità”.

Il comportamento del singolo è quindi casuale, imprevedibile e governato da fattori personali, ma facendo riferimento alla collettività e ai grandi numeri che caratterizzano l’economia, i comportamenti diventano obbligati. Ovviamente sono condizionati dai fattori comuni come le caratteristiche storiche, economiche, culturali ma di esse si deve tener conto come facciamo quando studiamo l’acqua che ad esempio aumenta la velocità se cresce la pendenza. Così, inserendo i fattori esterni, anche i comportamenti umani possono rimanere obbligati, prevedibile e calcolabili. L’uomo ha certo più variabili di indipendenza (anche l’acqua non scherza), ma questo rende solo più complessa l’analisi, non ne comprometterne la validità.

Interdipendenza economia/politica: Le leggi dell’economia sono complesse e condizionate da fattori dialettici basati su logiche contrastanti che spesso rendono la realtà opposta a quella che appare, in un dedalo di contradizioni difficili da interpretare.  L’economia è però lo strumento tecnico utilizzato dal potere politico per soddisfare le necessità della collettività. È inevitabile quindi che, crescendo la coscienza collettiva, la collettività manifesti la legittima istanza di partecipare alle scelte strategiche che condizionano la sua vita.

Senza scuole è facile che prevalga l’analfabetismo, così difficilmente la collettività potrà disporre della conoscenza collettiva necessaria fino a quando mancheranno gli strumenti, attualmente mancanti, necessari a inserirla nei meccanismi produttivi. In questa fase si ricorre a soluzioni semplificate, facilmente comprensibili e basate sulle dialettiche elementari: buoni-cattivi, giusto-sbagliato, che quasi mai corrispondono alla complessità della realtà. Un esempio emblematico è stata la teoria marxista, che ha legittimato la lotta di classe, e rimane tutta condivisibile con riferimento alla realtà del momento storico, ma era tecnicamente inesatta per la parte relativa alla teoria del plus valore.

È stata invece proprio questa parte, ancora oggi condizionante, la sua principale forza di rottura perché era di facile comprensione. Mentre era difficile spiegare che le risorse economiche vengono divise in funzione del livello di potere delle parti (reale contenuto della logica marxista), risultava facilissimo convincere l’operaio che era pagato meno di quanto avrebbe avuto diritto. Si aggiunga che la validità della teoria sembrava confermata dalla prassi, infatti gli aumenti salariali venivano concessi solo a seguito delle rivendicazioni. L’inesattezza logica si è evidenziata solo quando, sulla base di questa teoria, i rivoluzionari hanno reso pubblici i mezzi di produzione, convinti che eliminando il “padrone” avrebbero fatto cadere anche lo sfruttamento.

Così non è stato; la situazione non è cambiata significativamente perché il meccanismo economico era più complesso e altri elementi determinavano la produzione e distribuzione delle risorse. Questo equivoco interpretativo non è ancora stato superato e rimane anche oggi uno dei principali condizionamenti culturali; tutti fattori che rendono difficile la corretta interpretazione delle forze in gioco e danno spazio alle mistificazioni finalizzate a difendere chi detiene il potere

Altre giustificazioni. Vi sono poi altri elementi esterni che vengono comunemente utilizzati per nascondere la responsabilità dei politici e burocrati coinvolti.

Incapacità di autogestione. Si tende a giustificare l’inefficienza generale con l’incapacità di autogestirsi dei popoli, sensibili solo alle false promesse di politici inadeguati. Questa convinzione che nega il concetto stesso di democrazia, nucleo fondante della nostra civiltà e suo principale elemento di forza, aprirebbe drammatici scenari alternativi, ma fortunatamente è priva di contenuto reale.

Basta ricordare che, solo facendo riferimento a U.E. e USA, ancora 50 anni fa il dibattito pubblico era incentrato su democrazia, libertà, diritti e il 90% della popolazione si recava a votare per difendere i propri diritti. Kennedy davanti al muro di Berlino dichiarava “io sono berlinese”, i nostri leader anticipavano il futuro mentre le democrazie vincenti sostituivano progressivamente i regimi dittatoriali. Non è concepibile che gli stessi popoli oggi, attraverso libere elezioni, esprimano tendenze opposte: scelgono uomini incapaci, bugiardi che fanno riferimento alla parte peggiore di noi. Non si tratta di fatti naturali o inadeguatezza della collettività ma del nostro impianto democratico che non è più in grado di assolvere ai propri compiti e legittima la contestazione dei movimenti populisti.

Colpisce come uomini “di sinistra” arrivino a teorizzare la superiorità della Cina sugli Usa grazie al regime autoritario, meritocratico ed efficiente, senza capire che questa non rappresenta la tendenza futura ma solo il manifestarsi di una drammatica disfunzione evolutiva. Condizioni analoghe negli anni ’20 del ‘900 hanno portato al potere, inizialmente attraverso una vittoria elettorale, Mussolini e Hitler, che però non rappresentavano il futuro ma solo il rifiuto ormai antistorico di riconoscere i diritti del proletariato; sono state necessarie lacrime e sangue per far prevalere le democrazie, confermando la capacità dei popoli di auto gestirsi purché dispongano di strumenti idonei e consoni allo specifico momento storico.

Dittatura del capitalismo. Analogamente non ha senso scaricare sul meccanismo capitalistico, secondo un radicato pregiudizio, la mancata crescita economica e l’accentuarsi delle disuguaglianze: il capitalismo infatti è solo il luogo del manifestarsi delle disfunzioni, perché i fattori di crisi nascono a livello politico per l’incapacità della struttura pubblica di regolamentare e controllare il meccanismo capitalistico e garantire l’equità sociale. Come abbiamo visto nella seconda metà del secolo scorso negli stessi regimi capitalistici si riducevano le diseguaglianze ed era proprio il binomio vincente democrazia/capitalismo che faceva prevalere le democrazie.

Ovviamente il capitalismo dispone di un proprio potere pronto ad occupare tutti gli spazi lasciati vuoti e, se non contrastato, capace di far prevalere i propri interessi; la colpa però non è del capitalismo ma dalla mancanza di regolamentazione e controllo del potere pubblico, perché il potere economico è gerarchicamente subordinato a quello politico, purché questo sia in grado di imporre la propria volontà. L’attuale strapotere economico è un’ulteriore prova che il nostro impianto istituzionale ha funzionato fino a fine ‘900, ma oggi ha smesso di assolvere alle proprie funzioni, creando una crescente inefficienza e ponendo la drammatica alternativa fra democrazia e dittatura. Alternativa cioè fra la non gestione della prima e la violenza della seconda, con il forte rischio che in mancanza di un radicale cambiamento, la dittatura prevalga esattamente come un secolo fa.

I preconcetti condizionanti. Prima di andare oltre ed esaminare i cambiamenti possibili è necessario soffermarci su due condizionamenti storico/culturale che basati sulla confusione fra potere reale con quello solo formale, hanno condizionato e ancora condizionano la lettura delle nostre scelte economico/sociali. L’equivoco fra i diritti reali e quelli formali ha infatti determinato il fallimento di tutte le rivoluzioni del ‘900 e ancora oggi condiziona gli opposti schieramenti politici di sinistra e di destra. I due elementi sono la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e le elezioni a suffragio universale; vediamoli singolarmente.

Proprietà pubblica dei mezzi di produzione: La rivendicazione della proprietà pubblica dei mezzi di produzione sembrava garantire il massimo livello di democrazia e di distribuzione egualitaria delle risorse economiche. L’attività industriale e agricola non sarebbe più stata di proprietà del “odiato padrone”, che nell’Ottocento aveva tutte le caratteristiche per meritare questo titolo, ma apparteneva alla collettività quindi a tutti. L’istituzione dei Soviet si riprometteva addirittura di andare oltre, perché prevedeva che fosse il proletariato, cioè gli stessi operai, che si autogestivano e i loro nuclei agglomerandosi, costituissero una catena gerarchica, sostitutiva delle elezioni borghesi, che realizzava il potere politico. Tutti gli obbiettivi rivoluzionari potevano così essere raggiunti: eliminazione del padrone e del conseguente sfruttamento, proprietà collettiva dei mezzi di produzione, autogestione operai dell’attività produttiva. Era oggettivamente difficile immaginare un’ipotesi più consona agli obbiettivi rivoluzionari di uguaglianza e di partecipazione al potere del proletariato.

La storia ha dimostrato l’opposto, ma tuttora stentiamo a capirne il perché e molti tendono a darne la solita spiegazione basata sulle caratteristiche degli uomini coinvolti o ai “poteri forti” che hanno impedito il cambiamento. Più difficile è prendere atto che il capitalismo, nonostante il padrone, o proprio grazie al padrone, poteva raggiungere, come meglio vedremo in seguito, anche a livello di democrazia e di equità distributiva, risultati migliori.

La collettività infatti con la proprietà pubblica dei mezzi di produzione disponeva di un diritto bellissimo ma solo formare che poco modificava il meccanismo produttivo, mentre un risultato migliore si poteva raggiungere con la concorrenza capitalistica in quanto il potere era reale. Il primo nobile ma solo formale, il secondo meno appariscente ma concreto, continuo e fortemente reale, per cui il secondo ha prevalso sul primo, permettendo i risultati positivi della seconda metà del ‘900.

La proprietà pubblica dei mezzi di produzione, con il grande fascino mediatico, si legittimava con la teoria del plus valore che identificava lo sfruttamento nella dialettica aziendale padrone/lavoratore; eliminare il padrone implicava far cadere anche lo sfruttamento e le sperequazioni economiche. La storia dimostrando il contrario, avrebbe dovuto inficiare anche la teoria del plus valore, ma il fascino mediatico della teoria, le inerzie culturali e gli interessi consolidati hanno impedito questo passo ulteriore. Così la teoria del plus valore, pur rimanendo l’unico punto inattendibile delle teorie marxiste storicamente corrette, rappresenta ancora un insuperabile pregiudizio che condiziona le posizioni politiche e la strategia della sinistra. 

Elezioni a suffragio universale: Continuiamo l’esame dei meccanismi necessitanti ed affrontiamo il discorso abbastanza analogo della validità democratica delle elezioni come strumento elettivo del potere politico. Gli eletti liberamente scelti dalla collettività degli elettori dovrebbero offrire la massima garanzia di tutelare al meglio gli interessi dei votanti. Questo è anche storicamente avvenuto; il sistema elettivo inizia in Italia a metà dell’Ottocento e per quasi un secolo, tutela solo gli interessi dei borghesi che erano gli unici ad avere il diritto di voto; il proletariato escluso da qualsiasi diritto è stato condannato alla peggiore miseria. A fine ‘800 la borghesia festeggiava incosciente la belle époque mentre quasi un 50% della popolazione era costretta ad emigrare.

Nella seconda metà del ‘900 però, dopo guerra e caduta delle dittature, il suffragio universale, diventato finalmente reale, ha difeso i diritti dell’intera collettività; la mano pubblica ha garantito un’elevata uguaglianza di diritti ed ha regolamentato e controllato la produzione capitalistica, che grazie all’ottimizzazione produttiva aumentava il benessere. Ne è derivato un continuo aumento di diritti, libertà, equità distributiva e benessere diffuso, arrivando a livelli mai raggiunti nella storia dell’umanità. Le democrazie sono così diventate vincenti grazie al binomio democrazia/capitalismo in cui tutte le democrazie erano capitaliste e il capitalismo avanzato si sviluppava solo nei paesi democratici; le alternative dittatoriali venivano progressivamente superate.

Il meccanismo virtuoso si è chiaramente rotto verso la fine del secolo, e le democrazie non sono più riuscite a garantire crescita economica, diritti ed uguaglianza sociale, facendo progressivamente prevalere nuovamente le spinte autoritarie. Facile dedurre che l’evoluzione economica/sociale impone nuove regole del gioco e cambiamenti radicale ma questo rompe i preesistenti equilibri e la collettività non sa o non vuole riconoscerlo. Non parliamo infatti di semplici revisioni costituzionali, come si tende a pensare, perché il fenomeno non è italiano ma mondiale e tutti soffrono, in forma più o meno accentuata, dello stesso problema; è necessario quindi un ripensamento globale della logica istituzionale.

Un futuro migliore.  Bisogna chiedersi però se esistono effettivamente le condizioni per andare oltre e superare i limiti della democrazia borghese perché tutti i tentativi fatti finora sono falliti. Esaminiamo quindi le condizioni che possono legittimare un futuro migliore nato dall’ipotesi di una modifica radicale con le caratteristiche dell’evoluzione rivoluzionaria; il livello democratico non cresce infatti per una semplice dichiarazione di principio ma sono necessarie due cose: un meccanismo produttivo e una struttura istituzionale che si integrino reciprocamente e siano idonei a raggiungere gli obbiettivi fissati.

La borghesia si è imposta proprio perché disponeva di questi due elementi, cioè un nuovo modo di produrre, il capitalismo e una struttura istituzionale, la tripartizione dei poteri, che si integravano a vicenda. Solo grazie a questi due elementi la rivoluzione francese ha potuto originare un nuovo ordine economico/sociale che permetteva il superamento della precedente società feudale; le altre rivoluzioni si sono invece sempre limitate a sostituire il gruppo al potere senza significativi cambiamenti. Vediamo gli elementi che possono legittimare un reale cambiamento e le caratteristiche dell’evoluzione possibile.

Rapporto conoscenza/produzione e partecipazione. Partiamo dal rapporto conoscenza/produzione in cui i due elementi si condizionano a vicenda perché la conoscenza, figlia della produzione, è a sua volta conseguenza della produzione. Nei 5 secoli della rivoluzione industriale era necessaria una minoranza pensante che gestiva e coordinava la produzione e una maggioranza non pensante che svolgeva lavori fondamentalmente manuali; questo legittimava le due classi: la borghesia, minoranza pensante e il proletariato, maggioranza non pensante. Il fortissimo salto tecnologico della rivoluzione elettronica, ha fatto progressivamente scomparire i lavori pesanti, privi di contenuto conoscitivo, che richiedono principalmente forza fisica. È così venuta a cadere questa divisione ed ha reso necessario/possibile una serie di cambiamenti politico/sociali.

Il primo è che tutti vogliano partecipare alle scelte economiche che determinano il loro benessere economico/sociale però per raggiungere questo obbiettivo è necessario un meccanismo istituzionale, attualmente non esistente, che lo renda possibile, fornendo alla collettività la necessaria conoscenza diffusa che può nascere solo da un diverso inserimento nel ciclo produttivo. Questa parte mancando nel nostro impianto istituzionale, impedisce di recepire le legittime istanze di partecipazione e scatena i movimenti di massa, chiamati populismo, che accentuano l’instabilità del sistema.

La partecipazione senza i necessari meccanismi di inserimento e conoscenza, rimane una semplice dichiarazione demagogica che di fatto alimenta un potere incontrollato. Così sono le istanze della democrazia diretta del movimento 5 Stelle, che ignorando il rapporto produzione/conoscenza, sfruttano le legittime paure e le illusioni dei perdenti, portando a un peggioramento collettivo. Uomini incapaci, privi di competenza, vengono portati a responsabilità di Governo, solo grazie a un migliaio di “mi piace” espressi in modo casuale da un’indistinta collettività. È necessario un meccanismo organizzativo che permetta di inserire la collettività nel sistema produttivo per dotarla della conoscenza necessaria e soddisfare le istanze legittime di una più avanzata partecipazione democratica.

La nuova struttura ipotizzabile deve essere finalizzata a garantire i diritti economici e quindi dovrebbe integrarsi con quella esistente utilizzando i risultati ottenuti che hanno permesso l’attuale livello di diritti civili, di libertà e di uguaglianza. Ciò che è scritto nelle aule dei tribunali “la legge è uguale per tutti”, è oggi formalmente vero, ma il diritto spesso rimane solo formale e non reale. Non si tratta però più di un problema giuridico legato al contenuto della legge, ma economico, conseguenza della mancanza delle condizioni organizzative necessaria a rendere reali i diritti acquisiti.

È diventato necessario infatti che vengano soddisfatti i diritti economici quali lavoro, sanità, istruzione, dignità umana, vecchiaia sostenibile e la disponibilità di tutti quei servizi che determinano la qualità della vita. Sono funzioni caratterizzate sia da una forte valenza sociale sia dal regime di monopolio naturale, che impedisce alla concorrenza capitalistica di effettuare il necessario controllo. Per soddisfare queste necessità della collettività/utente non disponiamo allo stato attuale di meccanismi alternativi di ottimizzazione produttiva per cui diventano attività prive di controllo reale da cui nascono gli sprechi e le inefficienze.

Si tratta di attività che oltre a essere strategicamente determinanti, sono diventate anche predominanti a livello quantitativo, infatti in meno di un secolo l’attività non gestibile dal mercato capitalistico è passata da circa il 10% (la quota pubblica tradizionale di inizio ‘900) a quasi il 70% dell’attività produttiva globale. È una situazione che non esisteva nella società agricola di 3 secoli fa quando l’Illuminismo francese ha teorizzato la tripartizione dei poteri del nostro impianto istituzionale.; non è stata quindi prevista né si sono ipotizzati i mezzi tecnici necessari per fronteggiarla.

Benessere possibile e sfruttamento. Il salto tecnologico ha creato inoltre una tale capacità produttiva potenziale da poter modificare i principali condizionamenti dei rapporti sociali. Infatti, anche se può non piacere, la nostra società fino al secolo scorso, come giustamente sosteneva Marx, si basava sullo sfruttamento; al livello tecnologico di allora poteva esistere una minoranza pensante solo grazie a una maggioranza adibita ad una attività produttiva massacrante: se il contadino, il minatore, il marinaio, l’operaio avessero avuto la libertà di pensare, l’avrebbero utilizzata per liberarsi da quella intollerabile situazione. Il salto tecnologico degli ultimi 50 anni ha invece permesso di rovesciare la situazione: per lavorare bisogna pensare e per pensare bisogna lavorare; il principio vale per tutti i livelli del processo produttivo dai più semplici a quelli più elevati.

Lo sfruttato non pensante, non rappresenta più, specie in prospettiva, un vantaggio ma anzi è portatore di un costo generale in continua crescita, capace di compromette l’equilibrio generale. L’uso massiccio che continuiamo a farne è conseguenza non della sua necessità ma della disfunzione produttiva e conferma l’incapacità pubblica di adempiere al proprio compito. Il superamento dello sfruttamento non significa ovviamente una condizione di generale uguaglianza economica, ma solo che il maggiore reddito di uno, non deriva dallo sfruttamento di un altro.

Si impone qui una precisazione perché i preconcetti legati alla teoria marxista del plus valore, falsano il diffuso criterio di valutazione. Infatti si tende a considerare che il successo e il conseguente elevato reddito dell’artista, dell’atleta, del professionista derivino dalle sue particolari capacità e non dello sfruttamento degli altri, sono quindi giustificati perché non implicano la riduzione del benessere altrui. Questa stessa logica non viene comunemente utilizzata con riferimento all’imprenditore, il cosiddetto padrone; viceversa in un sistema capitalistico, correttamente gestito e controllato, valgono gli stessi principi ed è corretto che il lavoro e la fantasia creativa imprenditoriale, che garantiscono parte del generale benessere, legittimino redditi più elevati che non sono sottratti agli altri. Le follie retributive che rileviamo oggi sono conseguenza non di disfunzioni del meccanismo capitalistico, ma dell’incapacità di regolamentazione e controllo del pubblico.

Questo genera non solo un’importante conseguenza economica, ma anche un radicale cambiamento dei rapporti sociali perché se il benessere di singoli o di gruppi non deriva più dallo sfruttamento di altri, cambiano le regole del gioco sia fra i cittadini sia fra gli Stati a livello internazionale e diventano possibili rapporti di equità e rispetto reciproco che prima sarebbero stati utopici.

Con questa precisazione è necessaria una parentesi sui rapporti internazionali che condizioneranno il futuro equilibrio mondiale; finora siamo vissuti con una parte minoritaria della popolazione mondiale, le democrazie avanzate, che godevano di un reddito elevato e la restante, il terzo mondo, in condizione di estrema povertà. Cioè a livello internazionale si era ricreata una situazione analoga a quella interna alle varie “democrazie” borghesi, caratterizzata fino alla prima metà del ‘900, da una piccola minoranza ricca con tutti i diritti, la borghesia e una maggioranza povera, il proletariato senza diritti. La situazione non poteva reggere, ed è esplosa a metà del ‘900, portandoci alla realtà attuale.

Parallelamente la divisione del mondo in una minoranza ricca e una maggioranza disperata non è pensabile che possa reggere più a lungo ed è facile immaginare che questa situazione se non venisse mutata, sarà la principale causa di collasso del sistema. Viceversa il superamento dello sfruttamento potrebbe per la prima volta permettere una totale capovolgimento comportamentale con i rapporti internazionali basati su collaborazione e integrazione. È quello che hanno cercato di fare le democrazie nel breve periodo, la seconda metà del ‘900, quando hanno parzialmente funzionato. Potrebbe essere una delle principali ricadute dell’evoluzione possibile però rimane nobile istanza ma pura utopia senza un nuovo impianto istituzionale adeguato alla mutata realtà, cioè dotato degli strumenti idonei a realizzarla.

Il momento è molto delicato perché se non contrastiamo l’evoluzione attuale, le nostre democrazie avanzate, pur con un’indubbia eccellenza umana e tecnologica, pagano la mancanza di una struttura istituzionale adeguata, lasciando prevalere i paesi dittatoriali più arretrati ma privi di vincoli. La U.e., nonostante le sue eccellenze, subisce la prepotenza di dittatori di paesi arretrati come Putin e Erdogan che già spadroneggiano in buona parte del Mediterraneo orientale.

Evoluzione e rivoluzione. Vediamo cosa significa il radicale cambiamento prevedibile; le grandi trasformazioni produttive come la rivoluzione industriale europea degli ultimi 5 secoli, nonché quella attesa oggi, rappresentano una tale mutazione nella struttura economico/sociale da presentare le caratteristiche della rottura rivoluzionaria. Le rivoluzioni però costano lacrime e sangue e nella maggioranza dei casi non raggiungono i risultati sperati; sarà quindi utile soffermarci sugli elementi che le determinano e le ragioni dei successi e dei più frequenti fallimenti.

Rivoluzione significa che una maggioranza non tollera più i privilegi della struttura al potere e insorge per abbatterla ed ottenere una situazione più equa. Però la struttura istituzionale è condizionata dall’organizzazione della società e quindi dal suo meccanismo produttivo e dal generale livello tecnologico. Se la realtà economica non cambia difficilmente quella politico/sociale può essere sostanzialmente modificata; al massimo si può sperare in comportamenti più accettabili dei nuovi governanti, pur rimanendo all’interno della stessa logica generale. In pratica ben poco come confermano i ripetuti fallimenti delle rivoluzioni.

Vediamo infatti che la lunga storia dell’umanità in Occidente è caratterizzata da un potere politico assoluto e non democratico, che opera in una struttura produttiva a tecnologia quasi invariata, con l’agricoltura quale settore principale. Il potere deriva dall’ampiezza e fertilità del territorio controllato e si struttura secondo una rigida gerarchia basata sulla logica feudale. I contadini hanno diritti quasi inesistenti, le risorse di cui dispongono rappresentano il minimo necessario per garantirne la sopravvivenza.

Questa realtà arriva fino al XV secolo e sono poco significativi i tentativi di far evolvere la struttura pubblica in senso democratico, allargando il numero degli aventi diritto. Potremmo ricordare le polis greche, i Romani, i Comuni, le Repubbliche Marinare; a riprova però possiamo notare che sono tutte società in cui cade la centralità dell’agricoltura per dare spazio ad altre attività quali navigazione, finanza, manifattura, tutti embrioni di attività non feudali ma borghesi.

Rivoluzione borghese. Solo la borghesia infatti con la rivoluzione francese ha messo in moto un radicale processo di evoluzione economico/sociale, capace di modifica il quadro di riferimento ed arrivare alla società odierna. Il risultato è stato possibile grazie alla costruzione iniziata nei secoli precedenti di due fondamentali e interdipendenti elementi, che hanno permesso di rendere possibile il cambiamento.

Il primo è il nuovo modo di produrre, denominato capitalismo, caratterizzato da una forte spinta evolutiva e una maggiore capacità e complessità produttiva che mantiene due categorie di soggetti; da una parte la borghesia, una minoranza pensante in grado di gestire la produzione, dall’altra il proletariato, una maggioranza adibita a lavori massacranti che implicavano grande fatica e scarso contenuto conoscitivo. Si è così allargata, rispetto alla società feudale, la categoria degli aventi diritto e la piramide economico/sociale si è adattata alla nuova realtà produttiva.

L’evoluzione produttiva è però solo la condizione necessaria ma non sufficiente per la rivoluzione sociale, perché parallelamente è necessario un meccanismo istituzionale che dia consistenza e solidità alla nuova organizzazione politico/sociale. La borghesia ha risolto brillantemente anche questo secondo problema grazie alla tripartizione del potere pensata dall’Illuminismo francese mezzo secolo prima della rivoluzione; è stata questa complessa logica organizzativa che ne ha sancito il successo.

Infatti capitalismo e borghesia si erano imposti in Italia con quasi tre secoli di anticipo, nelle città che vivevano di navigazione, commercio, artigianato e finanza, che però non sono diventate egemoni per la mancanza di una logica istituzionale strutturata e consolidata, coerente con la struttura produttiva e capace di sostituire la rigida gerarchia feudale. Ne è derivato infatti una continua lotta per il potere che ha prevalso, assorbendo buona parte dell’oggettiva superiorità produttiva.

Le biografie di Dante che celebrano i 700 anni della morte, descrivono una Firenze civile ma piccola con non più di 80.000 abitanti, che passa la maggior parte del proprio tempo a combattere contro tutti i villaggi, borghi e città limitrofi e come non bastasse anche all’interno della stessa città continua, con alterne fortune, lo scontro fra gruppi e correnti. Lo stesso Dante è costretto all’esilio per buona parte della propria vita.

Discorsi analoghi valgono per la storia di Genova e Venezia; gli scontri fra gruppi e comuni limitrofi, hanno bruciato la loro superiorità culturale/produttiva lasciandole preda delle più arretrate società feudali. Carlo VIII, Re della Francia feudale, nel 1494 ha attraversato l’Italia con un esercito di 30.000 uomini arrivando fino a Napoli senza quasi incontrare resistenze nonostante lo splendore, le eccellenze, i capolavori delle mille città italiane.

La tripartizione dei poteri, le elezioni e tutto l’articolato impianto istituzionale hanno offerto alla borghesia la struttura per un potere sufficientemente stabile e duraturo, che poteva garantire i diritti e la libertà necessari alla sua vincente attività capitalista. Questa struttura di potere articolata, strutturata, consolidata dagli anni e dalla tradizione ha permesso di costruire gli anticorpi necessari a resistere nel tempo alle forze eversive. Senza la solida ed articolata organizzazione, i vari incidenti di percorso come negli U.s.a. la fine della presidenza di Trump, avrebbero significato la fine dell’equilibrio democratico.

Il fallimento di tutte le altre rivoluzioni come quella russa, cinese, cubana e le varie sud americane non sono state determinate dall’incapacità degli uomini, conseguenza e non causa del fenomeno, ma dalla mancanza di uno o entrambi gli elementi sopra esaminati. In particolare la rivoluzione russa mancava di entrambi gli elementi: cercava infatti sia di superare il capitalismo borghese, che in quel momento era il punto più avanzato di produzione, sia, e forse di conseguenza, di utilizzare lo strumento istituzionale dei Soviet, privo di una coerenza organizzativa e non idoneo a raggiungere lo scopo. Per tutto il secolo scorso il riformismo del Nord Europa ha rappresentato la soluzione più avanzata sotto il profilo economico/sociale; la rivoluzione elettronica di fine secolo ha rotto l’equilibrio rendendo così possibile e necessario il passo avanti che dobbiamo affrontare.    

Discontinuità radicale. Esaminiamo quindi questa Rivoluzione Necessaria, che è stata resa possibile dal salto tecnologico della rivoluzione elettronica, ma non dispone ancora di una struttura istituzionale coerente con le nuove necessità/possibilità. Si evidenzia subito che la particolarità della situazione rende poco adatto il termine stesso di rivoluzione che, come abbiamo visto, significa una maggioranza che abbatte una minoranza privilegiata, riducendo così sfruttamento e diseguaglianze. Il nostro caso infatti fa eccezione e si discosta dalle logiche del passato perché i soggetti privilegiati, a cui devono essere tolti i privilegi, non rappresentano più, come in passato, una minoranza abbastanza esigua cioè meno dell’1% nella società feudale e poco più del 3% in quella borghese, ma bensì una significativa maggioranza che forse si potrebbe avvicinare al 70% della popolazione.

Solo la vertiginosa crescita tecnologica e conseguente crescita della produttività, ha a lungo nascosto questa follia organizzativa, che impediva un aumento della produzione ma manteneva ugualmente invariata la situazione; così i vantaggi offerti a singoli o gruppi, lasciavano invariati senza ridurli i redditi della collettività, ma potevano garantire sia l’occupazione che la riconoscenza dei privilegiati. Si è creato il paradosso, che stravolge il contenuto di qualsiasi libro di economia, di un sistema economico a produzione costante (il Pil non cresce) con la produttività che cresce mentre l’occupazione rimane costante.

