BRUNO MUSSO –
Genova 20.12.20
Premesse – In questo scritto, postato su Facebook, oltre che sul blog www.democrazia2000.com, ho aggiornato e sintetizzato il mio ultimo libro Cercando la Democrazia. Temo che la situazione sia oggi molto peggiore di quella che ci presentano perché il coronavirus ha solo accelerato la crisi mondiale iniziata a inizio secolo e mai risolta. Gli anni ’20 assomigliano sempre di più agli anni ’20 del secolo scorso; anche allora vi era la possibilità di un forte aumento di redditi (stimato da Keynes nel 400%) e invece per vincoli politici è cresciuta la disoccupazione riducendo salari e benessere; oggi nuovamente il benessere collettivo potrebbe aumentare del 1.000%, ma i vincoli politici riducono redditi e libertà.
Senza fare nulla gli anni ’30 potrebbero evolvere come gli anni ’30 del secolo scorso portando dittature e guerre. Bisogna smettere di denunciare gli errori di politici, movimenti, partiti, istituzioni perché sono la conseguenza obbligata dello strumento istituzionale incapace a fronteggiare la complessità dell’attuale società; bisogna capire quindi il punto che non regge e le possibili soluzioni.
Nessuno possiede la verità, però credo di essermi mosso nella giusta direzione e, se altri seguiranno, una soluzione sarebbe forse possibile; quindi invito, chi condivide, a far circolare questo testo con la speranza che aiuti ad innescare la spinta al cambiamento.
Siamo arrivati a un bivio drammatico: da una parte la ripetizione degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, dall’altra una crescita di benessere e libertà maggiore di quelli ottenuti nella seconda metà del secolo scorso, ma solo dopo la guerra.
INDICE pag.
Capitolo I – L’attuale situazione di riferimento 3
La crisi politico/economica
Democrazia
Il benessere diffuso
Definizione e funzione della produzione
Conoscenza e meccanismi economici
Livello democratico e capacità produttiva
Capitolo II – I fase evoluzione tecnologica – Hardware – capitalismo e democrazia
Inizio evoluzione 15
Scontro produttore-consumatore
Capitalismo ed equità distributiva
Vincoli del capitalismo
Meccanismi condizionanti
Capitolo III – La democrazia borghese nella I e II fase evolutiva – limiti e possibilità
Democrazia borghese e struttura istituzionale 30
Evoluzione della democrazia
Cambiamenti
La democrazia negata
Coronavirus
Capitolo IV – Evoluzione elettronica – software – società post borghese 52
Necessità evolutiva
Difficoltà del cambiamento
I Soviet
Andare oltre
Ipotesi di soluzioni
CAPITOLO I – L’ATTUALE SITUAZIONE DI RIFERIMENTO
La crisi politico/economica. La crisi che stiamo vivendo evidenzia sempre di più la sua natura politica, mentre l’inefficienza economica ne rappresenta solo uno dei modi di manifestarsi: qualcosa si è rotto nel nostro modello democratico non più capace di assolvere alle sue funzioni. Nella seconda metà del secolo scorso, quando costruivamo l’attuale democrazia non solo cresceva l’economia capitalista ma anche parallelamente crescevano libertà, diritti e uguaglianza sociale arrivando a livelli mai raggiunti prima.
Le democrazie divenute vincenti selezionavano gli uomini migliori e si imponevano progressivamente in tutti i paesi avanzati come Europa, Nord America, Giappone e Australia; negli stessi paesi stanno oggi diventando perdenti con logiche assurde per quanto riguarda la scelta degli uomini e delle politiche: basta pensare alla Brexit, a Trump, al Governo italiano, nonché all’affermarsi più o meno larvato di logiche dittatoriali. I regimi autoritari appaiono spesso vincenti: le politiche del Mediterraneo Orientale relative alla Libia, al genocidio dei Curdi, alla Siria, ecc. vengono decise da soggetti quali Putin, Erdogan, Assad, dittatori di paesi che dispongono globalmente di un Pil (e di armi) inferiori a quelli dell’Italia e/o della Germania.
La rottura del precedente equilibrio non può essere attribuita all’incapacità dell’autogestione dei popoli ingannati dalle false promesse di politici inadeguati: sia perché questo nega il concetto stesso di democrazia, nucleo fondante della nostra civiltà, sia perché, solo con riferimento a U.E. e USA, ancora 40 anni fa il dibattito pubblico era incentrato su democrazia, libertà, diritti. Kennedy davanti al muro di Berlino dichiarava “io sono berlinese”, i nostri leader anticipavano il futuro mentre le democrazie vincenti sostituivano progressivamente i regimi dittatoriali.
Non è concepibile che gli stessi popoli oggi, attraverso libere elezioni, esprimano tendenze opposte: scelgono uomini incapaci, bugiardi che fanno riferimento alla parte peggiore di noi, mentre i (rari) politici capaci non svolgono un’azione incisiva. La vera ragione sta nell’inadeguatezza del nostro impianto democratico scaduto a tali livelli che alcuni uomini “di sinistra” arrivano a teorizzare la superiorità della Cina sugli Usa grazie al regime autoritario, meritocratico ed efficiente. Non dimentichiamo che anche negli anni ’20 del secolo scorso, nuovamente per un condizionamento politico venivano votati Mussolini e Hitler.
Non ha senso scaricare sul meccanismo capitalistico, secondo un radicato pregiudizio, la mancata crescita economica e l’accentuarsi delle disuguaglianze: il capitalismo infatti è solo il luogo del manifestarsi di queste disfunzioni, mentre i fattori di crisi si originano a livello politico a causa della rottura del meccanismo istituzionale. Nella seconda metà del secolo scorso infatti negli stessi regimi capitalistici si riducevano le diseguaglianze ed anzi, anche se poco evidenziato, si era formato un binomio vincente democrazia/capitalismo per cui le democrazie si realizzavano solo nei regimi capitalistici (tutte le soluzioni alternative fallivano) e il capitalismo avanzato, solo nei regimi democratici.
Non ha legittimazione economica neppure la tesi che la riduzione della potenziale ricchezza impone sacrifici e riduce redditi e diritti: è vero esattamente il contrario, come può evidenziare il salto tecnologico degli ultimi 50 anni, connesso all’elettronica. Senza scomodare la “Ricchezza delle Nazioni” di Adamo Smith è facile rilevare che la prosperità di un Paese deriva dalla sua capacità produttiva e l’aumento di produttività connesso all’introduzione dell’elettronica nel ciclo produttivo (come ciascuno può constatare nella propria vita quotidiana) è almeno pari a quello realizzato nei secoli precedenti con l’utilizzo della meccanizzazione e del motore.
Non è quindi azzardato sostenere che nei nostri paesi il divario tra l’attuale tenore di vita e quello possibile, dovrebbe essere almeno uguale a quello verificatasi fra la fine del ‘800 e la fine del ‘900. Questo sottolinea l’assurdità della situazione e il margine di miglioramento economico/sociale oggi possibile e necessario. Purtroppo il primus politico confonde anche le analisi degli economisti che non hanno previsto l’attuale crisi, né finora identificato soluzioni idonee a superarla; situazione analoga a quella del ’29, quando la crisi, non prevista e non risolta, poté essere superata solo dopo la seconda guerra mondiale grazie alla caduta dei vincoli politici.
Anche allora eravamo in presenza di una forte evoluzione tecnologica capace di far crescere produzione e benessere: nel ’28 Keynes aveva previsto un possibile aumento del reddito (Pil) del 400%. Viceversa l’economia non è cresciuta, si sono ridotti redditi, libertà e occupazione, alimentando la spinta dittatoriale, nata anche allora sull’onda di un successo elettorale. Solo dopo la guerra, sulle macerie delle città europee, la caduta dei vincoli politici ha permesso alle società avanzate quali l’Europa e il Nord America di aumentare benessere collettivo, libertà e diritti, fino a livelli mai raggiunti prima. Le democrazie hanno così vinto e sconfitto progressivamente le varie dittature dei paesi europei.
Diventa necessario quindi mettere a fuoco i meccanismi condizionanti che legano economia e democrazia, affacciandoci a un campo difficile, di competenza specifica degli economisti; però l’interdipendenza dei numerosi settori coinvolti può legittimare la mia presunzione di voler partecipare al dibattito come imprenditore, pur non essendo un economista. Un imprenditore ha una minore conoscenza specifica ma grazie a una consolidata esperienza di un punto di sintesi del processo produttivo può cogliere con più facilità interdipendenze e condizionamenti dei diversi settori: nel mio caso particolare, gli oltre cinquant’anni passati al “Università del porto di Genova” mi hanno permesso di sperimentare e patire con 50 anni di anticipo l’incapacità della struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo e le molte disfunzioni rilevabili oggi a livello generale nei meccanismi economici.
Gli economisti dovranno essere indulgenti con le mie inevitabili inesattezze, nonché con l’esposizione di punti forse acquisiti e banali; a mia giustificazione posso ricordare che parliamo di una disfunzione politica, settore nel quale non conta tanto ciò che si pensa nelle segrete stanze del sapere, ma ciò che viene recepito dall’opinione pubblica che, come diceva Keynes, è spesso schiava di un economista defunto. Ciò che mi appresto a scrivere sarà forse approssimato e scontato ma spero possa servire a smantellare, con il linguaggio più comprensibile di un non addetto ai lavori, i preconcetti legati al passato che pesantemente condizionano la nostra conoscenza collettiva e le conseguenti scelte politiche.
Democrazia. Bisogna quindi partire dall’idea stessa di democrazia, principio che ancora mezzo secolo fa era la stella polare di qualsiasi ragionamento, mentre oggi ha perso parte del suo smalto. La realtà al solito è l’opposto di quello che appare, infatti il cambiamento degli ultimi anni ha resa l’istituzione democratica molto più attuale ma ha evidenziato la sua incapacità di assolvere al proprio compito. Proprio il suo inadeguato funzionamento produce le disfunzioni esistenti; questo però non legittima la possibilità di farne a meno, quanto sottolinea l’urgenza del suo adeguamento per renderla idonea ai nuovi maggiori compiti.
Prima di iniziare sarà bene ricordare come la nostra lettura della realtà e il linguaggio utilizzato è condizionato da precedenti teorie, spesso consone allo specifico momento storico e ai condizionamenti del suo sistema produttivo. La velocità dell’evoluzione tecnologica/produttiva degli ultimi 50 anni, realizzando un cambiamento analogo a quello dei 5 secoli precedenti, ha imposto una tale modifica nei criteri interpretativi che difficilmente l’opinione pubblica riesce a seguirla. Ne consegue che utilizziamo spesso gli stessi nomi e concetti dandogli un significato diverso; cercheremo quindi precisare di volta in volta cosa intendiamo per i nomi e i concetti utilizzati
Partiamo quindi da cosa significa un regime democratico, quali gli obbiettivi da raggiungere e la ragione della sua irrinunciabilità. Democrazia significa, o dovrebbe significare, che i cittadini partecipano in maniera paritetica alla gestione della struttura pubblica, all’uso delle risorse e sono coinvolti nelle scelte che ne determinano l’utilizzo e condizionano il loro futuro. Quindi le risorse economiche, compreso i mezzi di produzione, devono essere al servizio della collettività.
Precisiamo subito che non si fa riferimento all’istanza marxista della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, che rappresenta uno dei principali equivoci ideologici. Infatti il problema non è se i mezzi di produzione, come le altre risorse economiche, debbano essere al servizio della collettività, punto irrinunciabile della logica democratica, ma come questo sia effettivamente possibile. Proprio la rottura fra questo irrinunciabile principio e gli strumenti utilizzati per raggiungerlo, ha prodotto i fallimenti di tutte le rivoluzioni degli ultimi secoli e la crisi di questo momento storico. Per raggiungere tale obbiettivo non bastano infatti le dichiarazioni di principio, ma bisogna disporre di uno strumento che lo renda praticamente raggiungibile. In nome del popolo si sono perpetrati i peggiori crimini e anche oggi si legittima una pura lotta di potere paralizzante e drammatica.
Quando ci riferiamo ai mezzi di produzione e alle altre risorse economiche non parliamo infatti di proprietà ma di disponibilità e la differenza, lungi da essere un cavillo lessicale, è il nucleo del principale equivoco che ha condizionato lo scontro politico di oltre un secolo. Se facciamo riferimento a beni individuale, fruiti dal singolo in autonomia, quali casa, frigorifero, automobile, ecc., possedere e fruire sono (quasi) sinonimi, perché la proprietà ne garantisce la (quasi) libera fruizione. Diverso è il caso di un bene di uso collettivo quale una strada, una scuola, una fabbrica, specie se chi ne fruisce non è un singolo ma una collettività; in questo caso la disponibilità della specifica risorsa deriva al singolo non dalla proprietà, ma dai meccanismi che ne determinano la modalità di fruizione.
La costruzione di un meccanismo di fruizione è la sfida attuale, perché è la parte che manca nel nostro meccanismo istituzionale e rappresenta un problema in passato marginale, ma oggi condizionante e oggettivamente di non facile soluzione. L’esame che segue è finalizzato a identificare cosa manca e perché, in quanto propedeutico per una possibile via d’uscita. Dobbiamo però preventivamente superare due condizionamenti culturali che impediscono una corretta lettura della realtà e quindi esaminare due strumenti comunemente considerati il nucleo della partecipazione democratica e dell’equità distributiva, che determinano i pesanti limiti denunziati: il primo è la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, il secondo sono le elezioni a suffragio universale.
La proprietà pubblica dei mezzi di produzione, per un secolo ha condizionato il dibattito politico ed oggettivamente poteva sembrare la soluzione alla diseguaglianza economica perché eliminava il “padrone”, sostituendolo con la collettività a cui apparteneva tutta la struttura produttiva. Ci è voluto più di un secolo per rendersi conto che il potere attribuito alla collettività era solo formale e non reale per cui, come ci ha insegnato la storia, la collettività è stata difesa meglio nei paesi capitalistici dalla concorrenza, potere decisamente meno nobile ma reale.
Analogamente le elezioni, quando finalmente il suffragio universale a inizio Novecento ha attribuito un voto a testa, sembravano l’espressione di un potere paritetico, che poteva rappresentare il massimo ipotizzabile di democrazia ed equità distributiva. Tale effettivamente sono state nella seconda metà del secolo scorso, permettendo di raggiungere un elevato livello di benessere collettivo e libertà. Però, verso la fine del secolo, hanno raggiunto l’apice della loro funzione e da quel momento sono risultate prive degli strumenti necessari nella società moderna e si sono trasformate in un potere soltanto formale, senza contenuto reale. Questa è l’origine dell’attuale caos mondiale per cui la ricerca di qualsiasi ipotesi di soluzione richiede di rispondere perché e come questo è avvenuto.
Il benessere diffuso: Esaminiamo quindi quali sono gli obbiettivi di una società democratica e quali mezzi sono idonei a raggiungerli; l’obbiettivo dovrebbe prevedere sia il massimo utilizzo delle risorse disponibili per aumentare la capacità produttiva, che la riduzione delle diseguaglianze per aumentare il benessere diffuso congiunto alla garanzia a tutti di alcuni diritti irrinunciabili. Solo esaminando la complessità produttiva si possono evidenziare i vincoli comportamentali e superare le diffuse semplificazioni che danno una lettura della realtà spesso distorta.
Esistono infatti due momenti dell’intero meccanismo economico: il primo produttivo e il secondo distributivo: il primo determina la capacità produttiva cioè la dimensione della torta, il secondo la grandezza delle singole fette: se l’inefficienza produttiva riduce la sua dimensione rimane poco da dividere, ma se le fette le fanno liberamente i più forti gli altri hanno solo le briciole. In passato era prevalente la scarsità di risorse; oggi, all’attuale livello tecnologico, le risorse sono potenzialmente illimitate e quindi, in un sistema democratico, il benessere diffuso è fortemente determinato dalla coerenza organizzativa del sistema economico/sociale.
Incontriamo quindi una prima dualità condizionante: logica produttiva (privata e pubblica) finalizzata alla massima efficienza e caratterizzata da meritocrazia, selezione e gerarchia; logica distributiva (solo pubblica) finalizzata invece alla massima equità nella ripartizione delle risorse inclusiva ed egualitaria. L’obbiettivo dell’equità distributiva è necessariamente pubblico perché la produzione capitalistica, essendo solo un mezzo tecnico, mantiene inevitabilmente, anche a livello distributivo, gli stessi criteri meritocratici utilizzati per produrre. Le due logiche pur contrapposte si integrano a vicenda perché, pur seguendo obbiettivi opposti, sono finalizzate a raggiungere un risultato comune: il benessere collettivo.
Anticipiamo, come meglio vedremo in seguito, che questa dualità comportamentale deriva dall’istanza democratica che sottrae, o si ripromettere di sottrarre, la logica distributiva all’arbitrio di chi gestisce il potere; precedentemente infatti la produzione doveva soddisfare le necessità dei soggetti al potere e alla collettività indifesa rimaneva il minimo indispensabile per sopravvivere e continuare a lavorare; questa era la situazione del contadino medievale e del proletario del ‘800. L’organizzazione della democrazia si pone l’obbiettivo di superare tale situazione oggi inaccettabile, non solo sotto il profilo morale ma anche economico, perché incompatibile con le necessità produttive dell’attuale livello tecnologico; come dovrebbe insegnarci la crisi odierna iniziata negli anni ’90.
L’esempio più emblematico della dualità di obbiettivi può essere rappresentato dalla sanità di un paese democratico: la parte produttiva (pubblica e privata) deve massimizzare sia le risorse dedicate sia la selezione del migliore personale sanitario, attrezzature all’avanguardia, organizzazione efficiente; la logica distributiva impone invece che il servizio sia offerto con un criterio ugualitario grazie al quale sia garantito a tutti e gratuito. Se facciamo, come spesso facciamo, confusione fra i due momenti non otteniamo né l’aumento di benessere né l’equità distributiva.
La sanità rappresenta un punto estremo della dialettica fra le due logiche ma discorso analogo vale per l’istruzione e per i vari servizi che sono, o dovrebbero essere, forniti gratuitamente: la vivibilità urbana, la sicurezza sociale, ecc. Il discorso a ben vedere è più generale perché può applicarsi all’ottimizzazione di qualsiasi produzione; anche a una fabbrica di bulloni (settore meno emblematico), perché l’interdipendenza dei fattori produttivi, porta comunque ad aumentare il benessere collettivo. La crescita della democrazia implica la crescita di entrambi gli elementi della dualità comportamentale.
L’obbiettivo quindi di aumentare il benessere diffuso impone di massimizzare sia la produzione che l’equità distributiva. Affrontiamo i due problemi separatamente, esaminando prima i comportamenti e le politiche che possono aumentare la produzione. Questa analisi richiede preliminarmente di superare altri pregiudizi, culturalmente stratificati, conseguenza dell’attuale evoluzione economica/sociale troppo rapida, che ostacolano la comprensione, perché come ironizzava Keynes “che l’uomo pratico che si sente libero di preconcetti ideologi, in verità è schiavo di qualche economista defunto”
Incominciamo a definire cosa intendiamo per produzione, precisando che, consideriamo tale qualsiasi attività svolta per soddisfare le necessità umane, che derivi dalla capacità evolutiva dell’uomo. Quindi praticamente tutto, salvo le funzioni tradizionali che abbiamo in comune con gli animali, quale bere, mangiare, camminare, ecc. Tutte le altre attività, quale sciare o fare il pane, sono espressione della capacità evolutiva dell’uomo e sottostanno a logiche comuni e la loro evoluzione ha caratterizzano il nostro livello produttivo/conoscitivo. Infatti per identificare i vari periodi storici facciamo riferimento al livello produttivo raggiunto; siamo passati dai raccoglitori, agli agricoltori, dall’età della pietra, del bronzo del ferro via via fino ai giorni nostri.
