Considerazioni sulla caduta dell’Afghanistan

Bruno Musso                                              Genova 27.8.21

Le conseguenze più dirompenti della caduta dell’Afghanistan sono a livello internazionale perché ha segnato la fine della pax americano. Qualcuno poteva non gradire il precedente equilibrio, ma il nuovo ordine è comunque peggiore perché non deriva dall’attenuarsi dell’egemonia americana, fenomeno fisiologico, ma dall’inadeguatezza dell’impianto istituzionale delle nostre democrazie non più in grado di contrastare la violenza dei regimi dittatoriali.

Nella seconda metà del secolo scorso le democrazie erano vincenti, rappresentavano il punto più avanzato di libertà, conoscenza, capacità produttiva, armamento e si imponevano come punto di riferimento, contribuendo all’equilibrio generale. Dalla fine del secolo invece prevalgono drammaticamente le dittature, imponendo nuove regole del gioco che lasciano intravvedere un drammatico futuro.

Le dittature sono infatti caratterizzata dalla violenza come forma di gestione e molto spesso anche dal sotto sviluppo economico; è quindi fisiologico che alimentino continui scontri per espandersi e controllare uomini e riserve economiche dei popoli più deboli.

Le democrazie per contrastare la nuova egemonia possono tessere alleanze ma giustamente, condizionati dalle nostre istanze culturali, chiedono che gli alleati da aiutare e finanziare presentino almeno una parvenza di forma democratica. La democrazia si può esportare, ma richiede la possibilità di realizzare uno stato di diritto in cui le regole prevalgano sulla violenza e lo sviluppo produttivo garantisca benessere e occupazione; così è stato nel secolo scorso.

Oggi la democrazia stenta a sopravvivere nei paesi dove si era consolidata, certo non può imporsi nelle nuove realtà prive di tutto. Il nostro sforzo di imporre una parvenza democratica, con elezioni e quant’altro, porta così a creare dei Governi fantocci che, come in Afghanistan, non contano nulla, cercano solo di accumulare soldi all’estero e sono pronti a fuggire vendendo al dittatore vincente anche le armi ricevute.

 I moltiplicatori perversi fanno ulteriormente esplodere la situazione; i dittatori non garantiscono benessere e occupazione alla propria popolazione, così dilaga, con l’aiuto dei cambiamenti climatici, una miseria e disoccupazione intollerabile. Esplode il fenomeno dei migranti e chi resta ha come principale spazio di sopravvivenza, l’entrata in una delle tante milizie che offrono l’ingaggio.

Si ingrossa l’esercito dei mercenari, che qualcuno finanzia e altri compattano usando come amalgama il fanatismo religioso: l’islam degli esclusi è il terreno ideale. Lo scontro in Afghanistan non deriva infatti da una rivolta popolare ma dall’occupazione di un esercito mercenario unificato in nome dell’Islam.

Analoghe situazioni esistevano già nei secoli passati, e non solo in Afghanistan, ma rimanevano localizzate; non le vedevamo e non modificavano la nostra vita. Oggi è tutto interconnesso e da qualsiasi punto del mondo con missili, attentati, sequestri, aggressioni si può insidiare il benessere di tutti.  

È concreto il rischio che cada questo fragile ordine mondiale ottenuto dalle democrazie nell’ultimo mezzo secolo, costruendo l’Onu e gli altri organismi internazionali. Si potrebbe così ritornare alla precedente situazione di continuo scontro, che ha caratterizzato la razza umana almeno da 10.000 anni ed ha resistito fino alla seconda guerra mondiale, quando gran parte del mondo era colonia dei paesi europei. Situazione però oggi inaccettabile ed anche insostenibile data il livello della tecnologia e della potenza delle armi 

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