Però la mancata crescita di produzione non solo non ha prodotto i vantaggi possibili in termini di benessere collettivo e competitività internazionale, ma le posizioni di privilegio hanno anche rappresentato, nella maggioranza dei casi, un pesante vincolo nella quotidianità – l’odiata burocrazia. La disfunzione è progressivamente cresciuta fino a penalizzare tutti, anche coloro che fruiscono dei privilegi; oggi quindi non si tratta più di abbattere dei privilegi ma di eliminare disfunzioni che penalizzano l’intera collettività. Ben diversa è quindi la situazione rispetto a quella della nobiltà che perdeva i privilegi feudali a seguito della rivoluzione francese.

Di conseguenza, pur producendo conseguenze analoghe a quelle di una rivoluzione, il cambiamento che auspichiamo sarebbe più corretto chiamarlo Discontinuità Radicale. Infatti l’obbiettivo è rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di privilegi spesso singolarmente limitati ma globalmente sufficienti a bloccare il meccanismo pubblico, con conseguenze drammatiche, come meglio vedremo.

Una situazione quindi wind to wind, in cui tutti, salvo marginali minoranze, hanno da guadagnare; il passaggio potrebbe quindi essere indolore. Una situazione analoga ho rilevato personalmente nello scontro degli anni ‘90 per la riforma dell’organizzazione portuale; anche in quel caso i portuali godevano di un privilegio anacronistico che produceva un danno generale con crollo dei traffici e arretratezza tecnologica. Non convenivano più neppure agli stessi privilegiati, per cui è stato possibile una transizione indolore.  

È ragionevole comunque che il passaggio avvenga nel punto in cui la crisi è più penalizzante; potrebbe quindi avvenire in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica mentre il coronavirus quale elemento destabilizzante potrebbe fungere da detonatore e far precipitare i tempi. Valuto che in questo momento, anche se la coscienza non sembra matura, potrebbe esserci proprio a Genova una finestra temporale capace di far partire la valanga.

Gestione del conflitto di interessi. La particolarità della situazione che prevede di togliere i privilegi della maggioranza della popolazione apre molte possibilità ma crea anche notevoli complicazioni. Abbiamo visto, e ritorneremo sull’argomento, che l’aumento possibile di benessere collettivo è di circa 10 volte (1.000%); ovviamente i vantaggi non saranno per tutti uguali perché per i privilegiati saranno forse di 8 volte (800%) contro quelli degli altri supponiamo del 12 volte (1.200%); comunque tutti possono avere un significato vantaggio.

Parallelamente forse il 60% – 70% della popolazione lucra di un privilegio (forse pari a un 30 – 50%), piccolo ma reale, che dovrà perdere e nessuno vorrà farlo senza la garanzia di una reale contropartita. Non si abbandona una casa brutta ma reale per una nuova bellissima ma imprecisata e incerta; questa scelta è però necessaria se la casa attuale sta bruciando, come nella nostra situazione, di cui purtroppo abbiamo scarsa coscienza. 

Per evitare lo scontro è quindi necessario collegare il più possibile la perdita dei privilegi con in vantaggi reali in modo che non prevalga la logica del nimby: “incominciamo da quelli degli altri non dai nostri”; anche perché tutta l’attuale struttura politica sarebbe la più danneggiata dal cambiamento Vediamo infatti che si rifiuta di andare oltre all’assurda la fase del negazionismo per evitare di evidenziare il proprio ruolo parassitario; certo si preferisce attribuire la crisi all’inadeguatezza degli “altri”, in contrapposizione a “noi” capaci di garantire la soluzione salvifica. Però la casa sta bruciando e quindi volenti o nolenti, tutti dovremo prenderne atto.

Obbiettivi e competenze: il presente studio si pone quindi l’obbiettivo di analizzare le forze condizionanti e le possibilità per raggiungere gli obbiettivi identificati. Non facile ma forse possibile, anche perché il rischio di fallimento è preferibile alla certezza di non trovare alcuna soluzione non affrontando il problema.

Si giustifica così la mia presunzione di voler invadere il campo di economisti, politici e sociologi senza disporre dei necessari titoli legittimanti; però di fronte alla forte evoluzione degli ultimi anni e all’elevata interdipendenza fra settori di competenza diversa, forse un imprenditore, con minore competenza nei singoli campi, ma punto di sintesi del processo produttivo può cogliere con più facilità i condizionamenti e le interdipendenze fra i diversi campi del processo economico/politico.

La mia conoscenza non si è infatti consolidata nell’Università né nell’anno di specializzazione alla London School of Economics, ma negli oltre cinquant’anni di master spesi nell’ “Università del porto di Genova” che non mi ha fatto ottenere la libera docenza, ma mi ha permesso di sperimentare e patire, con 50 anni di anticipo, l’incapacità della struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo, la sua funzione oggettivamente di destra e le molte disfunzioni che rileviamo attualmente nel generale meccanismo economico/sociale.

Inoltre l’argomento trattato riguarda le disfunzioni politiche, campo nel quale conta non tanto ciò che si elabora nelle segrete stanze del sapere, ma ciò che condiziona l’opinione pubblica. L’esame quindi fatto da un non addetto ai lavori, con un linguaggio forse un po’ approssimativo ma più comprensibile, potrebbe aiutare a meglio capire i preconcetti che condizionano la nostra conoscenza collettiva e le conseguenti scelte politiche.

Cap. II – Democrazia e impianto istituzionale

Denominazione e funzione. Incominciamo esaminando il ricorrente termine di democrazia, il fascino che ha sempre suscitato, i dubbi che attualmente suscita, il peso che ha o può avere, le ragioni che determinano l’alterno sentimento che provoca. Ancora mezzo secolo fa era la stella polare di qualsiasi ragionamento, ma oggi ha perso parte del suo smalto. Vediamo quindi cosa significa un regime democratico, quali gli obbiettivi da raggiungere e la ragione della sua irrinunciabilità. Democrazia significa, o dovrebbe significare che i cittadini partecipano in maniera paritetica alla gestione della struttura pubblica, che garantisce un equo uso delle risorse e sono coinvolti nelle scelte che ne determinano l’utilizzo, condizionando il proprio futuro. Quindi tutte le risorse economiche, compreso i mezzi di produzione, devono essere al servizio della collettività.

Questo punto irrinunciabile determina i principali condizionamenti del nostro vivere civile e dell’equilibrio economico/sociale; infatti ogni singolo membro della collettività, indipendentemente che venga chiamato cittadino, compagno o altro, deve poter partecipare alla gestione delle risorse e all’elaborazione delle leggi che determinano i suoi diritti e la sua libertà. Diventano così accettabili anche le inevitabili imposizioni perché, essendo la “liberty” e non la “freedom” l’obbiettivo della collettività, vengono autoimposte in quanto considerate necessarie dalla collettività di cui il singolo fa parte. L’acquisito ruolo di soggetto e non più oggetto, è condizione irrinunciabile della caratteristica di essere uomo.

Senza questa partecipazione il potere viene imposto e origina violenza e ribellione in uno scontro senza soluzione. È facile constatare che, contrariamente all’apparenza, l’evoluzione degli ultimi anni ha resa l’istituzione democratica più necessaria che in passato; infatti nei secoli passati, sia nella società feudale che nella prima parte dell’evoluzione borghese, il modo di produrre era caratterizzato da una minoranza pensante e una maggioranza adibita a lavori di forza con limitato contenuto conoscitivo. L’imposizione incondizionata da parte del potere era quindi più tollerata e realizzabile.

Oggi l’evoluzione tecnologica, specie nei paesi avanzati ha attenuato, se non cancellato, tale distinzione, con marginali lavori ripetitivi e fisici per “non pensanti” mentre è cresciuta la necessità di un maggior livello conoscitivo per lavorare. Questo unito all’evoluzione tecnologica che coinvolge armi, mobilità e interconnessioni, impone alle dittature una crescente intollerabile spirale di violenza; riescono a sopravvivere solo per la crisi delle nostre democrazie incapaci di offrire un vincente modello alternativo.

Cresce quindi l’urgenza di identificare un modo per rendere reale la democrazia del nostro impianto istituzionale. Le alternative quali le rivoluzioni marxiste, pur spinte dalla legittima istanza di mettere le risorse al servizio della collettività, seguendo la strada della nazionalizzazione dei mezzi di produzione, hanno mancato l’obbiettivo, generando un pesante equivoco interpretativo ancora fortemente condizionante.

Il problema non è quindi se i mezzi di produzione, come le altre risorse economiche, debbano essere al servizio della collettività, irrinunciabile punto della logica democratica, ma come questo sia effettivamente possibile. Proprio la rottura fra l’obbiettivo e gli strumenti utilizzati per raggiungerlo, origina la crisi odierna ed è stata la causa dei i fallimenti di tutte le rivoluzioni degli ultimi secoli. Non bastano infatti le dichiarazioni di principio, semplici espressione di gradimento –mi piace, ma è necessario dotare la collettività degli strumenti atti a raggiungere l’obbiettivo. In nome del popolo si sono perpetrati i peggiori crimini; anche oggi con questo equivoco si legittima solo una lotta di potere paralizzante e drammatica. 

Quando ci riferiamo ai mezzi di produzione e alle altre risorse economiche non parliamo però di proprietà ma di disponibilità e la differenza, lungi da essere un cavillo lessicale, è il nucleo del principale equivoco che ha condizionato lo scontro politico di oltre un secolo. Se facciamo riferimento a beni individuale, fruiti dal singolo in autonomia, quali casa, frigorifero, automobile, ecc., possedere e fruire sono (quasi) sinonimi, perché la proprietà ne garantisce la (quasi) libera fruizione.

Diverso è il caso di un bene di uso collettivo quale una strada, una scuola, una fabbrica, specie se chi ne fruisce non è un singolo ma una collettività; in questo caso la disponibilità della specifica risorsa deriva al singolo non dalla proprietà, ma dai meccanismi e dai diritti che ne determinano la modalità di fruizione. L’identificazione di tali meccanismi rappresenta la sfida attuale, perché in mancanza di strumenti adeguati, le istanze democratiche rimangono attese utopiche prive di contenuto reale e quindi inutili e pericolose perché spesso coprono i peggiori abusi.

Peculiarità della democrazia. La democrazia, se effettivamente è tale, rappresenta un momento di rottura con tutta la logica delle precedenti organizzazioni pubbliche. Infatti in passato l’intero impianto organizzativo della società era al servizio di chi gestiva il potere, cioè usando un termine dell’economia, svolgeva l’attività “in conto proprio”. Chi deteneva il potere armava uomini per garantirselo ed eserciti per difenderlo o ampliarlo; sapeva cosa voleva e utilizzava la catena gerarchica per soddisfare le proprie necessità.

Questa logica cade, o dovrebbe cadere, con la democrazia perché il potere non dovrebbe essere messo al servizio di chi materialmente lo gestisce, ma dell’intera collettività; però non bastano le buone intenzioni e le corrette dichiarazioni di principio per cambiare la realtà, ma deve esserci uno strumento che renda possibile raggiungere l’obbiettivo. Problema non facile perché qualsiasi attività non può essere gestita da una indistinta collettività ma deve essere organizzata con dei responsabili che rispondono delle varie attività. Devono quindi esistere dei meccanismi che permettono alla collettività non di gestire l’organizzazione produttiva (impossibile) ma di far conoscere le proprie necessità, valutarle, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio ottimizzando il meccanismo produttivo.

La difficoltà e quindi duplice perché per raggiungere questi obbiettivi è necessario sia un meccanismo idoneo che la conoscenza diffusa necessaria alla sua gestione quindi permettere al singolo di effettuare scelte ragionate. Sono due momenti interdipendenti da cui nasce la difficoltà ma anche la possibile soluzione: infatti per gestire dobbiamo avere la conoscenza che però a sua volta si alimenta dal “fare” cioè dal gestire. Parliamo di un meccanismo di interdipendenza che alimenta la conoscenza odierna e richiede di innescare il processo che poi si auto alimenta. È comunque difficile da raggiungere ma risulta indispensabile perché rappresenta il presupposto stesso della democrazia. Meccanismi e conoscenza collettiva inadeguata, le due facce dello stesso problema, hanno prodotto una struttura pubblica incapace di assolvere ai propri compiti, causa principale delle rivoluzioni fallite e della demagogia politica legittimata in nome del popolo; solo andando otre è possibile uscire dalla crisi attuale.

La situazione è ulteriormente complicata dalla difficoltà di identificare il fragile confine fra potere reale della collettività e invece quello solo formale; molte soluzioni ipotizzate infatti a prima vista sembravano risolutive e solo l’analisi condotta a posteriori sulla base dei risultati raggiunti ha permesso di capire la ragione del fallimento. Abbiamo già visto che l’istanza comunista di rendere pubblica la proprietà dei mezzi di produzione è la madre di tutte le mistificazioni, ma come abbiamo visto aveva tutte le caratteristiche per rappresentare il massimo di equità sociale; il padrone infatti veniva sostituito dalla collettività, gli operai  attraverso i Soviet gestori della produzione, dovevano significare l’eliminazione dello sfruttamento e potere al proletariato: tutti gli obbiettivi raggiunti!

La storia ci ha mostrato l’inesattezza di questa lettura; ma solo a posteriori si è capito, (chi ha voluto farlo) che il progetto era bellissimo, nobile, ma per la complessità produttiva, la collettività disponeva di un potere solo formale e non reale, che lasciava l’arbitrio totale a chi di fatto lo gestiva. La concorrenza capitalistica viceversa offriva un potere meno nobile ma reale che poteva soddisfare meglio le necessità della collettività. Per difendere passate certezze e privilegi acquisiti, molti hanno preferito non capire, lasciando che l’equivoco continuasse e condizionasse l’interpretazione corrente.

Discorso analogo vale per la democrazia diretta on-line, che sembrerebbe rappresentare un obbiettivo magnifico ma trascura i problemi sia della conoscenza necessaria sia degli strumenti reali utilizzabili, per cui non raggiunge neppure la dignità di un’ipotesi; rimane così un puro sogno utopico senza contenuto che evidenzia la dimensione della crisi culturale di questo momento storico.

Più complesso è valutare la validità del nostro meccanismo democratico basato sul suffragio universale infatti costruire la struttura pubblica utilizzando un voto paritetico uguale per tutti sembrerebbe il più alto livello possibile di partecipazione democratica; tale funzione è stata svolta, ed ancora viene svolta, egregiamente per garantire libertà e diritti politici. Mancano però gli strumenti per soddisfare i diritti economici che diventati prevalenti determinano la crisi odierna. Esaminiamo quindi i mezzi utilizzati, i loro limiti e caratteristiche, per identificare cosa compromette la loro funzione democratica.

Il benessere diffuso: per identificare i mezzi utilizzabili dobbiamo preventivamente precisare gli obbiettivi da raggiungere: l’obbiettivo della collettività deve essere necessariamente il raggiungimento del più elevato benessere diffuso, inteso in senso ampio e costituito non solo da fattori economici ma anche da valori difficilmente misurabili quali libertà, cultura, qualità della vita, sicurezza fisica ed economica, equilibrio ecologico. Esso deriva da due elementi: la capacità produttiva (la dimensione della torta) e l’equità distributiva (il criterio di ripartizione delle fette). Se la torta è piccola c’è poco da dividere, se chi le taglia decide la dimensione delle fette gli esclusi avranno solo le briciole.

I due momenti hanno però logiche opposte, quella del primo, cioè la produzione, segue una logica meritocratica e selettiva, quella del secondo cioè la distribuzione è invece egualitaria e inclusiva; se si fa confusione fra i due momenti, come spesso succede, manchiamo gli obbiettivi sia dell’efficienza produttiva che dell’equità distributiva. Si deve infatti da una parte ottenere il più elevato utilizzo delle risorse disponibili in modo da massimizzare la capacità produttiva, dall’altra ridurre le diseguaglianze, garantendo a tutti anche alcuni diritti irrinunciabili. Il benessere collettivo deriva dalla capacità di massimizzare l’efficienza produttiva e l’equità distributiva.

La sanità di un paese democratico può essere vista come punto emblematico dell’integrazione virtuosa delle due logiche opposte: la parte produttiva deve massimizzare le risorse dedicate, selezionare il migliore personale sanitario, utilizzare attrezzature d’avanguardia ed organizzazione efficiente; la logica distributiva impone invece la fruizione ugualitaria ottenuta offrendo il servizio gratuito e garantito a tutti. Il principio non riguarda solo la sanità ma è più generale e vale, in forma più o meno accentuata, per l’istruzione e per vari servizi pubblici quali vivibilità urbana, sicurezza sociale, mobilità, vecchiaia assistista. ecc. Alla fine coinvolge tutte le attività, perché anche l’ottimizzazione della fabbrica di bulloni (settore meno emblematico), per l’interdipendenza dei fattori produttivi, contribuisce all’aumento del benessere collettivo.

Il presupposto dell’equità distributiva è il raggiungimento del più alto livello di uguaglianza di diritti; chi è senza diritti è privo di reddito, come il contadino medievale e il proletario dell’Ottocento. Il principale compito della mano pubblica consiste proprio, oltre che regolamentare e controllare la produzione capitalistica, nel far crescere i diritti dei singoli membri della collettività e garantire l’equità distributiva, alcuni diritti economici irrinunciabili, nonché la produzione e la disponibilità di quei beni e servizi, sempre più numerosi, non producibili dal capitalismo, che condizionano il nostro reale benessere e tenore di vita. 

Il capitalismo è finalizzato all’ottimizzazione produttiva e alla massimizzazione della produzione (la dimensione della torta) e a tale scopo utilizza logiche selettive e meritocratiche; deve pertanto rappresentare un momento dell’intero ciclo economico sociale e integrarsi, in posizione subordinata, con l’attività della mano pubblica. Questa integrazione del momento produttivo, meritocratico e selettivo con quello distributivo, egualitario e inclusivo permette di far crescere il benessere collettivo e il livello democratico. 

La democrazia infatti cresce se crescono entrambi i comportamenti contrapposti; al nostro livello tecnologico, un’insufficiente capacità produttiva o una forte sperequazione economica dimostrano chiaramente, anche senza approfondite analisi economiche, che il meccanismo democratico non riesce ad operare e la democrazia è ridotta a sola apparenza senza piò assolvere al proprio compito; questa è la situazione odierna delle democrazie.

Partiamo quindi dall’esame nel nostro impianto economico/politico perché è ancora il punto più avanzato dell’organizzazione sociale per trovare al suo interno una soluzione. L’organizzazione produttiva è gestita quasi interamente dal capitalismo mentre l’equità distributiva è necessariamente delegata alla mano pubblica. Rimandiamo a dopo l’esame del capitalismo, governato da una forte logica meritocratica e selettiva, che rappresenta però solo un efficiente mezzo tecnico di ottimizzazione produttiva e controllo dei risultati. Esaminiamo quindi prioritariamente l’organizzazione della mano pubblica per esaminarne l’evoluzione storica e le logiche che la governano.

Impianto istituzionale Affrontiamo quindi l’esame del nostro impianto istituzionale, descrivendolo per poi soffermarci sulle origini storiche, gli obbiettivi che si poneva, quelli che ha raggiunto e il motivo per cui oggi non riesce più ad assolvere tutte le sue funzioni. Incominciamo identificando l’attuale struttura pubblica composta da tutta l’articolata organizzazione dei tre poteri, cioè magistratura, parlamento e governo nonché dalle organizzazioni e burocrazie che da essi derivano. Attraverso le elezioni viene nominano il Parlamento titolato a stabilire le leggi e il Governo che opera in base ad esse, mentre Il terzo potere, la magistratura, non viene eletto ma i suoi membri vengono selezionati per titoli perché si presuppone che sia necessaria una conoscenza specifica e la sua funzione sia tecnica e non politica, in quanto si limita a controllare che l’operato di tutti, cittadini, produttori e politici siano conformi alle leggi, alle quali è delegata la funzione politica.

Il Parlamento, determinando attraverso le leggi la dimensione politico/sociale del Paese, deve rappresentare quindi l’intera collettività, sola titolata, indipendentemente dal suo livello di conoscenza tecnica, a stabilire le regole che determinano la distribuzione delle risorse.  Gli esclusi rimangono infatti privi di diritti e di reddito come il contadino medievale o il proletario dell’Ottocento.

Il Parlamento e il Governo hanno quindi un compito complesso perché devono fissare i diritti politico/civili dei membri della collettività e identificare quel delicato punto di equilibrio fra istanze contrapposte che determina la ripartizione delle risorse. Il livello di conoscenza diffusa richiesta dalla gestione democratica è uno dei principali problemi della democrazia; ha richiesto lacrime e sangue l’introduzione del suffragio universale e sarà nuovamente arduo raggiungere un più alto livello di partecipazione della collettività.

È però un passaggio obbligato non eliminabile perché la gestione pubblica non è delegabile a una minoranza qualificata ma deve coinvolgere l’intera società, nonostante l’alto livello di conoscenza collettiva richiesta. Non esistono infatti scorciatoie; la repubblica degli illuminati è una felice utopia perché gli uomini, con la sola eccezione di San Francesco, conoscono e difendono solo il proprio interesse.

Si deve così scartare l’ipotesi salvifica del Sovrano illuminato, l’Uomo della Provvidenza, che con giuste leggi aiuta la collettività; difficilmente è storicamente esistito, nonostante che tanti abbiano rivendicato tale ruolo, e comunque rappresenterebbe un dono caduto dal cielo non prodotto dai membri della collettività, che perderebbero il ruolo di artefici del proprio benessere per assumere quello di tacchini all’ingrasso, forse benestanti, ma privi di potere e di conoscenza.

Analogamente non è pensabile delegare tale compito politico a una minoranza selezionata; tale era infatti la borghesia ottocentesca, che ha eletto soggetti tecnicamente preparati e di alto livello, ma erano borghesi scelti dai borghesi, unici col diritto di voto. Così hanno difeso solo gli interessi della borghesia che a fine ‘800 ha potuto festeggiare la belle époque, mentre il proletariato privo di diritti è stato condannato alla peggiore miseria. L’imperativo categorico è quindi la realizzazione di una struttura democratica più avanzata, partecipata dall’intera collettività, dotata però della conoscenza necessaria.

Situazione attuale. Vediamo ora nascita e caratteristiche dell’attuale impianto istituzionale, che non rappresenta la Democrazia intesa in senso assoluto ma solo un momento storico della sua evoluzione, nata dall’ipotesi teorizzata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 per dare legittimazione e solidità alla nuova classe borghese che utilizzando la forza dirompente del suo modo di produrre, il capitalismo, stava imponendosi come forza rivoluzionaria e vincente sulla vecchia società feudale.

La borghesia aveva principalmente tre problemi da risolvere: conquistare i diritti di cui era priva, disporre della libertà di attività e movimento di cui il capitalismo aveva bisogno, costruire una struttura pubblica stabilmente organizzata da contrapporre all’esistente potere feudale. Con la tripartizione dei poteri ha brillantemente raggiunto tutti e tre gli obbiettivi:

Diritti – il meccanismo delle elezioni ha permesso al parlamento, cioè al potere legislativo, di realizzare progressivamente un nuovo impianto giuridico, raggiungendo gli elevati livelli di diritti e libertà dei votanti. Per l’Ottocento i soli votanti erano i borghesi quindi erano i soli a fruire di diritti e libertà; a inizio ‘900 (in Italia 1911) è stato concesso il suffragio universale che, pur solo maschile, avrebbe dovuto permettere di coinvolgere socialmente l’intera collettività perché maschi e femmine appartengono alla stessa classe sociale quindi non si modifica il peso delle contrapposte classi.

È stato però vanificato in Europa dalle successive dittature e guerra; è quindi diventato effettivo solo nella II metà del ‘900 garantendo finalmente quell’elevato livello di diritti e libertà dei paesi democratici, che costituisce uno dei nostri principali valori e punto di forza. Quindi onore al merito, non buttiamo via il bambino insieme all’acqua sporca, perché i nostri diritti politici sono un patrimonio inestimabile, come può testimoniare la maggioranza della popolazione mondiale che ne è priva. I vincoli odierni stanno però mettendo a rischio i diritti acquisiti e sottolineano l’urgenza di andare oltre.

Libertà operativa. Il capitalismo ha potuto sfruttare in pieno la sua forza, fruendo di una crescente libertà operativa che rompeva i rigidi vincoli del sistema feudale. Questa libertà si è nel tempo sempre più sviluppata arrivando a raggiungere oggi livelli a volte eccessivi.

Stabilità della struttura pubblica. la gerarchia del potere feudale, determinata dal prevalere dell’agricoltura, si era stratificata e consolidata nei secoli e tendeva quindi a prevalere rispetto alle necessità del nuovo modo di produrre rappresentato dal capitalismo. Abbiamo visto parlando di Firenze o delle repubbliche marinare, che il capitalismo, nato in Italia con un paio di secoli d’anticipo, non si era trasformato in prevalenza economica perché, mancando un meccanismo consolidato di gestione pubblica, esauriva parte delle sue forze in un continuo scontro fra gruppi in lotta per prevalere. L’attuale organizzazione pubblica si è invece consolidata negli anni come dimostra il passaggio di potere negli Usa, quasi indolore, tra Trump e Biden.

Limiti del meccanismo istituzionale. La felice soluzione istituzionale della tripartizione dei poteri ha quindi legittimato e consolidato il ruolo della borghesia e permesso i significativi risultati raggiunti delle democrazie avanzate nella II metà del ‘900. A fine secolo la crescita positiva si è interrotta ed è subentrato il declino che ha incominciato a ridurre libertà, diritti e benessere diffuso; per capirne la ragione, dopo aver elencato ciò che contiene il nostro impianto democratico, dobbiamo esaminare ciò che manca. Sono nate infatti nuove esigenze, inesistenti o marginali prima, per le quali ovviamente non erano state previste gli strumenti necessari per fronteggiarle. Vediamole singolarmente.

Conto terzi: abbiamo visto che nelle società precedenti l’organizzazione pubblica era al servizio di chi deteneva il potere, quindi operava in “conto proprio”; sapeva quindi cosa voleva e utilizzava la propria catena gerarchica per soddisfare le proprie necessità. La logica democratica rompe questa situazione e impone alla struttura pubblica di operare in “conto terzi” cioè la gestione del potere deve essere finalizzata a soddisfare le necessità della collettività e non di chi esercita il potere.

Nella “democrazia borghese”, come abbiamo visto, il potere rimaneva però al servizio della minoranza borghese che lo gestiva; rispetto alla società feudale era aumentato il numero degli aventi diritti, da meno dell’1% a più del 3% della popolazione, ma la logica precedente non era sostanzialmente mutata. Le elezioni servivano a dare stabilità a chi doveva governare, legittimarlo con una scelta dal basso e svincolarlo dalla investitura dall’alto della rigida società feudale.

Il meccanismo delle elezioni era stato pensato infatti per creare un gruppo ristretto delegato a garantire i diritti dei votanti e gestire la forza per farli rispettare. È legittimo chiedersi se è corretto parlare di democrazia, perché la collettività non partecipa al processo e siamo in presenza solo di un meccanismo tecnico pensato  per delegare alcuni soggetti alla gestione di alcune necessità comuni; situazione abbastanza analoga, anche se più articolata e istituzionalizzata, a quella della realtà di Genova nel ‘500 e ‘600.

La logica delle elezioni, proprio per il meccanismo periodico diretto base/vertice è pensata per garantire i diritti e non la gestione di comuni necessità economiche; essa permette infatti che gli aventi diritto (prima i soli borghesi e poi l’intera collettività) possano imporre i propri diritti al vertice che li sancisce e seguirne i cambiamenti nel tempo per adattarsi all’evoluzione economica/sociale. Gli elettori sanno cosa vogliono, possono chiederlo e controllare i risultati. Il risultato raggiunto è stato notevole tanto da rendere reale la scritta delle aule dei tribunali “la legge è uguale per tutti”. La mano pubblica non dispone dei meccanismi necessari a gestire la parte di attività economica che deve garantire i diritti economici, derivati da quelli politico/civile; questo vuoto organizzativo rappresenta proprio la parte mancante che compromette l’equilibrio generale.

Equità distributiva. nuovamente il problema non esisteva e non è stato previsto; la borghesia al potere era una minoranza benestante che non aveva bisogno di assistenza; la drammatica miseria del proletariato, privo di diritti, poteva essere ignorata. Solo la lotta di classe ha potuto rompere questa inaccettabile situazione.

Per tutto l’Ottocento infatti la borghesia al potere non si è preoccupata di utilizzare la forte evoluzione tecnologica per garantire un pur piccolo miglioramento nelle condizioni del proletariato, ma con la giustificazione tecnica delle necessità del mercato, ha limitato la crescita della produzione, trasformando l’aumento di produttività in maggiore disoccupazione.