Tutti i vari periodi evidenziavano un diverso livello produttivo/conoscitivo a causa del meccanismo interdipendente di conoscenza/produzione. Gli ultimi 5 secoli, a partire dal ‘500, potremmo definirli il periodo della produzione industriale (meccanizzazione e motore) mentre solo gli ultimi 50 anni quello dell’elettronica. Ogni ciclo storico ha avuto un’organizzazione sociale coerente al suo livello produttivo e la crisi attuale deriva proprio dalla necessità di passare in tempi troppo brevi dalla logica della società meccanica a quella elettronica.
Definizione e funzione della produzione. La precisazione del concetto di produzione è indispensabile perché è il settore dove massima è la confusione e si tende a sottovalutare che non solo è determinante per l’equilibrio sociale ma la sua ottimizzazione rappresenta il nucleo del meccanismo conoscitivo che sostiene la nostra società. Le cause di questa errata valutazione sono molteplici, si integrano e sostengono a vicenda per cui le esamineremo singolarmente in quanto gli attuali problemi produttivi non sono risolvibile senza aver precedentemente capito le ragioni e i vincoli che li determinano.
La prima ragione è ideologica e risale alla sempre presente teoria marxista: infatti Marx considerava le condizioni e le remunerazioni del lavoratore/proletario il principale, se non l’unico, obbiettivo della lotta di classe; era scarsamente interessato a cosa veniva prodotto perché considerato “la farina del diavolo” che serviva solo al “padrone” cioè alla borghesia il nemico da combattere. La posizione di Marx storicamente non era sbagliata, l’errore nasce dal mantenere oggi la stessa posizione in una realtà totalmente cambiata. Allora infatti la produzione, specie industriale era non solo destinata per un 90% alle necessità della borghesia, case, ville, carrozze, arredi, abiti e cibo; ma molto spesso peggiorava anche la condizione del proletariato. Infatti la meccanizzazione – telai meccanici, macchine agricole, ecc. – per tutto l’Ottocento a produzione costante, ha principalmente aumentato la disoccupazione e la miseria del proletariato.
La situazione è drasticamente cambiata solo nella seconda metà del ‘900, quando il suffragio universale, ha allargato all’intera collettività, compreso il proletariato, i diritti della democrazia ed ha innestato finalmente la crescita dei salari necessaria per aumentare domanda globale e produzione. È nata allora la società “opulenta” in cui il benessere della collettività è condizionato dalla capacità del sistema economico. Solo dal quel momento però per l’intera collettività, la capacità produttiva è diventata determinante per il benessere collettivo; si spiega così perché la comune lettura della realtà sia legata alla logica precedente e stenti ad adeguarsi alla nuova situazione.
Si aggiunga che normalmente parlando di produzione si fa riferimento a solo quella capitalistica relativa a frigoriferi, televisori e altri analoghi. Invece la produzione fa capo a due settori distinti: quello soggetto al controllo della concorrenza e come tale gestibile dal capitalismo privato; quello privo di tale controllo e quindi necessariamente di gestione pubblica. Il primo funziona ed è caratterizzato da un surplus produttivo, mentre l’inadeguatezza del secondo rappresenta un vincolo produttivo che impedisce evoluzione e crescita. Invece parlando di produzione ci si riferisce prevalentemente al settore privato perché più appariscente e non a quello pubblico per la stessa difficoltà di identificarlo e valutarne l’inadeguatezza; ma questo è proprio la causa della crisi e per uscirne bisogna rovesciare il ruolo delle due parti.
Infatti la produzione capitalista, spesso sovrabbondante e commercialmente aggressiva ed invadente, non rappresenta la totalità produttiva ma solo la parte che in prospettiva è destinata a essere non strategica e minoritaria. In questo campo l’aumento di produzione è auspicabile solo per permettere di fruire dei beni prodotti anche a coloro che oggi ne sono esclusi a causa delle diseguaglianze sociali. Fondamentale invece è il settore pubblico, che sarà al centro della nostra analisi sulla democrazia, perché funziona in modo inadeguato e non potendo utilizzare il controllo della concorrenza, non può essere delegato al capitalismo privato. Esso oltre alla tradizionale sfera dei diritti, viene oggi sempre più coinvolto nella gestione del territorio con tutta la complessa organizzazione che ne deriva e riguarda abitabilità urbana, equilibrio ecologico, garanzie sanitarie e sociali, servizi necessari e tutto quanto condiziona il vivere civile, tutte istanze da soddisfare, cioè necessità della collettività che richiedono capacità e meccanismi specifici.
Esse costituiscono la parte produttiva più complessa e strategica che condiziona la produzione globale, il controllo e regolamentazione del capitalismo, il benessere reale e la qualità della vita. Vedremo come la struttura pubblica, priva degli strumenti necessari per adempiere a questo compito, genera tutte le presenti disfunzioni. La tanto denunciata incapacità degli uomini della struttura pubblica non è infatti la causa ma solo la conseguenza della crisi attuale e deriva da una selezione negativa e da un loro errato utilizzo: fenomeni tipici di qualsiasi inefficienza organizzativa.
Parlando di aumento di produzione ci riferiamo pertanto al secondo settore (gestione pubblica) che è il punto carente del sistema. La precisazione si impone per non spaventare il lettore affermando che è necessario/possibile aumentare di 10 volte (+1.000%) la produzione; non si pensa infatti a decuplicare telefonini e televisori, quanto produrre quei beni e servizi dalla cui mancanza nascono tutte le quotidiane disfunzioni economico/sociali.
I preconcetti sull’utilità della produzione ne originano molti altri; il primo è l’ipotesi della “decrescita felice” che è inaccettabile perché non solo è ingiusta socialmente verso chi ancora dispone di risorse insufficienti ma è anche tecnicamente impossibile. Infatti il nostro secolo è caratterizzato da una forte evoluzione tecnologica (l’elettronica) che fa crescere la produttività; se non cresce quindi la produzione esplode la disoccupazione. È la tragica esperienza, da non ripetere, del ‘800, caratterizzata da insufficiente crescita, che è stata per il proletariato peggio di una grande pestilenza.
Inoltre preso atto che l’obbiettivo è il benessere collettivo o tenore di vita, ne deriva che il lavoro non rappresenta più il nucleo condizionante, perché non è l’obbiettivo ma solo una necessità della produzione. I positivi risultati della seconda metà del secolo scorso sono il risultato dell’evoluzione tecnologica che ha permesso di aumentare la produzione con un minore impegno lavorativo. In quest’ottica non ha senso la paura del robot che toglie lavoro agli uomini, perché proprio dal robot può e deve derivare un aumento di benessere ottenuto con un minore impegno lavorativo.
È ovviamente necessario, come nella seconda metà del ‘900, un’azione della struttura pubblica (il vero elemento condizionante!), capace di sostenere la crescita per ricreare l’equilibrio economico al nuovo livello tecnologico. In questo caso infatti, come nella seconda metà del ‘900 (suffragio universale), l’aumento produttivo si trasforma in benessere; in caso contrario, come nell’Ottocento (solo borghesia al potere), al posto del benessere crescono disoccupazione e miseria. La perdita occupazionale non deriva però dall’evoluzione tecnologica, ma dalla mancata capacità o volontà pubblica di utilizzarne i vantaggi. Il diverso livello democratico condiziona il comportamento pubblico per cui, in presenza di un analogo aumento tecnologico, nell’800 (borghesia al potere) è cresciuta la disoccupazione, nella seconda metà del ‘900 (suffragio universale) è aumentato il benessere collettivo.
Conoscenza e meccanismi economici. Superata così la cultura anti produzione possiamo esaminare la sua reale funzione e gli elementi che la condizionano. Abbiamo visto che il livello produttivo determina le caratteristiche della società e identifica la sua lunga evoluzione storica; esiste infatti un’interdipendenza fra conoscenza e produzione, perché la conoscenza è figlia della produzione che a sua volta è determinata dalla conoscenza. Questo crea un circolo virtuoso che premia le società più avanzate in quanto la maggiore conoscenza permette un livello più elevato di produzione che si autoalimenta in un circolo virtuoso di miglioramento.
È facile rilevare infatti che il “fare” è il principale meccanismo conoscitivo della collettività: l’uomo medio conosce quello che fa e dal fare attinge la sua conoscenza. Il discorso vale per qualsiasi attività umana: fare il pane come sciare; per essere un panettiere bisogna fare il pane, come per essere sciatore sciare. Non si riesce a conoscere la logica del “fare” senza effettuare quella specifica attività. Le conoscenze meno legate al “fare”, quali quelle del filosofo, del matematico, del fisico teorico, del professore, oltre a non essere maggioritarie, si integrano comunque a quella portante del “fare”, che rimane l’elemento condizionante della collettività.
Però la conoscenza non nasce dal semplice “fare”, ma dalla sua ottimizzazione che è possibile solo disponendo di un meccanismo di controllo attraverso il quale valutare il livello raggiunto e i possibili miglioramenti. Il controllo per lo sciatore è costituito dalle leggi fisiche che sanciscono il risultato raggiunto; per il panettiere dalla qualità del pane prodotto. Senza il controllo si eseguono solo gesti ripetitivi e si produce poco e male, perdendo il meccanismo conoscitivo in quanto viene a mancare la possibilità di ottimizzare il “fare”. Se spacchiamo l’unità del ciclo, rompiamo il meccanismo di conoscenza; tornando all’esempio del “fare” il pane, se in una panetteria lavorano tre persone ma uno impasta, uno panifica e uno utilizza il pane e ciascuno ignora il lavoro degli altri e il risultato finale, la produzione sarà inadeguata e nessuno dei tre diventerà un panettiere: rimarranno solo uomini che eseguono gesti ripetitivi.
Ovviamente il singolo processo produttivo può coinvolgere più uomini ciascuno dei quali non coglie l’intero processo; è però sufficiente un punto di responsabilità che colga il risultato globale, distribuendo compiti e responsabilità ai vari centri di ottimizzazione, perché ognuno di loro parteciperà al processo conoscitivo. La conoscenza è inoltre un fatto collettivo, così non è necessario che tutti gestiscano un punto di ottimizzazione, ma è sufficiente che ne esista un numero sufficiente per sviluppare la conoscenza necessaria alla catena virtuosa produzione/conoscenza.
Dall’ottimizzazione produttiva deriva anche il meccanismo di selezione meritocratico che è tale solo se avviene “sul campo” sulla base dei risultati ottenuti. Anche per questo aspetto esistono i soliti preconcetti per cui molti, come spesso i sindacati, in nome dell’uguaglianza, combattono la gerarchia e i meccanismi selettivi. Questa posizione, dal fascino romantico, recepisce l’istanza democratica di ridurre le sperequazioni economiche, ma confonde la logica produttiva necessariamente meritocratica e selettiva con quella distributiva che in democrazia deve perseguire obbiettivi inclusivi e ugualitari; confondere i due piani porta a mancare entrambi gli obbiettivi. Senza gerarchia e meritocrazia non esiste produzione e cade l’intera catena di produzione/conoscenza, elemento portante della nostra civiltà.
Ovviamente la necessità coercitiva della gerarchia si riduce al crescere del livello di libertà offerta dall’evoluzione tecnologica (basta pensare alla violenza della disciplina sulle navi a vela ancora all’inizio dell’Ottocento) per cui la realtà futura permetterà una logica gerarchica più decentrata e partecipata. Nel mio ultimo libro ho infatti ipotizzato una gerarchia condivisa; ma la gerarchia è comunque necessaria in quanto necessario strumento di coordinamento.
Il meccanismo di controllo rappresenta quindi il principale strumento, non solo per migliorare la produzione (dello sciatore come del panettiere), ma soprattutto per determinare l’elemento portante della società che crea a caduta, ottimizzazione produttiva, conoscenza, crescita e livello evolutivo. Se il meccanismo di controllo è inadeguato si scardina l’intero sistema economico/sociale; da questo è derivato il fallimento di tutte le rivoluzioni mancate degli ultimi 2 secoli.
Si evidenzia così il principale problema da affrontare, cioè capire quali meccanismi di controllo sono solo formali e di conseguenza demagogici e negativi e quali invece sono reali; come operano e quali risultati possono produrre. Il controllo non deve essere delegato, come avviene oggi, allo stesso controllato, ma deve essere effettuato da chi fruisce della produzione perché è il solo titolato a giudicare se è idonea a soddisfare le proprie necessità; il potere di controllo inoltre deve essere allargato a tutti perché gli esclusi perdono diritti e libertà, come il contadino medievale o il proletario del ‘800.
Abbiamo visto che il problema è nuovo e diventa fondamentale negli ultimi secoli come conseguenza delle due forme organizzative integrate del capitalismo e della democrazia, entrambe caratterizzate da una dualità tra il produttore e l’utilizzatore della produzione. Nel capitalismo infatti, caratterizzato dalla produzione conto terzi, il produttore deve soddisfare le necessità della collettività che è esterna alla sua struttura organizzativa. Nella democrazia analogamente l’organizzazione pubblica deve soddisfare non le proprie necessità ma quelle della collettività. La disfunzione generale nasce dalla rottura del meccanismo di controllo.
In passato il problema era infatti marginale, perché le necessità da soddisfare erano quelle di chi deteneva il potere – re, principe, feudatario, dittatore -, quindi sapeva cosa voleva e poteva controllare come le sue necessità venivano soddisfatte; disponendo del binomio potere/conoscenza, poteva utilizzare la propria struttura gerarchica per controllare la catena produttiva, valutare i risultati, premiando e punendo di conseguenza. Dall’abbinata capitalismo/democrazia nasce la dualità fra i soggetti portatori di necessità e chi deve soddisfarle; la rottura del meccanismo di controllo nella struttura pubblica è la causa della crisi odierna che mette a rischio la nostra democrazia. Nel seguito cercheremo di esaminare logiche, limiti e possibilità dei vari meccanismi utilizzati sia dal capitalismo che dalla democrazia
Livello democratico e capacità produttiva. Queste premesse ci permettono di inserire in un contesto storico i rapporti vincolanti fra livello tecnologico, capacità produttiva, logica istituzionale, capitalismo ed evoluzione democratica. Non sarà evidentemente un’analisi storica ma solo l’evidenziare alcuni elementi relativi alla nostra specifica analisi; una semplificazione che forse può aiutare a capire i nostri problemi specifici.
La prima parte della storia umana in Occidente è caratterizzata da un lungo periodo che arriva oltre il 1.000 dopo Cristo, in cui la tecnologia rimane fondamentalmente invariata e dove la produzione agricola rappresenta il settore principale. Il potere deriva quindi dall’ampiezza e fertilità del territorio controllato e si struttura secondo la logica feudale. I contadini hanno diritti quasi inesistenti, le risorse di cui dispongono rappresentano il minimo necessario per garantirne la sopravvivenza.
L’ottimizzazione produttiva è molto spinta, sia perché si ripetono nei secoli gli stessi processi, sia perché, date le scarse risorse, è condizione essenziale per la sopravvivenza. L’ottimizzazione si sviluppa però all’interno dell’attività tradizionalmente svolta: nessuno ha l’interesse, né le conoscenze per innovare e uscire dal già collaudato modo produttivo. Per i signori feudali, principi o re, la produzione è al loro servizio e va bene com’è; se vogliono aumentare il potere ipotizzano guerre di conquista; i contadini sono privi di diritti e non hanno mezzi e preparazione per pensare a logiche diverse.
Questa realtà arriva fino al Quattrocento (XV secolo) e sono poco significativi i tentativi di far evolvere la struttura pubblica in senso democratico, allargando il numero degli aventi diritto. Potremmo ricordare le polis greche, parzialmente i Romani, i Comuni, le Repubbliche Marinare; a riprova però di quanto detto possiamo notare che sono comunque società in cui cade la centralità dell’agricoltura per dare spazio ad altre attività quali l’armamento, la finanza, l’inizio della manifattura, tutti embrioni di attività non feudali ma borghesi.
CAPITOLO II
I FASE EVOLUZIONE TECNOLOGICA – HARDWARE – CAPITALISMO E BORGHESIA
Inizio evoluzioni – Verso la metà del Quattrocento scatta l’evoluzione tecnologica e tutto incomincia a cambiare negli strumenti produttivi; usando un linguaggio moderno, potremmo chiamare questa prima fase, che finirà intorno alla fine del Novecento, l’evoluzione dell’hardware produttivo, cioè della rivoluzione industriale o produzione meccanica. L’elemento scatenante del fenomeno, grazie al quale passiamo dal medio evo ai tempi moderni, è una nuova logica produttiva che va sotto il nome di capitalismo.
Il capitalismo è stato però il nucleo di scontro, economico, sociale, culturale per oltre un secolo, per cui parlarne cercando di identificare pregi e difetti, significa muoversi su un campo minato e finire per scontentare tutti. Cercherei inizialmente di illustrare le sue caratteristiche tecniche rimandando alla fine l’elencazione dei tanti danni prodotti, così come delle sue enormi possibilità. Sappiamo che gli equivoci incominciano a livello linguistico, infatti già l’uso del termine “capitalismo” è fuorviante, perché la definizione esatta, che ne evidenzia la caratteristica fondamentale, è “produzione per conto di terzi di attività industriali, finanziarie, agricole e commerciali”. Il termine “capitalismo” deriva invece dalla logica marxista che divide il mondo fra padroni (i capitalisti) sfruttatori e i lavoratori sfruttati; infatti per la teoria del plus valore, lo sfruttamento consiste in una quota di salario “rubato” dal padrone al lavoratore: concetto da cui si legittima la lotta di classe per eliminare il padrone e costruire una società di uguali.
Esamineremo in seguito i limiti di questa visione semplificata comunque da essa deriva che lo sfruttamento e le disuguaglianze sono insiti nella logica capitalistica, di conseguenza chi la sostiene è necessariamente di destra e segue strade incompatibili con l’istanza democratica di eguaglianza. Questa diffusa convinzione confonde il mezzo tecnico della produzione capitalistica con l’uso politico che se ne è fatto, e tuttora se ne fa, e genera uno dei principali condizionamenti culturali che ostacola la comprensione della crisi attuale e della possibile soluzione.
Cerchiamo quindi di limitarci ad una semplice analisi tecnica dei meccanismi del capitalismo per capire come e se le disfunzioni storicamente rilevate sono conseguenza dei meccanismi stessi o della struttura politica allora al potere. Abbiamo già visto che l’importanza dei meccanismi di controllo della collettività/utente sul produttore insiti nella caratteristica del capitalismo e della democrazia, perché non esistevano, o erano marginali, nelle società precedenti in quanto la produzione era principalmente al servizio della struttura di potere che la gestiva; di conseguenza il gestore, conoscendo le proprie necessità, sapeva cosa produrre e poteva controllare l’ottimizzazione produttiva, in base ai risultati raggiunti, premiando e punendo di conseguenza.