Il proletariato è stato decimato da miseria, fame, abbrutimento e in Italia quasi un 50%, pari a 20 milioni di individui, ha dovuto emigrare. I migranti erano allora i nostri proletari! Basta leggere qualcosa sul periodo di fine ‘800 in Inghilterra o altrove per capire l’inaccettabilità di tale situazione che ha portato agli sconvolgimenti della prima metà del ‘900, superati solo dopo la guerra, quando nelle democrazie avanzate si è incominciato ad allargare lo spazio democratico e costruire la società moderna.

Non esisteva prima né la volontà né l’interesse a garantire i diritti economici e di conseguenza il meccanismo utilizzato delle elezioni non è pensato per questa funzione. Può infatti garantire i diritti politico/civile perché più identificabili e comuni alla società di riferimento; è sufficiente recepire le istanze degli interessati, eliminare le incongruenze, dare una forma giuridica e stabilire modalità e vincoli comportamentali.

Se affrontiamo invece i diritti economici, che da quelli civili derivano, la situazione cambia diametralmente perché è necessario come primo passo identificarli valutando priorità e compatibilità e in successione disporre di un meccanismo idoneo a raggiungere lo scopo. Innanzi tutto il problema è solo della mano pubblica perché è l’unica delegata a darsi carico dell’equità distributiva; inoltre i diritti economici sono caratterizzati dalla conflittualità tra istanze e interessi contrapposti; il punto di equilibrio è identificabile se la collettività dispone di una conoscenza diffusa, che è possibile all’interno di un diverso meccanismo di partecipazione.

Questa diversa partecipazione è il presupposto che permette alla collettività di esprimere e valutare le proprie necessità, pesare le istanze contrapposte e controllare i risultati ottenuti; tutti elementi necessari per raggiungere l’obbiettivo. Qualche esempio può evidenziare la difficoltà a valutare la compatibilità economica sia con le risorse disponibili che con l’efficienza produttiva.

Per le risorse disponibili bisogna valutare il benessere collettivo possibile e capire se ad esempio è possibile un salario minimo di 5.000 € mese o altre ipotesi quali il reddito di cittadinanza o l’anticipo della pensione a quota 100. Per i condizionamenti dell’efficienza produttiva bisogna esaminare come determinate istanze, forse legittime, impattino sull’efficienza produttiva; ad esempio l’istanza di un reddito uguale per tutti o il tanto discusso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, legge 300 del ’70.

Inoltre la mano pubblica per garantire diritti economici reali e non solo formali deve disporre della capacità produttiva e/o dei meccanismi necessari a soddisfarli. Entriamo infatti nel complicato campo dell’economia che, come vedremo parlando di capitalismo è complessa e condizionata da casualità e fantasia creativa; quindi difficilmente prevedibile a priori dagli uffici studi, ma può essere valutata solo a posteriore disponendo di un meccanismo efficiente di controllo dei risultati. In mancanza di questo elemento difficilmente si può identificare la strategia per raggiungere l’obbiettivo fissato e trasformare la solita dichiarazione di principio –mi piace– in un ordine dato al sistema produttivo affinché metta in moto tutta la complessa organizzazione necessaria.

Parliamo infatti di beni e servizi che sia per il contenuto sociale (ad esempio sanità) che per la modalità di produzione relativa alla gestione del territorio (ad esempio autostrade) non sono controllabili dal mercato e quindi non gestibili dal capitalismo privato e richiedono quindi un maggior coinvolgimento della mano pubblica; in mancanza rimangono al servizio dei singoli produttori e si traducono in ingiustificate rendite di posizione, vere e proprie tasse pagate dalla collettività.

Gestione pubblica. La borghesia non aveva mai ipotizzato di delegare alla mano pubblica la produzione economica che considerava di sua specifica competenza ed anzi valutava (giustamente) che fosse proprio il suo campo di eccellenza e la legittimazione del suo potere. L’attività pubblica era quindi abbastanza limitata e riguardava principalmente la gestione della forza e la realizzazione delle poche opere pubbliche necessarie.

La gestione della forza è stata di competenza della mano pubblica dall’origine della società umana; è quindi un settore ben collaudato e messo a punto. È la contro faccia della gestione dei diritti che sono tali solo se esiste un’autorità che li faccia rispettare. La gestione dell’ordine pubblico e della guerra e assorbiva la parte predominante dell’attività pubblica, gestita però con logiche specifiche non analoghe a quelle della normale attività produttive.

Le opere pubbliche erano poco impegnative e riguardavano principalmente urbanistica e infrastrutture quali strade e ferrovie. Storicamente era una piccola parte del totale se si pensa che ancora all’inizio dell’Ottocento l’estensione delle strade europee non superava quella esistente durante l’Impero romano. Non richiedeva una conoscenza specifica, anche perché la mano pubblica non gestiva direttamente l’attività ma delegava la realizzazione delle opere, appaltandola a soggetti privati e si limitava a controllare i risultati ottenuti.

Il controllo era facilitato perché le opere erano finalizzate alle necessità della stessa borghesia, quindi produzione più “conto proprio” che non “conto terzi”; era quindi facile per la borghesia committente sapere cosa voleva e controllare i risultati ottenuti. Venivano infatti curate le parti pregiate utilizzate dalla borghesia, abbandonando le periferie, abitate dal proletariato, al peggiore degrado. La situazione di Genova è stata emblematica; fino a inizio ‘900 il centro e la zona ricca di Albaro hanno avuto uno sviluppo incredibile con nuovi tracciati urbani (via XX Settembre, Circonvallazione a monte, ecc.) agevolmente collegati da funicolari e ascensori; la parte operai di Sampierdarena ha avuto poco e niente.

Il porto e lo sviluppo industriale si è espanso verso Ovest tombando progressivamente la bellissima costa antistante Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente, Pegli, Pra, Voltri; non si è invece toccato il lato di levante antistante ad Albaro. Il tracciato della ferrovia che nella seconda metà dell’Ottocento ha attraversato Genova ha seguito la costa tagliano brutalmente i paesi del Ponente e del Levante, si è però spostata verso l’interno per attraversare il centro e la parte prestigiosa del Levante.

Necessità di cambiamento. Questa situazione di una minoranza che gestiva il potere, è durata fino a metà del ‘900 poi non ha più retto; il suffragio universale ha garantito i diritti dell’intera collettività; la struttura pubblica ha dovuto darsi carico di far fronte alle necessità della collettività e garantire anche i diritti economici. Significa quindi che deve essere in grado di darsi carico dell’ampio spazio produttivo non di competenza del capitalismo perché la mancanza di concorrenza impedisce l’ottimizzazione produttiva e il controllo ei risultati.

È necessario quindi un reale passaggio dalla logica della produzione “in conto proprio”, cioè sostanzialmente al servizio di chi gestisce il potere, a quella “in conto terzi” in cui la struttura pubblica tutela gli interessi della collettività e non i propri. Diventa così necessario identificare una strategia nuova capace di raggiungere un più elevato livello di democrazia oggi possibile, che può garantire un futuro migliore non semplice sogno utopico ma realtà concreta.

Solo così è possibile superare la democrazia di facciata per costruirne una reale, in cui il potere è realmente della collettività; cambiano però le regole del gioco perché per i diritti economici non bastano le leggi, ma bisogna entrare nel campo dell’economia ed è necessario disporre di nuovi strumenti che attualmente non esistono perché prima non erano necessari. Gli strumenti disponibili infatti, cioè le elezioni, possono garantire i diritti politico/civili, ma non quelli economici, né la produzione pubblica necessaria per raggiungere l’obbiettivo.

La democrazia infatti non si alimenta di corrette dichiarazioni di principio ma ha bisogno di uno strumento che permetta alla collettività di esprimere le proprie necessità, valutarne le priorità, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio. Colmare questo vuoto istituzionale è il presupposto per realizzare il maggiore livello democratico necessario e possibile.

Così ha fatto la borghesia quando ha teorizzato la tripartizione dei poteri per consolidare e legittimare il suo potere e il meccanismo produttivo del capitalismo; oggi per andare oltre dobbiamo inserire nell’impianto istituzionale la parte mancante, oggi determinante, per recepire le istanze della collettività che vuole contare e fruire degli immensi vantaggi, che il salto tecnologico ha reso possibili.

Democrazia negata. Per concludere questa parte preliminare riassumiamo brevemente i principali tentativi fatti negli ultimi due secoli per garantire alla collettività un maggior benessere e potere politico, cioè un più alto livello di partecipazione democratica. L’evoluzione tecnologica degli ultimi secoli legittimava infatti l’attesa di un possibile cambiamento perchè nei paesi avanzati era cresciuta progressivamente la capacità produttiva, aprendo maggiori spazi conoscitivi e rendendo il lavoro meno condizionato dalla forza e più dalla conoscenza. Tutti elementi che avrebbero dovuto permettere un aumento generalizzato del benessere e una conseguente modifica nei rapporti sociali. Viceversa i vincoli politici hanno frenato l’evoluzione e la difesa dei privilegi ha impedito di abbattere le forti sperequazioni economiche che penalizzavano il proletariato, stragrande maggioranza pari al 95% della popolazione, senza diritti né redditi.

La spinta al cambiamento e la ricerca di una società più avanzata ed equa, cioè più democratica, ha messo in moto forze rivoluzionarie che hanno seguito due filoni paralleli, in parte contrapposti, ma unificati formalmente dall’obbiettivo comune dell’equità distributiva e della partecipazione della collettività alla gestione pubblica. Essi sono il comunismo e la democrazia borghese; può servire ricordare i loro limiti, che in tempi successivi hanno portato entrambi a collassare, per capire come è possibile superare l’attuale situazione di stallo.

Comunismo. La rivoluzione russa partendo da una situazione di estrema arretratezza economico/sociale del paese e traguardando la violenza del capitalismo europeo dell’Ottocento opta per un completo rovesciamento della situazione; elimina il capitalismo, nazionalizza i mezzi di produzione e assegna interamente alla struttura pubblica la gestione economica. Formalmente la collettività, le masse, acquisiscono un grande potere che però è solo formale e non reale. Mentre il rifiuto della logica capitalista, che permetteva controllo dei risultati e ottimizzazione produttiva, ha penalizzato la produzione (la dimensione della torta), lasciando il potere reale a chi lo gestiva e aumentando le sperequazioni (il taglio delle fette).

Il sistema ha prodotto povertà, violenza e sperequazioni economiche, reggendo con fatica per meno di un secolo e collassando negli ultimi decenni del ‘900, non potendo più reggere al confronto con le vicine democrazie che in quello stesso periodo toccavano l’apice del loro sviluppo.

Democrazia borghese- I fase. Già l’ossimoro della sua definizione ne identifica i limiti. La tripartizione dei poteri, gestita attraverso le elezioni, serviva a garantire ai votanti i diritti politici però in Europa per un secolo, a cominciare da metà dell’Ottocento, solo i borghesi avevano diritto di voto e quindi veniva tutelata solo una sparuta minoranza inferiore al 5% che poteva festeggiare la belle époque, mentre la stragrande maggioranza, il proletariato, rimaneva senza diritti né redditi.

Inoltre il capitalismo avrebbe potuto permettere una forte crescita della produzione e del benessere, ma essendo solo un meccanismo tecnico di ottimizzazione e controllo, non poteva determinare gli obbiettivi da raggiunge, ma si adeguava alle scelte dalla struttura politica. La borghesia non aveva interesse ad un aumento di produzione perché implicava un aumento di salari; senza crescita però l’aumento di produttività si è trasformato in disoccupazione, peggiorando ulteriormente la condizione del proletariato.

La situazione non poteva reggere e il sistema è collassato nella prima metà del secolo scorso; a livello politico con la lotta di classe che ha imposto il suffragio universale e a quello economico con la crisi economica del ‘29 che ha evidenziato come un sistema industriale non può reggere con il 95% della popolazione senza potere d’acquisto: mancava forse il 70% della domanda globale. Situazione molto simile a quella odierna dove quasi il 70% della domanda globale non riesce ad esprimersi per mancanza degli strumenti necessari.

Democrazia II fase. Finita la guerra e cadute le dittature, il suffragio universale dei regimi democratici ha garantito i diritti politici a tutta la collettività. Sono così cresciuti i salari facendo esplodere la domanda globale; il capitalismo ha espresso la sua incredibile potenzialità, integrandosi con la struttura pubblica capace di regolarlo, controllarlo e fare prevalere l’istanza dell’equità distributiva. Verso la fine del secolo si è esaurita la sua spinta positiva perché acquisiti i diritti politico/civili, era necessario garantire i diritti economici conseguenza naturale dei primi.

Il problema, non più legale ma di gestione economica, ha evidenziato il limite dell’impianto istituzionale che, come meglio vedremo parlando del capitalismo, non ha gli strumenti per controllare risultati e ottimizzare la produzione. Soprattutto il vuoto nella struttura pubblica impedisce di integrare l’efficienza produttiva con l’equità distributiva come dovrebbe avvenire ad esempio nella sanità ed istruzione: sono state dedicate effettivamente grandi risorse per offrire a tutti questi servizi essenziali e garantirli efficienti e gratuiti. All’inizio, utilizzando la logica standard della produzione capitalistica, i risultati sono stati notevoli, ma la mancanza dei meccanismi di controllo e ottimizzazione ha progressivamente peggiorato l’organizzazione facendo aumentare costi e inefficienza. Molti incominciano a chiedersi se la soluzione rimanga la migliore, nonostante le oggettive contraddizioni di un ritorno ai privati.

Di fatto la struttura pubblica manca degli strumenti necessari a garantire i diritti economici e gestire l’attività economica dove il capitalismo non può operare perché manca il controllo della concorrenza. Si tratta di una parte strategica e predominante della produzione perché coinvolge la gestione del territorio, cioè inquinamento, energia, infrastrutture, verde pubblico, equilibrio urbanistico, mobilità urbana e tutti gli altri elementi che condizionano la qualità della vita. L’inefficienza generale che ne segue impedisce alla struttura pubblica anche di svolgere la funzione di regolamentazione e controllo dell’attività capitalistica, legittimando inaccettabili abusi, specie in settori complessi come il capitalismo finanziario internazionale. Si ritorna ad evidenziare l’anello mancante del nostro sistema democratico.

Solo esaminando le complessità delle interdipendenze economiche possiamo identificare l’anello mancante e capire i vincoli che pone alla corretta attività economica della struttura pubblica. Bisogna quindi partire dal meccanismo produttivo del capitalismo che è il principale, per non dire l’unico, strumento esistente per garantire controllo dei risultati ed ottimizzazione produttiva; potremo così evidenziare cosa manca e cosa serve per ritrovare l’equilibrio perduto.

CAP. III –DEMOCRAZIA E MECCANISMO PRODUTTIVO

Capitalismo – produzione “conto terzi” Verso la metà del Quattrocento scatta l’evoluzione tecnologica e tutto incomincia a cambiare negli strumenti produttivi; usando un linguaggio moderno, potremmo chiamare questa prima fase, che finirà intorno alla fine del Novecento, l’evoluzione dell’hardware produttivo, cioè della rivoluzione industriale e produzione meccanica. L’elemento scatenante del fenomeno, grazie al quale passiamo dal medio evo ai tempi moderni, è una nuova logica produttiva che va sotto il nome di capitalismo.

Il capitalismo è stato e rimane però il nucleo di scontro, economico, sociale, culturale per oltre un secolo, per cui parlarne cercando di identificare pregi e difetti, significa muoversi su un campo minato e finire per scontentare tutti. Rimane però un passaggio obbligato perché le diverse interpretazioni del capitalismo determinano tutti i maggiori equivoci. Cercherei inizialmente di illustrare le sue caratteristiche tecniche rimandando alla fine l’elencazione dei danni prodotti e dei suoi enormi pregi e possibilità. Sappiamo che gli equivoci incominciano a livello linguistico, infatti già l’uso del termine “capitalismo” è fuorviante, perché la definizione esatta, che ne evidenzia la caratteristica fondamentale, è “produzione per conto di terzi di attività industriali, finanziarie, agricole e commerciali”.

Il termine “capitalismo” è uno dei tanti equivoci prodotti dall’utilizzazione, spesso fuorviante, della teoria marxista del “plus valore” che divide il mondo fra padroni (i capitalisti) sfruttatori e i lavoratori sfruttati. Si deduce di conseguenza che è sufficiente eliminare il padrone per costruire una società di uguali; le varie rivoluzioni del ‘900, pur perseguendo questo obiettivo non l’hanno raggiunto ottenendo il risultato opposto di ridurre benessere collettivo ed equità distributiva. Questa posizione infatti non coglie la complessità economica e confonde il mezzo tecnico della produzione capitalistica con l’uso politico che se ne è fatto; un approfondimento si impone per andare oltre.

Esamineremo il capitalismo, utilizzando tale termine anche se è inesatto, cercando di superare la diffusa semplificazione manichea e valutare le sue effettive caratteristiche, i limiti, i punti di forza, che sono significativi e tali da permettergli di resistere per 5 secoli, a mille rivoluzioni e rimanere, pur con alterne vicende, il nucleo portante delle strutture produttive vincenti.

La caratteristica principale del capitalismo, così come abbiamo visto parlando della democrazia, è la produzione “in conto terzi”; nelle società precedenti la produzione prevalente era svolta “in conto proprio” per cui ciascuno, singolo o gruppo, produceva ciò di cui aveva bisogno, conoscendo quindi i bisogni da soddisfare e controllando il livello del loro appagamento. Con il capitalismo, produzione conto terzi, si devono invece soddisfare le necessità di “terzi” cioè della più o meno ampia collettività/utente e non dei produttori. Per assolvere a questo scopo, analogamente a quanto detto per la parte istituzionale, deve esistere uno strumento che dia alla collettività la possibilità di manifestare le proprie necessità, soppesarle, imporle e controllare il loro corretto appagamento. Il funzionamento di tale meccanismo permette la funzionalità dell’intero processo produttivo e realizza la catena virtuosa da cui derivano quasi tutti i pregi del sistema produttivo, cioè l’evoluzione tecnologica, la capacità produttiva, il benessere collettivo, il livello conoscitivo e le caratteristiche economico/culturale del sistema economico/sociale.

L’importanza del meccanismo e la complessità delle forze che lo condizionano, impone di approfondire l’argomento esaminando specificatamente come l’attuale meccanismo produttivo, il capitalismo, è in grado di recepire le necessità del singolo membro della collettività, trasmetterle al produttore, imporle e controllare che vengano soddisfatte correttamente. Lo strumento è il mercato e l’atto che condiziona l’organizzazione produttiva è l’acquisto, cioè il momento in cui produttore e utente si incontrano e mettono in moto il processo produttivo.

Contenuto economico/sociale dell’acquisto – il punto in cui si materializza l’incontro produttore/consumatore è rappresentato dall’acquisto, attività così quotidiana, scontata e banale per cui sembrerebbe inutile soffermarsi e invece è il nucleo dell’economia in cui viviamo e dal suo corretto funzionamento deriva il generale livello economico/culturale. Vediamo quindi le condizioni perché possa operare correttamente e tutte le conseguenze che la sua efficienza produce ai vari livelli. Immaginiamo quindi l’acquisto di un qualsiasi bene o servizio fatto da un qualsiasi utente: ad esempio l’acquisto di una lavatrice; ovviamente non è determinante l’acquisto della singola lavatrice acquistata dal singolo utente, ma l’acquisto di tutte quelle acquistate dalla collettività, però il caso singolo contiene tutti i meccanismi condizionanti e il suo esame come esempio della situazione generale, facilita esposizione e comprensione del complesso problema.

Primo punto: l’acquisto non è una semplice dichiarazione di interesse – “mi piace”, ma un preciso fatto economico, giuridicamente regolamentato, capace di mettere in moto e condizionare il meccanismo produttivo. Molte condizioni devono essere soddisfatte per permettere all’utente di effettuare correttamente l’acquisto, soddisfacendo al meglio le proprie necessità; per prima cosa deve conoscere le risorse di cui dispone (reddito) e i prezzi e le caratteristiche dei beni che potrebbe alternativamente acquistare.

Ne deriva che per procedere all’acquisto ad esempio della lavatrice, l’oggetto da acquistare deve già esistere e devono essere note caratteristiche, prestazione e prezzi non solo della lavatrice stessa ma di tutti i beni che l’utente può acquistare in alternativa. Di conseguenza la produzione precede e non segue le necessità dell’utente; cerca di prevederla e il mercato conferma o boccia la sua valutazione. La casalinga autonomamente non avrebbe mai potuto manifestare, valutandone l’intensità, la sua necessità della lavatrice prima di saperne prezzi, caratteristiche, vincoli e compatibilità con le sue possibilità e avrebbe continuato a lavare i piatti a mano. Se un altro produttore precedentemente non avesse valutato la convenienza di dotare le case di acqua corrente e di scarichi, le donne avrebbero continuato ad andare a lavare al fiume.

Il produttore quindi deve sottostare ai vincoli comportamentali imposti dalla struttura pubblica, ma disporre di assoluta libertà nello stabilire gli obbiettivi da raggiungere e le relative strategie. L’efficienza produttiva nasce infatti dalla casualità e dalla fantasia creativa del produttore e come tale è difficilmente programmabile. Si possono prevedere e programmare le categorie d’insieme (grandi numeri), ma non il comportamento del singolo (libero arbitrio); possiamo quindi prevedere un elevato livello di scolarizzazione, di cultura diffusa, di qualità della vita, ma è la pura casualità che produce il grande scienziato o il grande artista. Cercare di andare oltre la regolamentazione del quadro d’insieme e imporre le strategie significa perdere la fantasia creativa della produzione e fermarsi a ciò che è già noto normalmente ormai obsoleto.

La funzione primaria del produttore però consiste nel soddisfare le necessità della collettività e quindi l’utente deve essere in grado non solo di dire cosa vuole, ma anche imporre che le sue necessità siano soddisfatte al meglio; l’acquisto assolve a entrambe le funzioni. Infatti l’utente acquistando il singolo bene, la lavatrice, non solo trasmette le sue necessità condizionando il produttore ma riesce anche imporle controllando come vengono soddisfatte. Questo meccanismo di imposizione è determinante perché produttore e utente hanno interessi contrapposti (domanda-offerta) per cui il produttore produce solo se gli viene imposto; se il produttore non è costretto non produce o produce male. Possiamo ricordare il fallimento dei Soviet che dovevano essere il nucleo di un’organizzazione politica/economica alternativa e più avanzata, ma erano un’organizzazione di produttori e quindi non potevano conoscere le necessità degli utenti e non avevano nessun interesse a soddisfarle; furono sostituiti dal “centralismo democratico”, eufemismo per indicare una violenta dittatura. 

La comprensione del fenomeno, diversa dall’interpretazione corrente, mi è derivata dall’esperienza dello scontro con la Compagnia Portuale del porto di Genova affrontato a partire dagli anni ’70. Avevo la necessità di far operare nel porto di Genova la prima nave porta container, ma dovevo combattere la diversa logica operativa della Compagnia Portuale; mi sono scontrato così con una gestione operaia di 8.000 uomini, aristocrazia operaia, senza “padrone”, forti di una lunga tradizione di autonomia e partecipazione democratica; aveva tutte le caratteristiche per essere considerata una struttura produttiva autogestita, che poteva costituire un primo embrione di Soviet, e simboleggiava allora l’ipotesi più avanzata di una gestione di sinistra. Non era facile considerarsi di sinistra e combattere contro un’organizzazione di lavoratori, che era l’emblema stesso della sinistra; viceversa avevo la convinzione, per non dire la certezza, che io difendevo gli interessi generali della collettività.

Con il tempo e con fatica ho capito che la Compagnia Portuale operava molto bene quando si trattava di soddisfare le proprie necessità, ma aveva un diverso atteggiamento verso le necessità “di terzi”, perché il regime di monopolio in cui operava toglieva agli utenti della Pianura Padana, destinatari dei suoi servizi, la possibilità di imporre le proprie necessità e lasciava prevalere quelle della Compagnia stessa che avrebbero dovuto invece essere subordinate. Inoltre in mancanza di concorrenza, il mercato perde la sua funzione di collegamento utente/produttore per cui quest’ultimo diventa incapace di valutare le reali necessità della collettività/utente e, anche volendolo, non può soddisfarle. È stato necessario scavalcare i vincoli della Compagnia Portuale con la legge di riforma 84/94, per adeguare il servizio portuale alle necessità della collettività.

La funzione dell’acquisto non si ferma però qui e compie un’ulteriore funzione che è forse la principale dell’intero sistema produttivo; abbiamo visto che con l’acquisto l’utente esprime le proprie necessità, modifica e organizza la produzione perché le soddisfi e controlla il risultato ottenuto. Non si limita quindi a comprare una lavatrice ma ne sceglie la marca; indica quindi il produttore che a suo parere meglio soddisfa le sue necessità, premiando l’ottimizzazione produttiva che garantisce il migliore rapporto costi/qualità.

L’ottimizzazione produttiva è il nucleo del meccanismo produttivo, determinante per l’intero contesto economico/culturale, infatti produce due conseguenze: primo – aumenta la capacità produttiva presupposto necessario, ma non sufficiente, della crescita del benessere diffuso; secondo – impone l’ottimizzazione produttiva determinante per sviluppare la conoscenza, elemento portante della nostra civiltà.

La conoscenza infatti nasce principalmente dal “fare” perché l’uomo medio conosce quello che fa e dal fare attinge la sua conoscenza. Il discorso vale per qualsiasi attività umana: fare il pane come sciare; per essere un panettiere bisogna fare il pane, come per essere sciatore sciare. Non si riesce a conoscere la logica del “fare” senza effettuare quella specifica attività. Le conoscenze meno legate al “fare”, quali quelle del filosofo, del matematico, del fisico teorico, del professore, oltre a non essere maggioritarie, si integrano comunque con quella della collettività condizionata dalla logica del “fare”. Non è però sufficiente il semplice “fare”, ma è necessaria la sua ottimizzazione che è possibile solo se possiamo valutare i risultati raggiunti e i possibili miglioramenti.

Il controllo, per lo sciatore è costituito dalle leggi fisiche che sanciscono il risultato raggiunto; per il panettiere dalla qualità del pane prodotto. Nella produzione in “conto proprio”, prima prevalente, chi fa il pane, come chi scia, controlla automaticamente i risultati ottenuti, mentre per la produzione “conto terzi” il produttore non è in grado di ottimizzare la produzione se manca un meccanismo che permetta alla collettività/utente di valutare i risultati raggiunti. Senza il controllo si eseguono solo gesti ripetitivi, producendo poco e male; l’acquisto che attraverso la concorrenza premia il migliore, impone l’ottimizzazione produttiva e costituisce lo strumento indispensabile per la crescita della conoscenza.

La caratteristica dell’acquisto consiste nell’essere un rapporto utente/produttore non periodico né base/vertice, ma continuo e gestito attraverso una catena gerarchica conoscitiva che collega in forma continua la base al vertice. Infatti il singolo utente non si relaziona con il vertice del produttore ma con il suo livello di base; ad esempio colui che vende la lavatrice, che a sua volta si rivolgerà al livello superiore per i compiti di sua competenza. Così informazioni e necessità risaliranno la catena gerarchica del produttore fino a giungere al vertice decisionale che le utilizzerà per prendere le decisioni che determinano programmi e investimenti.

Le decisioni, cioè il potere discenderà a sua volta per la catena gerarchica per realizzare ciò che è necessario a fornire nel modo migliore il prodotto richiesto. Questo flusso continuo di ordini della collettività alla struttura produttiva determina le scelte dei programmi, degli uomini responsabili e del loro comportamento con il comune obbiettivo di soddisfare la collettività/utente.

Abbiamo finora visto l’aspetto principale che consiste nel rapporto produttore/utente, determinante a livello democratico; esiste però un secondo aspetto, forse altrettanto importante, che coinvolge l’organizzazione interna del produttore. Infatti la catena gerarchica/conoscitiva, che costituisce la spina dorsale dell’azienda, permette che ogni livello sappia cosa deve fare ed abbia la conoscenza necessaria a svolgere il proprio compito; cioè ciascuno è in grado di ottimizzare la parte di lavoro di propria competenza che deve svolgere.

Questa conoscenza e capacità del “fare” è interamente figlia dell’organizzazione e si autoalimenta perché il “fare” fornisce la conoscenza che si sviluppa facendo. È il circolo virtuoso conoscenza/produzione che è alla base del nostro livello produttivo e culturale. Se l’organizzazione è inadeguata o manca, il singolo non sa cosa deve fare, non può ottimizzare la produzione, compie solo azioni ripetitive senza contenuto conoscitivo e si blocca l’intero meccanismo economico/sociale.

Anticipando quanto vedremo parlando della disfunzione democratica, si capisce che se ipotizzassimo una situazione in cui l’utente potesse acquistare solo il prodotto esistente senza possibilità di scelta verrebbero a cadere tutte le caratteristiche positive viste. La situazione non migliorerebbe anche se con cadenza pluriennale la collettività avesse il diritto di compilare una scheda in cui indica i nomi di quelli che desidera vengano incaricati a gestire la produzione e scegliere uomini, strategie e comportamenti.

Verrebbe a mancare infatti da una parte qualsiasi diritto di partecipazione democratica perché l’ipotesi avanzata sembrerebbe, come è, una presa in giro; dall’altra parte la struttura produttiva perderebbe il nucleo della logica produttiva per cui non solo produrrebbe poco e male, ma non sarebbe più in grado di attivare il meccanismo di produzione/conoscenza che rappresenta il centro della nostra società. Questa è purtroppo la situazione del nostro impianto istituzionale quando è chiamato a gestire attività economiche.  

In sintesi quindi il mercato permette sia alla collettività/utente di esprime le proprie necessità, imporle e controllare che, attraverso l’ottimizzazione produttiva, vengano soddisfatte al meglio; sia al produttore di nascere liberamente e casualmente, godere di una forte libertà operativa, rispondendo però dei risultati raggiunti e di realizzare attraverso la propria catena gerarchica/conoscitiva l’ottimizzazione e la conoscenza indispensabile. Nasce così una catena virtuosa che massimizza l’utilizzo delle risorse della collettività, passo necessario del benessere collettivo, e stimola la generale conoscenza e l’evoluzione tecnologica.

Il tutto avviene all’interno di un incredibile spazio di libertà perché chiunque può diventare un produttore e sfruttare la propria fantasia creativa per ottenere imprevedibili risultati. Nasce l’ascensore sociale del sogno americano e il proliferare di nuove attività, oggi chiamate le start up che, anche dimenticando casi limite come quelli di Bill Gate e di S. Jobs, è confermato da mille storie conosciute.

Infatti la produzione “conto terzi” (che continuiamo a chiamare capitalismo), ha permesso di concentrare il processo produttivo sfruttando le economie di scala necessarie per trasformare intuizioni e nuove idee in nuovo spazio produttivo. E’ facile supporre che nei secoli precedenti molti hanno osservato ad esempio che il coperchio della pentola si muove quando l’acqua bolle e non è neppure escluso che qualcuno abbia costruito qualche rudimentale strumento che sfruttasse tale movimento, ma l’idea e la sua parziale realizzazione è scomparsa insieme al suo ideatore. Solo l’accentramento produttivo della produzione “conto terzi” ha permesso di costruire progressivamente il primo motore a caldaia destinato, con le successive evoluzioni, a cambiare l’economia mondiale.

Questa logica prevede che sia individuale sia la scelta effettuata dal singolo utente, sia quella del singolo produttore che la soddisfa, per cui l’ottimizzazione produttiva fa riferimento solo a due singoli soggetti. Si accentuano così libertà ed elasticità che moltiplicano le possibilità, evidenziando una netta superiorità rispetto ai vincoli e alla rigidità della precedente società feudale. Le sue caratteristiche positive vengono moltiplicate dall’evoluzione tecnologica che rappresenta al stesso tempo la forza e la conseguenza della sua logica operativa. Vale per il capitalismo quello che Darwin diceva per gli esseri viventi: non sopravvivono i più forti ma quelli che hanno la maggiore capacità di adattarsi.

Così il capitalismo premia chi si adatta più rapidamente alla mutata realtà, eliminando chi non si adegua e costituisce la principale spinta alla travolgente evoluzione moderna. Ha rappresentato infatti l’incredibile forza propulsiva che ha permesso all’umanità di passare dal medio evo all’età moderna ed è il motivo per cui, pur con le mille modifiche storiche, è rimasto dominante, condannando al fallimento le tante rivoluzioni degli ultimi secoli incapaci di ottenere risultati migliori.

Vedremo, parlando della crisi del nostro impianto istituzionale, che una delle principali ragioni della crisi è proprio l’esistenza di un meccanismo selettivo perverso che impedisce l’evoluzione e premia, direi impone, il mantenimento dello stato quo, perdendo i vantaggi che l’evoluzione tecnologica può e deve offrire.

Condizionamenti del capitalismo. Abbiamo visto che tutto il circolo virtuoso di benessere e conoscenza deriva dal corretto funzionamento del ciclo: domanda, imposizione e controllo. Aggiungiamo che la scelta dell’utente, nucleo base dell’intero meccanismo, non si manifesta una tantum con periodicità prestabilita ma richiede un meccanismo continuo di condizionamento del produttore; perché il sistema economico, come cosa viva, necessita di un’alimentazione continua, come un corpo che muore se il sangue, anche per un breve periodo, smette di circolare. Da questo è facile dedurre che il nostro impianto istituzionale, basato sul meccanismo delle elezioni periodiche, non è idoneo a svolgere attività produttiva.

L’elemento comunque che da all’utente un potere effettivo che gli permette di imporre le proprie necessità e controllare il produttore è la concorrenza; di conseguenza il meccanismo si blocca e perde la sua legittimità quando questa viene a mancare. In quel caso il produttore (pubblico o privato poco cambia) perde la propria funzione, non ottimizza, non genera conoscenza e si limita a incassare una rendita di posizione non giustificata, non dovuta che rappresenta una tassa impropria.

L’evoluzione economico/sociale in corso ha moltiplicato gli spazi in cui la concorrenza non riesce ad operare e il prevalere delle attività non gestibili dal mercato è la principale ragione della rottura dell’equilibrio. Questo avviene quando per ragioni sociali, vogliamo sottrarre alla logica del mercato alcuni settori particolarmente sensibili quali la sanità e l’istruzione; soprattutto si svolgono in regime di monopolio naturale, quasi tutte le attività relative alla gestione del territorio, quali infrastrutture, urbanistica, mobilità collettiva, sicurezza fisica ed economica e tante altre che determinano il nostro reale benessere economico e la qualità della vita. Tutte queste attività infatti sono caratterizzate da una offerta e una domanda non individuale ma collettiva per cui manca la concorrenza e il singolo utente non può imporsi ma deve subire.   

In questi casi il produttore, specie se privato, non solo lucra una rendita ingiustificata, ma non dispone neppure del principale meccanismo di conoscenza per cui non ottimizza e/o opera male senza quasi saperlo. Gli attuali drammi delle autostrade genovesi, sono legati a incuria e molti altri fattori, ma derivano anche dall’incapacità della struttura di reagire rapidamente alle necessità in quanto priva di un mezzo automatico che rileva i problemi; solo la concorrenza infatti svolge tale funzione in maniera continua e in tempo reale.

Esistono anche altri casi in cui la collettività/utente subisce il produttore sia per la sua eccessiva forza, sia per la caratteristica del bene difficilmente valutabile. Abbiamo il fenomeno del consumismo che spinge gli adolescenti (e non solo) ad usare calzoni strappati pagati carissimo, utilizzare beni che non servono, nutrirsi di prodotti velenosi. Analogamente alcuni prodotti sono difficilmente valutabili perché si conosce solo parzialmente caratteristiche e contro indicazione, come avviene in buona parte dei prodotti farmaceutici.

La lista potrebbe essere più lunga ma quanto detto basta ad evidenziare il fenomeno; di fatto allo stato attuale sono tutte situazioni in cui il meccanismo dell’acquisto non può funzionare per cui viene a cadere lo strumento più avanzato di cui disponiamo che permette al singolo membro della collettività di partecipare alla gestione del sistema produttivo; cioè in ultima analisi lo strumento che permette il maggior livello di gestione democratica. Non a caso tutte le popolazioni dell’Europa dell’Est, della Cina di Mao, di Cuba, ecc. hanno sempre lamentato fra le principali disfunzioni la mancanza del potere d’acquisto che li spogliava di diritti.

Si sottolinea così, in antitesi alla visione dominante che il capitalismo è soltanto un mezzo tecnico con limiti ma grandi possibilità che gli permettono di soddisfare le necessità della collettività/utente ma come la corrente elettrica o l’acqua, non è responsabile dei risultati prodotti, imputabili a chi regola e controlla. L’acqua può distruggere case e città ma la responsabilità è degli uomini che non hanno realizzato le opere di protezione. Accusare l’acqua scarica le coscienze di chi gestisce il potere, ma non risolve.

Però il capitalismo, come tutti gli strumenti tecnici, richiede regole precise e qualcuno che le faccia rispettare. Potremmo paragonarlo al gioco del calcio che è una magnifica espressione di forza, intelligenza, coordinamento e fantasia creativa ma richiede regole e un arbitro per farle rispettare, in mancanza diventa pura violenza ma la responsabilità non è dei giocatori ma della mancanza dell’arbitro. Così la produzione “conto terzi”, detta capitalismo, ha le caratteristiche positive sopra viste ma solo se la struttura pubblica è in grado di elaborare regole coerenti e farle rispettare; in mancanza diventa, come oggi, fonte di violenza e diseguaglianze con i produttori, i capitalisti, che fanno le regole e gestiscono nel loro esclusivo interesse.

Il capitalismo può essere quindi uno strumento determinante per lo sviluppo democratico ma richiede di essere regolamentato e controllato dalla collettività; infatti essendo uno strumento meritocratico e selettivo, deve necessariamente essere solo un momento di un più complesso meccanismo economico/sociale in cui la struttura pubblica fa prevalere le opposte istanze di equità distributiva e inclusività. La diversa logica dei due momenti non interferisce ma si integra ed anzi entrambi le funzioni si alimentano vicendevolmente come abbiamo visto parlando della sanità.

L’incapacità della struttura pubblica di regolazione e controllo può compromettere il meccanismo democratico se lascia prevalere gli interessi dei produttori, comunque titolari di un potere ineliminabile. La mano pubblica però deve regolare, controllare non gestire, perché sarebbe come se nel gioco del calcio l’arbitro volesse decidere le strategie dei giocatori. L’autonomia decisionale di chi opera è ineliminabile perché insita nell’operare, quindi ostacolarla significa bloccare la produzione, con tutte le conseguenze che abbiamo visto.

La storia dell’’800 e ‘900 conferma che il capitalismo è solo un mezzo tecnico e come tale ha portato a risultati opposti in funzione di chi gestiva la struttura pubblica. Da metà dell’Ottocento, per quasi un secolo, il potere politico è stato gestito dalla borghesia, unica classe con diritto di voto; la produzione era esclusivamente al suo servizio e soddisfaceva bene le sue necessità. Il proletariato, senza diritto di voto ha subito disoccupazione e miseria inaccettabile, mentre la borghesia festeggiava la belle époque.

Dopo la seconda guerra mondiale, sulle rovine delle città europee, il suffragio universale, anche se formalmente ottenuto negli anni ’10 del ‘900, è diventato reale e ha messo l’economia al servizio dell’intera collettività; in meno di mezzo secolo si sono raggiunti nei sistemi democratici i più alti livelli di benessere, diritti, libertà ed equità distributiva. In quel periodo specie in Europa le democrazie sono diventate vincenti eliminando progressivamente le dittature, mentre si realizzava il binomio democrazia/capitalismo in cui tutti i paesi democratici erano capitalisti e il capitalismo avanzato si sviluppava solo nei paesi democratici.

Verso fine secolo l’incapacità della struttura pubblica ha portato a ridurre reddito, libertà, diritti ed equità distributive alimentando le spinte contestative, spesso impropriamente chiamate populismo, e ridando spazio alle dittature ritornate vincenti. È quindi necessario identificare le ragioni dell’alterna funzione dell’impianto istituzionale, superando la diffusa tendenza di denunciare le caratteristiche degli uomini al potere; queste infatti sono la conseguenza e non la causa delle disfunzioni e gli uomini sono solo trascurabili comparse di un gioco condizionato da regole vincolanti che spesso neppure conoscono.

Qualsiasi istanza democratica della collettività rimane priva di contenuto reale se manca uno strumento idoneo a dare al singolo il diritto di esprimere ed imporre le proprie necessità. L’economia è un magma in movimento e viene governata da fatti reali, rimanendo indifferente alle dichiarazioni di principi. Senza identificare uno strumento reale rimaniamo nel campo delle parole, magari affascinanti, ma prive di contenuto.

Capitalismo (produzione “conto terzi”) ed equità distributiva: Finora abbiamo esaminato il capitalismo, meccanismo di produzione “conto terzi”, evidenziando i limiti e le sue grandi possibilità, però prima di andare oltre dobbiamo affrontare il fantasma che ancora si aggira in Europa e condiziona molte coscienze; sulla base della teoria marxista del “plus valore”, il “padrone”– imprenditore-  lucra un “plus valore” che “ruba” all’operaio sottraendogli parte del salario dovuto per il suo lavoro. Se il furto fosse infatti il nucleo del meccanismo capitalistico sarebbe automaticamente condannabile “a prescindere”. Colpisce, come ho rilevato parlando con i miei nipoti, che le nuove generazioni, conoscono a stento chi è Marx, non sanno cos’è il “plus valore” ma sono convinte che il margine dell’imprenditore deriva da una decurtazione di reddito degli operai.

Abbiamo già detto che questa, nonostante il suo perdurante successo, è l’unica parte della teoria marxista che economicamente non era valida neppure nel momento storico in cui è stata formulata; resiste però nel tempo grazie alla sua semplicità: “ti pagano meno di quanto avrebbero dovuto” e alla conseguente prassi vincente degli aumenti salariali ottenuti solo grazie a alla rivendicazione sindacale. Si capisce quindi che sia dura a morire, ma rappresenta uno dei principali equivoci da superare per permettere una corretta lettura della realtà.

Essa nasce infatti dall’esame di una sola parte del processo produttivo cioè la pura produzione e il rapporto padrone/lavoratore; trascura però la seconda parte quella del mercato o soddisfazione delle necessità cioè il rapporto produzione/consumo. Bisogna quindi inserire nell’esame l’intero ciclo per capire i reali meccanismi che condizionano la produzione e i criteri che determinano il benessere collettivo.     

In una visione globale è infatti facile rilevare che il margine imprenditoriale non deriva da un furto al lavoratore ma dalla fantasia creativa della sua attività e l’aumento dei salari non viene sottratta al padrone ma deriva da un maggior potere politico del proletariato che impone lo sviluppo e una diversa logica produttiva. Il livello del margine imprenditoriale, non prodotto dal furto ma da efficienza produttiva e fantasia creativa, non contrasta neppure con l’equità distributiva perché il controllo della concorrenza (mercato) riduce il suo margine a circa un 2%-3% del valore del prodotto.

 A fronte quindi di solo un 3%, l’imprenditore si dà carico di valutare le necessità della collettività, investire preventivamente per soddisfarle, ottimizzare la produzione e pagare con il fallimento un possibile errore; nel margine imprenditoriale è compresa anche la fantasia creativa che ha prodotto il salto tecnologico degli ultimi secoli. La struttura pubblica invece preleva più del 50% del Pil (cioè del prodotto), non produce quello che serve, non ottimizza ciò che fa e nessuno paga per gli errori commessi.

È necessario quindi prendere atto, anche se rompe il principale tabù del “politicamente corretto”, che il valore aggiunto dell’imprenditore è superiore al suo costo, cioè, rovesciando la logica marxista, il “padrone” non “ruba” ma “regala” un “plus valore” alla collettività. Questa opposta lettura della realtà diventa necessaria per superare i prevalenti equivoci culturali e cercare una nuova strategia di sinistra capace di identificare le vere cause dell’inefficienza produttiva e della crescita delle diseguaglianze.

Come esperienza personale posso ricordare che negli anni ’80 ho costituito una comune agricola alla ricerca di forme organizzative alternative; pensavo che l’autoproduzione, bypassando l’intermediazione capitalistica, permettesse risparmi di costi sui beni prodotti; ho dovuto rilevare la situazione opposta perché l’organizzazione capitalista rappresenta un valore aggiunto e non un costo.

Questo punto può essere confermato quotidianamente a livello sia del singolo che delle aziende; tutti sono infatti liberi di produrre qualsiasi cosa che usano e nessuno ci obbliga, salvo casi limitatissimi, ad acquistare dagli altri. Il singolo ha meno libertà comportamentale perché per limiti tecnici i beni autoproducibili sono più limitati ma possono includere vestiario, cibo, prodotti agricoli, ecc.; però ugualmente li acquistiamo attraverso il mercato perché il valore aggiunto dell’imprenditore li rende più convenienti.

Anche le aziende per il proprio ciclo produttivo necessitano di mille prodotti che possono acquistare o autoprodursi; in passato era prevalente l’integrazione verticale per cui partendo dalla materia prima si arrivava al prodotto finito. Oggi si preferisce invece l’acquisto delle singole parti perché le economie di scala e la fantasia creativa dei vari fornitori rappresenta un valore aggiunto superiore ai costi dell’imprenditore (padrone) coinvolto.

Coerenza storica di alcune teorie interpretative. Quando rileviamo che l’imprenditore (padrone) non sottrae ma aggiunge benessere alla collettività non dobbiamo però dedurre che Marx ha sbagliato tutto ed è sufficiente ritornare alla logica liberista del mercato per risolvere tutti i problemi. È vero esattamente il contrario ed anzi un più attento esame ci conferma la validità di quasi tutta l’analisi marxista e la sua determinante funzione storica nell’imporre la crescita della democrazia; oggi nella confusione generale viene spesso sottovalutata, specie a sinistra, anche perché la si usa impropriamente con prassi oggettivamente di destra che limitano diritti e benessere. 

Coerenza del marxismo. Marx infatti come tutti grandi pensatori parte da un’intuizione che permette una più corretta lettura della realtà, però come sempre avviene, specie nei casi molto innovativi, deve superare diverse difficoltà; per prima cosa deve razionalizzare l’intuizione e fare capire la nuova logica, oggettivamente complessa, superando i condizionamenti culturali della precedente chiave interpretativa. Le intuizioni inoltre non sono vendibili come tali e richiedono una preventiva contestazione delle precedenti teorie dominanti. In campo politico inoltre la collettività non discute di teorie economiche ma solo delle proprie impellenti necessità e di come meglio soddisfarle; l’intuizione complessa deve quindi trasformarsi in una spiegazione semplificata che si adegui alle necessità del momento storico.

La teoria economica del momento considerava l’intollerabile miseria (anche i bambini che lavorano in miniera o nelle acciaierie) come un fatto naturale e inevitabile del sistema produttivo, alla stregua della grandine o della siccità, che doveva quindi essere sopportata mentre solo la beneficienza poteva lenire le sofferenze. Marx ha capito che le risorse si ripartiscono in funzione del livello di potere delle parti, di conseguenza la miseria, lungi da essere un fatto naturale, derivava dalla mancanza di diritti del proletariato, stragrande maggioranza della collettività. Solo la lotta di classe poteva ridurre questa inaccettabile disparità, ma era difficile spiegare la complessità economica che la imponeva; la teoria del plus valore saltava tutto il ragionamento e rappresentava una facile spiegazione del fenomeno comprensibile anche dall’operaio o dal contadino analfabeta; è facilmente comprensibile l’idea del “padrone” che ti ruba una parte del salario, specie nella realtà del momento, perfetta per confermare questa convinzione.

Tutto corretto, c’era soltanto un errore di logica economica: la borghesia deteneva il potere e stabiliva regole e diritti per difendere i propri privilegi, il “padrone” si limitava ad utilizzare tali diritti. Di conseguenza l’analisi marxista era storicamente corretta nella sostanza politica, ma fuorviante nella logica economica; si confondeva il padrone con la borghesia al potere e il lavoratore con il proletariato senza diritti. Nella realtà dell’Ottocento la differenza era quasi inesistente perché i due ruoli si sovrapponevano; effettivamente la borghesia aveva tutti i diritti e il lavoratore era un proletario senza diritti. Rimaneva comunque l’errore di confondere un fatto politico, la distribuzione dei diritti, con un fatto economico, il livello delle remunerazioni che ne era solo la conseguenza.

Era allora anche corretto portare lo scontro a livello aziendale perché l’azienda era il luogo dove il proletariato operava e poteva organizzarsi; però il risultato era politico perché era il sistema paese, e non il padrone, a venire condizionato dai successi sindacali. La rivoluzione russa ha infatti eliminato il padrone ma è venuto a mancare anche il meccanismo di ottimizzazione produttiva, senza che venissero aumentati i diritti politici, per cui si sono ridotti libertà, benessere, conoscenza ed equità distributiva.

Anche la semplificazione di considerare solo il momento produttivo cioè la dialettica padrone-lavoratore, trascurando l’altra metà del ciclo cioè l’utilizzo della produzione, a metà dell‘Ottocento nella realtà esaminata da Marx, non era falsante ma fotografava correttamente la situazione del proletariato. Infatti la borghesia, meno del 5% della popolazione, grazie al forte divario di reddito pro capite rispetto al proletariato, assorbiva quasi il 90% della produzione, che riguardava principalmente case, ville, arredamento, carrozze, cibo, vestiario, ecc. tutti beni di prevalente uso borghese. Inoltre una consistente parte dei prodotti quali macchine agricole e industriali, telai meccanici, trebbiatrici, trattori erano produzioni che, dati i vincoli di crescita economica imposti dalla politica borghese, non aumentavano il benessere collettivo ma solo la disoccupazione dei proletari.

Era quindi allora corretto sia la logica luddista di distruggere le macchine per difendere l’occupazione, sia considerare la produzione come la “farina del diavolo” che serviva solo al “padrone” e non interessava al proletario. La produzione di massa del dopo guerra, grazie al prevalere della democrazia, ha permesso la nascita della “società opulenta”, con il 50% della popolazione che fruiva del 50% delle risorse; solo allora la capacità produttiva è diventata l’elemento portante del benessere collettivo. L’errore non è quindi di Marx, che in quel momento storico aveva ragione, ma dall’utilizzare la sua diagnosi nella situazione attuale modificata proprio grazie al suo intervento.

È la normale conseguenza di tutti i cambiamenti radicali: quando grazie alla spinta evolutiva si è raggiunto l’obbiettivo, le idee e le organizzazioni che l’hanno generato sopravvivono e, forti del successo ottenuto, mantengono il potere nato dalla precedente logica senza rilevare che proprio i risultati raggiunti impongono logiche e obbiettivi nuovi, diversi e spesso opposti. Tale sono in buona parte oggi le azioni del sindacato e della sinistra; esse erano determinanti, come forza di rottura, per l’evoluzione sociale di buona parte del ’900, ma il loro utilizzo verso la fine del Novecento è diventato fuorviante.

Siamo infatti arrivati alle contraddizioni attuali; ad esempio nella sanità quando si difendono i diritti (privilegi) dei lavoratori contro quelli della collettività/utente, si difende il soggetto forte contro quello debole, perseguendo obbiettivi opposti a quelli dichiarati. Inoltre si lede la funzionalità di un servizio essenziale, fiore all’occhiello della logica democratica, perché la sua mancanza pesa particolarmente sulle categorie deboli, prive di soluzioni alternative. La difesa sindacale degli interessi (privilegi) dei dipendenti pubblici, favorita da una reale controparte, ha contribuito alla progressiva inefficienza della macchina pubblica, riducendo servizi e diritti precedentemente ottenuti, nucleo fondamentale delle conquiste della sinistra.

Così quando, in difesa dell’occupazione, si legittimano attività improduttive, si scaricano sulla collettività costi ingiustificati. Con l’aggravante, come ho rilevato nel mio scontro con i lavoratori portuali, che normalmente la collettività, specie la fascia debole, subisce un danno ben maggiore dei vantaggi dei privilegiati; spesso a fronte di un vantaggio di 10 per la categoria protetta, i costi della collettività indifesa possono superare 100, cioè 10 volte tanto, creando un generale impoverimento. Un danno incalcolabile che legittima il populismo e mina la credibilità della sinistra, costringendola a un ruolo politico marginale nonostante che ufficialmente difenda gli interessi della maggioranza della popolazione.

Teorie keynesiane. Un discorso analogo a quello fatto su Marx, vale per le teorie economiche di Keynes a cui si fa sempre più riferimento nonostante che oggi siano scarsamente utilizzabili per la mutata situazione economica. Keynes infatti contestava l’economia classica per la quale l’equilibrio del sistema economico veniva raggiunto automaticamente perché “l’offerta crea la propria domanda”, cioè tutte le risorse economiche, mano d’opera compresa, potevano essere sempre integralmente utilizzate perché i redditi erogati dalle nuove produzioni avrebbero creato un aumento della domanda globale pari al valore dei beni prodotti; di conseguenza esisteva un equilibrio automatico domanda/offerta.

La tesi era chiaramente contraddetta dalla crisi del ’29, con una disoccupazione che coinvolgeva il 30% della popolazione, ma gli economisti, negando l’evidenza, affermavano che, nonostante gli infimi salari, i disoccupati non erano tali ma bensì lavoratori che non accettavano un salario allineato alla loro bassa produttività. Per confermare questa follia interpretativa hanno utilizzato le teorie agricole del rendimento decrescente, nonostante che la situazione agricola di riferimento fosse l’opposto dell’allora prevalente produzione industriale, caratterizzata dalle economie di scala.

Keynes ha intuito che l’equilibrio economico non era automatico, ma doveva essere garantito dall’intervento dello Stato; per adeguarsi alla teoria classica dominante ne ha riconosciuto la validità, ma solo come caso particolare, cioè quello nel quale il risparmio fosse uguale all’investimento (la famosa linea a 45 gradi), in modo da poter ipotizzare una visione più generale in cui era necessario l’intervento pubblico per ricreare l’equilibrio economico. Keynes però, come spesso capita agli economisti, ha sottovaluto i condizionamenti politici che inficiavano in parte la sua corretta valutazione; infatti la crescita della domanda globale, necessaria allo sviluppo economico, presupponeva la crescita dei salari del proletariato, che assorbivano solo il 10% della produzione, ma questo contrastava con gli interessi della borghesia al potere.

Inoltre la logica keynesiana può essere utilizzata per un sistema in equilibrio strutturale che richiede l’intervento pubblico per far crescere di qualche punto percentuale la domanda globale e rimettere in moto lo sviluppo produttivo. Nel momento storico di allora con il proletariato, 90% della popolazione, privo di potere d’acquisto, veniva a mancare più del 50% (stimabile addirittura al 70%) della domanda globale per cui eventuali interventi pubblici comunque concepiti, vedi new deal americano, erano poco significativi e incapaci di superare lo squilibrio strutturale.

La Teoria generale scritta nel ’36, solo dopo la guerra, superati i vincoli politici, è stata recepita dal mondo politico e ha contribuito al vertiginoso sviluppo produttivo del dopo guerra, portando i paesi democratici al benessere degli anni ’90. Infatti nel dopo guerra gli aumenti salariali hanno decuplicato la domanda globale mentre le teorie keynesiane ne permettevano una migliore regolamentazione, accentuando lo sviluppo economico trascinato dal capitalismo che gestiva quasi il 90% della produzione.

La teoria keynesiana, a dispetto dei vari tentativi, non è più risolutiva nella cambiata situazione odierna, perché mancano tutte le condizioni di riferimento e la crisi attuale, pur per ragioni diverse, è peggiore di quella della crisi del ’29. La gestione del territorio e altre attività non gestibili dal mercato sono progressivamente diventate le attività predominanti che assorbono, o dovrebbe assolvere, quasi il 70% della produzione globale; sono però caratterizzate da offerta e domanda collettive, per gestire le quali non esistono oggi gli strumenti necessari ed in particolare la domanda non ha neppure la possibilità di esprimersi. 

Viene così a mancare, come nel ’29, più del 50% (forse il 70%) della domanda globale; lo sbilancio esula dalle dimensioni di intervento delle logiche keynesiane che oltretutto possono operare solo sul residuo 30% della produzione gestito dal capitalismo. Anche in questa parte inoltre è difficile far crescere la produzione per il “tappo” dell’attività pubblica, che provoca l’inadeguatezza di infrastrutture, urbanistica, mobilità giustizia, burocrazia e molti altri condizionamenti del sistema produttivo. E’ così pura illusione sperare che le politiche keynesiane possano di nuovo assolvere la funzione salvifica svolta nel dopo guerra.

Caratteristiche e limiti del capitalismo prima di andare oltre ci sembra utile completare l’analisi del capitalismo esaminando le caratteristiche e i limiti di questo meccanismo produttivo e la ragione del perché, specie a sinistra, è visto con sospetto e spesso rifiutato. Abbiamo visto infatti che si tratta di un efficiente mezzo tecnico di ottimizzazione produttiva al servizio di chi detiene il potere, per cui un giudizio morale sui risultati deve riguardare non il meccanismo, ma l’uso fatto dai responsabili della struttura politica.

Se in una zona arida si realizza un acquedotto ma si riserva l’acqua solo a pochi, crescono le diseguaglianze, però la causa non è l’acquedotto, ma la logica di gestione che le determinano. Contestare l’acquedotto, perché fonte delle diseguaglianze, è una logica equivoca che scontra con l’oggettiva necessità dell’opera e diventa quindi la migliore garanzia del mantenimento dello status quo e delle conseguenti diseguaglianze; il solito ricatto “vuoi l’acqua accetta le diseguaglianze”.

I regimi caratterizzati dalla logica produttiva del capitalismo, si sono macchiati dei peggiori crimini ma la colpa non è del meccanismo utilizzato ma dell’uso fatto da chi gestiva il potere politico. Le teorie marxiste sullo sfruttamento e la lotta di classe rimangono valide, ma lo scontro padrone/lavoratore è solo il punto in cui si materializza la lotta, non quello in cui si determina il cambiamento: la vera battaglia è infatti politica e il padrone è solo l’ufficiale pagatore, non il soggetto che decide quanto pagare.

Vediamo però, anticipando alcuni punti, i vincoli tecnici che determinano l’efficienza produttiva, il tipo di controllo pubblico necessario e successivamente le condizioni necessarie per metterlo al servizio di una logica democratica.