Viceversa il capitalismo e la democrazia si basano su una dualità dialettica fra chi produce e la collettività che fruisce dei beni prodotti. La dialettica produttore-utente rende necessario che la collettività/utente disponga di un meccanismo idoneo a permetterle di trasmettere le proprie necessità, imporle al produttore, controllare che le soddisfi al meglio. Dall’efficienza di tale meccanismo deriva a caduta la catena virtuosa di ottimizzazione produttiva, conoscenza, benessere.
Il controllo viene effettuato nel capitalismo dalla concorrenza e nella democrazia dalle elezioni. Come vedremo l’attuale crisi deriva principalmente dall’incapacità delle elezioni di far fronte alle nuove necessità della società;, ma per il momento vediamo il controllo capitalistico, perché è quello che funziona meglio e quindi può servire, evidenziando le differenze, per ipotizzare possibili soluzioni. Vediamo quindi le funzioni a cui deve servire e il meccanismo con cui le svolge.
Deve permettere all’utente di esprimere le proprie necessità, imporre al produttore di soddisfarle e controllare il suo operato. Non deve però essere un semplice espressione di volontà come un sondaggio o entro certi limiti le elezioni, ma un atto reale che condiziona la catena organizzativa del produttore e ne determina l’ottimizzazione. Il produttore deve infatti disporre di grande libertà operativa avendo come unico condizionamento, salvo i vincoli comportamentali imposti dalla legge, l’imperativo categorico dei risultati.
L’utente non può valutare la strategia produttiva, interamente di competenza del produttore, che si alimenta di casualità e fantasia creativa. La forza del capitalismo con la produzione conto terzi nasce proprio da questa travolgente forza produttiva perché chiunque può realizzare un punto di ottimizzazione produttiva e la logica del conto terzi permette di raggiungere la soglia minima necessaria per trasformare l’intuizione del singolo in produzione.
Proprio dalla divisione tra utente e produttore è nata la grande spinta evolutiva che ha permesso il passaggio dal medio evo all’età moderna; si tratta infatti di un meccanismo aperto nel quale ciascuno liberamente può cogliere lo spazio di un nuovo centro di ottimizzazione: quello che oggi chiamiamo le start app. Se pensiamo alla rigidità di qualsiasi altra struttura organizzativa, specie oggi quella pubblica, capiamo la forza vincente prodotta dalla estrema duttilità ed elasticità del capitalismo.
L’utente invece si limita ad effettuare l’acquisto, atto concreto e non pura dichiarazione di interesse, con il quale però svolge due funzioni fondamentali: la prima dice al produttore cosa vuole affinché le proprie necessita possano essere soddisfatte; secondo impone che vengano soddisfatte e, scegliendo il produttore, determina l’ottimizzazione produttiva. Trasmette cioè le necessità e controlla operato e ottimizzazione non sulla base delle procedure ma dei risultati. Nasce da questo meccanismo organizzativo la catena gerarchica/conoscitiva, che seleziona e premia gli uomini e le strategie migliori e crea a caduta, l’ottimizzazione produttiva, la produttività, la conoscenza e l’evoluzione tecnologica; tutti elementi determinanti per il benessere economico, perché determinano il quantitativo prodotto cioè la dimensione della torta.
È facile rilevare che il meccanismo di ottimizzazione produttiva viene realizzato spontaneamente da qualsiasi soggetto con idee innovative e costituisce un sistema continuo che recepisce le necessità della collettività/utente e le trasforma in logiche di ottimizzazione. I punti di ottimizzazione si possono moltiplicare a dismisura perché tali sono tutti i nuclei produttivi, dal panettiere all’industria meccanica.
La concorrenza assolve tutte le funzioni necessarie, cioè trasmissione necessità, ottimizzazione produttiva e infine gestione del contrasto di interessi tra il produttore e la collettività utente. Infatti l’interesse di qualsiasi produttore è opposto a quello dell’utente o collettività/utente che deve soddisfare: contrasto domanda offerta. Il produttore ha infatti la convenienza a soddisfare principalmente le proprie necessità che contrastano con quelle della collettività, per cui il meccanismo di controllo deve poter imporre al produttore di adempiere al suo compito e controllarne l’operato; se questo non si verifica si ferma il processo produttivo.
Per chiarire e semplificare l’esame di questi complessi meccanismi del capitalismo partiamo dal più elementare degli esempi di produzione capitalistica e chiediamoci quali sono le condizioni perché il panettiere possa soddisfare la nostra necessità di pane, mettendoci a disposizione nel modo migliore le risorse economiche e i mezzi di produzione, cioè realizzando l’obbiettivo principale della democrazia; discorso analogo vale per qualsiasi altra attività produttiva che si voglia prendere in esame.
È necessario che il panettiere conosca in tempo reale le nostre necessità di pane perché i nostri gusti e bisogni sono volubili e in continuo cambiamento; in mancanza di questo il pane prodotto sarà per quantità e qualità non adeguato alle nostre necessità. Ma non basta, perché il panettiere ha la convenienza a soddisfare le proprie necessità e non quelle della collettività/utente (cioè gli acquirenti del pane) per cui è necessario un meccanismo coercitivo idoneo a far prevalere le seconde sulle prime. Questo meccanismo quindi deve permettere alla collettività/utente non solo di imporre le proprie necessità, ma anche di valutare il comportamento del produttore per premiare e selezionare il produttore più efficiente. In mancanza di controllo si paralizzano la produzione e l’ottimizzazione produttiva.
Tutte queste funzioni vengono svolte egregiamente dalla concorrenza che attraverso il mercato mette in rete in tempo reale le necessità di tutti gli utilizzatori mondiali, permettendo al panettiere di conoscere non solo la necessità di pane ma anche la disponibilità delle materie prime e dei macchinari necessari alla sua attività. La concorrenza quindi offre alla collettività un meccanismo di controllo e imposizione, fornendole la possibilità di eliminare i produttori non idonei ed esercita quindi un potere reale e continuo sul sistema produttivo.
Scontro produttore-consumatore- Abbiamo così rotto un tabù, evidenziando lo scontro fra produttore e consumatore come dialettica condizionante dell’evoluzione sociale e la concorrenza capitalistica come elemento principale (finora quasi unico) per far prevalere le necessità del consumatore, cioè della collettività utente, su quelle del produttore. La concorrenza infatti risulta finora lo strumento migliore per tutelare le necessità della collettività e mettere, limitatamente solo al processo produttivo, le risorse economiche e i mezzi di produzione al servizio della collettività. Ne consegue però che senza concorrenza il capitalismo non può operare, perché perde qualsiasi legittimità: il potere del produttore (padrone e/o lavoratore) prevale su quello della collettività che resta indifesa e priva di tutela. La dialettica marxista, focalizzata invece sul solo rapporto padrone-lavoratore, tiene conto soltanto della metà del ciclo economico, cioè il momento produttivo, ma non coglie la complessità del meccanismo.
La comprensione del fenomeno, che contrasta con l’interpretazione corrente, mi è stata imposta dall’esperienza dello scontro con la Compagnia Portuale del porto di Genova affrontato a partire dagli anni ’70. Avevo la necessità di far operare nel porto di Genova la prima nave porta container, ma dovevo combattere la diversa logica operativa della Compagnia Portuale; mi sono scontrato così con una gestione operaia di 8.000 uomini, aristocrazia operaia, autogestiti e senza “padrone”, forti di una lunga tradizione di autonomia e partecipazione democratica, che simboleggiava allora l’ipotesi più avanzata di una gestione di sinistra. Non era facile considerarsi di sinistra e combattere contro un’organizzazione di lavoratori, che era l’emblema stesso della sinistra; viceversa avevo la convinzione, per non dire la certezza, che difendevo gli interessi generali della collettività.
Con il tempo e con fatica ho capito che la Compagnia Portuale operava molto bene quando si trattava di soddisfare le proprie necessità, ma aveva un diverso atteggiamento verso le necessità “di terzi”, cioè quelle della Pianura Padana, perché operando in regime di monopolio naturale, senza il controllo del mercato, privilegiava le proprie necessità a scapito di quelle prioritarie della collettività utente del Nord Italia. Inoltre la mancanza di concorrenza le toglieva anche la possibilità di valutare le reali necessità della collettività/utente per cui anche volendo non sarebbe stata in grado di soddisfarle. È stato necessario scavalcare i vincoli della Compagnia Portuale con la legge di riforma 84/94, per adeguare il servizio portuale alle nuove necessità della collettività.
In seguito vedremo l’esperienza analoga dei Soviet che dovevano rappresentare nella Russia post-rivoluzionaria il meccanismo di potere alternativo all’impianto borghese basato sulle elezioni. I Soviet rispondevano perfettamente alla vincente ideologia marxista e la soluzione sembrava perfetta: eliminava il plus valore del padrone e dava il potere alle masse costituendo una catena gerarchico/conoscitiva che partendo dalla base creava il potere esecutivo. Avrebbe dovuto far nascere la tanto cercata società egualitaria; vedremo in seguito tutte le contradizioni che l’hanno reso impossibile.
L’elemento portante della fase evolutiva capitalistica è la borghesia, la nuova classe che grazie al capitalismo è arrivata al potere. Inutile chiedersi se il capitalismo è figlio della borghesia o viceversa, perché corrisponde alla domanda oziosa dell’uovo e della gallina: senza stabilire chi origina l’altro, resta il punto fermo che ciascuno dei due fenomeni dipende dall’altro e senza l’uno non potrebbe esistere l’altro. Entrambi son infatti caratterizzati da meccanismi dinamici e meritocratici, antitetici alla società feudale e tali da legittimare, in presenza di una buona organizzazione, la realizzazione dell’ascensore sociale, tanto caro al sogno americano.
Immaginare un capitalismo tradizionale non gestito dalla borghesia è quasi un ossimoro. Le caratteristiche di entrambe si compenetrano a vicenda e fanno nascere un’organizzazione abbastanza accentrata, ma in evoluzione ed articolata, che crea un potere più diffuso, rispetto a quello feudale, ma ugualmente circoscritto da cui deriva la dimensione numerica della borghesia valutata intorno al 3% della popolazione.
Cioè la logica produttiva è coerente con la divisione della popolazione caratterizza da un 3%, la borghesia, “pensante” addetta alla funzione di gestione e controllo, contro il 97%, la quasi totalità, il proletariato nel ruolo di esecutore impegnato in lavori fisici e massacranti con ridottissimi spazi per pensare. L’attuale logica produttiva, con la forte evoluzione tecnologia ha anche capovolto questi valori e i lavori del secondo tipo, cioè fisici e massacranti sono tutti potenzialmente superati, rimanendo solo sacche arretrate dovute all’inefficienza pubblica. Tutte le funzioni sono “pensanti” almeno potenzialmente per cui viene a cadere il presupposto numerico che ha legittimato l’abbinata capitalismo/borghesia.
Di conseguenza solo oggi nasce la possibilità odierna di andare oltre e per la prima volta non è più un sogno utopistico perché alla fine del ‘900 si è conclusa la fase evolutiva borghese dell’hardware per iniziare la seconda fase post borghese che, sempre utilizzando lo stesso linguaggio, potremmo definire del software, caratterizzata dal prevalere dell’elettronica, basata su numeri e logiche totalmente diverse; caduti così molti dei precedenti condizionamenti, diventano possibili e necessari prassi più avanzate di partecipazione collettiva e di diffusione del potere
Capitalismo ed equità distributiva: Esaminato il meccanismo capitalistico è necessario domandarsi se comunque sia compatibile con le istanze di massimizzare il benessere collettivo e l’equità sociale, insite nella logica democratica. Abbiamo visto che l’interagire attraverso il mercato di possibilità e necessità garantisce il controllo da cui nasce, ottimizzazione produttiva, conoscenza, sviluppo; l’abbinamento con una politica pubblica di equità distributiva, dovrebbe garantire la crescita del benessere collettivo, come è avvenuto nella seconda metà del secolo scorso.
Questo obbiettivo non contrasta con il meccanismo retributivo dell’imprenditore perché il controllo della concorrenza (mercato) porta il margine imprenditoriale ad attestarsi intorno al 2%-3% del valore del prodotto. Così a fronte di solo un 3%, l’imprenditore si dà carico di valutare le necessità della collettività, soddisfarle ottimizzando la produzione e pagare con il fallimento un possibile insuccesso. La struttura pubblica preleva più del 50% del Pil (cioè del prodotto), non produce quello che serve, non ottimizza ciò che fa e nessuno paga per gli errori commessi.
Nel margine imprenditoriale è compresa anche la fantasia creativa che ha prodotto il salto tecnologico degli ultimi secoli. È corretto quindi affermare, anche se rappresenta il principale elemento di rottura con il “politicamente corretto”, che il valore aggiunto dell’imprenditore è superiore al suo costo, cioè, rovesciando la logica marxista, il “padrone” non “ruba” ma “regala” il “plus valore” alla collettività. Questa lettura della realtà, che rompe con la logica tradizionale, diventa necessaria per superare i principali equivoci culturali.
Come esperienza personale posso ricordare che negli anni ’80 ho costituito una comune agricola alla ricerca di forme organizzative alternative; pensavo che l’autoproduzione, bypassando l’intermediazione capitalistica, permettesse risparmi di costi sui beni prodotti; ho dovuto rilevare la situazione opposta perché l’organizzazione capitalista rappresenta un valore aggiunto e non un costo; questa è una delle principali ragioni del suo successo e del benessere verificatosi alla fine del ‘900 nei paesi avanzati.
Ritorniamo così ai meccanismi di controllo offerti alla collettività; valutando quanto sono reali e quanto invece rimangono puramente formali, possiamo rilevare che la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, istanza nobile e apprezzata, comune a tutte le rivoluzioni del ‘900, vista come massima garanzia di controllo collettivo, offriva un semplice diritto formale, privo di contenuto reale per il proletariato. La concorrenza capitalistica invece, decisamente meno nobile e significativa, era però reale e poteva difendere in maniera più efficace i diritti alla collettività.
Dobbiamo quindi dedurre che Marx ha sbagliato tutto ed è sufficiente ritornare alla logica liberista del mercato per risolvere tutti i problemi? Assolutamente no, anzi un più attento esame ci conferma l’assoluta validità di quasi tutta la sua analisi e come la sua funzione storica è stata determinante per imporre l’evoluzione verso un maggior livello di democrazia, mentre oggi una corrente prevalente, anche di sinistra, che la contesta, porta a peggiore ulteriormente la crisi.
Marx infatti come tutti grandi pensatori parte da un’intuizione che permette una più corretta lettura della realtà, però come sempre avviene, specie nei casi molto innovativi, deve superare molte difficoltà; per prima cosa deve razionalizzare l’intuizione e far capire la sua nuova logica, oggettivamente complessa, superando i condizionamenti culturali della chiave interpretativa precedente. Le intuizioni inoltre non sono vendibili come tali e richiedono una preventiva contestazione delle precedenti teorie dominanti. In campo politico inoltre la collettività non discute di teorie economiche ma solo delle proprie impellenti necessità e di come meglio soddisfarle, per cui l’intuizione complessa deve trasformarsi in una spiegazione semplificata che si adegui alle necessità del momento storico.
La teoria economica del momento considerava l’intollerabile miseria (anche i bambini che lavorano in miniera) come un fatto naturale e inevitabile del sistema produttivo, alla stregua della grandine o siccità in agricoltura, per cui bisognava sopportarla e solo la beneficienza poteva lenire le sofferenze. Marx ha invece capito che le risorse si ripartiscono in funzione del livello di diritti delle parti, di conseguenza la miseria, lungi da essere un fatto naturale, derivava dalla mancanza di diritti del proletariato, rappresentante la stragrande maggioranza della collettività. Unica soluzione per ridurre questa inaccettabile disparità era la lotta di classe e la teoria del plus valore poteva rappresentare la facile spiegazione del fenomeno; è infatti molto comprensibile l’idea del “padrone” che ti ruba una parte del salario, specie nella realtà del momento, perfetta per confermare questa convinzione.
Tutto ineccepibile, c’era solo un errore logico: la borghesia deteneva il potere e stabiliva regole e diritti per difendere i propri privilegi, il “padrone” si limitava ad utilizzare tali diritti. Di conseguenza l’analisi marxista era storicamente corretta nella sostanza politica, ma fuorviante a livello economico; si confondeva il padrone con la borghesia al potere e il lavoratore con il proletariato senza diritti. Nella fase iniziale la differenza era poco influente perché i due ruoli si sovrapponevano; effettivamente la borghesia aveva tutti i diritti e il lavoratore era un proletario senza diritti. Rimaneva comunque l’errore di confondere un fatto politico, la distribuzione dei diritti, con un fatto economico, il livello delle remunerazioni che ne era solo la conseguenza.
Era allora anche corretto portare lo scontro a livello aziendale perché l’azienda era il luogo dove il proletariato operava e poteva organizzarsi; però il risultato era politico perché era il sistema paese, e non il padrone, a venire condizionato dai successi sindacali. La rivoluzione russa ha infatti eliminato il padrone ma, non aumentando i diritti politici, ha ridotto libertà, benessere e uguaglianza distributiva.
Possiamo ancora aggiungere che la semplificazione di tenere conto solo della dialettica padrone-lavoratore, trascurando l’altra metà del ciclo cioè l’utilizzo della produzione effettuata, a metà dell‘Ottocento cioè nella realtà studiata da Marx, non era falsante ma fotografava correttamente la situazione del proletariato. Infatti la borghesia era meno del 5% della popolazione ma, con da un forte divario di reddito pro capite rispetto a quello del proletariato, assorbiva più del 90% della produzione. D’altronde la produzione principale riguardava case, ville, arredamento, carrozze, cibo, vestiario, ecc. tutti beni principalmente utilizzati dai borghesi; inoltre non pochi prodotti quali macchine agricole e industriali, telai meccanici, trebbiatrici, trattori erano produzioni che, dati i vincoli di crescita economica imposti dalla politica borghese, aumentavano la disoccupazione dei proletari.
Era quindi allora corretto considerare la produzione come la “farina del diavolo” che serviva solo al “padrone” e non interessava al proletario. Solo la produzione di massa del secondo dopo guerra e la nascita della società opulenta, con il 50% della popolazione che fruiva del 50% delle risorse, ha trasformato la produzione nell’elemento portante del benessere collettivo. Quindi Marx aveva ragione, l’errata interpretazione nasce dall’utilizzare la sua diagnosi nella situazione successiva modificata proprio grazie al suo intervento.
È la normale conseguenza di tutti i cambiamenti radicali: quando grazie alla spinta evolutiva si è raggiunto l’obbiettivo, le idee e le organizzazioni che l’hanno generato sopravvivono e, forti del successo ottenuto, mantengono il potere nato dalla precedente logica senza prendere atto che proprio, grazie ai risultati raggiunti, sono necessari logiche e obbiettivi nuovi, diversi e spesso opposti. Tale è oggi in buona parte l’azione del sindacato e delle relative istanze di sinistra; sono state determinanti, come forza di rottura, per l’evoluzione sociale di buona parte del ’900, ma il loro utilizzo verso la fine del Novecento è diventato fuorviante.