La concorrenza: abbiamo visto che è lo strumento grazie al quale l’utente impone le sue necessità al produttore e controlla l’ottimizzazione produttiva innescando la catena virtuosa di conoscenza e crescita economica. A questo scopo sono necessarie sia regole precise per la parità di condizioni, sia una pluralità di operatori che possano garantirla. La necessità di regole e dell’arbitro che le fa rispettare, fanno entrambe capo alla mano pubblica e richiedono la sua efficienza, perché in mancanza (come oggi) si rompe l’equilibrio economico e il capitalismo si trasforma in pura violenza dove i più forti vincono e soddisfano le proprie necessità ignorando quelle della collettività/utente. La produzione al servizio del territorio, oggi prevalente, è inoltre caratterizzata da una domanda non individuale ma collettiva nella quale, la concorrenza opera solo limitatamente con le conseguenze viste; in questo caso infatti l’imprenditore non “regala” alla collettività valore aggiunto ma “ruba” risorse, incassando una tassa non giustificata e non controllata.

Meccanismo di ottimizzazione: la forza del capitalismo è la sua ottimizzazione capillare e puntiforme, che moltiplica l’efficienza; è però anche il suo limite perché può ottimizzare solo il singolo punto e non l’intero sistema. La produzione di beni (come l’ipotizzata lavatrice) viene gestita da una domanda individuale che riguarda il singolo utente e il singolo produttore per cui la concorrenza opera correttamente. Diverso è la situazione relativa alla gestione del territorio (autostrada, parco, metropolitana, ecc.) in cui la domanda è prevalentemente collettiva e pertanto non dispone degli strumenti necessari per potersi esprimere, imporsi e controllare che sia soddisfatta. Inoltre l’operato del singolo produttore contrasta con gli interessi della collettività e spesso alla lunga, per le interdipendenze produttive, anche con i propri.

Un esempio emblematico è l’attività edile: il singolo costruttore, inseguendo il massimo sfruttamento costruttivo, può produrre un danno generale alla zona, che penalizza tutte le costruzioni compreso anche la sua costruzione, in un meccanismo di crisi che si autoalimenta. La struttura pubblica deve quindi elaborare un’ipotesi organica di utilizzo del territorio, porre regole idonee e farle rispettare. I disastri urbanistici, sono realizzati dagli edili, ma prodotti da inadeguati piani regolatori e mancanza di controllo.

Uso della mano d’opera – questa è una delle principali contraddizioni del capitalismo che senza un adeguato controllo pubblico rischia di autodistruggersi. La mano d’opera infatti svolge due funzioni contrapposte: da una parte per il singolo imprenditore costituisce un costo produttivo da ridurre per ottimizzare la produzione; dall’altra parte invece, a livello del sistema economico generale, rappresenta la domanda globale, cioè l’obbiettivo della produzione e determina l’equilibrio del sistema. Se la libertà comportamentale dell’imprenditore permette una generale riduzione dei salari, crollano le economie di scala, la domanda globale, e si innesca una crisi economica che si auto alimenta.

La mancanza di un’efficiente mediazione pubblica può compromettere l’equilibrio del sistema, specie in periodi come l’attuale caratterizzati da una forte evoluzione tecnologica. Infatti normalmente la produttività cresce più rapidamente della domanda globale e quindi della produzione, che possono seguire solo con tempi più lunghi; si crea così un surplus di mano d’opera che in mancanza di vincoli, spinge a ridurre i salari ed aumentare la disoccupazione. Entrambi i fenomeni si autoalimentano e devono essere contrastati per fermare la crisi; il primo fissando salari minimi obbligatori perché il costo della mano d’opera non deve essere gestito dalla concorrenza ma stabilito dalla struttura pubblica in funzione dell’equilibrio generale; il secondo, come insegna Keynes, stimolando la domanda globale per raggiungere l’equilibrio economico.

In mancanza di un intervento pubblico il sistema si avvita su sé stesso e può collassare; così è successo con la crisi del ’29; il new deal in America era finalizzato a contrastare l’autoalimentazione della crisi. In passato il salario è stato correttamente difeso dal sindacato perché la sua crescita corrispondeva al riconoscimento dei diritti negati del proletariato; nel momento però che si realizza finalmente un sistema democratico la maggioranza della popolazione dovrebbe stabilisce la politica economica e quindi, superate le sterili discussioni odierne, identificare il costo della mano d’opera, consono alla realtà del momento, che permette di massimizzare il benessere collettivo e rappresenta l’elemento strategico dell’equilibrio economico/sociale.

Diffusa ostilità politica al capitalismo. Vari elementi storico/culturali hanno contribuito ad alimentare l’ostilità a questo modo di produrre: vediamo il perché. Potere autonomo. Innanzi tutto era un’organizzazione nuova, autonoma e alternativa alla tradizionale logica feudale; disponeva quindi di un potere che poteva esercitare in mancanza o in attesa di una nuova struttura pubblica e delle istanze democratiche. Inevitabile che il vuoto di potere sia stato occupato dai produttori che occupavano così anche lo spazio politico ed erano liberi di usare a proprio favore i meccanismi produttivi. L’attuale latitanza pubblica sta ricreando la stessa situazione.

Inoltre durante tutto l’Ottocento si è costituito un nuovo potere politico, legittimato formalmente da logiche democratiche, che faceva però capo a chi gestiva la produzione cioè i soli borgesi, gli unici con diritto di voto e che quindi hanno operato con scarsi condizionamenti. Abbiamo visto il risultato: il produttore “padrone” ha sostituito il vecchio feudatario comportandosi in maniera analoga verso i suoi “sudditi”: gli operai della fabbrica sostituivano i contadini del feudo.

Evoluzione ed equilibrio sociale. In aggiunta, per la diversità dei meccanismi produttivi, il comportamento del capitalismo è stato spesso peggiore, perché il livello tecnologico costante del periodo feudale, limitava gli stravolgimenti economico/sociali e inoltre la produzione era “in conto proprio” cioè anche formalmente al servizio di chi deteneva il potere – il Re Sole legittimamente dichiarava “lo Stato sono io”. Così ogni aumento di capacità produttiva, pur non aumentando il benessere dei sudditi, non riduceva salari e occupazione, lasciandoli invariati, perché veniva utilizzata per meglio soddisfare i bisogni o i capricci dei sovrani: si pensi alle grandi regge, come Versailles e Caserta costruite nel Seicento e Settecento. La situazione del suddito rimaneva misera ma fondamentalmente immutata in una struttura di garanzie molto limitate ma costanti.

Nell’Ottocento invece la produzione “per conto terzi” gestita dalla borghesia era soggetta a un controllo reale rappresentato dalla concorrenza; veniva così limitava la percentuale del prodotto che il gestore (produttore/borghese) poteva prelevare, di conseguenza per aumentare il proprio reddito avrebbe dovuto far aumentare la produzione. Invece la produzione “conto terzi” per aumentare, doveva far crescere la domanda globale e quindi il reddito del proletariato (maggiori salari), contrastando con gli interessi della borghesia. Se la produzione non cresce (come è invece avvenuto solo nella seconda metà del Novecento), l’aumento di produttività fa esplodere la disoccupazione. Per tutto l’Ottocento la forte evoluzione tecnologica non ha aumentato né produzione né benessere collettivo ma solo la disoccupazione che ha ulteriormente ridotto i già miseri salari e ha trasformato il proletario di fatto, quando non di diritto, da lavoratore a schiavo.

A fine Ottocento la situazione del proletariato in Europa era drammatica con fame, disperazione e massiccia emigrazione, mentre la borghesia festeggiava “la belle époque”. Non bisogna dimenticare inoltre che la miseria dell’operario dell‘Ottocento era ben diversa da quella del contadino medievale, perché quella del medio Evo era conseguenza della mancanza di risorse e stravolgeva solo parzialmente il fragile equilibrio sociale. Nell’Ottocento nasceva invece da una forte crescita di risorse potenziali conseguenza dell’evoluzione tecnologica che non venivano utilizzare, stravolgendo qualsiasi equilibrio sociale esistente. Drammaticamente la stessa situazione rischia di ripetersi oggi.

Il dramma di quel periodo, culla della teoria marxista, pesa ancora sul sentire collettivo e certo non basta precisare che non è stato provocato dal capitalismo, semplice mezzo tecnico, ma dell’uso che ne hanno fatto le forze politiche allora al potere cioè gli stessi capitalisti. Però attribuirne la colpa alla produzione capitalista sarebbe come accusare l’agricoltura delle violenze del sistema feudale. La distinzione oggi, forti della conferma della seconda metà del ’900, si impone perché qualsiasi soluzione richiede di chiarire preventivamente i meccanismi di responsabilità. Un’ampia parte della classe politica infatti utilizza proprio questi equivoci per spiegare la crisi attuale e, alimentando la caccia “all’untore”, nascondere i veri responsabili: cioè la stessa classe politica.

Lotta contro il “padrone”. Esistono poi altre ragioni storiche che hanno originato la posizione di condanna. La lotta contro il padrone ha portato risultati positivi e questo sembrava confermare la validità della tesi marxista, la responsabilità del padrone e garantirne un utile utilizzo. Difficile spiegare che i risultati positivi derivavano dall’allargamento dei diritti del proletariato e gli aumenti sindacali erano il modo di manifestarsi di questa evoluzione sociale, mentre l’azienda era solo il luogo dello scontro, non quello in cui si determinavano i diritti e i vantaggi economici. Le vittorie sindacali avevano infatti scarse ripercussioni a livello aziendale perché il profitto imprenditoriale (la quota del produttore/padrone) è condizionato dal livello di concorrenza e non dalla pressione sindacale. La crescita del benessere derivava dall’aumento di diritti, di produttività e di domanda globale (funzione pubblica) che i cambiamenti politici e la pressione sindacale mettevano in moto.

Altro condizionamento culturale: come nuovamente ironizza Keynes “l’uomo comune si crede libero da preconcetti culturali in verità è schiavo di un economista defunto”; la nostra lettura della realtà si rifà, spesso inconsciamente, alla teoria marxista perché valida in passato ed in seguito accantonata ma non sostituita per cui è rimasta l’unica chiave interpretativa disponibile.

In ultimo possiamo ricordare che questa teoria conviene, legittimandone i privilegi, agli strati sociali emergenti, cioè ai lavoratori non più proletari e ai borghesi non padroni; specie nella borghesia, fra politici, manager, burocrati, professionisti, i “non padroni” sono la maggioranza e tutti possono così fruire di una “indulgenza plenaria”. Ricordo un grande professionista che mi precisava che “lui viveva del suo lavoro, mentre io, padrone, del lavoro degli altri”; si dimenticava che salvo il contadino medievale o Robinson Crusoé tutti vivono scambiando il proprio lavoro con lavoro altrui e la sua rata di scambio, che determinava la sua maggiore ricchezza, era molto migliore della mia.

Parassitismo. Esiste un altro condizionamento più drammatico e generale che vedremo meglio in seguito parlando delle disfunzioni pubbliche, particolarmente accentuate nell’esempio emblematico del caso Genova. L’efficienza prodotta dalla concorrenza potrebbe garantire un maggior benessere alla collettività/utente, però questo simmetricamente contrasta con tutti i parassitismi produttivi della struttura pubblica e del capitalismo monopolistico. La struttura pubblica e molti privati possono infatti beneficiare della crisi e, spesso inconsciamente, si oppongono “a prescindere” alle possibili evoluzioni positive.

La ricerca di possibili soluzioni implica quindi di chiarire preliminarmente il quadro delle responsabilità, identificare i veri responsabili e l’anello mancante che impedisce alla mano pubblica di difendere la logica democratica e di massimizzare il benessere collettivo. L’incapacità pubblica fa mancare infatti sia la regolamentazione e controllo del meccanismo produttivo che porta violenza e mancata crescita, sia la capacità di assolvere al proprio compito, imponendo l’equità distributiva, l’imperativo categorico della democrazia. È sufficiente la crescita delle diseguaglianze per confermare che il sistema democratico si è ridotto a semplice simulacro privo di contenuto reale.

Cap. IV – Democrazia – sviluppo e declino             

Fase di sviluppo – Seconda metà del ‘900. Per meglio capire i cambiamenti nelle logiche produttive, che hanno compromesso l’attuale meccanismo pubblico, pensiamo utile sintetizzare prima i risultati raggiunti nella seconda metà del secolo scorso, apice del suo sviluppo; essi evidenziano le possibilità insite in un adeguato funzionamento economico/politico, grazie al quale l’attuale organizzazione, pur funzionando bene per solo mezzo secolo, ha potuto raggiungere risultati inaspettati.

I risultati della II metà del secolo scorso nascono da un felice equilibrio tra gestione pubblica ed economica (capitalismo), che ha permesso di sfruttare il salto tecnologico, prodotto dalla progressiva introduzione del motore e della meccanizzazione nel ciclo produttivo. L’analogo utilizzo del computer, realizzato in meno di 50 anni a partire dagli anni ‘80, dovrebbe permettere un aumento di libertà, diritti e benessere collettivo ancora maggiore; la situazione invece è solo peggiorata, sottolineando la grave disfunzione esistente ma anche le immense possibilità che potrebbero andare oltre alle più rosee aspettative.

Esaminiamo quindi i risultati raggiunti nella seconda metà del ‘900; in questa analisi espongo l’ordine di grandezza dei dati di riferimento per cogliere l’ampiezza del fenomeno; utilizzo quindi una sintesi dei dati riportati nel mio libro Scacco alla crisi (De Ferrari – Genova-2010). In termini quantitativi la produzione delle democrazie avanzate dagli anni ’10 del ‘900 agli anni ’90 è aumentata di 10 volte (1.000%), confermando e integrando la previsione di Keynes che nel ’28 aveva previsto un aumento allora già possibile di 4 volte.

A livello dell’equità distributiva i risultati sono stati ancora migliori; sinteticamente (elaborazione Banca d’Italia 2004) in Italia il 50% della popolazione fruiva del 50% delle risorse, vi era poi un 15% ricco e un 35% povero, però il reddito medio del 10% più ricco era “solo” 10 volte quello del 10% più povero; soprattutto facendo riferimento ai soggetti più ricchi risultava che il 2,2% della popolazione fruiva del 10% dei redditi totali, che diventava 26,7% se si considerava  il 10% più ricco della popolazione; facile dedurre che il reddito di quel 5% di soggetti privilegiati, che costituiva la borghesia, si era ridotto dal 90% a meno del 20% del totale. Si può confermare anche matematicamente che l’attuale società è post borghese.

I dati reali al di là della fredda logica numerica, erano ancora migliori perché secondo l’uso consolidato facciamo sempre riferimento solo a redditi monetari, cioè la disponibilità economica dei singoli, ma si trascura il reddito non monetario prodotto dai vari servizi gratuiti di cui si disponeva e che non esistevano prima; basta pensare a sanità, istruzioni (allora eccellenti) ed altri benefit che l’equilibrio economico/sociale metteva liberamente a disposizione.

Vi è poi un altro capitolo poco misurabile numericamente, ma forse ancora più importante, costituito dal livello di diritti e libertà raggiunti. Credo che anche in questo settore possiamo parlare per similitudine di un aumento di 10 volte, che sottolinea il risultato incredibile; mai nella storia si era raggiunto un tale livello di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva.

Confronto col passato D’altronde se a un operaio/proletario di inizio ‘900 avessero illustrato le possibili condizioni di cui avrebbe fruito un analogo operaio di fine secolo lo avrebbe valutato il solito sogno utopico senza contenuto reale, perché mai avrebbe immaginato che si sarebbe realizzato. Il risultato era la conseguenza della mano pubblica che aveva saputo regolamentare e controllare, la travolgente capacità produttiva del capitalismo e l’aveva integrata con la logica distributiva ugualitaria.

Infatti in quel periodo, grazie ai diritti acquisiti si poteva andare oltre la lotta di classe mentre pubblico e privato, equità distributiva ed efficienza produttiva, si potevano integrare in un gioco di squadra, win to win, potenziandosi a vicenda. La parte pubblica spinta dalla logica democratica aumenta i diritti, quindi i salari, la domanda globale e lo sviluppo produttivo, mentre riduce le sperequazioni e offre servizi gratuiti o agevolati quali sanità, istruzione, pensioni, garanzie sociali e altri. Il capitalismo massimizza e aumenta la produzione, seleziona anche, grazie agli aumenti salariali, le aziende tecnologicamente più avanzate, quindi potenzialmente più produttive; l’aumento dei mezzi a disposizione rende reale la crescita del benessere.

La seconda metà del secolo scorso è stato il periodo della democrazia vincente, l’imprenditore veniva considerato non più il “padrone” da combattere, ma il soggetto necessario per difendere occupazione e crescita economica. Questa situazione non era solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che in quel periodo si costruivano e si consolidavano, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi capitalismo/democrazia.

Nella II metà del ‘900 esisteva infatti solo il binomio capitalismo/democrazia e tutti i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato, prosperava solo nei paesi democratici. La democrazia si imponeva progressivamente in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre le soluzioni alternative fallivano. Oggi il quadro si sta rovesciando, con le soluzioni autoritarie che tendono a prevalere e compromettere i risultati raggiunti.

Rottura dell’equilibrio cambiamenti. Vediamo i principali cambiamenti, il loro ruolo e perché hanno fatto saltare il precedente equilibrio economico/sociale. Sono così diffusi che forse sarebbe più facile elencare ciò che è restato immutato; soffermiamoci quindi solo sulla parte che riguarda specificatamente il nostro argomento e impone una nuova logica politica.

Aumento di produzione, abbiamo visto che è stato di 10 volte fino alla seconda metà del ‘900 ed era la conseguenza dell’introduzione nel ciclo produttivo della meccanizzazione e del motore, in sostituzione della fatica umana; il processo si era sviluppato in 5 secoli a partire da metà del ‘400. La rivoluzione elettronica in meno di 50 anni ha introdotto il computer a parziale sostituzione del cervello umano; l’aumento potenziale di capacità produttiva dovrebbe essere almeno uguale se non maggiore di quella realizzata nei 5 secoli precedenti e quindi superiore all’aumento di 10 volte rilevato nel ‘900. Il dato è empiricamente confermabile anche a livello personale, valutando le immense possibilità, che prima non erano neppure ipotizzabili.

Facile capire che una crescita potenziale così elevata impone logiche nuove; infatti se ipotizzassimo di mantenere invariato il criterio distributivo e utilizzare i dati forniti di fine ‘900 avremmo che il 10% di popolazione più povera verrebbe ad avere il reddito dell’attuale 10% più ricco (incredibile ma forse possibile in termini reali), mentre la classe media, il 50% della popolazione che fruisce del 50% delle risorse dovrebbe decuplicare la sua attuale spesa di prodotti e di conseguenza l’equilibrio economico generale imporrebbe a ciascuno di moltiplicare per 10 gli acquisti attuali di frigoriferi, televisori, automobili, lavatrici. Quasi un incubo!

Obbiettivo non solo privo di significato ma anche irraggiungibile perché reso impossibile dall’insufficienza infrastrutturale, l’inquinamento, gli ingorghi, la distruzione ecologica, l’insufficienza di spazio. Nasce quindi la necessità di una nuova logica capace di soddisfare in maniera differente le nostre necessità.

Ricordiamo inoltre in questo stesso periodo della rivoluzione elettronica, cioè gli ultimi 40 anni, la produzione, cioè il Pil, non solo non è aumentata di 10 volte (1.000%) ma si è addirittura ridotta, confermando la rottura del meccanismo pubblico. Situazione identica a quella della crisi del ’29 quando a fronte di un aumento possibile di reddito, da Keynes stimato nel ‘28 di 4 volte (400%), i salari si sono ridotti, in Italia del 10%, innescando i noti drammi che sarebbe bene non ripetere oggi.      

Forte aumento di produttività: il cambiamento della produzione deriva una forte crescita di produttività che ha stravolto la caratteristica sociale della logica produttiva; in passato vi erano grandi concentramenti produttivi nei quali una minoranza era adibita a lavori di direzione, organizzazione, coordinamento e controllo che necessitavano/permettevano un buon livello di conoscenza; una maggioranza invece veniva impiegata in lavori subordinati, ripetitivi e/o faticosi, dove il contenuto conoscitivo, non era richiesto né auspicato. Questa realtà produttiva creava la divisione fra borghesia, minoranza al potere e proletariato, maggioranza priva di conoscenza, diritti e reddito.

L’aumento di produttività ha fatto saltare questa divisione fra lavoro e pensiero: salvo sacche di attività, frutto di disfunzioni evolutive e destinate a scomparire rapidamente, per produrre bisogna conoscere e la conoscenza nasce dall’inserimento produttivo. In aggiunta l’elettronica ha dato a tutti una possibilità conoscitiva che ha fatto crollare il muro divisorio del passato in cui la conoscenza nasceva dall’utilizzo dei libri, appannaggio quasi esclusivo dei borghesi.

Parità di diritti politivi/civili. Verso gli anni ’90 il raggiungimento di una discreta parità di diritti ha creato una classe “indistinta” che supera, almeno in buona parte, la distinzione proletariato-borghesia; il proletariato, inteso come classe priva di diritti, non esiste più. Il suffragio universale, diventato reale, ha dato uguali diritti formali a tutti quindi l’evoluzione positiva non deriva più dalla lotta di classe, ma dalla capacità della struttura pubblica di rendere reale l’uguaglianza formale. Sono diventati determinanti i diritti economici senza dei quali molti diritti civili raggiunti rimangono solo formali; questi però, specie in prospettiva, sono molto più difficili da esprimersi e da soddisfare. È determinante infatti il loro grado di compatibilità con le risorse disponibili e con l’efficienza produttiva; il compito del loro soddisfacimento è quasi interamente di competenza della mano pubblica che deve disporre degli strumenti necessari per raggiungere l’obbiettivo. Ma questi sono gli strumenti che mancano, per cui la collettività non dispone della conoscenza necessaria per fare le scelte, mentre la mano pubblica non è in grado di sapere cosa deve fare né come raggiungere gli obbiettivi. I diritti acquisiti rimangono solo formali e non possono diventare reali.

Cambiamento produttivo: Gestione del territorio. L’elenco principale che condiziona il cambiamento produttivo e la nuova realtà, è rappresentato dalla gestione del territorio che è diventata la parte predominante e strategica dell’intero sistema; esso assorbe, almeno a livello potenziale, forse il 70% delle risorse, condiziona la qualità della vita, il benessere diffuso e la sopravvivenza stessa della collettività.

È facile cogliere la vastità/strategicità di questo settore che comprende infrastrutture, organizzazione urbana, trasporti, verde pubblico, utilizzo del territorio, garanzie sociali ed economiche, pensioni, aria pulita, contrasto all’inquinamento, sanità, scuola, equilibrio ecologico generale e tanti altri settori; tutti settori che per motivi fisici o sociali non sono controllabili dalla concorrenza perché la relativa domanda non è individuale ma collettiva e quindi il singolo utente non dispone degli strumenti per effettuare la scelta come avviene nel caso dell’acquisto. Di conseguenza queste scelte determinanti e strategiche vengono effettuate senza un controllo democratico, perché in questi settori non può operare la concorrenza e quindi la collettività, priva di strumenti di controllo reale, legittima sprechi ed abusi.

La risposta tradizionale a questa situazione prevede che in mancanza del controllo del mercato sia corretto che la gestione sia pubblica e ripensata per garantire i diritti della collettività. Questo angolo visuale risente però del solito duplice errore; primo – valutare la gestione pubblica strutturalmente più sensibile agli interessi della collettività rispetto a quella privata; secondo – focalizzare solo la produzione come elemento da modificare.

Entrambe le affermazioni sono errate, come la storia ha confermato, il produttore, pubblico o privato non cambia, tutela il proprio interesse e non quello della collettività: la proprietà pubblica dei mezzi di produzione ha peggiorato e non migliorato il rapporto produttore/collettività. La situazione viene modificata solo se la collettività ha effettivamente il potere di controllare il produttore e costringerlo a mettersi al suo servizio, ottimizzando la produzione e sviluppando la conoscenza.

Anche il secondo punto per il quale la produzione deve essere pubblica a causa della situazione di monopolio, pecca del solito errore di fare riferimento solo al momento produttivo e non a quello distributivo che rappresenta invece l’obbiettivo della produzione. Cambiando quindi l’angolo visuale rileviamo che i casi esaminati di fatto sono caratterizzati da una domanda non individuale ma collettiva e da queste caratteristiche si determina un regime produttivo di tipo monopolistico. L’intervento pubblico può prevedere, per questa diversa necessità produttiva, non direttamente la produzione pubblica ma bensì l’organizzazione di una domanda collettiva in modo che anche questa la specifica produzione possa essere controllata.

Il problema così impostato sembrerebbe più complicato perché rompe con la lettura tradizionale, viceversa oltre a essere più corretto, come vedremo in seguito, facilita in maniera incredibile la ricerca di una soluzione. I due angoli visuali comunque sono interdipendenti e seguono regole analoghe per cui per semplicità rimandiamo a dopo l’esame di questo ulteriore punto, e utilizziamo la visone tradizionale,  limitandoci a prendere atto che nella parte preponderante e strategica della produzione che riguarda la gestione del territorio, il capitalismo non può operare e manca uno strumento alternativo capace di evidenziare le necessità della collettività, imporle e controllare che, vengano soddisfatte, attraverso l’ottimizzazione produttiva.

Abbiamo visto parlando dell’acquisto tutti gli elementi necessari per garantire al singolo utente di valutare cosa vuole, imporlo e controllare i risultati, in modo da disporre di un potere reale e non solo formale in conformità alla logica democratica. Tutti questi elementi mancano nel nostro impianto istituzionale che non è quindi in grado di gestire la produzione pubblica e garantire i diritti economici.

Questo significa che al di là della retorica verbale il meccanismo democratico si è rotto e il popolo sovrano ha perso il proprio potere lasciando al produttore una libertà incompatibile con uguaglianza sociale e diritti democratici. È l’anello rotto che vanifica la catena virtuosa da cui nasce sviluppo e conoscenza; il controllo della base (collettività) sul vertice (produttore pubblico o privato) viene così a mancare per tutte le attività economiche prive di concorrenza quali la gestione del territorio, parte predominate e strategica del sistema economico/sociale.

L’importanza che diamo al mercato come strumento di controllo democratico però esula dalla visione corrente che privilegia più affascinanti e nobili affermazioni relativi al diritto di voto e alle altre garanzie democratiche. Abbiamo già visto che gli strumenti attuali rappresentati dal rapporto base/vertice delle elezioni periodiche sono indispensabili per garantire la nostra attuale libertà, infatti possono permettere alla base, la collettività, di imporre i propri diritti al vertice. Sono state pensate e sono idonee a questo specifico scopo ma non possono garantire una corretta gestione economica e i diritti economici, che allora non erano previsti.

La gestione economica, come abbiamo visto parlando dell’acquisto, richiede che la collettività disponga di un diverso potere e conoscenza realizzabile solo con l’inserimento in un rapporto continuo, inserito capillarmente nel territorio, gestito attraverso una piramide gerarchica/conoscitiva, all’interno della quale livello per livello può trasmettere il potere e la conoscenza. Allo stato attuale l’unico strumento di cui disponiamo per fornire conoscenza, potere e controllo necessario è la concorrenza; le ipotesi alternative rimangono speranze senza contenuto. La collettività perde così qualsiasi potere reale mentre le sue istanze diventano semplici espressioni di desideri –mi piace –senza ripercussioni economiche; la democrazia si riduce a semplice immagine senza contenuto.  

Prima di andare oltre dobbiamo soffermarci sulla diversità che caratterizza le principali scelte relative alla gestione del territorio. Infatti, sia che vogliamo esaminarle sul lato dell’offerta (produttore) che da quello della domanda (utente), l’ottimizzazione produttiva è finalizzata a obbiettivi che sono quasi sempre esterni al punto da ottimizzare e traguardano invece l’intero territorio. Si tratta quindi di scelte collettive caratterizzate anche da forti contrasti interni che rendono molto più complesso l’ottimizzazione della singola scelta, perché sono prevalenti i fenomeni di interdipendenza e compatibilità.

Interdipendenza: basta un esempio: ha poco senso ottimizzare un servizio di trasporto metropolitano sulla base dei risultati del bilancio aziendale della società gestrice, sia perché, dato il monopolio, essi risentono più della crescita delle tariffe che dell’efficienza, sia perché la qualità del servizio determina le principali caratteristiche di una città, quali la conformazione urbanistica, i tempi persi della popolazione, la qualità della vita, i valori immobiliari e molti altri elementi caratterizzanti. Si tratta inoltre di condizionamenti irreversibili e poco modificabili: Londra non sarà mai idonea alle automobili, così come Los Angeles al servizio pubblico. Il discorso vale per quasi tutte le scelte relative al territorio.

Compatibilità: altro esempio: tutti vogliono la zona pedonale ma anche arrivare a casa con l’automobile, la corrente elettrica ma non l’impatto delle centrali, la città pulita ma non gli inceneritori, il lavoro ma non la fabbrica. La maggioranza delle scelte relative al territorio sono utili per qualcuno ma penalizzanti per altri. Gli inglesi hanno coniato per identificare questo fenomeno il termine nimby che significa le opere necessarie non realizzatele da me ma un po’ più in là.

Le scelte diventano complesse perché la loro ottimizzazione non si realizza all’interno dello specifico punto di scelta, la centrale elettrica, il servizio urbano, la zona pedonale, ma dell’intero territorio coinvolto; questa complessità riguarda sia l’offerta – il produttore, sia la domanda – la collettività/utente, di conseguenza entrambi per fare una scelta ragionata hanno bisogno di prendere in esame le necessità dell’intero territorio. Difficile per il produttore ma ancora di più per la collettività/utente.

La scelta individuale effettuata dall’utente quale comprare un frigorifero o un televisore, è semplificata perché sia l’utente che il produttore possono fare riferimento alle loro specifiche necessità e possibilità. Diversa e più complessa è invece la scelta collettiva di valutare la priorità fra metropolitana, verde pubblico, inceneritore, aria pulita, equilibrio ecologico, che non può essere ragionata senza una specifica e maggiore conoscenza; questa complessità riguarda le principali scelte relative all’uso del territorio.

Per le scelte individuali è sufficiente la conoscenza del singolo, per quelle collettive è necessaria una conoscenza allargata all’intera comunità utente, che non è realizzabile senza identificare un meccanismo partecipativo idoneo ad inserire i membri della specifica collettività nel processo economico; potremo definire questo meccanismo partecipazione conoscitiva. Data la complessità del problema è utile una puntualizzazione per evitare equivoci; la collettività/utente non ha bisogno di conoscere compatibilità e logiche del meccanismo produttivo che è di esclusiva competenza del produttore e che l’utente non può comunque avere, ma deve poter controllare i risultati raggiunti.

È necessario quindi ricreare a livello non del singolo ma della specifica collettività tutte le condizioni che, come abbiamo visto parlando dell’acquisto, sono necessarie per effettuare una scelta ragionata. Il singolo per partecipare all’elaborazione della conoscenza necessaria deve però essere inserito in una diversa logica partecipativa/operativa; se lo strumento manca non può valutare le interdipendenze e la compatibilità delle proprie necessità, né quali risorse sono disponibili e necessarie, né controllare che vengano soddisfatte. Il suo potere diventa puramente formale e si riduce all’espressione di un desiderio – mi piace -, casuale e privo di un contenuto.

Moltiplicatori economici di disfunzioni. Gli elementi esaminati hanno portato a una rottura dell’equilibrio economico/sociale e per l’interconnessione dei fenomeni economici, le varie disfunzione condizionano i settori limitrofi ampliando e moltiplicando gli iniziali effetti negativi; si parla di catena organizzativa, perché la resistenza del sistema è misurata dal suo anello debole, che se cede, come nel nostro caso, cede tutto. Nei discorsi che seguono parliamo del comportamento degli uomini conseguenza dei meccanismi condizionanti; il giudizio è però oggettivo non soggettivo, si riferisce alla comune tendenza insita in certe situazioni. Ovviamente il singolo può sempre fare eccezione perché, dotato di libero arbitrio, può effettuare scelte differenti e andare contro corrente. Sotto il profilo umano la differenza è sostanziale, ma cambia poco a livello economico perché pochi sanno opporsi, anche se in buona fede, al pensiero unico dominante e ai generali condizionamenti culturali e pratici.

Ho discusso con un responsabile politico, preparato ed onesto, di due ipotesi infrastrutturali alternative, una folle e l’altra seria e concreta; ho dovuto riscontrare che il politico, pur cosciente della sostanziale differenza esistente fra le due ipotesi, appoggiava quella folle sia perché in mancanza di  una conoscenza specifica condivideva quella prevalente, sia soprattutto perché era funzionale al potere politico che, indipendentemente dal colore, si alimenta proprio dalle disfunzioni infrastrutturali.

I dati che seguono, basati parzialmente su rilevazioni statistiche, sintetizzano parte di uno studio più approfondito del già citato libro Scacco alla crisi; non pensiamo però necessaria una analisi numerica più approfondita, sia perché i dati comunemente forniti sono falsanti e non aiutano a capire la gravità della situazione, sia perché rimane comunque un forte margine di soggettività in quanto esaminiamo situazioni ipotetiche, possibili solo dopo il necessario cambiamento. È inoltre inutile studiare in dettaglio i numeri quando sfugge l’ordine di grandezza del fenomeno; ha poco senso discutere se un aumento è del 10% o del 12% quando con un diverso angolo visuale potremmo vedere che è del 1.000%.

Questa errata impostazione la ritrovo quotidianamente negli studi di logistica, mio campo specifico di competenza; ha poco senso studiare se il nuovo binario ferroviario di Pra o il terzo valico dell’Appennino può far crescere del 50% o 100% l’attuale traffico di 30 treni/giorno quando nella nuova realtà la potenzialità richiesta è di 600 treni/giorno cioè un aumento del 2.000%: se cambia l’ordine di grandezza un diverso modo di trasporto deve essere studiato. Vediamo i punti principali

Domanda globale. Come abbiamo visto, la gestione del territorio assorbe forse il 70% della produzione ed è caratterizzata da una domanda non individuale ma collettiva che priva degli strumenti necessari non riesce ad esprimersi. Non è quindi azzardato ipotizzare che almeno a livello potenziale questo buco organizzativo coinvolge, o dovrebbe coinvolgere, il 70% della produzione globale, per cui quasi il 70% della domanda globale non ha gli strumenti per esprimersi e quindi, economicamente parlando, non esiste e viene a mancare. Abbiamo ricostruito la situazione della crisi del ’29; manca nuovamente un 70% della domanda globale: allora a causa del proletariato privo di potere d’acquisto, oggi perché la collettività non dispone degli strumenti necessari ad esprimere le proprie necessità.

Mancanza di strategie. Questo ampio spazio produttivo non gestibile dal meccanismo capitalistico, bene o male è di competenza della mano pubblica, che però non dispone degli strumenti per sapere cosa la collettività realmente vuole e non conosce quindi gli obbiettivi da raggiungere né può elaborare una qualsiasi strategia. Si limita così alla difesa dell’occupazione, cioè il mantenimento dello statu quo, la scelta peggiore in un mondo in forte evoluzione.

Oggi la principale attività dei politici consiste infatti nel tamponare le aziende traballanti per garantire un’occupazione spesso non difendibile, invece di spingere lo sviluppo portatore di una maggiore occupazione futura. D’altronde la difesa dell’occupazione esistente è facilmente identificabile, riguarda soggetti precisi che protestano e garantiscono un immediato ritorno politico. L’occupazione futura è fuori dell’orizzonte temporale del politico, è difficilmente quantificabile, richiede conoscenze maggiori, riguarda soggetti non identificati e ignari delle nuove possibilità ed è quindi politicamente non interessante. Così progetti che possono garantire centinaia di migliaia di posti di lavoro ottengono minore attenzione della difesa di qualche decina di posti a rischio.

La struttura pubblica subisce inoltre le strategie degli imprenditori, unici che oggettivamente dispongono di una visione. Le strategie del porto di Genova che coinvolgono anche gli interessi del Nord Italia, vengono fortemente condizionate, se non gestite, da una grande compagnia armatoriale estera; è gente capace, preparata, tecnologicamente e culturalmente all’avanguardia, dispone di una conoscenza specifica che quasi nessuno ha. Però sono trasportatori, cioè produttori e quindi i loro interessi sono strutturalmente opposti a quelli di Genova e del Nord Italia che sono utenti del servizio. Se prevalgono, come sta avvenendo, la collettività italiana subisce una grave perdita e la parte pubblica diventa sempre più un esecutore di ordini del potere economico; quello che si vorrebbe evitare.

Livello occupazionale. Anche su questo argomento mettiamo a fuoco l’ordine di grandezza del fenomeno reale i cui valori sono impressionanti e si differenziano molto dall’esposizione corrente finalizzata a coprire la drammaticità della crisi. Ci riferiamo all’Italia, ma situazioni abbastanza analoghe si possono riscontrare nelle altre democrazie avanzate. Utilizzando i dati ufficiali l’occupazione totale con modeste variazioni si aggira intorno ai 23 milioni di unità; la disoccupazione invece sui 2,5 milioni per cui ne rappresenta poco più del 10%. Un 5% di disoccupazione è fisiologico perché rappresenta la mobilità lavorativa, quindi il problema occupazionale sembra contenuto in un 5% e quindi risolvibile con un adeguato stimolo allo sviluppo. Dati corretti ma totalmente falsanti; infatti vi sono poi 12,5 milioni di inattivi che, salvo qualche casalinga frustrata e alcuni redditieri che svernano in Costa Azzurra, sono tutti disoccupati che hanno rinunciato a trovare lavoro. I disoccupati diventano così il 65% degli occupati.

Esistono poi 21 milioni di inattivi in età formalmente non lavorativa, però dati i pensionamenti anticipati e la tenera età a cui siamo pensionabili (vedi quota 100), è facile valutare che circa il 50% di essi è costituito da soggetti che vorrebbero lavorare ma non trovano lavoro; i disoccupati arrivano così al 100% degli occupati. Gli occupati contengono però anche chi vive di politica e i dipendenti pubblici che (dati Istat 2007) sono 4,5 milioni a cui si devono aggiungere i professionisti che difendono la mano pubblica e quelli che difendono il cittadino dalla mano pubblica. Dato soggettivo e di difficilmente calcolo preciso, ma la valutazione di 8,1 milioni di unità, sembra un ordine di grandezza attendibile; quindi, escludendo la mano pubblica, gli occupati sono circa 33% del totale.

Però gli occupati comprendono la cassa integrazione che, per l’ultimo trimestre preso in esame, era di circa 4 miliardi di ore e corrispondeva quindi a circa 8,8 milioni di posti di lavoro. Per concludere i veri occupati al netto dell’effetto mano pubblica sono 6 milioni cioè poco più del 10% della totale forza lavoro disponibile. Sembrerebbe un gioco matematico creato forzando i dati, ma purtroppo tale non è, infatti l’ordine di grandezza è attendibile. Allo stesso risultato arriviamo ricordando, come abbiamo anticipato, che la rivoluzione elettronica ha aumentato di 10 volte (1.000%) il livello di produttività; quindi in presenza di una produzione immutata (il Pil negli ultimi 40 anni in Italia non è cresciuto), l’occupazione necessaria dovrebbe matematicamente ridursi del 90% cioè diventare il 10% dell’occupazione precedente; esattamente l’ordine di grandezza evidenziato dai calcoli precedenti.

Il dato viene anche confermato basandosi sulla situazione della crisi del ’29; anche allora, come calcolato da Keynes nel ’28, la produttività era cresciuta di 4 volte di conseguenza l’occupazione necessaria, a produzione costante, diventava il 25% di quella precedente. In tutto l’Ottocento e inizio Novecento, non esistendo coperture sociali, l’occupazione si è ridotta adeguandosi matematicamente alle necessità del variato livello tecnologico e producendo così una drammatica disoccupazione e miseria nel proletariato senza diritti. La falcidia fra fame, galera e malattie, è stata drammatica; l’unica possibilità di fuga era rappresentata dall’emigrazione di massa (allora eravamo noi i migranti!) che in Italia ha coinvolto quasi il 50% della popolazione. Calcolando che nel ’30 vi era un 30% di vera disoccupazione, si può attendibilmente dedurre che l’occupazione globale, rispetto a quella precedente, ne rappresentasse solo il 25% come sopra ipotizzato.

Il livello democratico raggiunto a fine ‘900 con il suffragio universale, le garanzie sociali, le maggiori risorse economiche esistenti e il potere diffuso hanno impedito l’esplodere della disoccupazione però, in mancanza di una soluzione si è solo tamponato l’emergenza con pensionamenti anticipati, cassa integrazione, finte occupazioni; parcheggiare la mano d’opera eccedente nella struttura pubblica o nei servizi assimilati o attività in monopolio ne ha rappresentato il principale rifugio.

Il risultato è che oggi l’intero meccanismo produttivo si regge sul lavoro di poco più del 10% della popolazione con l’altro 90% che non solo non produce ma ostacola i pochi che lo fanno. Si evidenziano così sia la drammaticità della crisi, sia l’immensa capacità produttiva raggiunta che permette ugualmente la nostra sopravvivenza e dimostra le illimitate possibilità che si potrebbero aprire superando i vincoli esistenti.

Questo evidenzia anche uno dei principali motivi per cui nella situazione attuale la democrazia non è esportabile; da noi forti delle preesistenze, organizzative, culturali, economiche, riusciamo a fronteggiare una disoccupazione potenziale di quasi il 90% sfruttando il benessere acquisito e gli ammortizzatori sociali. Fuori da queste oasi, sempre meno felici, la mancanza di tutto ciò e l’oggettiva debolezza economica porta a una disoccupazione dirompente che non lascia alcuno spazio non solo a qualsiasi discorso democratico, ma anche a una possibilità di sopravvivenza. Nessun cambiamento è ipotizzabile perché prevale il solito circolo vizioso: il degrado deriva dalla mancanza di democrazia ma la democrazia non è applicabile in quella situazione. Solo nelle attuali “democrazie” avanzate è possibile il cambiamento, capace di produrre sviluppo e occupazione, e diventare un modello esportabile, come è avvenuto in Europa nel dopo guerra.

La dittatura diffusa. La mano d’opera in esubero posteggiata in attività che fanno capo alla mano pubblica quale pubblica amministrazione, servizi in monopolio, cassa integrazione, pensionamento anticipato, lavori utili, ecc. hanno tamponato l’emergenza ma i relativi costi sono solo spostati e, rimanendo a carico del processo produttivo, riducono la competitività a causa di questo ulteriore onere operativo. In aggiunta questa mano d’opera viene solo superficialmente inserita nella struttura operativa pubblica, rimanendo scarsamente produttiva, perché non sa cosa deve fare, non ha né l’interesse né gli strumenti per farlo, ma dispone di un potere reale ampio, discrezionale e non controllabile. Diventa così la dittatura diffusa in grado di condizionare qualsiasi decisione – la esecranda burocrazia-, il cui potere reale consiste dalla capacità di condizionare, nel bene e nel male, gli altri. Utopistico è pensare di poter semplificare gli adempimenti burocratici, delegando il compito proprio a coloro che li hanno creati per garantire il proprio potere.

Anche l’onere di questa disfunzione viene scaricato sulla produzione economica con costi aggiunti quali il cuneo fiscale, i vincoli burocratici, le diseconomie esterne per carenze infrastrutturali e i servizi non resi; quel 90% che rema contro ostacolando il 10% che cerca di produrre. Si mina progressivamente la competitività, così i pochi che reggono devono ridurre salari e diritti, mentre gli altri chiudono, ma in entrambi le ipotesi cresce l’onere sociale scaricato sulla collettività. Questo spiega in parte la superiorità economica di molte dittature non vincolate da istanze di diritti ed equità.

Controllo del capitalismo. La disfunzione pubblica non solo impatta sul meccanismo produttivo del capitalismo, per l’inadeguatezza delle infrastrutture e i servizi in monopoli, ma non garantisce neppure regolazione e controllo del meccanismo capitalistico. Prevale così l’arbitrio e la violenza mente si riduce l’ottimizzazione produttiva, interrompendo la catena virtuosa di sviluppo e conoscenza. È inevitabile che il vuoto di potere pubblico venga riempito dall’organizzazione privata capitalistica, quando non dalla malavita, perché è operativa, accentrata, meritocratica, sa quello che vuole e, mancando di controparte, può imporre i propri interessi.

Il discorso riguarda in particolare il capitalismo internazionale che rappresenta il maggior fallimento della struttura pubblica e crea una delle principali disfunzioni produttive, causa di sperequazioni inaccettabile. In questo settore tutte le regole sono cadute, travolgendo la distinzione fra lecito e illecito e ciascuno è libero di fare quello che vuole. Non mi dilungo sull’argomento perché sarebbe troppo ampio e l’ho già trattato nel citato libro Scacco alla crisi; i dati di sintesi sono comunque impressionanti: in poco più di 20 anni sono stati stampati più di 700 mila miliardi di $ di valori finanziari pari a 11 volte il Pil mondiale e questi per la maggior parte rappresentano moneta falsa pronta a esplodere in occasione di ogni crisi.

Questo significa che la popolazione del pianeta, costituita da 7 miliardi di esseri umani, lavora per produrre il Pil mondiale, mentre qualche migliaia di finanzieri e banchieri, con fantasiose operazioni, realizza 11 volte il suo valore e ne intercetta una fetta consistente. È ovvio che in questa situazione nessuna equità distributiva è possibile, però la causa della disfunzione non deve essere attribuita al meccanismo capitalistico, che ne rappresenta solo il modo di manifestarsi, ma all’incapacità di regolazione e controllo della struttura pubblica.

Certamente controllare il capitalismo internazionale rappresenta una grossa difficoltà e richiede una competenza ben maggiore dal pressapochismo dell’attuale struttura pubblica, ma non è impossibile come ci ha insegnato l’esperienza di contrasto alle “bandiere ombra” che insidiavano le flotte regolari. Certo difficilmente si otterranno risultati concreti continuando ad accusare la violenza del capitalismo internazionale e non l’incapacità regolatoria della mano pubblica; se per le inondazioni accusiamo l’acqua e non la mancanza di opere di contenimento difficilmente risolveremo il problema.      

Moltiplicatori politici di disfunzioni. Arriviamo così alla tempesta perfetta: una collettività che non sa cosa vuole, deve delegare in bianco il soddisfacimento delle proprie necessità alla struttura pubblica senza poter controllare quello che essa fa; una struttura pubblica che, priva di una richiesta specifica, non sa cosa deve fare, non ha comunque gli strumenti, né l’interesse a farlo, però le sue scelte sono determinanti, strategiche e devono riguardare non il caso specifico ma l’intero territorio di riferimento. Il nostro sistema istituzionale rappresenta quasi un meccanismo perfetto di non funzionamento; dovremmo forse rallegrarci per come ancora regge e non lamentarci del suo cattivo funzionamento.

Vediamo quindi come le disfunzioni economiche interagiscono e fanno esplodere quelle politiche in un meccanismo che si avvita su sé stesso moltiplicando tutte le disfunzioni esistenti.

Dimensione della spesa pubblica: Per valutare le ricadute sulla struttura politica potrà essere utile iniziare cercando di quantificare gli ordini di grandezza delle cifre in gioco che caratterizzano il fenomeno; in Italia la struttura pubblica spende circa il 50% del Pil (cioè la ricchezza prodotta) che corrisponde a circa 800 miliardi anno cioè intorno a 1.000 € cittadino/mese. Il dato reale è maggiore perché dovremmo tener conto delle attività dei privati che operano in regime di monopolio naturale e come tali sfuggono al controllo e ottimizzazione dalla concorrenza, lucrando di una rendita di posizione vera e propria tassa occulta. Arriveremmo forse a un 70% del Pil; per semplicità fermiamoci alla sola spesa pubblica diretta perché sono cifre sufficienti per capire l’importanza e le difficoltà da affrontare per metterle al servizio della collettività, imperativo categorico della logica democratica.

Questa nobile istanza, nucleo della logica democratica, richiede che la collettività abbia i mezzi per conoscere, valutare ed imporre le proprie necessità. Ma questo è l’anello mancante perché come abbiamo visto le elezioni periodiche non possono assolvere a questo compito per mancanza di conoscenza e di continuità organizzativa; di conseguenza il produttore, cioè la struttura pubblica, opera senza un controllo reale ignorando gli obbiettivi da raggiungere e difende inevitabilmente i propri interessi e non quelli prioritari della collettività ignoti, inespressi e non tutelati.

Logica di utilizzo delle risorse pubbliche. Così questo immenso fiume continuo di denaro, più di 2 miliardi al giorno, prelevato alla collettività sotto forma di tasse per soddisfare interessi collettivi, mancando di controlli reali crea una struttura pubblica stravolta che opera principalmente al servizio dei propri interessi e non di quelli della collettività. La lotta politica e gli scontri fra gli uomini, i gruppi e partiti, pur sbandierando l’interesse collettivo, sono finalizzati al controllo di questo immenso flusso di denaro, governato da un rapporto di interdipendenza vincolante nel quale il denaro produce potere, che a sua volta produce denaro.

Il controllo di assunzioni, incarichi, consulenze, e appalti deriva dal livello di potere dei vari soggetti e lo alimenta. Buona parte di questi elementi, quali ad esempio le assunzioni passate, costituiscono però costi ormai stabili e non modificabili che hanno dato potere a chi li ha generati inizialmente ma sono oramai “affondati” e come tali poco interessanti. La lotta per il potere si esercita così sui costi modificabili quali nuove assunzioni, nomine a termine dei grandi manager, consulenze, incarichi specifici e soprattutto i grandi appalti specie per i lavori infrastrutturali.

La necessità dell’infrastruttura e la conseguente sensibilità del politico, rimangono di pura facciata mentre si consuma uno scontro di potere per attingere alla parte discrezionale di quell’immenso fiume di denaro. Il fenomeno è chiaramente esploso ultimamente in Italia, quando il Governo è caduto di fatto sulla gestione dell’aiuto straordinario della U.E.; era infatti superiore al 20% alla spesa annua del Governo italiano ed è una spesa prevalentemente discrezionale. Diventava così un’occasione unica di potere per chi la gestiva e tale da sconvolgere, per lungo tempo, l’esistente equilibrio politico.

Facendo un po’ di fantapolitica sulla base dei condizionanti meccanismi economico/politici, potremmo dire che la scelta di un Governo tecnico è dovuta principalmente a due fattori: primo, la coscienza, finalmente in parte acquisita, che il coronavirus poteva essere il detonatore capace di far collassare il sistema e le mille rendite ancora prodotte; secondo, assegnare a un soggetto esterno questo ruolo, lasciava invariata l’esistente equilibrio di potere e creava il ponte necessario a ritornare alla vecchia logica una volta superata l’emergenza.

Il collasso del sistema, forse inevitabile con la vecchia gestione, è stato provvisoriamente evitato; incerto è prevedere il domani perché anche se i nuovi responsabili sono fuori dai giochi politici e cercano di perseguire realmente l’interesse generale, avranno difficoltà a superare i condizionamenti esistenti, l’inefficienza della macchina pubblica e la palude politica con i suoi vincoli stratificati. Piccoli miglioramenti sono possibili, avvicinandoci a una situazione come quella della Germania, ma più di tanto non si può fare perché i vincoli preesistenti prevalgono sulla buona volontà.

Degenerazione comportamentali. La disfunzione ha superato progressivamente qualsiasi ragionevole previsione e solo l’esperienza diretta può coglierne la dimensione; in contrasto con le dichiarazioni ufficiali, i vertici politico/burocratici non solo non sono interessati alla realizzazione delle infrastrutture e delle altre opere necessarie allo sviluppo, ma perseguono (forse inconsciamente) l’obbiettivo opposto, infatti il meccanismo in cui sono inseriti, anche supponendo la buona fede, li spinge in tal senso.

Sono stati eletti per difendere i propri elettori e quindi il territorio in cui sono inseriti ed hanno quindi bisogno di una disfunzione – meglio se grave – che legittimi la richiesta degli stanziamenti necessari a risolverla. I fondi ottenuti danno subito una ricaduta occupazionale e di immagine, mentre l’inutilità o la non realizzabilità dell’opera si rileva a distanza, in maniera indistinta, mentre per molto tempo continua a legittimare la richiesta di nuovi fondi. Il Mose di Venezia può rappresentare un esempio emblematico di questa logica perversa: esisteva la necessità reale ben identificata di difendere dalle acque il fragile patrimonio della bellissima Venezia. È stata così stanziata la cifra di circa 1,5 miliardi di € per risolvere il problema in 4 anni, ma non a caso si è privilegiato un progetto complicato e parzialmente irrealizzabile. Sono passati quasi 30 anni, si sono spesi circa 6 miliardi e il problema è stato solo parzialmente risolto, però il flusso di denaro ha garantito il potere per 30 anni a tutti coloro che lo gestivano.

La magistratura ha poi incriminato alcuni per la sottrazione di qualche milione che rappresentano però gli spiccioli, perché il vero crimine di cui nessuno risulta responsabile sono i 6 miliardi parzialmente buttati e i 30 anni in cui Venezia a continuato ad essere allagata. Il Mose non è un’eccezione e il discorso vale in maniera più o meno accentuata per buona parte delle infrastrutture; a Genova molti altri esempi potrebbero essere citati. Questo non significa ovviamente che non esistano punti di eccellenza, uomini e organizzazione che compiono un lavoro egregio, solo che la mancanza di un meccanismo di ottimizzazione e controllo rende il compito difficile e crea una cultura generale che travolge spesso anche chi cerca di opporsi.

Gli inutili controlli formali. I controlli reali sui risultati non sono possibili perché non sappiamo cosa vogliamo, né di conseguenza possiamo controllare il livello di soddisfazione delle nostre necessità; il fiume di denaro però continua a scorrere evidenziando sprechi, abusi e furti e quindi richiede legittimamente un maggior controllo sull’operato dei responsabili; la discrezionalità è però l’elemento caratterizzante del “fare”, perché determina i risultati ed è quindi ineliminabile. Così i controlli sono necessariamente solo formali, superabili (specie se in malafede), parzialmente inutili e fortemente paralizzanti; hanno inoltre come principale conseguenza lo sviluppo dell’odiata burocrazia, i sacerdoti della formalità, e il conseguente muro di inefficienza che paralizza ulteriormente in sistema.

Fanno anche crescere la parcellizzazione delle competenze, penalizzando ulteriormente la conoscenza del “fare” e deresponsabilizzando i soggetti coinvolti, per cui nessuno risulta responsabile del raggiungimento dell’obbiettivo né può essere accusato se non viene raggiunto. È nata così la società dell’oggettiva irresponsabilità collettiva dove l’interesse comune è difeso solo dalla magistratura che però, salvo un limitato controllo della Corte dei Conti, non ha né gli strumenti, né la competenza per valutare l’utilità dell’opera e quindi deve limitarsi a perseguire irregolarità spesso solo marginali e formali.

La spinta all’inefficienza. Un esame più attento permette di rilevare che le illustrate distorsioni comportamentali non sono incidenti di percorso ma la conseguenza obbligata di un unico meccanismo perverso di difesa del presente contro il futuro. Infatti quando perseguiamo l’efficienza produttiva difendiamo le necessità della collettività/utente contro quelle della produzione parassitaria; a tale categoria appartengono purtroppo “oggettivamente” i privati operanti in regime di monopolio e la produzione economica pubblica. Essi hanno l’interesse comune di scaricare sulla collettività, sotto forma di tassa impropria, il costo della loro inefficienza.

Da notare inoltre che quando l’aumento di produttività fa aumentare la produzione, come nella seconda metà del ‘900, è possibile una riduzione dell’impegno lavorativo, garantendo un generale aumento di competitività e di benessere; infatti nel tempo possiamo ricuperare grazie all’aumento di produzione la sua riduzione unitaria. Se per i vincoli produttivi visti l’aumento di produzione non si realizza, come nell’Ottocento, nessuno di questi obbiettivi può essere raggiunto rendendo inutile la maggiore efficienza produttiva. Siamo così tornati alla situazione dell’Ottocento quando era corretto, come chiedevano i luddisti, distruggere le macchine per limitare la disoccupazione. Questa logica perversa, se non contrastata, è capace di compromettere l’equilibrio economico.   

Il populismo e la crisi della democrazia delegata. Quanto detto ha travolto il residuo spazio di contenuto democratico del nostro impianto istituzionale facendo cadere anche le poche funzioni che ancora reggevano. Il trionfo del populismo non rappresenta, come prevalentemente presentato, un incidente di percorso, ma l’inevitabile manifestazione della inadeguatezza strutturale dell’attuale impianto istituzionale che fa cadere la fiducia della collettività verso le istituzioni. Rappresenta forse la fase finale di una degenerazione politica non superabile senza una modifica radicale; è molto pericolosa perché facilita l’evoluzione autoritaria come è già avvenuto esattamente un secolo fa in Europa.

La parte maggioritaria della popolazione è infatti inserita in un meccanismo produttivo che, privo di ottimizzazione, non garantisce crescita, conoscenza e crea una “oggettiva” irresponsabilità collettiva; parallelamente redditi, diritti, libertà ed equità sociale non crescono ma si riducono, alimentando la protesta; il singolo capisce, solo approssimativamente, cosa vuole e soprattutto ignora cosa è prioritario, possibile e cosa no; capisce però, anche se in forma non razionale, che la crisi non nasce da mancanza di risorse, come nel Medio Evo, ma dai furti e dalla gestione errata dei politici che, come nell’Ottocento, difendono solo i propri interessi e non quelli della collettività.

Inevitabile e corretto è il prevalere della protesta globale che contesta “a prescindere” l’organizzazione esistente e la logica su cui si basa; chiede quindi tutto, ignorando i vincoli della realtà. Parallelamente il politico si rende conto che gli obbiettivi positivi non sono raggiungibili con gli strumenti di cui dispone, non gli convengono e sono comunque fuori dal suo orizzonte temporale; inoltre nessuno potrà sapere se gli obbiettivi sono stati o meno raggiunti, mentre il suo potere si alimenta quotidianamente dal ritorno d’immagine. La strada è quindi obbligata, una continua campagna elettorale dove si offre tutto e di più, senza farsi condizionare dai vincoli della realtà.