Siamo così arrivati alle contraddizioni attuali, che risultano evidenti se guardiamo senza paraocchi la realtà: quando ad esempio nella sanità si privilegiano i diritti (privilegi) dei lavoratori su quelli della collettività/utente si difende il soggetto forte contro quello debole, perseguendo obbiettivi opposti a quelli dichiarati. Così quando, in difesa dell’occupazione, si legittimano attività improduttive, si scaricano sulla collettività costi ingiustificati. Con l’aggravante, come ho rilevato nel mio scontro con i lavoratori portuali, che normalmente non solo la prassi non è di sinistra ma la collettività, specie la fascia debole, subisce un danno ben maggiore dei privilegi acquisiti; spesso a fronte di un vantaggio di 10 per la categoria protetta, i costi della collettività indifesa possono superare 100, cioè 10 volte tanto, creando un generale impoverimento.
La difesa sindacale degli interessi (privilegi) dei dipendenti pubblici, effettuata in mancanza di una reale controparte, ha contribuito alla progressiva inefficienza della macchina pubblica, riducendo servizi e diritti precedentemente ottenuti, nucleo fondamentale delle conquiste della sinistra. Un danno incalcolabile che legittima il populismo e mina la credibilità della sinistra, costringendola a un ruolo politico marginale nonostante che ufficialmente difenda gli interessi della maggioranza della popolazione.
Un discorso analogo a quello fatto su Marx, vale per le teorie economiche di Keynes che oggi si vorrebbe continuare ad usare mentre sono diventate scarsamente utilizzabili a causa della mutata situazione economica. Keynes infatti contestava l’economia classica per la quale l’equilibrio del sistema economico veniva raggiunto automaticamente perché “l’offerta crea la propria domanda”, di conseguenza tutte le risorse economiche, mano d’opera compresa, potevano sempre essere integralmente utilizzate. La crisi del ’29, con una disoccupazione che coinvolgeva il 30% della popolazione, dimostrava chiaramente il contrario ma gli economisti, negando l’evidenza, affermavano che, nonostante gli infimi salari, non erano disoccupati ma lavoratori che non accettavano un salario allineato alla loro bassa produttività. Per confermare l’assunto hanno utilizzato le teorie agricole del rendimento decrescente, nonostante che la situazione agricola di riferimento fosse l’opposto rispetto alla realtà industriale, dello specifico momento storico, caratterizzata dalle economie di scala.
Keynes ha intuito che l’equilibrio economico non era automatico, ma doveva essere garantito dall’intervento dello Stato; per adeguarsi alla teoria classica dominante ne ha riconosciuto la validità, ma solo come caso particolare, cioè quello nel quale il risparmio fosse uguale all’investimento (la famosa linea a 45 gradi), per cui nella visione più generale da lui ipotizzata, era necessario un intervento pubblico per ricreare l’equilibrio economico. Keynes però, come spesso capita agli economisti, ha sottovaluto il condizionamento politico; infatti per la crescita della domanda globale necessaria allo sviluppo economico, bisogna far crescere i salari del proletariato che allora assorbivano solo il 10% della produzione; questo era impedito dagli interessi della borghesia ancora saldamente al potere.
Così la Teoria generale scritta nel ’36, solo dopo la guerra, superati i vincoli politici, è stata recepita dal mondo politico e ha contribuito al vertiginoso sviluppo produttivo del dopo guerra, portando i paesi democratici al benessere degli anni ’90. La teoria keynesiana, a dispetto dei vari tentativi, non è più risolutiva nella cambiata situazione odierna; allora infatti quasi il 90% della produzione, gestita dal capitalismo, aveva un surplus di capacità produttiva non utilizzata ed era quindi sufficiente un aumento di domanda per innestare lo sviluppo, come è avvenuto nel dopo guerra. Oggi il grosso della produzione fa capo alla struttura pubblica, non è gestito dal mercato, non ha surplus produttivo e rappresenta un tappo che limita la competitività e impedisce la crescita; non sono più sufficienti le politiche keynesiano di stimolo della domanda globale.
Vincoli del capitalismo – Preso atto che il capitalismo è solo un efficiente mezzo tecnico di ottimizzazione produttiva al servizio di chi detiene il potere, ne deriva che il giudizio morale deve riguardare non il meccanismo, ma l’uso che ne fa la struttura politica. È come l’acqua che può irrigare oppure allagare le città, ma il risultato non deriva dalle caratteristiche dell’acqua ma dall’uso che ne facciamo e dalle opere che realizziamo per raggiungere lo scopo. Analogamente se in una zona arida si realizza un acquedotto ma si riserva l’acqua solo a pochi, crescono le diseguaglianze, però la causa non è l’acquedotto, ma la logica di gestione che le determina. Contestare l’acquedotto, come fonte delle diseguaglianze, è la soluzione perdente perché si scontra con l’oggettiva necessità dell’opera e diventa la migliore garanzia del mantenimento dello status quo e delle conseguenti diseguaglianze; il solito invariato ricatto “vuoi l’acqua accetta le diseguaglianze”.
I regimi capitalistici si sono macchiati dei peggiori crimini ma la colpa non è del meccanismo produttivo ma dell’uso fatto da chi gestiva il potere politico. Tale constatazione non annulla certo, come abbiamo visto, le teorie marxiste sullo sfruttamento e la lotta di classe, evidenzia solo che lo scontro con il padrone è l’azione in cui si è materializzata la lotta, non ciò che determina il cambiamento: perché la battaglia vera è politica e il padrone è solo l’ufficiale pagatore, non il soggetto che decide quanto pagare. L’uso delle teorie marxiste fuori dal contesto originale ha spesso svolto il ruolo di indirizzare la rabbia degli esclusi su obbiettivi privi di significato strategico. Se il sistema paese non funziona, diritti e salari, come succede oggi, si riducono inevitabilmente; potrebbero crescere solo in caso contrario.
Per ritornare quindi a dire “qualcosa di sinistra” è necessario potenziare i meccanismi che determinano il benessere e l’equità distributiva; focalizzare cioè l’attenzione sulla struttura pubblica titolata a fissare le regole, farle rispettare e realizzare infrastrutture e servizi pubblici efficienti e parzialmente gratuiti. Oggi sono infatti l’istruzione, la sanità, i trasporti urbani, la città vivibile, la sicurezza, le garanzie sociali ecc., che rappresentano il nucleo dell’equità sociale, della qualità della vita e del reale tenore di vita. Vediamo quindi quali condizioni e limiti determino il positivo funzionamento del meccanismo capitalistico. Possiamo identificare due tipi di condizionamenti che potremmo chiamare tecnici i primi e politici i secondi.
Vincoli tecnici: tutto l’impianto per essere compatibile con l’obbiettivo delle istanze democratiche di massimizzare il benessere diffuso richiede:
La concorrenza: finalizzata a controllare il produttore e garantire che le risorse economiche e i mezzi di produzione siano messi al servizio della collettività. Questo impone sia l’esistenza di regole precise per garantire la parità di condizioni, sia una pluralità di operatori che possano garantirla. La necessità di regole e dell’arbitro che le fa rispettare, fanno entrambe capo alla mano pubblica e richiedono la sua efficienza, perché in mancanza (come oggi) si rompe l’equilibrio economico e il capitalismo si trasforma in pura violenza dove i più forti vincono e soddisfano le proprie necessità ignorando quelle della collettività/utente. Per quanto riguarda la pluralità di produttori in concorrenza dobbiamo constatare che in molti servizi al territorio, esiste un monopolio di fatto; se di conseguenza manca la concorrenza, cadono controllo, ottimizzazione, conoscenza, benessere collettivo; il capitalismo diventa imposizione di una minoranza sulla collettività, cioè il diritto di escutere una tassa senza alcun controllo.
Meccanismo di ottimizzazione: la forza del capitalismo consiste nel creare un’ottimizzazione capillare e puntiforme, che moltiplica l’efficienza ma ottimizza solo il singolo punto e non l’intero sistema; nella normalità della produzione di beni, non c’è contrasto fra i due momenti, cioè tra l’interesse specifico e quello generale, mentre tende a verificarsi quasi sempre quando ci riferiamo all’uso del territorio (attualmente il principale problema). Il singolo edile, anche se la sua azione condiziona negativamente la zona, ha l’obbiettivo del massimo sfruttamento costruttivo che produce non solo un danno generale, ma spesso danneggia anche lo specifico soggetto. Diventa quindi necessario per tutti l’intelligenza pubblica che ottimizzi l’insieme e controlli; i disastri urbanistici, sono materialmente realizzati dagli edili, ma rappresentano la conseguenza di inadeguati piani regolatori e mancanza di controllo.
Uso della mano d’opera – questa è una delle principali contraddizioni del capitalismo che in mancanza di controllo può auto distruggersi; infatti la mano d’opera svolge due funzioni contrapposte: da una parte per il singolo imprenditore costituisce un costo produttivo da ottimizzare e ridurre, dall’altra parte invece a livello del sistema economico rappresenta la domanda globale, cioè l’obbiettivo della produzione e determina l’equilibrio del sistema. Se la libertà comportamentale porta a una generale riduzione dei salari, si riducono la domanda globale, nonché le economie di scala della produzione di serie, creando una crisi economica che si auto alimenta.
Questa dialettica senza un’efficiente mediazione pubblica può compromettere l’equilibrio del sistema, specie oggi in presenza di una forte evoluzione tecnologica. Infatti normalmente la produttività cresce più rapidamente della domanda globale e della produzione che segue con tempi più lunghi; si crea così un surplus di mano d’opera che in mancanza di vincoli, spinge a ridurre i salari ed aumentare la disoccupazione. Entrambi i fenomeni devono essere contrastati; il primo fissando salari minimi obbligatori perché il costo della mano d’opera non deve essere gestito dalla concorrenza ma stabilito dalla struttura pubblica in funzione dell’equilibrio generale, il secondo, come insegna Keynes, stimolando la domanda globale per raggiungere l’equilibrio economico.
In mancanza di un intervento pubblico il sistema si avvita su sé stesso collassando; così è successo con la crisi del ’29; il new deal in America ha cercato di contrastare questa situazione. In passato il salario è stato correttamente difeso dal sindacato perché il suo livello derivava dal riconoscimento dei diritti negati del proletariato; nel momento però che si realizza finalmente un sistema democratico la maggioranza della popolazione dovrebbe stabilisce la politica economica e quindi, superate le sterili discussioni odierne, identificare il costo della mano d’opera che rappresenta l’elemento strategico dell’equilibrio economico/sociale.
Vincoli politici – ben più condizionanti e causa principale della forte opposizione collettiva. È facile constatare, come già evidenziato, che il capitalismo era un potere reale ed esistente con solida capacità operativa, invece la struttura pubblica democratica doveva essere costruita per esistere. Inevitabile che il vuoto di potere, specie nella fase iniziale, venisse agevolmente occupato dai capitalisti che erano liberi di usare i meccanismi produttivi interamente a loro favore. L’attuale inefficienza pubblica sta ricreando la stessa situazione.
In particolare durante tutto l’Ottocento anche il potere politico era costituito dalla stessa borghesia e di conseguenza il binomio capitalismo/borghesia, ha potuto sfruttare una piena libertà operativa e, imponendosi sul territorio, è diventato un potere autonomo che, pur legittimato da un embrione di democrazia, non subiva grandi condizionamenti. Il risultato l’abbiamo visto, il capitalista “padrone” ha sostituito il vecchio feudatario comportandosi in maniera analoga verso i suoi “sudditi”: gli operai della fabbrica sostituivano i contadini del feudo.
In aggiunta, per la diversità dei meccanismi produttivi, il suo comportamento era spesso ancora peggiore: infatti il livello tecnologico costante del periodo feudale, limitava gli stravolgimenti economico/sociali. Inoltre la produzione era “in conto proprio” cioè formalmente al servizio di chi deteneva il potere – il Re Sole legittimamente dichiarava “lo Stato sono io”. Così ogni aumento di capacità produttiva, pur non aumentando il benessere dei sudditi, non riduceva salari e occupazione, lasciandoli invariati, perché veniva utilizzata per meglio soddisfare i bisogni o i capricci dei sovrani: si pensi alle grandi regge, come Versailles e Caserta costruite nel Seicento e Settecento. La situazione del suddito rimaneva misera ma fondamentalmente immutata in una struttura di garanzie misere ma costanti.
Nell’Ottocento invece la produzione “per conto terzi” gestita dalla borghesia era soggetta a un controllo reale rappresentato dalla concorrenza; veniva così limitava la quota del prodotto che il gestore (capitalista/borghese) poteva prelevare, di conseguenza per aumentare il proprio reddito avrebbe dovuto far aumentare la produzione; questo, come abbiamo visto, implicava però un aumento della domanda globale e del reddito del proletariato (maggiori salari), per cui era contrario agli interessi della borghesia. Senza la crescita della produzione (come è invece avvenuto solo nella seconda metà del Novecento), l’aumento di produttività faceva esplodere la disoccupazione; così per tutto l’Ottocento la forte evoluzione tecnologica non ha aumentato né produzione né benessere collettivo ma solo la disoccupazione che ha ulteriormente ridotto i già miseri salari e ha trasformato il proletario di fatto, quando non di diritto, da lavoratore a schiavo.
A fine Ottocento la situazione del proletariato in Europa era drammatica con fame, disperazione e massiccia emigrazione: in Italia si calcolano più di 20 milioni di emigrati cioè quasi il 50% della popolazione: una falcidia paragonabile alle grandi pesti del passato. La borghesia in contropartita ha goduto di un’irresponsabile epoca felice che è passata alla storia come “la belle époque”. Non bisogna infatti confondere la miseria dell’operario dell‘Ottocento con quella del contadino medievale, perché nel medio Evo la miseria era principalmente prodotta da mancanza di risorse e stravolgeva solo parzialmente il fragile equilibrio sociale. Nell’Ottocento nasceva invece da una forte crescita di risorse potenziali conseguenza dell’evoluzione tecnologica che non venivano utilizzare, stravolgendo anche qualsiasi equilibrio sociale esistente. Drammaticamente la stessa situazione sta ripetendosi oggi.
Il dramma di quel periodo, che è stato la culla della teoria marxista, pesa ancora sul sentire collettivo e certo non basta precisare che non è stata provocato dal capitalismo, semplice mezzo tecnico, ma dell’uso che ne hanno fatto le forze politiche allora al potere. Però attribuirne la colpa alla produzione capitalista sarebbe come accusare l’agricoltura delle violenze del sistema feudale. La distinzione oggi, forti della conferma degli anni ’90, si impone, perché per cercare una soluzione è necessario chiarire i meccanismi di responsabilità. Un’ampia parte della classe politica infatti utilizza proprio questi equivoci per spiegare la crisi attuale e, alimentando la caccia “all’untore”, nascondere i veri responsabili: cioè la classe politica stessa. Fino a quando responsabilizzeremo l’acqua per i danni delle inondazioni non costruiremo mai le opere necessarie ad evitarle.
Esistono poi altre ragioni storiche che giustificano di condanna. La lotta contro il padrone ha portato risultati positivi e questo sembrava confermare la tesi marxista e garantire che la stessa logica potesse continuare. Viceversa, come abbiamo visto, i risultati positivi derivavano dall’allargamento dei diritti del proletariato e gli aumenti sindacali erano il modo di manifestarsi di questa evoluzione sociale. L’azienda infatti era solo il luogo dello scontro, non quello in cui si determinavano i diritti e i vantaggi economici; le vittorie sindacali avevano scarse ripercussioni a livello aziendale perché il profitto imprenditoriale (la quota del padrone) è condizionato dal livello di concorrenza e non dalla pressione sindacale. La crescita del benessere derivava dall’aumento di diritti, di produttività e di domanda globale (funzione pubblica) che i cambiamenti politici e la pressione sindacale mettevano in moto.
Altro condizionamento culturale: come nuovamente ironizza Keynes “l’uomo comune si crede libero da preconcetti culturali in verità è schiavo di un economista defunto”; la nostra lettura della realtà si rifà, spesso inconsciamente, alla teoria marxista perché valida in passato ed in seguito accantonata ma non sostituita e rimasta unica chiave interpretativa disponibile.
Da non dimenticare in ultimo che questa teoria conviene, legittimandone i privilegi, agli strati sociali emergenti, cioè ai lavoratori non più proletari e ai borghesi non padroni; specie nella borghesia, fra manager, burocrati, professionisti, i “non padroni” sono la maggioranza e tutti possono così fruire di una “indulgenza plenaria”. Ricordo un grande professionista che mi precisava che “lui viveva del suo lavoro, mentre io, padrone, del lavoro degli altri”; si dimenticava che salvo il contadino medievale o Robinson Crusoé tutti vivono scambiando il proprio lavoro con lavoro altrui e la sua rata di scambio, che determinava la sua maggiore ricchezza, era molto migliore della mia.
La somma di questi equivoci accentua la frattura fra la chiave interpretativa e la prassi abituale; quando per esempio si affronta un’elezione, è generale la (legittima) convinzione, anche da parte delle forze di sinistra, che per vincere bisogna scartare i politici tradizionali e puntare su un rappresentante della “società civile”: cioè un professore, un professionista, un manager o un imprenditore, tutti alti responsabili del sistema capitalistico, soggetti ufficialmente finalizzati allo sfruttamento, ma chiamati dalla sinistra per combatterlo e difendere le collettività deboli.
Sintesi dei meccanismi condizionanti – In sintesi possiamo dire che il capitalismo è un efficiente meccanismo tecnico produttivo, ma può operare solo in determinati campi e comunque per svolgere la sua funzione necessita di una struttura pubblica che lo regolamenti e lo controlli. Possiamo paragonarlo al gioco del calcio, fatto di abilità, intelligenza, eleganza e coordinamento, ma che degenera in pura violenza se mancano le regole e l’arbitro. Quando degenera però non è colpa dei giocatori, ma della mancanza di regole.
Ho già citato lo scontro vissuto in prima persona con i portuali del porto di Genova che in forza dell’articolo 110 del Codice della Navigazione fruivano di privilegi, socialmente corretti in passato ma diventati anacronistici. Il comportamento dei portuali costituiva una disfunzione che danneggiava gli interessi prioritari dell’intera pianura Padana; però la colpa non era né dei portuali né della loro organizzazione, ma del legislatore che non aveva saputo adeguare la legislazione alle nuove necessità. Il problema si è infatti risolto solo quando questo è avvenuto.
Tutto conferma quindi che le attuali disfunzioni nascono dall’inadeguato funzionamento dello Stato, latitante e incapace, però ci riporta nuovamente al punto di partenza e ci impone la ricerca di un nuovo meccanismo di ottimizzazione idoneo alla gestione del territorio scarsamente gestibile dalla concorrenza e caratterizzato da difficoltà aggiuntive per la cui soluzione non disponiamo finora di strumenti idonei. Perdurando infatti la situazione attuale cade qualsiasi controllo della collettività sull’operato pubblico, sulla produzione, sia pubblica che privata mentre, nell’indifferenza generale, sono tutti autorizzati, quasi facilitati, a compiere ogni abuso, attribuito poi alla disfunzione capitalistica. In quest’ottica si devono leggere i salvataggi e i disastri ripetuti quali il crollo del ponte Morandi, il caso Ilva e quello Alitalia.