Collettività e politici si fondono creando così questa orgia di irresponsabilità collettiva dove si chiede tutto e subito, mentre tutto sembra dovuto e possibile. Prevalgono così i programmi irresponsabili e i capopopolo che li sostengono e gridano di più, sapendo meglio ingannare la collettività, con un generale riduzione della presentabilità e del dibattito politico. È ovvio che il populismo diventi vincente e maggioritario, perché alimenta la nostra speranza di uscire da questa situazione inaccettabile e la critica al mondo politico è sicuramente corretta.

L’errore comune a tutti, dai 5 Stelle alle Sardine, è pensare che la disfunzione è un incidente di percorso legato a ”loro”, uomini corrotti e incapaci, e come tale può essere risolto se subentriamo “noi” onesti e socialmente sensibili. Giustificazione assolutamente vincente perché conviene a tutti i politici che possono rivendicare la propria onestà e capacità.  Invece gli uomini politici sono solo le comparse, direi le marionette, del dramma ben più ampio che recitano e la loro incompetenza è la conseguenza non la causa della crisi che come tale potrà essere risolta solo se si superano le ragioni che la determinano. Quando le forze populiste arrivano al potere infatti, come i 5 Stelle in Italia, il loro comportamento è analogo, se non peggiore di quelli che hanno tanto criticato.

La caduta della fiducia della collettività verso le istituzioni è diventata totale e si è chiaramente manifestata nell’attuale crisi del coronavirus, producendo movimenti tipo il “no vax”, scarsamente giustificato da poco conosciute ragione medica, ma alimentato da una legittima rabbia contro le ripetute arbitrarie, vessatorie e spesso inutili imposizioni dell’autorità. Cresce però l’instabilità del sistema che potrebbe crollare come è successo, negli anni ’20 del secolo scorso, con il prevalere delle dittature, spesso legittimate inizialmente da una vittoria elettorale.

Destra e sinistra. Cade così anche la distinzione fra destra e sinistra ma non perché non abbia più senso, ma perché oggettivamente manca una strategia e una politica di sinistra mentre tutti i soggetti difendono, pur con dichiarazioni di principio più o meno politicamente “corrette”, principalmente il proprio potere con una prassi “oggettivamente” di destra. È emblematica la situazione delle ultime elezioni Usa dove l’operaio emarginato ha votato Trump (destra) mentre l’intellettuale benestante Biden (sinistra)

Viceversa la destra dovrebbe difendere gli interessi di chi detiene il potere e la sinistra l’istanza democratica di una maggiore partecipazione ed equità distributiva; questa istanza però senza un meccanismo che permetta di esprimersi e diventare reale rimane la semplice espressione di un guscio vuoto senza contenuto reale e gli ideali di libertà, diritti ed equità si trasformano in sogni utopici irraggiungibili. È sempre più urgente trovare la strada per uscire dalle sabbie mobili di questa palude.

Conseguenze internazionali. Le conseguenze più dirompenti sono a livello internazionale come evidenzia la caduta dell’Afghanistan che ha evidenziato la fine dell’equilibrio mondiale segnato dalla pax americana, che dovremo rimpiangere perché, anche se a volte criticabile, faceva capo a una democrazia, l’America che come tale doveva sottostare a regole e vincoli. Il cambiamento invece non evidenzia l’affermarsi di un’altra democrazia, evoluzione storica fisiologica, ma il successo crescente dei paesi dittatoriali.

Le dittature sono diventate progressivamente vincenti ovunque: Siria, Libia, Mediterraneo Orientale, Hong Kong, ora Afghanistan, forse in futuro Taiwan; questo conferma l’incapacità del nostro impianto istituzionale, apre nuovi spazi alle dittature e impone un radicale e pauroso cambiamento delle regole del gioco. La violenza fisiologica delle dittature, spesso accompagnato dal sotto sviluppo, economico, e porta a continui scontri per controllare gli uomini e le riserve economiche dei popoli più deboli.

Le democrazie hanno anche difficoltà a gestire una rete di alleanze perché non possono ufficialmente appoggiare i dittatori e quindi richiedono ai possibili alleati almeno una parvenza di democrazia; questo non è però possibile perché la democrazia presuppone l’esistenza di uno stato di diritto che faccia prevalere le regole sulla violenza e una capacità di sviluppo economico che garantisca almeno un livello minimo di benessere diffuso e occupazione; tutte condizioni che da noi si stanno riducendo ma ancora tengono, mentre mancano totalmente nei paesi del terzo mondo.

Di conseguenza quando in nome dei diritti umani e della democrazia, come in Libia, le democrazie hanno fatto cadere un dittatore, non subentra un regime democratico ma una ben peggiore guerra fra bande e tribù. Se invece con un grande sforzo economico come in Afghanistan, si è costruita una parvenza di democrazia, è nato solo un Governo fantoccio privo di potere autonomo che si è limitato ad accumulare soldi all’estero, preparandosi a fuggire vendendo al dittatore subentrante anche le armi ricevute.

La rivoluzione elettronica dell’ultimo periodo ha moltiplicato la pericolosità della situazione; infatti il salto tecnologico ha aumentato la produttività, ma in presenza di una produzione fondamentalmente stabile ha fatto esplodere la disoccupazione. Come abbiamo visto la disoccupazione tecnologica da noi coinvolge più di metà della forza lavoro e forse può superare il 70%; le democrazie avanzate hanno fronteggiato provvisoriamente il problema con politiche sociali, possibili grazie all’elevata ricchezza in precedenza accumulata; nel terzo mondo la disoccupazione tecnologica è ancora più elevata – basta un trattore per eliminare forse 100 posti di lavoro- e nessuna copertura sociale è ipotizzabile né cercata.  

I dittatori non possono certo garantire benessere e occupazione alla propria popolazione, così dilaga, accentuata anche dai cambiamenti climatici, una miseria e disoccupazione intollerabile e quasi totale. Esplode il fenomeno dei migranti che forzano i nostri confini; il loro numero è tale da rappresentare un problema oggi non risolvibile. Chi resta ha scarso spazio di sopravvivenza e trova come unica soluzione l’entrata in una delle tante milizie che offrono l’ingaggio.

Si ingrossa l’esercito dei mercenari, che qualcuno finanzia e altri compattano usando spesso come amalgama il fanatismo religioso; l’islam degli esclusi è il suo terreno ideale. Lo scontro in Afghanistan non deriva da una rivolta popolare ma dall’occupazione di un esercito mercenario unificato in nome dell’Islam. Analoga situazione forse esisteva già nei secoli passati, ma era meno destabilizzante e rimaneva localizzata in loco; non coinvolgeva direttamente tutto il mondo, condizionandone la vita. Oggi per l’interconnessione generale, da qualsiasi punto con missili, attentati, sequestri, aggressioni si può insidiare il benessere di tutti. 

È concreto il rischio che cada il fragile ordine mondiale che le democrazie hanno ottenuto nell’ultimo mezzo secolo, costruendo l’Onu e gli altri organismi internazionali e si ritorni alla situazione di guerra permanente dei millenni precedenti; ha infatti caratterizzato la razza umana da almeno 10.000 anni ed ha resistito fino alla seconda guerra mondiale, quando il prevalente spazio del mondo era ancora colonia dei paesi europei. Situazione oggi inaccettabile ed anche insostenibile data il livello della tecnologia e della potenza delle armi.

Cap. V – Andare oltre per ricostruire la democrazia 

Situazione attuale. Quanto detto aiuta a capire cosa si è rotto nel nostro meccanismo istituzionale, cosa bisogna cambiare e quali azioni e organizzazioni alternative sono diventate necessarie e possibili. È l’obbiettivo che ci poniamo in questo capitolo di conclusione; converrà quindi prima sintetizzare i principali punti affrontati per meglio inquadrare le cose da evitare e quelle da fare.

Abbiamo visto che la democrazia è un’istanza irrinunciabile, nucleo della nostra cultura e dei valori che la caratterizzano, perché strada obbligata per un vivere civile regolato da rapporti giuridici concordati e non da un potere incontrollato basato sulla violenza, che la generale crescita tecnologica/conoscitiva rende sempre più inaccettabile e anche tecnicamente insostenibile.

La democrazia non è però una semplice dichiarazione di principio ma, per essere tale, richiede che i singoli soggetti della collettività abbiano il diritto di controllare le scelte che determinano la qualità della loro vita e dispongano degli strumenti necessari ad esercitare tale diritto. Proprio l’idoneità di tali strumenti è il punto da mettere a fuoco perché costituisce l’elemento determinante del livello di democrazia raggiunto e la principale cause delle molteplici mistificazioni. Da tempo tutte le strutture istituzionali si legittimano in nome del popolo, ma perseguono spesso solo la difesa degli interessi e dei privilegi di chi detiene il potere. Vale poco infatti una dichiarazione “politicamente corretta” se mancano gli strumenti necessari a raggiungere l’obbiettivo dichiarato.

Sintesi della situazione. Quanto detto, che ripetiamo brevemente, evidenzia la rottura del nostro meccanismo democratico, perché si riducono diritti, libertà, benessere ed equità distributiva, ottenuti nella seconda metà del ‘900, grazie a una felice integrazione di struttura pubblica e produzione capitalistica. Infatti il capitalismo attraverso il mercato, come abbiamo visto parlando dell’acquisto, dà ai singoli membri della collettività un diritto reale per segnalare le proprie necessità, imporle e controllare che vengano soddisfatte al meglio, condizionando così il sistema produttivo. Si è ottenuta l’ottimizzazione produttiva producendo a caduta, crescita delle risorse e conoscenza. Ovviamente nulla è perfetto ma all’attuale livello del meccanismo produttivo, è l’elemento più reale di potere democratico di cui disponiamo  

Questo strumento, essendo un semplice mezzo tecnico di ottimizzazione, deve essere integrato da una efficiente struttura pubblica capace di porre le regole, farle rispettare e portare avanti le istanze di equità distributive che non possono essere perseguite dal meccanismo meritocratico del capitalismo. Le elezioni nucleo del nostro impianto istituzionali, grazie al raggiunto suffragio universale, hanno garantito i diritti civili della collettività, precondizione di qualsiasi politica democratica, nonché costruito una articolata struttura pubblica gerarchicamente posta al di sopra di quella politica; ma quando quest’ultima non riesce ad imporsi dipende dagli strumenti inadeguati di cui dispone, che selezionano gli uomini e le strategie peggiori, non identificano gli obbiettivi da realizzare, non producono la conoscenza necessaria.

Nelle democrazie avanzate della seconda metà del ‘900, grazie al livello di integrazione raggiunto, la struttura pubblica ha difeso i diritti dell’intera collettività e integrandosi con la struttura produttiva (capitalismo) in solo mezzo secolo ha raggiunto risultati insperati. Il pubblico ha svolto la funzione di regolatore e arbitro che stabiliva le regole, le faceva rispettare, imponeva obbiettivi ugualitari, allargando le fasce degli aventi diritto e riducendo le sperequazioni; il capitalismo parallelamente, regolato e controllato dal pubblico e gestito dalla concorrenza ottimizzava la parte predominante della produzione.

Si è così realizzato un meccanismo virtuoso capitalismo/democrazia che si integravano e potenziavano a vicenda in una catena virtuosa di sviluppo. La parte pubblica grazie alle istanze democratiche faceva crescere i diritti, di conseguenza i salari, la domanda globale, lo sviluppo produttivo e riduceva le sperequazioni sociali, offrendo anche servizi agevolati o gratuiti quali sanità, istruzione, pensioni, garanzie sociali e altri. Il capitalismo massimizzava e aumentava la produzione, selezionando grazie agli aumenti salariali le aziende tecnologicamente più avanzate e produttive, fornendo così le risorse per la crescita del benessere. I risultati raggiunti sono stati elevatissimi in termini di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva.

Era il tempo delle democrazie vincenti e del binomio democrazia/capitalismo, in cui tutte le democrazie erano capitalistiche mentre il capitalismo avanzato trionfava solo nei regimi democratici. Il connubio virtuoso si è rotto verso la fine del secolo; i regimi democratici non riescono più a garantire uno sviluppo positivo, subendo invece un’evoluzione negativa; le dittature vincenti, prevalgono a volte anche grazie a una maggiore crescita economica.

Preconcetti condizionanti. Prima di procede per identificare possibili soluzioni sulla base delle cause identificate, torniamo brevemene su alcuni equivoci interpretativi, nati in una diversa situazione passata, che ostacolano ancora molto la comprensione della realtà. Il primo è ciò che rimane del credo marxista che identifica nella dialettica aziendale, cioè nello scontro padrone/lavoratore il nucleo della possibile evoluzione sociale. Era corretto nell’Ottocento perché il padrone era borghese e aveva tutti i diritti, mentre il lavoratore era proletario e ne era privo; era quindi corretto la lotta di classe del proletario/lavoratore  contro il borghese/padrone; era ugualmente corretto considerare la produzione come la “farina del diavolo” che arricchiva solo il padrone perché soddisfaceva principalmente le necessità della borghesia (unica con potere d’acquisto) e lo sviluppo tecnologico si traduceva prevalentemente in disoccupazione e miseria per il proletariato. La lotta di classe era l’unico reale strumento possibile per cambiare questa inaccettabile situazione.

Oggi la situazione è completamente cambiata: il proletariato come classe senza diritti non esiste più e la produzione, anche se in forma diseguale, nelle nostre società “opulenti” è al servizio dell’intera collettività. I diritti civili sono acquisiti bisogna quindi ipotizzare i mezzi necessari a dare a molti di essi un reale contenuto economico, però questo non si ottiene con la lotta di classe ma realizzando una struttura pubblica capace di raggiungere questi nuovi obbiettivi.

A questo punto entra in gioco il secondo pregiudizio condizionante: consideriamo infatti il meccanismo delle elezioni a suffragio universale come il livello più alto possibile di partecipazione democratica; di conseguenza i soli miglioramenti ipotizzabili devono necessariamente derivare da un comportamento più virtuoso degli uomini coinvolti. Viceversa il meccanismo utilizzato può, come ha dimostrato, garantire i diritti dei votanti ma non ha gli strumenti necessari, come visto parlando dell’acquisto, di gestire la complessità di un meccanismo economico.

Abbiamo quindi un vuoto organizzativo che si evidenzia tutte le volte che le attività devono essere sottratte al mercato perché particolarmente sensibili sotto il profilo sociale come la sanità e l’istruzione, o svolte in regime di monopolio naturale che toglie ogni potere all’utente. In tutti questi casi infatti non siamo in grado di ottimizzare la produzione e riconoscere alla collettività/utente, l’irrinunciabile diritto democratico, di segnalare e imporre le proprie necessità.

Le politica economico/sociale quindi non deve più limitarsi alle necessità del lavoro e dei lavoratori, già difesi dagli acquisiti diritti civili, ma difendere il benessere diffuso tutelando i diritti economici del soggetto debole, cioè l’utente, spesso indifeso e titolare di necessità da tutelare. Serve quindi una struttura che, anche in mancanza del mercato, permetta di far prevalere le necessità della collettività/utente su quelle del produttore/lavoratore. Distinzione fondamentale perché gli stessi soggetti rivestono alternativamente i due ruoli, condizionati da istanze opposte, del lavoratore quando produce, dell’utente quando consuma.

Nelle attività pubbliche e in quelle private in monopolio dove il mercato non può operare, il produttore (padrone e lavoratore) opera senza controllo quindi difende i propri interessi e non quelli della collettività, in un crescendo di sprechi e abusi. È una delle principali cause dell’inefficienza pubblica e di molte sacche di arretratezza, spesso difese e giustificate dalla logica di sinistra. Ne risulta che la struttura pubblica non riesce a fornire i beni e servizi di propria competenza, prioritari e strategici per il benessere collettivo, né a regolamentare e controllare la produzione privata in modo che rispetti i diritti acquisiti.

La democrazia si svuota di contenuto reale e rimane solo nelle nobili dichiarazioni di principio, semplici slogan senza contenuto; tutta la politica è di conseguenza indifferenziata e “oggettivamente” di destra, con la differenza solo nelle dichiarazioni, più o meno “politicamente corrette”. Fino a quando mancherà una nuova strategia in grado di modificare effettivamente questa inaccettabile situazione la prassi di tutti gli attori politici ed economici si limiterà a mantenere lo status quo difendendo chi detiene il potere. 

Ipotesi per cambiare. Se vogliamo andare oltre e “dire qualcosa di sinistra” dobbiamo ipotizzare una strategia di cambiamento e capire come costruire una struttura pubblica capace di svolgere l’attività produttiva necessariamente di sua competenza al fine di garantire anche i diritti economici necessari. Per identificare strumenti idonei dobbiamo partire dal meccanismo del mercato capitalistico perché attualmente è l’unico strumento di controllo ed ottimizzazione; infatti in economia non basta il buon senso per modificare la quotidianità organizzativa.

Riassumiamo quanto già detto sul funzionamento del meccanismo attuale e sulle condizioni necessarie. La forza di questo strumento deriva dalla possibilità di diffusi, liberi e potenzialmente infiniti punti di ottimizzazione produttiva; tali sono infatti gli infiniti punti, controllati dalla concorrenza, in cui il singolo utente incontra il singolo produttore. La contropartita di queste caratteristiche è la necessità che la domanda sia individuale, soddisfatta da un singolo produttore; cioè utente e produttore individuali.

Esso è un potere reale ma non può operare se parliamo di attività svolte in regime di monopolio naturale, o che devono essere garantite, quali sanità e istruzioni, e le altre attività di competenza della mano pubblica. Sono principalmente attività che riguardano la gestione del territorio o soddisfano a istanze sociali; sono maggioritarie e strategiche per lo sviluppo produttivo, la qualità della vita, l’equità distributiva e l’equilibrio globale; parliamo infatti di infrastrutture, scuola, sanità, programmazione urbanistica, garanzie fisiche, economiche e sociali e quant’altro riguarda il vivere civile.

Per tutte queste attività non esiste un meccanismo adeguato di collegamento collettività/produttore come visto per l’acquisto capitalistico, ed è questo il pezzo mancante del nostro impianto istituzionale, che non può essere sostituito dai molti, troppi uffici studi, sondaggi, dibattiti e convegni; tutti strumenti utili e necessari come l’intelligenza e il buon senso ma assolutamente incapaci da soli a gestire la complessità del processo produttivo. Possono svolgere una modesta funzione di supporto ma non di più.

Non confondiamo infatti questa situazione con quella delle aziende private; anche esse utilizzano uffici studi e quant’altro, ma si muovono in una situazione completamente diversa, perché la produzione è gestita e controllata quotidianamente dal mercato che crea un’efficiente organizzazione, seleziona gli uomini e le strategie vincenti, specializzate nel campo specifico e sulla base delle tendenze rilevate e dell’esperienza maturata elaborano programmi che verranno continuamente aggiornati in base alle informazioni ricevute di giorno in giorno dal mercato. Le grandi società, attraverso le oscillazioni della borsa, vengono informati quotidianamente dell’opinione dei propri azionisti (corrispondente agli elettori dei politici) e del generale livello di gradimento della gestione.

Sappiamo che la cultura dominante, specie di sinistra, considera il mercato e il capitalismo non con un particolare simpatia e, in difesa della collettività, preferisce pensare a concetti più nobili e altisonanti come la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, le elezioni a suffragio universali; concetti certamente più nobili, ma la storia ci ha insegnato che non servono a gestire i complessi meccanismi economici. La proprietà pubblica dei mezzi di produzione garantisce alla collettività un potere immenso ma solo formale senza contenuto reale ha legittimato i peggiori abusi ai detentori del potere reale. Le elezioni sono determinanti e irrinunciabili per garantire libertà e diritti civili, ma non hanno gli strumenti per rendere reali i diritti economici che oggi sono determinanti.

Il mercato risulta certamente meno nobile, affascina solo qualche “vile meccanico” come me, ma per l’uomo medio rappresenta il principale se non l’unico “diritto di scelta” di cui dispone e inoltre l’economia si regge su atti economici e non dichiarazioni di principio; il mercato funziona ed è stato determinante per passare dal medio evo all’età moderna. Ricordiamo che il capitalismo ha retto 5 secoli nonostante le rivoluzioni, il livello politico/sociale raggiunto, il suffragio universale; facciamolo quindi uscire dal getto culturale in cui è richiuso e studiamo cosa possiamo fare per tutte quelle attività, ormai predominanti, in cui allo stato attuale il mercato non può operare.

Comunque preso atto che una parte significante dell’economia, certamente superiore al 50%, forse stimabile intorno al 70%, non può essere controllata e ottimizzata dal mercato, cerchiamo un altro strumento che possa sostituirlo. È inutile ripetere, che questa funzione non può essere svolta dalle elezioni periodiche; manca pertanto un pezzo nel nostro impianto istituzionale e questo si evidenzia chiaramente rilevando le crisi senza fine delle nostre democrazie.

Logiche alternative. Per capire cosa manca vediamo quale funzione è necessaria e quindi partiamo dal mercato nel meccanismo capitalistico; abbiamo visto parlando dell’acquisto che l’utente per identificare la priorità delle proprie necessità deve conoscere il proprio reddito e il prezzo dei vari prodotti alternativi che gli interessano; la scelta fatta viene imposta alla struttura produttiva con l’acquisto che condiziona la produzione e, identificando il produttore scelto, controlla la sua ottimizzazione. Da questo complesso processo nasce la crescita di produzione e conoscenza.

Nel nostro caso parliamo di prodotti socialmente tutelati (scuola, sanità) o ad uso comune (infrastrutture), ed è il motivo per cui il mercato non può operare, quindi la scelta diventa collettiva e non più individuale, questo complica ma no modifica il processo. Il singolo utente deve poter esprimere le proprie necessità e per fare questo deve conoscere le risorse disponibili e quanto di tali risorse sarebbero assorbite dai vari prodotti richiesti; diventa così in grado di effettuare la sua scelta che però deve coordinare con gli alti utenti interessati a fruire dello stesso prodotto dando origine alla scelta collettiva che determina cosa deve essere prodotto.

Questo rappresenta il primo passo che è però fondamentale perché se non sappiamo cosa si deve produrre per soddisfare le necessità della collettività è impossibile sia un programma produttivo, sia soprattutto il controllo dei risultati raggiunti. Solo a quel momento entra in gioco il ruolo della produzione, che però per assolvere al suo compito, richiede che la collettività/utente, cioè chi ha commissionato quel prodotto, controlli i risultati ottenuti e il livello qualitativo raggiunto, per imporre l’ottimizzazione produttiva.

Solo la specifica collettività/utente può assolvere a questo compito perché è il soggetto che ha ordinato il prodotto e lo usa. Come abbiamo visto basta che manchi uno solo di questi passaggi e crolla l’intero impianto; nel nostro sistema istituzionale nulla di tutto ciò esiste e l’attività pubblica, o più in generale l’attività non controllata dal mercato, è totalmente priva di controlli reali, difende i propri interessi e non quelli della collettività, in un totale arbitrio che produce sperperi e abusi.

Non solo ma la mancanza di controlli reale ha legittimato la crescita di quelli formali che ha prodotto una pletora di controllori, a loro volta controllati, sempre solo sulla forma, da controllori, che costituiscono una vera e propria classe parassitaria – l’odiata burocrazia- che ostacola la produzione, deresponsabilizza i responsabili e quindi aumenta e non riduce corruzione e sprechi. L’azienda privata, con limitati controlli formali, grazie al controllo reale del mercato è più sana, produttiva e meno corrotta.

È fuori discussione che il sistema non può reggere e, dato l’elevato livello tecnologico e capacità produttiva raggiunti, l’aspetto più appariscente è il rischio che incombe sull’equilibrio ecologico del pianeta. Nessuno sembrava però accorgersene fino a quando una ragazzina di 16 anni ha gridato, come nella favola, “il re è nudo”; allora gli uffici studi di tutto il mondo hanno preso atto di questa insostenibile realtà e studiato come fronteggiare la situazione.

Sono state organizzate riunioni planetarie, fatte di buoni propositi e programmi virtuosi, però al solito si è affrontato il problema secondo la logica tradizionale che considera determinante il comportamento degli uomini coinvolti e non la costruzione di meccanismi idonei ad imporre comportamenti virtuosi; stessa strategia usata a livello nazionale: non cambiamo i meccanismi, ma si cercano uomini migliori capaci di seguire comportamenti virtuosi. Poco si è ottenuto nella politica nazionale e poco potrà nascere dai buoni propositi internazionali; non ha caso è bastata una piccola crisi economica per ritornare a carbone e petrolio. In campo produttivo la buona volontà è solo marginale e ben poco può senza un meccanismo reale di controllo che imponga il comportamento virtuoso.

L’efficienza e la serietà della struttura aziendale non è determinata dalla serietà dei responsabili, ma bensì dal controllo del mercato che seleziona e impone uomini idonei e comportamenti virtuosi. Quando infatti il privato opera in regime di monopolio naturale cade l’efficienza e la serietà. Bisogna quindi uscire da questa lettura focalizzata sulle caratteristiche dei responsabili, per passare a un’analisi dei meccanismi che spingono verso un comportamento virtuoso.

Necessità conoscitive. Affrontiamo per prima cosa il problema del livello conoscitivo necessario per disporre della conoscenza diffusa necessaria al più elevato livello di partecipazione democratica; tale conoscenza è certamente molto elevata, però questo rappresenta il maggiore problema da risolvere, anche l’onere e il vantaggio della democrazia e della sua crescita.

Nell’attuale realtà per la produzione economica che deve soddisfare le nostre necessità è sufficiente la conoscenza individuale sia dell’utente che del produttore perché la produzione è controllata dal mercato. Serviva invece una conoscenza collettiva solo per la creazione della struttura pubblica che doveva principalmente gestire i diritti civili; eppure raggiungere la conoscenza collettiva necessaria al suffragio universale è costato lacrime e sangue.

Il problema è particolarmente complicato perché siamo in settori in cui sia la produzione che la domanda non sono individuali ma collettive e quindi attualmente non gestibili e controllabili dal meccanismo della concorrenza capitalistica. Vediamo di esaminare singolarmente gli aspetti dell’offerta e della domanda perché facilita senza falsare in quanto i due processi organizzativi sono sufficientemente simili. Affrontarli quindi uno alla volta semplifica e non è escluso che trovare il modo di organizzare la domanda risolva a caduta anche quello dell’offerta; viceversa è logico affrontare prima l’organizzazione della produzione perché possiamo muoverci in un campo più collaudato e quindi controllabile e comprensibile.

Il problema in entrambi i casi è comunque risolvibile solo realizzando un’efficiente organizzazione al cui interno il singolo è coinvolto; non ha quindi bisogno di disporre della conoscenza di tutte le necessità della produzione e/o della collettività/utente ma solo di quelle relative al ruolo che è stato chiamato a svolgere, perché ciascuno conosce ciò che fa e lo riguarda. Questa specifica conoscenza si integrerà con quella degli altri soggetti e livelli coinvolti in modo da costruire una conoscenza via via più allargata fino comprendere la conoscenza necessaria.

Possiamo utilizzare l’utile esperienza delle aziende private coinvolte in scelte, più semplici ma complesse, che richiedono una conoscenza specifica e diffusa; l’azienda si è logicamente limitata al solo meccanismo produttivo perché di sua competenza, però le soluzioni identificate sono utilizzabili per entrambi i momenti organizzativi. L’azienda infatti ha costruito una catena gerarchica/conoscitiva che unisce, non direttamente ma attraverso i vari livelli organizzativi, la base al vertice, dove la conoscenza dei problemi parte dal basso si ferma ai vari livelli per la parte di specifica competenza, e sale ai livelli superiori per quanto di loro competenza. Il potere, utilizzando la conoscenza ottenuta, discende verso il basso, livello per livello, così coordina e indirizza l’intera struttura.

Ciascuno opera e partecipa così alle scelte che lo riguardano e sono attinenti a ciò che fa, in modo che possa conoscere e partecipare. Se invece di far riferimento al processo produttivo, ci riferiamo alla gestione della domanda la situazione non cambia sostanzialmente perché si tratta comunque di gestire una pluralità di soggetti e volontà che devono essere coordinati per raggiungere un risultato comune: nel caso dell’azienda la produzione, in quello della domanda un’istanza collettiva unica.

Ovviamente la catena gerarchica/organizzativa pubblica non può ipotizzare la conoscenza che sale dalla base al vertice mentre il potere scende dal vertice alla base ma deve prevedere un doppio flusso di potere e conoscenza che parte dalla base raggiunge il vertice e ridiscende alla base. Però anche in questo settore l’organizzazione aziendale si è mossa, anticipando i tempi nella direzione che ci interessa.

L’azienda si è resa conto che, mutando il livello sociale e la logica produttiva, scomparivano i lavori di pura esecuzione mentre veniva richiesta una sempre maggiore partecipazione e conoscenza, poco consona al ruolo di esecutore di ordini. Si è così sviluppato una nuova logica organizzativa, sancita anche dalle nuove regole statutarie delle società benefit, finalizzate a una sempre maggiore partecipazione al potere dei soggetti coinvolti; questo ulteriore passaggio si muove nella direzione richiesta dalla nuova struttura pubblica di gestione della produzione o domanda collettiva.