È inoltre inevitabile che il vuoto di potere venga riempito dall’organizzazione capitalistica, quando non dalla malavita, perché esiste, è accentrata, meritocratica e sa quello che vuole e manca di controparte in quanto tale non può essere considerata l’attuale struttura pubblica inefficiente e incapace. La finestra temporale che ha caratterizzato la seconda metà del ‘900 in cui democrazia e capitalismo si sono integrati aumentando libertà e benessere collettivo, si è chiusa verso la fine del ‘900: da allora la struttura pubblica non sa cosa vuole e non è comunque in grado di assolvere la parte di sua competenza, né controllare la parte capitalistica e, a causa della sua funzione strategica, compromette l’efficienza globale. L’abuso diventa inevitabile, mentre cade lo stimolo all’efficienza sostituito dal favoritismo e sotto governo in un intreccio perverso sempre più prossimo alla malavita.
È legittimo che la collettività cogliendo l’inaccettabilità della situazione, identifichi nel potere esistente, capitalismo e classe politica, la causa di tutti i soprusi subiti. Il distinguo quindi tra meccanismo tecnico e responsabilità politica si impone perché se l’automobile è rotta bisogna aggiustarla, non serve prendersela con il guidatore anche se ne ha lucrato; solo a riparazione effettuata potrà essere sostituito da un soggetto più idoneo.
Inoltre la sinistra per la teoria marxista del plus valore ha avuto come proprio nucleo le organizzazioni sindacali; questo era corretto in passato ma non più ora perché difendono principalmente il proprio potere continuando ad operare secondo la precedente logica non più attuale; sono infatti prassi “oggettivamente” di destra che mantengono lo status quo. La situazione Usa delle ultime elezioni è emblematica: l’operaio disagiato vota Trump (destra) e l’intellettuale benestante Biden (sinistra). Cresce così la confusione e diventa sempre più difficile distinguere fra destra e sinistra, che invece non possono essere la stessa cosa perché dovrebbe difendere gli interessi dei pochi la prima e della collettività la seconda.
Nella situazione attuale invece destra e sinistra si differenziano principalmente per le dichiarazioni di principio – “politicamente corrette” quelle di sinistra – le prassi di entrambe sono “oggettivamente” di destra, in difesa di chi detiene il potere, coprendo tutti i quotidiani abusi. Si legittima così il rifiuto populista, che (correttamente) contesta il sistema ma, privo di soluzioni alternative, perde la propria forza quando arriva al potere, confermando che la disorganizzazione è strutturale e non umana, di conseguenza i subentranti diventano uguali se non peggiori dei precedenti.
Per ritornare a dire “qualcosa di sinistra” è necessaria una radicale discontinuità della struttura pubblica che pur dovendo ancora essere messa a fuoco, certamente richiederà una catena gerarchica/conoscitiva che, ancorata al territorio, colleghi la base al vertice e permetta alla collettività di capire le proprie necessità, di esprimerle e di controllare che vengano soddisfatte al meglio. Questa è la sintesi del cambiamento necessario, perché negli ultimi 40 anni è esplosa la rivoluzione elettronica che ha decuplicato la potenzialità produttiva, ponendo le premesse per una società post-borghese e post-capitalistica (logiche abbinate) e ha così stravolto completamente, specie nel settore pubblico, le regole del gioco. Sarà quindi necessario andare oltre alla logica della borghesia capitalistica, per esaminare come integrare l’attuale meccanismo istituzionale, che non è più in grado di soddisfare le necessità della società e sta auto eliminandosi, compromettendo i suoi stessi spazi di sopravvivenza.
CAPITOLO III
LA DEMOCRAZIA BORGHESE NELLA PRIMA E SECONDA FASE EVOLUTIVA -LIMITI/POSSIBILITA’
Verso la fine del secolo scorso l’inserimento del computer nel ciclo produttivo ha prodotto la rivoluzione elettronica che ha sconvolto tutto, realizzando in meno di 50 anni un potenziale cambiamento e aumento di reddito analogo a quello prodotto negli ultimi 5 secoli dall’evoluzione tecnologica della rivoluzione industriale della meccanizzazione e del motore. Questo solo elemento evidenzia che un sistema democratico pensato in una società prevalentemente agricola quasi tre secoli prima difficilmente può reggere nella realtà moderna. Esaminiamo comunque come opera il nostro impianto istituzionale, se e quando ha assolto adeguatamente al suo ruolo, nonché le possibili ragioni del successo e dell’attuale crisi da cui scaturisce la situazione odierna.
Democrazia borghese e struttura istituzionale. Abbiamo chiamato borghese l’attuale democrazia per sottolineare che l’istanza di democrazia risale ai Greci e ha 2.500 anni di storia, mentre l’attuale forma istituzionale lungi da essere la Democrazia, è solo il suo manifestarsi storico degli ultimi due secoli, teorizzata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 per legittimare il potere della nascente e rivoluzionaria classe borghese. In Europa per un secolo a partire da metà ‘800, ha assolto il proprio ruolo innescando una notevole capacità di evoluzione tecnologica e sviluppo produttivo; era però al servizio della sola borghesia per cui ha penalizzato il proletariato e solo nella seconda metà del secolo scorso ha difeso effettivamente l’intera collettività.
Abbiamo visto come il capitalismo sia la contro faccia della borghesia, caratterizzati entrambi da elementi comune e come l’istanza democratica sia insita nella logica borghese, condizionando i vari livelli del suo manifestarsi storico. Partiamo quindi dall’abbinamento capitalismo/borghesia per valutare il conseguente impianto democratico, la sua forza propulsiva, i diversi risultati ottenuti, nonché i vincoli per cui per un secolo ha servito una minoranza e solo nell’ultimo mezzo secolo l’intera collettività. In quest’ultimo periodo, cioè la seconda metà del ‘900 rappresenta l’elemento vincente del processo economico/sociale, ma alla fine ha esaurito la sua spinta positiva a causa delle contraddizioni che ne paralizzavano l’operatività. Per andare oltre è necessario capire cosa le impedisce di assolvere alle nuove necessità della società.
La borghesia che utilizzava il meccanismo capitalistico, doveva sia liberarsi dalla rigidità territoriale del feudalesimo, sia legittimare il potere come espressione dal basso della collettività, in antitesi alle precedenti imposizioni dall’alto. La tripartizione dei poteri ha centrato brillantemente entrambi gli obbiettivi; ha rotto l’unità feudale dei singoli territori, garantendo la necessaria libertà di movimento, di iniziativa e di pensiero. Inoltre attraverso cariche elettive ha legittimato, con l’investitura dal basso, la società borghese nata dalla rivoluzione francese in nome di “égalité, fraternité e liberté”, in antitesi alla gerarchia feudale,. Emblematica è la formula che ha caratterizzato nel secolo di passaggio l’autorità pubblica in Italia, passata da “per grazia di Dio” a “per grazia di Dio e volontà della Nazione” per arrivare infine a “per volontà della Nazione”.
Il nucleo del funzionamento della nuova organizzazione sono le elezioni che consistono in consultazioni periodiche della società nelle quali esprimono il proprio indirizzo tutti i soggetti in quel momento titolari del diritto di voto. Si tratta di un rapporto periodico a scadenza prestabilita, ogni 3 – 5 anni, diretto base/vertice. All’interno dei votanti il voto è paritetico quindi garantisce a tutti un’uguaglianza di potere. È facile capire che tale meccanismo serve ed è effettivamente determinante per regolare i rapporti base/vertice, cioè di fatto per stabilire le regolamentazioni destinate a durare nel tempo e soggette a un lento adeguamento per le evoluzioni in corso.
In pratica il Potere Legislativo eletto dai votanti ne riconosce i diritti attraverso la legislazione, cioè Costituzione o leggi dello Stato, che si evolve gradualmente per adeguarsi alla diversa situazione economico/sociale dei votanti. Le elezioni hanno raggiunto brillantemente l’obbiettivo, perché i diritti sono un rapporto base/vertice, garantendo ai votanti un livello di libertà e diritti in precedenza neppure immaginabili.
Sulla base di questa logica è nata e si è sviluppata tutta l’organizzazione pubblica, con le proprie caratteristiche e limiti. Partiamo quindi identificandola: intendiamo per struttura pubblica tutta l’articolata organizzazione dei tre poteri, cioè magistratura, parlamento e governo nonché le organizzazioni e burocrazie che da essi derivano. Anche queste sono organizzazioni produttive che come il capitalismo sono finalizzate a soddisfare non le proprie necessità ma quelle della collettività/utente rappresentata dagli elettori; le elezioni svolgono quindi la funzione, come la concorrenza nel capitalismo, di cinghia di trasmissione fra le necessità della collettività e la struttura pubblica. Dovrebbero quindi segnalare e imporre agli eletti le proprie necessità nonché controllare che venga ottimizzata la catena produttiva finalizzata a soddisfarle, in modo che si innesti il circolo virtuoso, ottimizzazione produttiva, conoscenza, benessere, già illustrate per il meccanismo capitalistico; mancando il controllo crolla l’intera struttura.
Come abbiamo detto funziona per regolare i rapporti base/vertice, cioè le regolamentazioni che fissano i diritti destinati a durare nel tempo. In quel caso infatti l’elettore conosce i diritti negati che rivendica e quindi sa cosa vuole, può controllare l’azione dell’eletto ed ha la facoltà di revocare la propria fiducia alla prossima elezione. Così da metà dell’Ottocento in Europa la borghesia ha rivendicato e ottenuto i diritti che gli venivano negati dalla società feudale e nella seconda metà del ‘900 il proletariato quelli negati dal dominio borghese. Vedremo come le varie fasi hanno determinato l’evoluzione economico/sociale.
Le elezioni non hanno invece la possibilità di inserirsi nella realtà produttiva, gestendo un’attività di interventi continui sparsi sul territorio che necessita la possibilità di recepire le istanze quotidiane della collettività/utente, elaborarle, stabilire una strategia produttiva, rispondendo della loro ottimizzazione per raggiungere i risultati necessari. Per chiarire questo concetto possiamo fare riferimento al meccanismo capitalistico che è l’unico finora capace di realizzare una logica di ottimizzazione.
Il singolo membro della collettività esprime una necessità che traduce in un acquisto, ad esempio quello di un frigorifero; questo mette in moto un meccanismo produttivo finalizzato a soddisfare tale richiesta. Come abbiamo visto l’acquirente non elabora la strategia produttiva totalmente riservata al produttore, però mantiene un controllo sui risultati ottenuti e lo esercita con l’acquisto o meno dello specifico oggetto.
Il produttore è quindi completamente libero, salvo le regole comportamentali imposte dalla mano pubblica, ma attraverso la concorrenza subisce da parte dell’utente un rigido controllo sui risultati. Così nell’esempio del calcio, l’arbitro controlla la correttezza del gioco ma non la strategia dei singoli giocatori e della squadra che liberi decidono il proprio gioco, venendo valutati sui risultati ottenuti. In sintesi controlli comportamentali e di risultato effettuati da soggetti esterni al produttore, però totale libertà operativa con la responsabilità per i risultati finali.
Questi meccanismi, come vedremo, sono assenti nel nostro meccanismo istituzionale e rappresentano la ragione principale della crisi odierna. Bisogna però ricordare che il problema della gestione pubblica non solo era praticamente assente quando è stato ipotizzato il nostro impianto istituzionale, ma era anche contrario agli interessi della borghesia che l’aveva pensato per raggiungere il potere. L’obbiettivo infatti era ottenere i diritti allora negati alla borghesia e non quello di svolgere un’attività produttiva; infatti la borghesia, (legittimamente) considerava se stessa, grazie al capitalismo, la più titolata a tale attività e la sua legittimazione si basava proprio sull’elevata capacità produttiva che grazie al capitalismo aveva raggiunto.
Inoltre l’attività pubblica aveva come compito principale la gestione della forza, cioè ordine pubblico e guerra (sempre gestione dei diritti) e questo obbiettivo hanno raggiunto le elezioni. In aggiunta doveva realizzare alcune opere pubbliche come qualche infrastruttura che, salvo casi rari, rappresentavano un compito alquanto limitato se si pensa che in Europa l’estensione delle strade all’inizio del ‘800 non superava di molto quelle esistenti durante l’Impero Romano.
Ancora all’inizio del secolo scorso la struttura pubblica gestiva un 10% della produzione globale mentre l’altro 90% era controllato dalla concorrenza del sistema capitalistico. Il grande cambiamento avviene solo alla fine del secolo scorso ed è l’elemento che innesca la crisi odierna evidenziando il limite del nostro impianto istituzionale. Infatti nella seconda metà del ‘900 le due parti sono progressivamente diventate equivalenti e in prospettiva le percentuali si rovesceranno con un 70% pubblico e 30% del capitalismo privato. Questa realtà non era, e non poteva essere, neppure ipotizzata quando l’attuale impianto democratico è stato pensato.
Evoluzione della democrazia. Nella fase che inizia a metà dell’Ottocento, durata un secolo le elezioni dovevano legittimare e consolidare il potere borghese, infatti il limitato diritto di volto riguardava solo i membri della stessa borghesia. Se facciamo riferimento all’Italia, ma non molto diversa era la situazione degli altri Paesi europei, i votanti erano 418 mila nel 1861 e 621 mila nel 1880 contro una popolazione rispettivamente di 22 milioni e 28 milioni; tenendo conto della vita media, dell’età per votare e del voto solo maschile, significa che aveva diritto di voto solo un 6% -7% della popolazione, rispetto ai possibili votanti con il suffragio universale. Praticamente solo i membri della borghesia che attraverso il meccanismo delle elezioni sceglievano al proprio interno un gruppo ristretto particolarmente selezionato e preparato per difendere i propri interessi. Nel 1900 la percentuale aumenta di circa 4 volte, ma il suffragio universale arriva solo nel 1911, con 10,4 milioni di votanti e quindi, in riferimento alla popolazione, 15 volte il rapporto iniziale.
Durante tutto l’Ottocento il potere era quindi riservato ai soli borghesi che votavano ed erano eletti; si era così costruita una nuova società più estesa e libera, ma abbastanza analoga alla precedente, sulla base del collaudato principio “che tutto cambi perché nulla cambi”. La borghesia, in precedenza priva di diritti e libertà, attraverso le elezioni da metà dell’Ottocento ha ottenuto in Europa la necessaria e agognata e libertà, ampiamente sbandierata da intellettuali e poeti; negata però al proletariato fino alla II metà del ‘900.
Le elezioni destinate a determinare i diritti dei votanti costituivano un’idonea cinghia di trasmissione tra eletti ed elettori ; questi ultimi discutendo dei propri diritti, sapevano cosa volevano e potevano scegliere gli uomini migliori per difenderli, controllando il loro operato per selezionare i più idonei.
Abbiamo così sperimentato nell’Ottocento per la prima volta, anche se in forma parziale, la forza del binomio capitalismo/borghesia capace di integrare la capacità di ottimizzazione del capitalismo, con l’elasticità e l’intelligenza della nuova classe borghese. Si è realizzata una forte spinta di evoluzione e progresso con la struttura pubblica che riusciva a regolamentare e controllare al meglio il meccanismo capitalistico. La borghesia però, unica detentrice del potere, ha tutelato solo i propri interessi, trascurando, quasi ignorando, quelli del proletariato che ne era privo.
È così mancata, o è stata inadeguata, la regolamentazione riguardante lavoro, remunerazioni, sicurezza, istruzione, sanità, l’uguaglianza di fronte alla legge, mentre nessuna politica è stata intrapresa per limitare la disoccupazione tecnologica e trasformare l’evoluzione in corso in un vantaggio di tutta la collettività. Il problema non veniva neppure posto; bisogna però riconoscere che la coscienza dell’equilibrio economico non automatico è nata solo un secolo dopo, con la Teoria generale di Keynes.
Lo sviluppo tecnologico e il potenziale aumento produttivo sono stati elevatissimi ma hanno dato scarse ricadute sul benessere del proletariato, stragrande maggioranza della popolazione, privo di diritti, che è stato totalmente abbandonato e travolto da miseria e disoccupazione. Il risultato è stato drammatico, infatti l’evoluzione e conseguente aumento di produttività non poteva trasformarsi in maggior produzione e benessere, senza la crescita della domanda globale, realizzabile solo con un aumento dei salari: la logica di Ford, un secolo dopo, più salario per comprare più automobili. Questo invece contrastava con gli interessi della borghesia, così la produzione non è cresciuta adeguatamente e sono esplose disoccupazione e miseria; alcuni movimenti teorizzarono (giustamente) la distruzione delle macchine per limitare la disoccupazione.
Il risultato è stata la drammatica situazione del proletariato a fine ‘800 con quasi un 50% costretto a emigrare e ridotto di fatto, quando non di diritto, nella condizione di schiavo. Parallelamente la borghesia magnificava il progresso e festeggiava incosciente la Belle époque. La situazione ha retto per tutto l’Ottocento e prima metà del Novecento ma, pur con tempi lunghi, è esplosa a causa delle sue contraddizioni non risolte.
Infatti a causa dell’inaccettabile disuguaglianza fra borghesia e proletariato, è scattata la lotta di classe per contrastare, con il supporto determinante di Marx, la visione prevalente sosteneva, come spesso in questi casi, che la povertà e la ricchezza fossero un fatto naturale come la siccità e la grandine e rappresentassero la conseguenza inevitabile del necessario progresso: per averlo bisogna subirne le conseguenze. Si considerava naturale i bambini impiegati in miniera o in acciaieria per molte ore al giorno con paghe ridicole, i lavoratori senza diritti e tutto il resto. Oggi purtroppo abbiamo un’analoga mancanza di coscienza e sensibilità verso l’intollerabile violenza che caratterizza l’attuale realtà mondiale.
L’equilibrio economico era insidiato però non solo dall’inaccettabilità morale ma anche, come nuovamente succede oggi, da una contraddizione economica non risolta. Il capitalismo infatti è caratterizzato da una forte spinta evolutiva e dal peso crescente delle economie di scala; diventa quindi determinante l’ampiezza del mercato e la sua capacità di crescere, ma questi obbiettivi non erano raggiungibili perché il principale mercato, circa il 90% del totale, era costituito dalla sola borghesia pari al 3-5% della popolazione. Per aumentare la produzione bisognava contrastare gli interessi della borghesia e aumentare la domanda globale cioè diritti e redditi (salari) del proletariato. Nel ’28 Keynes aveva ipotizzato che la produzione avrebbe potuto crescere di 4 volte (400 % – dato incredibile a quei tempi!) ma avrebbe rotto l’equilibrio fra le classi: così la produzione non è cresciuta, si è scatenata la crisi e si sono ridotti i salari (in Italia del 10%).
Queste contraddizioni sono esplose a inizio ‘900: prima a livello politico con la conquista del suffragio universale (in Italia nel 1911), poi a livello economico con la crisi del ’29 che sanciva come i privilegi borghesi erano incompatibili con lo sviluppo capitalistico che li sosteneva. Si sono scatenate le reazioni e contro reazioni fino alle dittature, che annullavano le elezioni e portavano fascismo, nazismo e seconda guerra mondiale. Cosa è successo dopo è noto; solo sulle macerie delle città europee sono caduti i precedenti condizionamenti politici dando così origine in Europa al grande sviluppo produttivo, canto del cigno dell’abbinata borghesia/capitalismo; il grande sviluppo economico/sociale della seconda metà del ‘900 si è infatti prolungato fino alla crisi odierna.