Possiamo quindi immaginare la realizzazione di un’organizzazione pubblica basata su un meccanismo, non con scadenze pluriennali, ma continuo, operante in tempo reale come il mercato e ancorato stabilmente al territorio; dovrebbe essere in grado di recepire e soddisfare le istanze della collettività non individuali ma collettive che disporranno finalmente dello strumento per esprimersi; il suo indirizzo sarà necessariamente egualitarie perché espresso dalla maggioranza della popolazione.

Un percorso analogo ha seguito la borghesia quando a metà del ‘700 con l’Illuminismo francese, ha ipotizzato la tripartizione dei poteri e la selezione dei governanti attraverso le elezioni. Ha realizzato una struttura pubblica consona ai propri interessi che poteva garantire a lei, e solo a lei, i diritti, la libertà operativa e una struttura pubblica consolidata capace di superare la logica feudale, legittimandone il ruolo e garantendone il successo. Se vogliamo costruire la società post borghese dobbiamo adattare l’impianto istituzionale alle nuove necessità.

IV potere. Siccome non è scritto sulla pietra che i poteri debbano essere tre potremmo ipotizzare un “IV potere” per la gestione dell’attività economica che non può attualmente essere gestita dal mercato sia per vincoli sociali sia per situazioni di monopolio naturale; in tali casi infatti sia l’offerta che la domanda non sono individuali ma collettive e il singolo utente rimane privo di diritti perdendo la capacità di difendere le proprie necessità e garantirsi i diritti economici.

Vedremo in seguito le varie ipotesi delle funzioni che tale organo dovrà assolvere ma è facile capire che la nuova struttura dovrà prevedere la realizzazione di una catena gerarchica/conoscitiva in cui conoscenza e potere partiranno dal basso e saliranno attraverso i vari scalini organizzativi al vertice, per ridiscendere alla base; entrambi sia conoscenza che potere si fermeranno al livello di specifica competenza della decisione da prendere. Logica analoga a quella dell’organizzazione aziendale, ma con un maggiore spazio del potere che dalla base salirà al vertice. L’azienda ha infatti capito la necessità di un potere diffuso per creare la necessaria conoscenza diffusa, però tale potere ha un limite oggettivo, perché opera a valle dell’imprenditore titolare della scelta primaria e responsabile finale.

Nella nostra ipotesi invece anche la scelta originale è collettiva ed è di competenza della collettività il potere e la responsabilità di identificare e raggiungere l’obbiettivo; questo modificherà le logiche organizzative per cui ad esempio saranno i partecipanti di ogni gruppo, ai singoli livelli organizzativi, che nomineranno i propri capi e i soggetti che dovranno rappresentarli ai livelli superiori.  Dovrebbe essere possibile costruire così una rete che copre l’intero territorio e permettere di esprimere la diversa logica produttiva o le necessità collettive (la domanda globale che manca nell’attuale regime e impedisce la crescita del Pil); soprattutto si dovrebbe creare progressivamente la conoscenza diffusa necessaria a soddisfarle.

In campo pratico, come inserimento sul territorio, potremmo pensare all’attuale spazio rappresentato dal municipio per costituire uno o più nuclei organizzativi di base (I livello), che si integrino poi con gli altri municipi dando origine al Comune (II livello) il quale a sua volta si integra con i Comuni limitrofi nella Regione (III livello) e così di seguito fino a coinvolgere la Nazione (IV livello) e mi auguro la stessa U.E (V livello). Ovviamente parliamo di semplice ipotesi espositiva perché l’organizzazione territoriale definitiva deriverà da molti fattori che emergeranno in fase di realizzazione.

È però solo un gioco di fantasia che cerca di simulare una soluzione futura; saranno gli uomini, le culture e i tempi a risolvere i problemi operativi; a questo livello è sufficiente e qualificante ipotizzare un principio. La tripartizione dei poteri è stata teorizzata a metà del ‘700 ma le prime Costituzioni, che ne recepivano i principi, sono state scritte dai diversi popoli dopo mezzo secolo dopo in America e un secolo in Europa.    

Il punto qualificante è che la partecipazione della collettività al nuovo potere pubblico non si basi come attualmente su un rapporto periodico e diretto base/vertice, perché questa logica è stata pensata e funziona solo per fissare i diritti civili e non serve a gestire l’economia e rendere reale i diritti economici; essi per esprimersi ed essere soddisfatti necessitano infatti di un rapporto continuo, gerarchicamente organizzato, con un forte legame al territorio e una quotidianità operativa con meccanismi automatici di controllo dei risultati.  

È inoltre qualificante che sia la specifica collettività/utente che paga la produzione richiesta perché solo in questo caso potrà controllare il risultato ottenuto, imponendo l’ottimizzazione produttiva e tutta la catena virtuosa di sviluppo e conoscenza. L’impostazione economico/fiscale attuale utilizza la logica opposta con l’accentramento delle risorse distribuite in base alle supposte necessità dichiarate; questo crea una totale irresponsabilità della spesa con troppi controlli formali ma nessuno reale salvo timidi tentativi della Corte dei Conti e legittima il generale “assalto alla diligenza” che quotidianamente vediamo. 

Ogni livello organizzativo nominerà i responsabili del livello superiore e da questi sarà coordinato e indirizzato in modo da costruire una catena gerarchica/conoscitiva che copre unitariamente l’intero territorio; questa organizzazione gestirà la produzione non controllabile dal mercato, con domanda e offerta collettiva, ottimizzando il processo produttivo e mettendo in moto il circolo virtuoso che garantisce, conoscenza diffusa, benessere collettivo ed equità distributiva.

Difficoltà organizzative. La strada, così tracciata sembrerebbe percorribile ma le difficoltà, inutile nasconderlo, sono notevoli; però una nuova struttura istituzionale che possa garantire un maggiore potere diffuso certo non è facile da realizzare, ma è indispensabile perché l’attuale realtà economico/sociale non può reggere. Anche la tripartizione dei poteri pensata, a meno di 50 anni da quando il Re Sole giustamente dichiarava “Lo Stato sono io”, non era facile da ipotizzare ed ha richiesto lacrime e sangue per essere recepita dai Paesi europei, però era necessaria e così si è imposta permettendo la nascita della società moderna.

Discorso analogo vale per il IV potere, indispensabile per la tenuta della nostra civiltà e dell’equilibrio generale; i popoli e gli anni risolveranno le inevitabili difficoltà da affrontare. Fermo restando però che le difficoltà sono inevitabili, è corretto chiedersi se la soluzione ipotizzata è la più facile possibile o i condizionamenti culturali, che inconsciamente ci dominano, ci hanno impedito di vedere una strada più diretta e facile, spingendoci in un percorso tortuoso. Esaminiamo i principali problemi:

Primo – la produzione è difficilmente programmabile e governabile, nasce dal caso e dalla fantasia creativa di singoli. Nessun ufficio studio avrebbe mai posto Bill Gates a capo di un impero mondiale, né sarebbe stato in grado di realizzarlo. Discorso analogo vale per una buona parte della produzione odierna; difficile pensare che una produzione gestita da un gruppo, anche all’interno di un funzionante meccanismo gerarchico/conoscitivo, possa avere analoga libertà e fantasia creativa. Certamente potrebbe essere meglio della “non gestione” odierna, ma se studiamo qualcosa di nuovo non dobbiamo accontentarci di un piccolo miglioramento; dobbiamo puntare a realizzare una nuova eccellenza che possa fungere da riferimento ed essere la punta avanzata di libertà e fantasia creativa.

Una struttura pubblica diversamente partecipata e collegata alle necessità della collettività è certamente meno vincolata al meccanismo della domanda perché le sue caratteristiche assomigliano più a quelle della produzione in “conto proprio” che in “conto terzi”; comunque, data l’inevitabile dimensione dei territori coinvolti, un meccanismo di gestione della domanda sarà comunque necessario.     

Secondo – La nuova struttura organizza dei soggetti produttori che hanno quindi necessità opposte di quelle che devono soddisfare, cioè di loro stessi nel ruolo di utenti che fruiscono dei beni e servizi prodotti. Il conflitto offerta/domanda, produttore/utente, se non gestito dal mercato, rischia di far prevalere il primo sul secondo rompendo l’intera catena produttiva, con risultati drammatici come abbiamo visto parlando dei Soviet e più vicino a noi della Compagnia Unica del Porto di Genova.

Il fenomeno è meno accentuato nel nostro caso perché come abbiamo detto la produzione è più in “conto proprio” che in “conto terzi” con il produttore che tende a identificarsi con l’utente, riducendo il conflitto di interesse. Però il soggetto è singolo come utente, mentre è organizzato come produttore; inoltre l’identificazione produttore/utente è solo globale e spesso non esiste l’uguaglianza di convenienza in ogni singolo punto. Il rischio che le necessità del produttore prevalgano su quelle dell’utente è concreto, difficili da limitare e molto pericoloso.

Terzo – il nucleo della democrazia reale consiste nel diritto del singolo di esprimere le proprie necessità, imporle e controllare l’ottimizzazione del loro soddisfacimento; se questo meccanismo manca la democrazia è solo formale e non reale, come nella situazione odierna. L’ipotesi esaminata prevede una domanda non individuale ma collettiva; questo è un punto ineliminabile perché rappresenta il motivo che impone la diversa organizzazione. Comunque se l’ipotesi vista organizza i produttori, l’utente/padrone perde parte del suo potere perché, pur coordinandosi, non esprime le proprie necessità direttamente, bensì di seconda mano attraverso un’organizzazione produttiva a cui appartiene ma che, per i troppi condizionamenti diretti, difficilmente garantisce che i dati del problema siano chiari in termini di costi e vantaggi come avviene nell’acquisto. Terreno scivoloso dove è facile che il potere dell’utente/padrone perda di contenuto riavvicinandoci alla situazione odierna.

Un’ipotesi migliorativa. Queste difficoltà che non devono scoraggiarci ma piuttosto spingerci ad un ulteriore esame per capire se le difficoltà sono ineliminabili o non nascono da qualche condizionamento culturale che ci impedisce di vedere una via più diretta. Ultimamente mi pare di aver capito che, togliendomi gli occhiali blu che usiamo per leggere la realtà, consideriamo necessario l’intervento pubblico perché la specifica situazione produttiva è caratterizzata da un’offerta e una domanda non individuale ma collettiva e come tale non gestibile dal mercato capitalistico, utilizzabile solo per domande e offerte individuali.

Dovendo quindi cambiare l’organizzazione produttiva, per inerzia e perché sembrava logico, abbiamo ipotizzato di modificare il momento produttivo; la produzione però non deve soddisfare se stessa ma le necessità della collettività/utente che sono l’elemento portante del sistema economico/sociale. Facile dedurre che se la produzione è collettiva perché l’utente è collettivo, per creare un controllo sul produttore invece di rendere collettivo/pubblico il produttore, come abbiamo ipotizzato, possiamo usando la fantasia creativa rendere collettivo/pubblico l’utente, cioè la nuova struttura del IV potere, potrebbe nascere come organizzazione collettiva non della produzione ma della collettività/utente. L’organizzazione della domanda collettiva sarebbe comunque stata necessaria mentre potrebbe evitarci il non facile problema dell’organizzazione pubblica della produzione, perché potrebbe essere automaticamente controllata dalla nuova organizzazione della domanda collettiva. Con questo salto logico tutto diventa lineare e molto più facile da realizzare; rivediamo infatti le difficoltà sopra elencate esaminandole alla luce di questa nuova ipotesi che dovrebbe permettere un’incredibile semplificazione. I punti sono:

Primo – Sappiamo che il produttore, pubblico o privato poco cambia, operante in posizione di monopolio, serve una pluralità di singoli utenti privi della possibilità di scegliere e fruisce di un potere incontrollato grazie al quale può imporre le sue necessità e godere di privilegi inaccettabili che minano l’intero sistema. Se viceversa gli utenti sono organizzati con un’unica volontà e, grazie al nuovo inserimento organizzativo, dispongono del potere e della conoscenza necessaria possono scegliere il produttore unico, imporre le proprie necessità e controllare che siano soddisfatte al meglio.

È una prassi quotidiana seguita dalle aziende private che senza difficoltà appaltano a un singolo produttore la realizzazione di un intero impianto o lo svolgimento di un servizio. Possono farlo perché sanno cosa vogliono, sono in grado di scegliere la soluzione e il produttore più convenienti, fissare le condizioni, controllare i risultati finali e stabilire pesanti penali contro l’inadempienza. Esattamente l’opposto di molte situazioni, purtroppo viste, dove un produttore, che per incuria lascia crollare un ponte autostradale provocando 43 vittime e due anni di paralisi della città, come punizione riceve 10 miliardi di € (lui non le vittime!) come indennizzo della perdita della concessione che la collettività gli aveva dato.

I rappresentanti della domanda collettiva nello scegliere il produttore più idoneo, possono sfruttare la casualità della realtà e la fantasia creativa del produttore; questo mantiene la massima libertà operativa del produttore nella realizzazione di quanto appaltato, perché la collettività/utente è in grado di controllare i risultati. Si ricreano le condizioni per un controllo non formale ma reale grazie al quale si impone l’ottimizzazione produttiva e a caduta la catena virtuosa di conoscenza e benessere diffuso.

Due – cade il conflitto produttore/utente e si riconosce alla collettività/utente il suo vero ruolo principale di utente/padrone che decide, anche se collegialmente, quali sono le sue necessità prioritarie, le impone e controlla che vengano correttamente soddisfatte. Solo così l’utente/padrone diventa tale e perde la crescente caratteristica odierna di utente/subalterno che subisce impotente la prepotenza del produttore perché non ha la dimensione, il potere e la conoscenza per opporsi.

Terzo – Il singolo utente acquista così un potere reale, anche se lo esercita collegialmente e non individualmente ma tale è la caratteristica specifica dell’attività; dispone però, grazie alla nuova organizzazione, della conoscenza e del coordinamento necessario. Infatti in presenza di un’organizzazione, strutturata per livelli, efficiente e inserita nel territorio, ciascuno partecipa a problemi e settori in cui è direttamente coinvolto e può quindi disporre di una reale conoscenza che permette di meglio elaborare la richiesta collettiva e ottenere un’ottimizzazione produttiva oggi impensabile. Grazie alla partecipazione collettiva della nuova organizzazione non è escluso che si possano ottenere risultati migliori di quelli rappresentati dall’eccellenza delle aziende private.

Potrebbero esserci anche altri vantaggi collaterali; uno dei problemi condizionanti dei regimi democratici è infatti il fenomeno, che gli inglesi denominano nimby, per cui le cose da fare quali, smaltimento rifiuti, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, ecc., anche se necessarie, devono essere realizzate non a casa mia ma altrove. Istanza spesso legittima ma che ostacola tutte le grandi opere, sempre più necessarie in una società moderna, e che è resa patologica dai soliti moltiplicatori perversi legati alla disfunzione pubblica. La protesta, spesso legittima, è alimentata da due disfunzioni fra loro interdipendenti: incapacità della mano pubblica di assolvere al proprio ruolo e carenza di partecipazione democratica. Vediamole singolarmente.

Primo – Le grandi opere hanno sempre un impatto significativo sulla popolazione coinvolta e compito della struttura pubblica dovrebbe essere quello di minimizzarlo e indennizzarlo; i vincoli operativi della struttura pubblica ostacolano però entrambe le funzioni. Abbiamo progetti di grandi opere che producono danni enormi al territorio inutili ed evitabili, così come popolazioni furibonde per danni subiti ma non rimborsati in quanto giuridicamente non rilevabili, come quelli dell’autostrada che passa sopra le case senza toccarle. Forse con maggiore attenzione e intelligenza i danni possono essere limitati e con indennizzi ragionevoli evitata una legittima opposizione, riducendo costi e tempi di realizzazione. L’elenco di casi emblematici potrebbe essere infinito; mi limito a ricordare il progetto di sviluppo portuale genovese del Bruco, da me seguito personalmente, in cui con un po’ di fantasia creativa abbiamo trovato la possibilità di utilizzare parte dell’opera per migliorare l’abitabilità urbana e con cifre modeste trovare consenziente la popolazione direttamente coinvolta.

Secondo – in passato l’Autorità non si curava molto delle necessità del cittadino/suddito, specie di quelle del proletariato; quando nella seconda metà dell’Ottocento hanno costruito la ferrovia Genova-Roma hanno tagliato tutti i paesi liguri dividendoli dal mare su cui vivevano da secoli, senza che nessuno pensasse di opporsi. Oggi la situazione sta cambiando; il Tar (Tribunale Regionale Amministrativo) che dà il diritto al cittadino di opporsi alle decisioni dell’Autorità è stato però costituito nella seconda metà del ‘900. La collettività comunque non è più disponibile a subire una violenza imposta dall’alto e vuole legittimamente partecipare alle decisioni che la riguardano e condizionano la loro vita. È un aspetto specifico della generale e legittima istanza di partecipare. Una gestione della domanda collettiva effettuata bene e delegata alla collettività coinvolta dovrebbe permettere il necessario passo avanti perché i progetti sarebbero studiati dalla popolazione, non calati dall’alto ma potrebbero nascere anche da un’iniziativa locale. Soprattutto la popolazione, grazie al suo diverso inserimento partecipativo, avrà gli strumenti e la conoscenza per valutare seriamente costi e benefici, richiedere contropartite logiche e controllare il lavoro svolto onde evitare sgradevoli sorprese.

Significato democratico. Quanto detto evidenzia i non pochi vantaggi in termini di coerenza produttiva, però il principale significato dell’ipotesi esposta si evidenzia nel suo più elevato livello democratico; ogni membro della collettività potrà infatti disporre di un potere reale grazie a uno strumento che gli permette di partecipare a identificare le necessità, valutarne la priorità, il modo di meglio soddisfarle e controllare i risultati ottenuti. La democrazia non è una semplice dichiarazione di principio ma si basa su logiche e meccanismi che possano dare alla collettività un effettivo spazio di potere. Il potere che si legittima in nome del popolo, spesso nasconde una democrazia diventata il fantasma di se stessa.

L’impianto istituzionale attuale integrato con l’ipotesi organizzativa esposta, dovrebbe permettere un notevole livello democratico. Infatti le elezioni a suffragio universale possono garantire a tutti i membri della collettività la facoltà di richiedere e controllare che l’organizzazione pubblica controlli e regoli la struttura produttiva, garantisca uguaglianza di diritti e segua politiche finalizzate alla più elevata equità distributiva (vedi sanità). L’obbiettivo è possibile come ha dimostrato la seconda metà del ‘900 in cui la nostra struttura democratica operando correttamente, ha privilegiato gli obbiettivi egualitarie permettendo di raggiungere i più alti livelli di equità distributiva.

Parallelamente a livello economico, il singolo membro della collettività avrà il potere, irrinunciabile in una democrazia, di decidere cosa vuole, imporlo e controllare di essere soddisfatto al meglio. Tale decisione per una parte della produzione sarà individuale perché utente e produttore sono individuale (l’acquisto della lavatrice) e una parte necessariamente collettiva e condivisa con altri perché collettiva è la domanda e il produttore (autostrada, verde pubblico, ecc). Però anche in questo caso disporrà di un reale “diritto d’acquisto” gestito in forma paritetica con gli altri membri della collettività.

Il potere politico democratico che stabilisce diritti e regolamentazioni, abbinato al potere economico che democraticamente garantisce il controllo dell’economia possono rappresentare i pilastri della nuova democrazia, cioè il livello più avanzato di una società governata effettivamente dalla collettività, che finalmente merita il nome di democrazia perché ne conferma il significato di governo del popolo

L’ipotesi sembrerebbe realizzabile ma le nobili istanze rimangono puro sogno utopico senza gli strumenti idonei per trasformare l’obbiettivo in una possibile realizzazione. Siamo quotidianamente illusi da speranze utopiche che rimangono tale per mancanza di strumenti realizzativi e non vogliamo crearne una in più. Vediamo quindi ulteriormente quali strumenti sono necessari per trasformare le necessità umane in reale domanda collettiva, capace di generare una risposta economica, non più quindi semplici desideri mi piace, privio di contenuto.

Nel capitolo III, relativo al funzionamento del capitalismo abbiamo visto che il nucleo del funzionamento dell’acquisto è permettere di passare da una semplice espressione di desiderio mi piace, a una scelta reale giuridicamente regolata che condiziona l’intero funzionamento del sistema. Dobbiamo quindi ricreare per la domanda collettiva le stesse condizioni che hanno trasformato la domanda individuale nell’elemento portante del meccanismo produttivo.

Perché la domanda individuale possa trasformarsi in una scelta economica è necessario che l’utente disponga di due cose: conosca caratteristiche e costi di ciò che potrebbe comprare (frigorifero, viaggio, cibo, ecc.), nonché le risorse (il reddito) di cui dispone; solo così l’utente dispone di un potere reale che permette una scelta vera, formalizzata attraverso l’acquisto.

Nell’ipotesi di domanda collettiva il primo punto, cioè costi e qualità delle ipotesi che meglio possono soddisfare le nostre necessità , dovrebbe essere facilmente risolvibile, in presenza di una domanda collettiva ben organizzata e di dimensione analoga all’offerta; il gestore della domanda infatti dovrebbe ottenere dai possibili produttori coinvolti, caratteristiche e costi delle diverse ipotesi di soddisfacimento delle necessità collettive (asilo, trasporto urbano, pista ciclabile, ecc.) per cui i membri della specifica collettività potranno stabilire le priorità, decidere agevolmente cosa realizzare, il produttore più adatto e controllare il suo adempimento.

Rimane quindi solo il problema delle risorse disponibili che costituisce il secondo elemento affinché la scelta sia ragionata e permetta di trasformare un semplice desiderio, mi piace, nel motore che impone all’economia di soddisfare la richiesta della collettività. È l’elemento che garantisce al singolo utente un potere reale, qualificante a livello democratico, per massimizzare l’ottimizzazione produttiva e il benessere diffuso.

Non facile però è conoscere e quantificare le effettive risorse di cui i singoli gruppi possono disporre e su cui fare affidamento. Si potrebbe ipotizzare una ripartizione dei redditi fiscali assegnati ai vari territori secondo percentuali prestabilite. Teoricamente possibile ma metterebbe in moto un meccanismo perverso di calcoli e valutazioni che non risolverebbe nulla, non potrebbe fornire certezze e farebbe solo la gioia della dittatura diffusa, la esecranda burocrazia, che disporrebbe di un ampio spazio senza controllo dove sviluppare il suo potere basato sull’arbitrio. Serve invece un sistema semplice, automatico e affidabile che, grazie a uno scatto di fantasia creativa, permetta di raggiungere facilmente l’obbiettivo; è inevitabile che situazioni nuove richiedono strumenti nuovi.

Reddito di cittadinanza. Apriamo quindi una parentesi sul reddito di cittadinanza che è stato tanto giustamente criticato. Le critiche si basano sulla soluzione specificatamente studiata dalla dittatura diffusa (è la burocrazia che elabora le leggi, i parlamentari si limitano ad approvarle spesso ignorandone i contenuti) che in pratica legittima l’allargamento del proprio ruolo e la possibilità di premiare gli amici.

Un discorso serio implicherebbe invece che tutti abbiano diritto al reddito di cittadinanza indipendentemente dalla situazione di indigenza (difficile da appurare); contrariamente a quanto potrebbe apparire l’impostazione non implica un significativo aumento di costo perché, ipotizzando un sistema fiscale decente (e non si può farne a meno) sarebbe a carico della collettività solo quella parte relativa agli indigenti, perché per gli altri sarebbe una semplice partita di giro, costo e ricavo trattenuto direttamente in sede di pagamento delle tasse.

Inoltre un reale reddito di cittadinanza potrebbe sostituire tutta la giungla assistenziale esistente, tanto cara a migliaia di burocrati, che spesso non aiuta i deboli ma premia i furbetti, senza garantire una maggiore equità distributiva. La nostra cultura giustamente non tollera che qualcuno muoia di fame o viva in un’inaccettabile indigenza, di conseguenza prevede una garanzia sociale per chi è in difficoltà; certamente è più economico realizzarla in una visione unica e generale, invece di sbriciolare l’assistenza in mille casi specifici da gestire singolarmente.

La necessità di una garanzia economica non è dettata solo dalle istanze morali ma anche dalla convenienza economica perché, come ci insegnava Galbraith più di mezzo secolo fa, costa meno alla società l’assistenza agli esclusi che la repressione dei disperati che non hanno nulla da perdere. Comunque il reddito di cittadinanza è un istituto pensabile solo in un momento di cambiamento e sviluppo economico che garantisca reddito e occupazione in modo che vi siano le risorse necessarie e la possibilità di ricollocare altrove l’immensa schiera dei burocrati diventati inutili. È quindi assurdo nella situazione attuale perché rappresenta solo un balzello in più a carico di un’economia stremata.

Potrebbe invece essere previsto nella ipotizzata situazione futura, sia perché prevede un totale rimescolamento dell’organizzazione pubblica e delle logiche organizzative, sia perché il livello tecnologico raggiunto, ipotizzando di poterlo finalmente utilizzare per aumentare il benessere collettivo, dovrebbe garantire un aumento di benessere del 1.000%, come è avvenuto fra inizio e fine ‘900, e quindi permettere/imporre maggiori garanzie sociali che oggi sembrano utopiche come tali sembravano a inizio ‘900 le garanzie di cui oggi disponiamo.

Il reddito di cittadinanza potrebbe quindi diventare strategico per facilitare la costruzione della nuova organizzazione; parliamo infatti di un reddito di cui dispongono tutti in maniera paritetica (uguaglianza sociale) che potrebbe essere utilizzato in tutto o in parte per alimentare la domanda collettiva non individuale, eventualmente anche utilizzando una moneta parallela. Diventerebbe quindi una risorsa collettiva ugualitaria, utilizzata per una domanda collettiva e i soggetti coinvolti sapranno che i gestori dei vari livelli della domanda collettiva sapranno di poter disporre, con percentuali libere o prestabilirsi, di una parte di tale disponibilità comune.

Così il cerchio potrebbe chiudersi: i singoli soggetti della collettività conoscono quanto costa soddisfare le loro necessità, quali alternative sono possibili e di quali risorse dispongono; possono così fare una scelta reale e ragionata, non individuale ma collettiva che è resa possibile dall’organizzazione pubblica comune strutturata per adeguarsi alla dimensione della domanda. La maggioranza attraverso tale strumento, facendo crescere il reddito di cittadinanza, potrà anche individuare il livello massimo di uguaglianza economica desiderato e possibile; manterrà infatti come solo limite la compatibilità economica del livello prescelto con le risorse disponibili e con le necessità dell’efficienza produttiva (dimensione della torta da dividere).

È prevedibile inoltre che il livello di reddito garantito potrebbe essere elevato e permettere un tenore di vita che oggi sembrerebbe un puro sogno utopico. È molto probabile infatti che una corretta gestione della domanda imponga una parallela gestione virtuosa dell’offerta (efficienza produttiva) ricreando quel circolo virtuoso che nella seconda metà del ‘900 ha reso vincenti le democrazie.

Conclusioni. Non pensiamo di aver trovato la formula magica che apre un futuro radioso e oggi inimmaginabile. La realtà è infatti sempre più complessa e condizionata da variabili non considerate che modificano la situazione, imponendo continui adeguamenti. Siamo però sicuri che abbiamo incominciato a muoverci nell’unica direzione possibile per trovare una soluzione; i discorsi correnti sugli uomini politici e sulla loro inadeguatezza sono infatti privi di contenuti reali, perché la caratteristica dei responsabili è conseguenza non causa della crisi che coinvolge l’intero sistema economico/sociale/culturale.

La strada è quindi obbligata e l’urgenza elevata perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve sarà in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia, dell’equilibrio ecologico e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà. Il momento storico ricorda gli analoghi anni ’20 del Novecento ed è necessario intervenire per evitare che la situazione degeneri come negli anni ’30 del secolo scorso con dittature e guerra.

Si impone quindi una “discontinuità radicale”, che abbiamo visto non possiamo chiamare rivoluzione perché non siamo in presenza di una minoranza privilegiata al potere che viene abbattuta da una maggioranza, ma al contrario della necessità di rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di privilegi inaccettabili. Tali privilegi infatti, anche se piccoli, sono sufficienti a bloccare il meccanismo pubblico, impedire l’ottimizzazione produttiva, interrompere la catena virtuosa di conoscenza, sviluppo, uguaglianza e benessere diffuso, riducendo il tenore di vita dell’intera collettività, compreso gli stessi privilegiati che nella veste di utenti subiscono danni maggiori dei privilegi ottenuti.

Il passaggio potrebbe quindi essere indolore e accadere nel punto in cui la crisi è più penalizzante; continuiamo a pensare che potrebbe avvenire in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica, mentre il coronavirus potrebbe far precipitare i tempi. Valuto che in questo momento proprio a Genova esista una finestra temporale che potrebbe originale la valanga; la coscienza collettiva non sembra però ancora matura.

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