Prima di esaminare la crisi di questa organizzazione produttiva sarà bene soffermarci sui risultati ottenuti nella seconda metà del Novecento, il mezzo secolo in cui pubblico e privato si sono integrati, questa volta non più al servizio di una sola classe ma della maggioranza della collettività. Il pubblico utilizzando una propria piramide gerarchica/conoscitiva ha svolto la funzione di regolatore e arbitro, che stabiliva le regole, le faceva rispettare e, spinto dalla maggioranza, inseguiva obbiettivi ugualitari, allargando le fasce degli aventi diritto e riducendo le sperequazioni; il capitalismo, regolato e controllato dal pubblico e gestito dalla concorrenza ottimizzava la parte predominante della produzione. Si è realizzato un meccanismo virtuoso capitalismo/democrazia che si integravano e potenziavano a vicenda in una catena virtuosa di sviluppo.
La parte pubblica spinta dalla logica democratica aumenta i diritti, quindi i salari, la domanda globale e lo sviluppo produttivo, mentre riduce le sperequazioni e offre servizi gratuiti o agevolati quali sanità, istruzione, pensioni, garanzie sociali e altri. Il capitalismo massimizza e aumenta la produzione, seleziona anche, grazie agli aumenti salariali, le aziende tecnologicamente più avanzate, quindi potenzialmente più produttive; l’aumento dei mezzi a disposizione rende reale la crescita del benessere.
Per non dimenticare saranno utili alcuni dati di sintesi, ricavati dall’elaborato Banca d’Italia 2004: in Italia il 50% della popolazione fruiva del 50% delle risorse, vi era poi un 15% ricco e un 35% povero, però il reddito medio del 10% più ricco era “solo” 10 volte quello del 10% più povero; soprattutto facendo riferimento ai soggetti più ricchi risultava che il 2,2% della popolazione fruiva del 10% dei redditi, mentre il 10% della popolazione fruiva del 26,7%; facile dedurre che il reddito di quel 5% di soggetti privilegiati, che costituiva la borghesia, si era ridotto dal 90% a meno del 20% del totale.
Risultato incredibile; mai nella storia si era raggiunto un tale livello di benessere diffuso, libertà, diritti ed equità distributiva. Questo evidenzia anche che la logica democratica, pur avendo potuto tutelare la collettività solo per mezzo secolo, ha dimostrato l’eccezionale capacità di sviluppo economico/sociale possibile; è infatti riuscita ad armonizzare le istanze pubbliche di equità distributiva con l’efficienza del meccanismo produttivo. Se questo equilibrio fosse mantenuto si potrebbe guardare al futuro con maggior ottimismo.
La seconda metà del secolo scorso è stato il periodo della democrazia vincente, l’imprenditore veniva considerato non più il “padrone” da combattere, ma l’elemento necessario per difendere occupazione e crescita economica. Questa situazione non era solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che in quel periodo si costruivano e si consolidavano, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi capitalismo/democrazia.
Nel secolo scorso infatti esisteva solo il binomio capitalismo/democrazia e tutti i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato, prosperava solo nei paesi democratici. Come sistema vincente si è imposto progressivamente in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre tutte le soluzioni alternative fallivano; oggi il quadro si sta rovesciando, con le soluzioni autoritarie che tendono a prevalere e compromettere i risultati raggiunti.
Abbiamo già anticipato, come vedremo in seguito, che la ragione di questa inversione di tendenza deriva dal maggior ruolo produttivo della mano pubblica che non dispone degli strumenti necessari ad assolverlo. Però prima di procedere è necessario superare alcuni condizionamenti culturali che impediscono una corretta lettura della realtà e derivano dal mantenimento della stessa chiave interpretativa in una realtà cambiata. Tale infatti è la valutazione del ruolo delle elezioni; sembrerebbe infatti logico che la struttura pubblica eletta debba difendere gli interessi di chi la elegge. Assioma confermato dalla storia; per un secolo fra ‘800 e ‘900 ha difeso, fin troppo bene, gli interessi della borghesia al potere e nella seconda metà del ‘900, grazie al suffragio universale, quelli dell’intera collettività raggiungendo i magnifici risultati visti.
Quindi, raggiunto il suffragio universale, si dovrebbe poter dedurre che abbiamo raggiunto il più alto livello possibile di parità, con tutti i membri della collettività che dispongono di un uguale potere e quindi nella condizione migliore per massimizzare equità distributiva e benessere collettivo. Rilevando che la situazione è l’opposta di quella previsa non si mette in discussione la coerenza dell’impianto istituzionale ma si ricorre a varie spiegazioni da respingere anche se spesso vengono presentate come certezze.
Si sostiene che il potere politico è comunque subordinato a quello economico e quindi pochi capitalisti gestiscono il potere, difendendo solo i propri interessi. Fortunatamente non è così anche se l’interferenza esiste, ma si alimenta principalmente dal vuoto del potere politico perché, come ci ha insegnato la storia, il potere economico prevale su quello politico solo quando quest’ultimo, come oggi, non sa, o non vuole, fare le scelte; a parità di efficienza, come nella seconda metà del ‘900, il potere economico è gerarchicamente subordinato a quello politico.
Altri sostengono che la democrazia non è possibile o per l’incapacità di auto gestione dei popoli o che si devono cercare uomini migliori per svolgere l’attività politica; sono queste le tesi prevalenti. La prima genera l’istanza dell’uomo forte che superi le pastoie dei vincoli democratici, la seconda quella della disperata ricerca di uomini migliori. La storia ci ha insegnato che entrambe non reggono; nella seconda metà del ‘900 i popoli hanno saputo autogestirsi mentre le dittature cadevano; la spiegazione esistenziale è la solita “non spiegazione”, vale per il singolo non per la collettività: se un singolo non è all’altezza è sufficiente cambiarlo, ma se tutti non lo sono si devono cambiare le regole che li selezionano e se il fenomeno riguarda non solo il nostro Paese ma tutte le democrazie non basta cambiare la nostra Costituzione ma la logica che le unifica tutte.
Per trovare la vera ragione bisogna prendere atto che la travolgente evoluzione tecnologica dell’elettronica ha cambiato i punti di riferimento del sistema economico/sociale e le elezioni hanno pur mantenuto la funzione di difesa dei diritti ma sono impotenti di fronte al nuovo ruolo produttivo richiesto che è predominante e strategico; di conseguenza il potere che forniscono alla collettività si è trasformato da reale a formale privo di contenuto. È così diventato un potere analogo a quello della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, che ha legittimato una gestione pubblica priva di controllo, fonte dei peggiori abusi.
L’inadeguatezza pubblica coinvolge l’intero sistema produttivo, sia pubblico che privato accentuano la mancanza di controllo di entrambi. Precisiamo infine che quando parliamo della necessità della produzione pubblica non facciamo riferimento a un fenomeno dettato da volontà politica di controllo pubblico, come l’Iri nel dopoguerra, ma a una necessità produttiva, non controllata dalla concorrenza, legata alla nuova realtà economico/sociale.
L’attività pubblica svolta senza controllo, non assolve al suo compito, legittima arbitrio e violenza inaccettabili e blocca il meccanismo produttivo; situazione analoga, anche se nata da logiche diverse, a quella verificatasi esattamente un secolo fa negli anni ’20 del ‘900; per evitare che si ripeta la drammatica esperienza dei seguenti anni ’30 con dittature e guerra, è necessario capire le nuove necessità e gli strumenti idonei a soddisfarle; solo così si può evitare che il sonno della ragione generi nuovamente i mostri della guerra.
Cambiamenti – Vediamo quindi quali sono i principali cambiamenti che hanno fatto saltare il precedente equilibrio economico/sociale. Negli ultimi 50 anni quasi tutto è cambiato per cui sarebbe più facile elencare ciò che è restato uguale; ci limiteremo quindi ad esaminare la parte che più coinvolge il nostro discorso imponendo una nuova logica politica. Per primo osserviamo che verso gli anni ’90 si è raggiunta una discreta parità di diritti creando una classe “indistinta” che supera, almeno in buona parte, la distinzione proletariato-borghesia; il proletariato infatti, inteso come classe priva di diritti, non esiste più; di conseguenza il problema si è trasformato nel come rendere i diritti acquisiti da formali a reali. Il suffragio universale ha dato uguali diritti formali a tutti quindi la lotta di classe non rappresenta più l’evoluzione positiva oggi possibile solo con la capacità di rendere reale l’uguaglianza formale; bisogna quindi dotare la collettività/utente, degli strumenti e della conoscenza necessari a raggiungere l’obbiettivo.
Inoltre non esistono più i grandi concentramenti con pochi soggetti pensanti, i borghesi e tanti subalterni, i proletari non qualificati costretti a lavori pesanti e alienanti. Infatti nei paesi avanzati il brutale lavoro manuale è quasi interamente scomparso, rimangono solo poche sacche, dovute più a ritardo evolutivo che a necessità tecnica. L’elettronica inoltre ha dato a tutti una possibilità conoscitiva che ha fatto crollare il muro divisorio del passato in cui la conoscenza nasceva dall’utilizzo dei libri, appannaggio quasi esclusivo dei borghesi. Tutti quindi sono potenzialmente pensanti e rivendicano correttamente di partecipare alle scelte che determinano il loro futuro.
L’elenco potrebbe essere molto più lungo ma forse inutile perché il principale cambiamento produttivo, condizionante della nuova realtà, consiste nella gestione del territorio diventata la parte predominante e strategica dell’intero sistema e assorbe, almeno a livello potenziale, fino al 70% delle risorse. Questo compendio produttivo è determinante per la qualità della vita, il benessere diffuso, la sopravvivenza stessa della collettività. La sua progressiva inadeguatezza coinvolge anche il meccanismo capitalistico perché non viene più regolamentato e controllato, intaccandone la funzione e legittimando i peggiori abusi e inoltre non vengono realizzate le infrastrutture e i servizi necessari.
Specie il capitalismo internazionale viene autorizzato di fatto a stampare moneta falsa, evadere le regole della concorrenza, gli obblighi fiscali e sindacali e tutte le altre regole comportamentali legittimando una progressiva violenza che schiaccia le aziende sane e crea pochi soggetti ricchissimi in un sistema che collassa. Sappiamo che controllare il capitalismo internazionale implica una maggiore difficoltà e quindi richiede una competenza maggiore ben diversa dal pressapochismo dell’attuale struttura pubblica; non è però impossibile come si può rilevare ad esempio dal successo ottenuto nel contrasto alle “bandiere ombra” che insidiavano le flotte regolari.
Colpisce invece parlando della crisi economica e di come superarla, continuiamo a esaminare ciò che c’è, cioè la produzione capitalistica, e non ciò che non c’è e dovrebbe esserci, l’efficienza pubblica la cui mancanza è la vera causa della crisi. Continuiamo ad esaminare come migliorare l’efficienza capitalistica, cioè la parte che ancora potrebbe funzionare e non l’inefficienza pubblica che impedisce la crescita e legittima la violenza capitalistica; lo sguardo continua così ad essere rivolto al passato e non al futuro.
Vediamo quindi perché nella gestione del territorio è determinante l’intervento pubblico e quali sono le difficolta da superare per raggiunger nuovamente l’equilibrio economico/sociale. Il primo vincolo consiste nella prevalenza del monopolio naturale in tutte le attività che la caratterizzano. Questo solo elemento evidenzia che non esiste la concorrenza come strumento di ottimizzazione produttiva e di difesa della collettività/utente, per cui la produzione non può essere delegata alla logica capitalista e deve essere gestita dalla mano pubblica.
Però la mancata concorrenza anche se sarebbe sufficiente a sostenere questa tesi, non include la particolarità della gestione del territorio, che ha logiche completamente diverse dalla restante attività, che determinano l’impossibilità dell’uso degli strumenti conosciuti e pongono nuovi problemi da risolvere. Ritorniamo quindi ai meccanismi capitalistici per evidenziare le differenze insuperabili. Come abbiamo già visto quando un utente acquista un qualsiasi oggetto, supponiamo un frigorifero, sulla base del suo prezzo effettua una scelta che è compatibile con le sue possibilità: il suo reddito determina la possibilità dell’acquisto. È quindi necessaria la conoscenza di due elementi: risorse disponibili e quota che viene assorbita dallo specifico acquisto.
La sua scelta non rimane però una semplice dichiarazione di interesse – mi piace – ma si traduce in un atto che mette in moto sia la catena gerarchica del produttore che il controllo dell’ottimizzazione produttiva attraverso la scelta del bene prodotto da lui e non dal suo concorrente. Il produttore però ha piena libertà nella strategia produttiva con l’obbligo di ottimizzare la produzione, che può effettuare grazie alla conoscenza del “fare”, resa possibile dal controllo finale dell’utente che effettua l’acquisto.
La conoscenza dell’utente non solo non può gestire la produzione, ma non è neppure in grado di valutare la necessità dello specifico bene fino a quando non ne conosce prezzo e caratteristiche e può quindi essere fatta solo dopo che il bene esiste. Quindi è soltanto la fantasia creativa del produttore in grado di cogliere l’esistenza di una necessità che può essere soddisfatta con la costruzione di quel prodotto. Se la singola casalinga o la loro associazione nazionale avesse dovuto decidere sulla necessità di costruire la lavapiatti, continueremo a lavarli a mano e se la fantasia creativa di un precedente produttore non avesse dotato le case dell’acqua e degli scarichi, le donne tornerebbero a lavare al fiume.
Il fenomeno è stato accentuato dall’elettronica perché nella fase precedente la rivoluzione industriale ci ha permesso di effettuare meglio e con meno fatica lavori che già svolgevamo; arare, spostarci, lavare, quindi ci è stato solo fornito uno strumento per facilitare la nostra attività. La rivoluzione elettronica ci ha invece permesso cose che non facevamo, ma neppure immaginavamo come dibattiti e riunioni on line, vedere i posti dove vogliamo andare, comprare e pagare rimanendo a casa, ecc. Non nascondo che io, nato nella prima metà del secolo scorso, stento a orientarmi in questo nuovo mondo, costruito da pochi uomini a favore di una collettività ignara. È stata comunque la divisione fra utente portatore di necessità e produttore finalizzato a soddisfarle, conseguenza della produzione conto terzi e comune sia al capitalismo che alla democrazia, che ha permesso di passare dal medio evo alla società moderna. Come mantenere questa divisione anche nella gestione pubblica del territorio è uno dei principali elementi che condizionano le scelte future.
Abbiamo visto che sopravvivenza della democrazia impone che la collettività abbia la possibilità di richiedere ciò che vuole e controllare il suo soddisfacimento; facile nel capitalismo perché l’utente conosce il proprio reddito e il prezzo del singolo prodotto. Più difficile per la produzione della struttura pubblica per soddisfare le necessità della collettività/utente; infatti essa ignora quante e quali risorse sono disponibili e quante di esse verrebbero assorbite per soddisfare la singola necessità. In questa situazione non sono possibili scelte ragionate, per cui le istanze della collettività diventano semplici desideri cioè la richiesta di tutto, utile per il libro dei sogni, ma prive del contenuto reale necessario per poterle inserire nel meccanismo produttivo della struttura pubblica. La collettività/utente, che non sa cosa vuole, né cosa è possibile non può di conseguenza controllare quanto la struttura pubblica soddisfi le sue inespresse necessità.
La situazione è però ancora più complicata perché il meccanismo di scelta dei beni e servizi relativi alla gestione del territorio non solo non è gestibili dal mercato, ma è caratterizzato da logiche diametralmente diverse. Il capitalismo infatti fruisce di un meccanismo di scelta e ottimizzazione capillare e periferico, che rappresenta sia la sua forza che il suo limite. Infatti sul lato dell’offerta qualsiasi operatore, come il panettiere, è un punto di ottimizzazione ed effettua le proprie scelte facendo riferimento solo agli elementi del proprio ciclo produttivo. Anche sul lato della domanda, l’utente effettua le scelte autonomamente con riferimento solo alle necessità dello specifico prodotto, il cui prezzo misura l’intensità del desiderio.
La scelta quindi sia del produttore che del consumatore è effettuata in piena autonomia ed è così sufficiente la conoscenza individuale del consumatore e del produttore: il primo sa che pane vuole e il secondo come produrlo. Esistono possibili effetti negativi collaterali ma possono essere limitati dalla mano pubblica; sistema non perfetto, ma accettabile, specie in presenza di una efficiente struttura pubblica, ma comunque semplice coinvolgendo solo il singolo produttore e il singolo utente
Totalmente diversa è la situazione relativa alla gestione del territorio di competenza della mano pubblica perché, sia per il produttore pubblico che per la collettività/utente, l’ottimizzazione produttiva è finalizzata a obbiettivi che sono quasi sempre esterni al punto da ottimizzare, ma traguardano l’intero territorio così l’ottimizzazione generale non rappresenta la somma di quelle singole. Sono infatti prevalenti i fenomeni di interdipendenza e compatibilità.
Interdipendenza: basta un esempio: ha poco senso ottimizzare un servizio di trasporto metropolitano sulla base dei risultati del bilancio aziendale della società gestrice, sia perché, dato il monopolio, essi risentono più della crescita delle tariffe che dell’efficienza, sia perché la qualità del servizio determina le principali caratteristiche di una città, quali la conformazione urbanistica, i tempi persi della popolazione, la qualità della vita, i valori immobiliari e molti altri elementi caratterizzanti. Si tratta inoltre di condizionamenti irreversibili e poco modificabili: Londra non sarà mai idonea alle automobili, così come Los Angeles al servizio pubblico. Il discorso vale per quasi tutte le scelte relative al territorio.
Compatibilità: altro esempio: tutti vogliono la zona pedonale ma anche arrivare a casa con l’automobile, la corrente elettrica ma non l’impatto delle centrali, la città pulita ma non gli inceneritori, il lavoro ma non la fabbrica. La maggioranza delle scelte relative al territorio sono utili per qualcuno ma penalizzanti per altri. Per entrambi questi fattori le scelte risultano così molto più complesse perché la loro ottimizzazione non si realizza all’interno del punto di scelta ma dell’intero territorio.
Anche sul lato della collettività-utente o consumatore la scelta non è più individuale; la scelta individuale, cioè decidere se comprare un frigorifero o un televisore, è individuale e facile, mentre ben diversa è la scelta collettiva di valutare la priorità fra metropolitana, verde pubblico, inceneritore, aria pulita, che diventa ben più complessa e per essere ragionata richiede una maggiore conoscenza; questa complessità caratterizza quasi sempre le scelte relative all’uso del territorio. Per le scelte individuali è sufficiente la conoscenza del singolo, per quelle collettive è necessaria una conoscenza allargata all’intera comunità utente, che presuppone la realizzazione di un meccanismo partecipativo necessario ad inserire i membri della collettività nel processo economico. Chiamerei questo fenomeno partecipazione/conoscitiva.
Non è sufficiente identificare le necessità della collettività/utente perché la difficoltà successiva consiste nel come esprimere le scelte fatte; deve infatti non essere una semplice dichiarazione di preferenza – mi piace – ma corrispondere a un atto concreto idoneo a costruire la domanda collettiva che condiziona la struttura pubblica. Non facile da identificare trattandosi di qualcosa futuro e non di qualcosa di esistente e di conseguenza ancora più difficile valutare l’ottimizzazione produttiva che ha caratterizzato la sua produzione.
Comunque la pur limitata conoscenza delle necessità, e la capacità di ponderarle può nascere solo dal “fare” e quindi richiede che la collettività fruisca di un diverso inserimento sul territorio per elaborare, ponderare, e valutare la coerenza e la compatibilità delle proprie istanze; queste devono anche potersi integrare con quelle dei soggetti limitrofi per ottimizzare il soddisfacimento non della singola necessità ma dell’intero territorio.
Questo risultato è raggiungibile solo inserendo i singoli soggetti in un meccanismo continuo e coordinato costituito da una catena gerarchica/conoscitiva, formante una piramide organizzativa, capace di collegare e interconnettere, livello per livello, le necessità della collettività con il vertice produttivo pubblico. Potere e conoscenza devono risalire dalla base al vertice per poi ridiscendere alla base in un coordinamento generale, mentre entrambi si fermano ai vari livelli di loro specifica competenza. Solo così la collettività potrà essere inserita in un meccanismo idoneo a fornire la conoscenza necessaria per valutare le priorità delle proprie necessità e controllare l’operato della catena di gestione. Condizioni necessaria per superare l’enorme gap esistente con l’efficienza dell’ottimizzazione capitalistica.
Sembra forse complesso e irrealizzabile ma tale sembrava anche la tripartizione dei poteri al momento in cui è stata ipotizzata; una volta realizzata, ha permesso i risultati raggiunti e sembra oggi la cosa più evidente e ovvia. Analogamente questa ipotesi, adeguatamente messa a punto può diventare semplice e realizzabile. Comunque, mancando alternative reali, questo rimane il nucleo del problema perché tutte le istanze (legittime) di una maggiore partecipazione democratica senza un’adeguata struttura capace di fornire conoscenza e controllo, non fanno crescere la democrazia ma solo la demagogia; infatti ciascuno conosce solo quello che fa e in cui viene coinvolto.
Senza questi meccanismi di conoscenza e controllo, la collettività/utente non solo non riuscirà ad esprimere le proprie necessità e controllare che vengano soddisfatte, ma la maggioranza della popolazione, impiegata nella gestione del territorio, si troverà ad operare senza controllo. Ne derivano due conseguenze ugualmente drammatiche: da una parte senza la produzione pubblica mancherà la parte strategica del ciclo produttivo, dall’altra senza l’ottimizzazione produzione mancherà la conoscenza del “fare” e la collettività perderà oggettivamente, non soggettivamente, la conoscenza.
Si perdono i legami causa/effetto di qualsiasi processo produttivo per cui i singoli fenomeni vengono letti autonomamente ignorando le interdipendenze che li legano; diventa così possibile sostenere cose diverse trascurando la loro incompatibilità reciproca. La conseguenza drammatica di questa disfunzione è che proprio la nostra società, che già Dante ha caratterizzata come finalizzata alla conoscenza “considerate la vostra semenza / nati non foste a viver come bruti /ma per seguir virtude e conoscenza”, e che in questo campo ha raggiunto risultati eccezionali, oggi per una disfunzione organizzativa, sta distruggendo la materia prima del proprio successo.
Questa oggettiva stupidità collettiva, spesso frettolosamente attribuita all’elettronica, che caratterizza le dichiarazioni, i dibatti e gli scontri politici si alimenta di questa rottura logica e spiega, in parte giustifica, perché le grandi democrazie del mondo, un tempo punti di riferimento avanzato dell’evoluzione umana sono cadute a questi livelli intollerabili di liti da pollaio. Utilizzando quest’ottica possiamo leggere la situazione economico/politica dell’Italia, che è comunque molto simile a quella delle altre democrazie del mondo.
La democrazia negata – Quanto detto ci offre una chiave di lettura del nostro impianto istituzionale ci permette di capire la sua inadeguatezza per fronteggiare la complessità dell’attuale sistema economico/sociale. La collettività titolare delle necessità da soddisfare non ha gli strumenti per sapere cosa vuole, la scala delle priorità, le disponibilità esistenti e l’impegno richiesto per ogni intervento. Inoltre le scelte relative alla gestione del territorio, attività prevalentemente e necessariamente pubblica, sono condizionate da interdipendenza e compatibilità per cui la singola attività deve essere ottimizzata non con riferimento allo specifico produttore e consumatore, ma traguardando l’intero territorio di riferimento, con una valutazione non puntiforme ma complessiva. Anche la collettività/utente deve effettuare scelte che non sono individuali ma collettive e per le quali non ha i necessari strumenti conoscitivi.
È la tempesta perfetta: una collettività che non sa cosa vuole, deve delegare in bianco il soddisfacimento delle proprie necessità alla struttura pubblica senza poter controllare quello che essa fa; una struttura pubblica che, priva di una richiesta specifica, non sa cosa deve fare, non ha comunque gli strumenti per farlo, ma le sue scelte sono determinanti, strategiche e devono riguardare non il caso specifico ma l’intero territorio di riferimento. Il nostro sistema istituzionale rappresenta quasi un meccanismo perfetto di non funzionamento; dovremmo forse rallegrarci per come ancora regge e non lamentarci del suo cattivo funzionamento.
La disfunzione iniziale, come sempre capita in economia, fa scattare i mille moltiplicatori perversi che la ampliano. L’inefficienza pubblica impedisce il buon funzionamento di molti servizi essenziali quali sanità, istruzione, mobilità, ma rappresenta anche un tappo che impedisce la crescita della produzione capitalista – il Pil che non cresce. L’evoluzione tecnologica però non si ferma e anzi, grazie all’elettronica, diventa travolgente; il conseguente aumento di produttività a produzione costante dovrebbe fare esplodere la disoccupazione, come è successo nel’800.
Per evitare il ripetersi, oggi intollerabile, della disoccupazione e miseria di allora, si posteggia l’esubero di mano d’opera in molte attività che fanno capo alla mano pubblica quale pubblica amministrazione, servizi in monopolio, cassa integrazione, pensionamento anticipato, lavori utili, ecc. in questa maniera però non si abbassano i costi che, solo spostati, rimangono a carico del processo produttivo. La mano d’opera posteggiata nella struttura pubblica opera in un’organizzazione che non sa cosa deve fare e non ha gli strumenti per farlo, ma dispone di un potere ampio e non controllabile; diventa così una dittatura diffusa che è in grado di condizionare qualsiasi decisione – la esecranda burocrazia. Utopistico è pensare di poter semplificare gli adempimenti burocratici, delegando il compito proprio a coloro che li hanno creati per garantire il proprio potere.
Facile capire che l’onere dell’intera disfunzione viene scaricato sulla produzione capitalistica con costi aggiunti quali il cuneo fiscale, i vincoli burocratici, le diseconomie esterne per carenze infrastrutturali e i servizi non resi, minandone progressivamente la competitività; è inevitabile che i pochi che reggono devono ridurre salari e diritti, gli altri necessariamente chiudono, ma in entrambi le ipotesi cresce l’onere sociale scaricato sulla collettività.
In questa situazione la crisi è inevitabile e irreversibile; anche problemi contingenti quale il coronavirus, che non ne è la causa ma solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, confermano l’incapacità della mano pubblica di fronteggiare questa emergenza e assolvere a uno dei suoi principali compiti. Vedremo in seguito questo specifico argomento quale esempio emblematico dell’incapacità della mano pubblica di assolvere al suo ruolo e come la soluzione, anche se con tempi e costi maggiori, sarà di fatto possibile grazie alla logica capitalistica unico caposaldo che ancora regge nello sfascio collettivo.
Tutte le disfunzioni economiche si ritorcono sulla struttura pubblica facendo implodere e parafrasando Saba “poi ci perdemmo nella sua follia”: a fronte della riduzione di reddito, libertà e diritti, la collettività, cioè gli elettori, privi degli strumenti necessari per capire priorità, interdipendenze e compatibilità, chiedono tutto e il suo contrario, pur non essendo in grado di valutare l’operato dei governanti. Capiscono però che la crisi cresce mentre i governanti tutelano solo i propri interessi e non quelli della collettività; nasce la (legittima) lotta alla “casta” e l’ansia del cambiamento, rendendo vincenti coloro, come i populisti, che li promettono. Si prediligono i programmi irresponsabili, ma ricchi di promesse anche se non realizzabili. Le promesse sono in ogni caso prive di contenuto sia per i tempi non compatibili con l’orizzonte temporale dei politici, sia l’impossibilità di realizzarle; l’opposizione quindi se passa al potere segue la stessa logica dei suoi predecessori.
I moltiplicatori continuano a far crescere le disfunzioni: la oggettiva mancanza di controllo spinge ad aumentarli ma sono necessariamente solo formali perché non ci sono egli strumenti per valutare il risultato raggiunto; riducono invece la responsabilità del funzionario e diventano anti producenti; aumenta così anche la parcellizzazione dell’organizzazione pubblica, limitando ulteriormente la conoscenza del “fare”; i programmi pubblici infrastrutturali e organizzativi non interessano i politici perché di lungo periodo e incompatibili con il loro orizzonte temporale; l’elettorato non rappresenta un punto di riferimento perché non sa cosa vuole né può controllare le azioni dei politici e valutarne i risultati; vengono selezionati gli uomini peggiori perché falsificare la realtà e promettere l’impossibile è la carta vincente, mentre un lavoro serio non è realizzabile. Le elezioni si trasformano in un semplice rito formale che non difende la democrazia ma espande la demagogia.
La disfunzione supera anche qualsiasi ragionevole previsione e si può rilevare e capire solo utilizzando un’esperienza diretta. In contrasto con le dichiarazioni pubbliche, i vertici politico/burocratici non sono infatti interessati alla realizzazione delle infrastrutture e delle altre opere necessarie allo sviluppo, sia per i limiti del loro orizzonte temporale, sia soprattutto perché il meccanismo in cui sono inseriti, anche supponendo la buona fede, li spinge in senso contrario. La loro funzione infatti consiste nel difendere il proprio territorio per garantirsene l’appoggio, di conseguenza hanno bisogno di una disfunzione – meglio se grave – che legittimi la richiesta degli stanziamenti necessari a risolverla. I fondi ottenuti danno subito una ricaduta occupazionale e di immagine, mentre l’inutilità o la non realizzabilità dell’opera si rileva invece a distanza, senza la possibilità di identificare i responsabili e gli errori, si legittima invece la richiesta di nuovi fondi, secondo l’antico detto degli avvocati “causa che pende, causa che rende”.
Come esempio possiamo ricordare il Mose di Venezia: il problema dell’acqua alta era drammatico e comprometteva l’equilibrio di una delle più fragili e belle città del mondo; tutti sono stati coinvolti per trovare una soluzione. Si sono stanziati 2 miliardi per realizzare in 4 – 5 anni una grande opera capace di risolvere il problema. È stata però scelta una soluzione di difficile realizzabilità; gli olandesi non hanno neppure partecipato alla gara d’appalto considerando impossibile che funzionasse; senza essere esperti è facile capire che i vincoli e la rigidità della soluzione sono difficilmente compatibili con la mobilità e forza del mare. Sono passati più di 30 anni con una spesa 3 volte superiore al previsto e il problema è sempre aperto e forse non sarà mai definitivamente risolto, però tanti, troppi, per 30 anni hanno vissuto grazie a questa fonte inesauribile di fondi pubblici.
Il Mose non è un caso isolato e troppe opere analoghe caratterizzano l’Italia; l’esperienza vissuta a Genova e nel suo porto mi ha fatto capire questa drammatica realtà. Nell’attuale secolo della logistica la competitività del Nord Italia è condizionata dal suo funzionale inserimento nel mercato mondiale; questo implica un salto qualitativo a livello delle infrastrutture portuali e dei sui collegamenti terrestri, però il progetto di sviluppo del porto di Genova denominato Bruco, elaborato dal Politecnico di Torino con degli operatori genovesi, che potrebbe risolvere il problema, è osteggiato dalle autorità non tanto per miopia, quanto per difendere l’esistente e i vari privilegi che nessuno vuole perdere e che alimentano il sottobosco politico legato alla gestione delle situazioni di crisi.
A ben vedere il fenomeno non deriva dall’errato comportamento del singolo ma un ben più complesso meccanismo perverso che spinge il potere politico a ostacolare, per non dire impedire, qualsiasi cambiamento. Se parliamo della gestione del territorio è ben nota la logica del nimby per cui qualsiasi opera -strada, ferrovia, porto, inceneritore, ecc.- anche se corretta e necessaria, produce un vantaggio generale ma una penalizzazione locale suscitando l’opposizione di chi la subisce. In passato la rigida gerarchia esistente poteva imporre senza spazio di opposizione.
L’abuso era inevitabile; possiamo ricordare la costruzione a metà dell’Ottocento della (necessaria) ferrovia Torino-Roma; in tutti i paesi della costa è stato costruito un muro visivo e fisico, che separava i vecchi borghi dal mare, nonostante che da secoli proprio quello fosse l’elemento di identità e di risorsa economica. Oggi è caduta (giustamente) questa rigida gerarchia, ma non è stata sostituita, nonostante gli sforzi fatti, da una vera logica di partecipazione collettiva che possa identificare la reale utilità dell’opera, nonché i miglioramenti possibili e i necessari interventi compensativi. In questa situazione i vari no-tav diventano vincenti con blocchi e assurdi condizionamenti che ne sono la conseguenza inevitabili.
L’opposizione al cambiamento è ancora più generale e coinvolge non solo quello legato al territorio, ma anche quello prodotto dall’evoluzione tecnologica. Infatti se l’evoluzione è positiva permette alla collettività di avere minori costi per soddisfare le sue necessità, ma se i costi si riducono significa che parallelamente qualcuno ridurrà i propri ricavi subendo una penalizzazione. Il danno è immediato, quantificabile, locale con danneggiati specifici ed attivi; i vantaggi sono invece futuri, incerti, generali, riguardanti una collettività indistinta, inconsapevole ed indifferente.
Un politico in questa situazione non difenderà mai un’imprecisabile utilità futura contro la concreta protesta dei danneggiati; dato il suo breve orizzonte temporale cerca il consenso tra i danneggiati che protestano e non fra la collettività indifferente. Così si è potuto constare nel porto di Genova per la riforma del ’92 e oggi per i programmi di sviluppo; si continua a sostenere l’esistente indifendibile, nonostante gli immensi danni che produce.
Solo il privato può affrontare la sfida del futuro e sfruttare i vantaggi a medio termine prodotti dall’evoluzione tecnologica; anzi si valuta che uno dei punti di forza delle aziende di famiglia consiste proprio nella capacità di valutare il medio termine meglio di quelle gestite dai manager. Inoltre la concorrenza non lascia alternativa, o si evolve o scompare. Così l’attuale società caratterizzata dall’evoluzione tecnologica alimenta questa contraddizione con riferimento alla sua produzione predominante e strategica, gestita dalla struttura pubblica che subisce i condizionamenti della spinta all’immobilismo; altro elemento che alimenta l’illusione del salvifico uomo forte.
Questo insieme di disfunzioni pubbliche fa crescere la spesa improduttiva per ottenere l’appoggio popolare secondo la vecchia cultura del panem et circenses; si rompe così l’equilibrio del bilancio dello Stato e con l’indebitamento si scarica l’onere sulle generazioni future. L’euro crea pero l’interdipendenza fra i vari Stati della U.E e porta all’obbiettivo comune di contenere i debiti. Contestare la Comunità diventa così l’argomento privilegiato per i politici, non solo italiani, perché risolve i loro principali problemi: la U.E. diventa il capro espiatorio e contestarla soddisfa l’ansia di cambiamento della collettività e la fuga dalle responsabilità politiche. La si presenta come responsabile di tutte le disfunzioni, dalla mancata crescita all’impoverimento e perdita di diritti; si scaricano sulla “casta” dei burocrati europei tutte le responsabilità, assolvendo i politici nazionali, liberi di spendere.
Anche la U.E. in quanto struttura pubblica, è ben lungi dall’essere perfetta ed ha una buona parte di responsabilità, però non è la causa della crisi; uscendo dalla U.E. non torneremmo infatti all’equilibrio degli anni ’80, ma accelereremmo solo l’attuale disastro che la U.E. cerca di frenare. Basta pensare che senza l’ombrello U.E. i tassi di interesse del nostro debito pubblico ritornerebbero come “ai bei tempi” ben sopra al 10% (pari a 200 miliardi di € anno), facendo collassare il bilancio italiano. Soprattutto non possiamo sopravvivere da soli, infatti i paesi della Ue messi insieme sono un gigante economico (il primo Pil mondiale), pur rimanendo un nano politico; senza la U.E. diventerebbero tanti nani economici preda naturale dei colossi internazionali. Dovremmo quindi aumentare lo spazio politico della UE e invece abbiamo assistito al suicidio della Brexit e forse altre analoghe follie sono all’orizzonte perché l’uscita dall’Europa, pur contraria agli interessi della collettività, è consona a quelli di troppi politici e burocrati.
La mancanza di controllo reale che caratterizza l’attività della struttura pubblica genera inoltre corruzione, sottogoverno e inadempienza, così per contrastare il fenomeno si limita ulteriormente la discrezionalità di chi opera creando un’ulteriore parcellizzazione: si aumentano i controlli e le conseguenze penali per gli illeciti, ottenendo il risultato opposto perché la mancanza di discrezionalità blocca l’operatività e nessuno è più responsabile dei risultati, in quanto ognuno si limita a seguire comportamenti obbligati, l’ulteriore crescita della parcellizzazione, riduce la conoscenza. Tutto diventa proibito e tutto viene delegato alla magistratura ormai paralizzata da un compito impossibile; così tutto è permesso e crescono gli illeciti. Per realizzare qualsiasi opera pubblica in tempi ragionevoli si deve ricorrere a un commissario legibus solutis perché all’interno della legge nulla è possibile; la recente esperienza della ricostruzione a Genova del ponte Morandi ne è un esempio emblematico tanto che tutti invocano a gran voce l’esperienza Genova.
L’inefficienza pubblica compromette anche l’attività del capitalismo privato, impedendone la crescita con le conseguenze già viste. In aggiunta cade qualsiasi controllo internazionale, offrendo “licenza di uccidere” a organizzazioni finanziarie spesso criminali che nell’indifferenza generale in poco più di 25 anni hanno emesso certificati finanziari, in buona parte moneta falsa, pari a oltre 700 mila miliardi di dollari cioè 11 volte il Pil mondiale, saccheggiando la ricchezza generale, come si rileva chiaramente in occasione delle periodiche crisi economiche. Sembra incredibili che 7 miliardi di individui, che costituiscono la popolazione mondiale, lavorino tutto l’anno per produrre il Pil mondiale e poche migliaia di avventurieri emettano valori finanziari, parzialmente falsi, capaci di drenare una parte significativa di tale prodotto. La colpa non è del capitalismo finanziario ma della mancanza di regole e controllo che legittima e premia i banditi.
Tutti elementi che aumentano il divario fra l’enorme capacità produttiva del nostro sistema economico e la sua spaventosa fragilità politica e possono aprire spazi impensabili ad avventurieri di ogni tipo. La crisi prodotta dal coronavirus e la conseguente generale difficoltà economica, anche senza credere alle ipotesi complottistiche, accentuano tale fragilità rendendo l’intero sistema facile preda di banditi o operatori internazionali, capaci di rastrellare a prezzi di saldo le conoscenze e le ricchezze costruite nei secoli.
Coronavirus – La drammatica esperienza del coronavirus può infatti essere utilizzata come esempio emblematico dell’incapacità della mano pubblica di assolvere al proprio ruolo e della conseguente necessità, pur con costi e tempi maggiori, di ricorrere all’unica struttura ancora operativa costituita dal meccanismo capitalistico. Non voglio ovviamente essere uno dei tanti che senza competenza sproloquiano su magiche soluzioni contro il virus; mi limito solo ad evidenziare le diverse logiche organizzative ipotizzabili per sottolinearne possibilità e limiti.
Siamo di fronte a una malattia nuova di cui sappiamo poco che però risulta non particolarmente mortale ma molto contagiosa, di conseguenza nella priva fase è corretto chiudere tutti a casa per tamponare l’emergenza; il periodo del look down deve però essere limitato per non distruggere l’economia. La fase immediatamente successiva ha due sole possibilità: limitare i contagi trovando un modo facile di identificare i malati o realizzare un vaccino che ci immunizzi. Senza essere medico è facile capire che identificare i malati è più veloce e facile che trovare un vaccino; diciamo 2 -3 mesi il primo 2-3 anni il secondo; invece contro tutte le previsioni sembra che in meno di un anno abbiamo risolto il secondo problema, cioè il vaccino, mentre siamo sempre a livello iniziale per il primo, cioè l’identificazione dei malati.
La cosa si spiega perché il vaccino è gestito dall’efficienza capitalistica mondiale che ha fatto miracoli mentre l’identificazione dei malati fa capo alla dormiente struttura pubblica che non ha fatto nulla. Identificare i malati era infatti risolutivo solo se inserito in un’operazione centrale a tappeto gestita dalla struttura pubblica; in caso contrario era fatica sprecata. Per avere idea del fenomeno possiamo fare riferimento a un problema diverso che però ha alcune analogie: quello dell’acqua alta a Venezia che si poteva contrastare limitando la portata alle bocche d’ingresso o in mancanza fortificando tutti i piani terra delle case con chiusure, pompe e altri marchingegni. Il primo era risolutivo ma centrale e pubblico, così in 30 anni non è stato realizzato; il secondo era periferico e privato, ma impotente nonostante le immense risorse profuse; è stata però l’unica strada obbligata per le carenze pubbliche.
L’identificazione dei malati invece doveva essere il nucleo di un intervento pubblico centrale che prevedeva il responso negativo come condizione per uscire di casa; avrebbe richiesto tecniche e organizzazioni adeguate, ma poteva essere ottenuto in pochi mesi, grazie all’immensa tecnologia di cui disponiamo, se si pensa che in meno di un anno disporremo del vaccino. I malati erano inizialmente l’uno per mille della popolazione per cui fermandone uno si poteva lasciare liberi gli altri 999 senza penalizzare l’economia. Il costo sarebbe stato un decimo rispetto ai danni subiti.
Ma la struttura pubblica non aveva gli strumenti e la conoscenza per svolgere questo compito, di conseguenza lo ha scaricato, con relativi oneri alle varie organizzazioni sparse sul territorio quali aeroporti, trasporti, scuole, aziende, bar, ristoranti, alberghi, che sono stati responsabilizzati per il distanziamento, i controlli e il rispetto delle imposizioni. Impegni condizionanti e onerosi, ma palliativi, parzialmente inutili e non risolutivi, quasi una lotta contro i mulini a vento, perché eseguita troppo tardi quando i buoi erano già scappati. Esattamente come la lotta casa per casa della Venezia allagata.
Non erano infatti le strutture decentrate che potevano fronteggiare il problema ma solo la struttura pubblica centrale che doveva gestire e stimolare la ricerca di ciò che serviva, per utilizzarne i risultati. Nessuno si è invece fidato di una possibile domanda così inaffidabile e sottodimensionata (alcune centinaia di migliaia di tamponi invece che molte decine di milioni) di conseguenza nessuna organizzazione seria ha fatto gli investimenti necessari e quasi a un anno di distanza, mentre il vaccino sta per essere realtà, usiamo ancora le tecniche e i tamponi iniziali.
I vaccini invece sfruttando la domanda potenziale dell’intera umanità di 7 miliardi di individui rappresentano un immenso potenziale economico per chi fra i primi riesce a risolvere il problema; valori tali che possono cambiare l’attuale equilibrio geopolitico. L’efficienza travolgente del meccanismo capitalistico e della fantasia creativa dei soggetti coinvolti, sta per effettuare il miracolo e fra meno di un semestre potremmo aver superato il problema, ma questo non toglie che l’inefficienza pubblica ha fatto perdere quasi un anno con tutti i conseguenti drammi e rischi relativi.
In questa situazione continuare ad attribuire le attuali disfunzioni politiche alle incapacità degli uomini, esultando quando negli Usa vince Biden, meno peggio degli altri, incomincia a diventare patologico e denuncia o una totale incapacità di capire la realtà attuale o peggio la voglia di non vedere secondo la folle politica dello struzzo. La tardiva presa di coscienza rischia di essere drammatica, perché il sonno della ragione potrebbe partorire i mostri degli anni ’30 del secolo scorso.
CAPITOLO IV
II FASE – EVOLUZIONE ELETTRONICA-SOFTWARE – SOCIETA’ POST BORGHESE
Necessità evolutiva Abbiamo visto l’incapacità del nostro impianto istituzionale di soddisfare le complesse necessità delle società avanzate perché privo degli strumenti gerarchici/conoscitivi adeguati alla ormai necessaria attività operativa pubblica; il coronavirus ha evidenziato il fenomeno, facilitandone la comprensione, perché essendo un fatto nuovo, evidenzia meglio l’incapacità pubblica, meno evidente per le disfunzioni quotidiane, considerate normali quando normali non sono.
Siamo portati a considerare tali, quasi contro faccia del progresso, le code in autostrada, il servizio sanitario e scolastico non reso, la mancanza di trasporto urbano, le distruzioni urbanistiche, le emergenze per inondazioni e terremoti, ecc.; nell’elenco potremmo inserire anche i grandi drammi che vogliamo non vedere quali i campi di concentramento che altri, pagati da noi, organizzano per fermare i migranti, i bambini che muoiono di fame, il naufragio dei migranti.
Forse erano violenze inevitabili in passato, ma non più oggi: al nostro livello tecnologico il dramma economico è solo disfunzione organizzativa perché i mezzi disponibili sono sufficienti per soddisfare le principali necessità nostre e della intera collettività. In questo momento, nei nostri paesi avanzati, i più efficienti, non vengono sfruttate più di un 10% delle risorse disponibili e manchiamo di qualsiasi strategia a medio periodo. Le reali possibilità sarebbero quindi enormi e tali da poter ridurre le cause degli scontri economici fra i popoli e, pur con inevitabili residue conflittualità, arrivare a una grande svolta nei rapporti internazionali.
Abbiamo già visto gli immensi risultati ottenuti in solo mezzo secolo, nella seconda metà del Novecento, quando le democrazie avanzate hanno raggiunto i più alti livelli di diritti, libertà, benessere ed equità distributiva, rappresentando il sistema vincente in Europa e nei Paesi avanzati, mentre fallivano tutte le soluzioni alternative. L’esperienza può aiutare a capire oggi le incredibili potenzialità ottenibili, anche grazie all’elettronica, integrando politica ed economia in un unico disegno strategico.
Infatti se verso la fine del secolo non si fosse rotto l’equilibrio economico/politico, sarebbe stato possibile raggiungere risultati oggi impensabili; ma la spinta propulsiva si è invece esaurita, creando un progressivo degrado che spinge verso soluzioni autoritarie senza che esista alcuna giustificazione economica. Infatti la rivoluzione elettronica ha progressivamente sostituito, negli ultimi 50 anni, l’attività del cervello umano in molti settori produttivi con un aumento potenziale di produttività e di produzione ben maggiore di quella dei secoli precedenti ottenuta dalla rivoluzione industriale che ha sostituito il motore e la meccanizzazione alla fatica umana. La crescita di reddito e libertà dovrebbe quindi essere maggiore di quella ottenuta nei secoli precedenti, per cui anche solo a livello economico il reddito della fascia del 10% della popolazione più povera dovrebbe essere pari a quello attuale del 10% più ricco.
Certo può sembrare un sogno utopico privo di contenuto reale, ma in maniera analoga sarebbe sembrata a un proletario di inizio ‘900 la possibilità di poter fruire del reddito e dei diritti raggiunti negli anni ’90. Allora come oggi era necessario/sufficiente superare i vincoli politici che impedivano di realizzare le elevate potenzialità produttive. Allora, negli anni ’20 del secolo scorso, la forte evoluzione tecnologica avrebbe potuto permettere significativi aumenti (da Keynes stimati nel ’28 pari al 400% del Pil), e invece la scarsa crescita della produzione ha creato disoccupazione (30% dei lavoratori) e riduzione dei salari (in Italia del 10%), portando alle dittature e alla guerra. Lo sviluppo è stato possibile solo negli anni ’50 dopo che con la guerra si sono superati i precedenti vincoli.
Anche oggi è possibile un aumento di reddito e di libertà di 10 volte (1.000%), ma è impedito da vincoli politici; sfruttando l’esperienza del secolo scorso, potremmo forse evitare di passare attraverso le dittature e la guerra che hanno caratterizzato gli anni ’30 e ’40 del Novecento. È necessario costruire una struttura pubblica in grado di soddisfare le attuali necessità della società, come avvenne con i cambiamenti post bellici, nella seconda metà del secolo scorso. È necessario quindi fornire alla collettività un meccanismo di valutazione ed espressione delle proprie necessità nonché di controllo reale sull’operato della struttura pubblica, perché il controllo determina a caduta tutta la catena virtuosa di ottimizzazione, conoscenza e crescita. La mancanza di tale meccanismo è stata la causa della crisi attuale e ha trasformato in dittature tutte le precedenti rivoluzioni.
I problemi da risolvere sono molti e accentuati da pregiudizi, prassi e interessi da superare; come diceva Einstein i pregiudizi sono i più difficili da combattere. Il primo è quello relativo al tabù del suffragio universale; infatti il disporre ciascuno pariteticamente di un voto dovrebbe garantire il più alto e non superabile livello di democrazia possibile. Certamente è vero ma solo se e quando il potere del votante è reale e non solo formare; così è stato nella seconda metà del Novecento, e si sono visti i risultati, perché il proletario/votante rivendicava i propri diritti negati e quindi sapeva cosa voleva e poteva controllare i risultati. Così non è più oggi, e si vedono i risultati, perché la collettività/votante non sa cosa vuole e ha perso la possibilità di controllo.
Questo pregiudizio è analogo a quello, oggi parzialmente superato, che ha condizionato più di un secolo di lotta politica legato alla proprietà pubblica dei mezzi di produzione; anche in quel caso sostituire il “padrone” con la collettività sembrava rappresentasse il massimo livello di potere delle masse, garanzia di uguaglianza e democrazia. La storia ci ha invece insegnato che era solo formale perché gestione e controllo rimanevano saldamente in mano a chi deteneva il potere, sottraendolo alla collettività; così la concorrenza capitalistica gestita dal mercato ha dato alla collettività maggior potere e possibilità di controllo sul produttore. Il mercato era un controllo povero ma reale, preferibile a quello della proprietà pubblica che era nobile ma formale.
La ricerca di un meccanismo reale di controllo richiede preventivamente la possibilità di valutare il benessere collettivo raggiunto; invece, anche facendo riferimento solo all’aspetto economico e trascurando gli altri elementi del benessere, vediamo che non abbiamo neppure un indice di valutazione perché disponiamo solo del Pil (prodotto interno lordo), da cui deduciamo che l’economia va bene se sale e viceversa se scende. Però il Pil, non solo è approssimato (inevitabile) ma, condizionato dalla cultura prevalente, esamina solo metà del ciclo economico, cioè il momento produttivo, trascurando l’altra metà, cioè l’uso che facciamo della produzione che è determinante per il benessere collettivo; arriva così a valutazioni spesso rovesciate.
Fanno parte del Pil infatti anche tutti i maggiori costi che dobbiamo sopportare per le molte disfunzioni organizzativa quali disservizi nel trasporto urbano, servizi non resi, ecc., di conseguenza la loro crescita aumenta il Pil. Un solo esempio: l’autostrada a pagamento invece che gratuita (come in Germania) implica un’automatica riduzione del tenore di vita della collettività; però se un Paese la fa pagare mentre prima era gratis, il Pil aumenta del relativo fatturato mentre il benessere dei cittadini si riduce a causa del costo aggiuntivo (analogo all’introduzione di una nuova tassa). Sulla base di questa logica perversa, per coprire l’ampiezza della crisi, si scaricano sui cittadini tutti i servizi che utilizzano (compreso il transito su “la via dell’amore” alle Cinque Terre), così crescono Pil e occupazione (gli esattori del pedaggio), si impoverisce la collettività.
Si misurano così i ricavi dei cittadini ma non i loro costi, che sempre più determinano il benessere collettivo: inutile avere un reddito di 3.000 € mese se si devono sopportare 2.500 € mese di costi per scuola dei figli, asili, assistenza ai genitori, spese mediche, trasferimento casa ufficio, smaltimento rifiuti, affitto, tasse sulla casa ed elevati oneri fiscali, canone televisivo obbligatorio (anche per chi ne è privo), sicurezza fisica, garanzie sociali, canoni autostradali, vecchiaia non assistita – l’elenco può essere infinito. È preferibile un reddito di 1.000 € mese ma con tutti questi servizi efficienti, disponibili e gratuiti. Il Pil del primo caso risulta però del 200% più elevato di quest’ultimo.
Non si vedono o si finge di non vedere queste contraddizioni neppure nei casi più evidenti in cui il comportamento della mano pubblica annulla direttamente i vantaggi faticosamente ottenuti. Oggi non è più possibile utilizzare la svalutazione della lira per vanificare gli aumenti salariali, però rimangono altre misure come la leva fiscale, l’addebito di servizi in precedenza gratis, la sospensione di altri. Solo i partiti populisti hanno identificato la disfunzione pubblica come origine dell’attuale crisi e ne hanno attribuito la causa all’esecranda “casta”; mancando però di soluzioni alternative, si sono ridotti a una contestazione globale, inevitabile fuoco di paglia, priva di sbocchi fino a quando non riusciremo a identificare i necessari meccanismi gestionali alternativi.
Come primo passo bisogna riuscire a misurare il benessere collettivo che non corrisponde al semplice aumento dei redditi ma all’effettivo tenore di vita fortemente condizionato dal livello dei costi e che quindi potrà crescere anche in presenza di una riduzione del Pil. Parliamo ovviamente di un cambio di logica produttiva e non della decrescita felice, ipotesi scellerata dettata dalla paura del cambiamento, che non tiene neppure conto che non è tecnicamente realizzabile. Infatti la produzione costante in presenza come oggi di una forte crescita di produttività (elettronica), farebbe esplodere la disoccupazione e la miseria. Esattamente la drammatica situazione dell’Ottocento, causata da una crescita produttiva inferiore all’aumento della produttività, che ha prodotto disoccupazione e intollerabile miseria.
Per incominciare a fissare alcuni punti fermi, precisiamo che la l’istanza democratica di una società in cui tutti tendenzialmente hanno gli stessi diritti, non significa una società di uguali, ma solo un sistema in cui tutti fruiscono di alcuni diritti irrinunciabili quale sanità, istruzione, dignitoso tenore di vita e garanzia per la vecchiaia, disponendo inoltre di omogenee condizioni di partenza. Ciascuno però si potrà sviluppare secondo la propria capacità e volontà; cioè una società di uomini liberi, perché queste sono le condizioni indispensabili per essere tali.
L’elemento strategico è costituito da un’efficienza pubblica capace di ottimizzare la produzione sia propria che quella capitalistica, facendo prevalere, grazie al controllo della maggioranza, una istanza distributiva egualitaria finalizzata allo sviluppo del benessere collettivo. La caratteristica determinante sarà la disponibilità di molti servizi pubblici efficienti e parzialmente gratuiti, quali sanità, istruzione, sicurezza sociale e fisica, fruizione urbana, libertà di movimento, ecc.
In questa situazione sarebbe anche possibile il reddito di cittadinanza di cui oggi, suscitando legittime perplessità, si parla in maniera confusa e contradittoria. Potrebbe invece permettere non solo la garanzia a tutti una dignitosa sopravvivenza, secondo un imperativo obbligo morale, ma anche un risparmio economico perché, come diceva Galbraith, già più di mezzo secolo fa, costa meno alla società l’assistenza ai più deboli che la repressione degli esclusi che non hanno nulla da perdere.
Tale misura dovrebbe però riguardare tutti, non solo i poveri, e sostituire di conseguenza tutti gli altri meccanismi assistenziali. La sua gestione verrebbe infatti enormemente semplificato e si eviterebbe la convenienza a non lavorare per non perdere l’agevolazione. Il suo costo, contrariamente a quello che può sembrare a prima vista, sarebbe inoltre abbastanza contenuto perché, con un sistema fiscale funzionante, graverebbe sulla collettività solo la parte a favore degli indigenti, in quanto per tutti gli altri sarebbe una semplice partita di giro da dedurre direttamente dalle tasse al momento del versamento. Certamente costerebbe meno della attuale giungla assistenziale, tanto cara alla dittatura diffusa della “casta” e questa nuova efficienza produttiva/distributiva potrebbe per la prima volta “eliminare la povertà” come pomposamente e impropriamente affermato.
Ricordiamo infatti che, anche se può non piacerci, la nostra società fino al secolo scorso, come giustamente sostenne Marx, si basava sullo sfruttamento; al livello tecnologico di allora però poteva esistere una minoranza pensante solo grazie a una maggioranza adibita ad una attività produttiva massacrante: se il contadino, il minatore, il marinaio, l’operaio avessero avuto la libertà di pensare l’avrebbero utilizzata principalmente per liberarsi da quella intollerabile situazione. Il salto tecnologico degli ultimi 50 anni ha rovesciato la situazione: per lavorare bisogna pensare e per pensare bisogna lavorare; il principio vale per tutti i livelli del processo produttivo dai più semplici a quelli più elevati. Lo sfruttato non pensante, in prospettiva non rappresenta più un vantaggio perché portatore di un costo generale in continua crescita, capace di compromette l’equilibrio generale. L’uso massiccio che continuiamo a farne è conseguenza della disfunzione produttiva e conferma l’incapacità pubblica di adempiere al proprio compito.
Il discorso non vale solo all’interno delle democrazie avanzate ma deve coinvolgere in tempi successivi anche i rapporti internazionali e le relazioni con il terzo mondo a mano a mano che i diversi paesi verranno coinvolti nel discorso generale. Non è vero infatti, come si usa sostenere semplificando, che la democrazia non si esporta; infatti essa è composta da due elementi: l’istanza democratica di partecipare e la tecnologia per realizzare tale partecipazione. L’istanza non si esporta, ma attualmente, nella società interconnessa, è già generale e coinvolge tutto il mondo; basta pensare alla primavera araba, e a tutte le sanguinose rivolte contro i dittatori. Finora manca invece la soluzione capace di tradurre quest’attesa in realtà; è questo l’elemento da mettere a punto e una volta identificato, come un vaccino, potranno fruirne tutti.
Il fallimento della primavera araba non originava dalla cultura di popoli che mancavano della conoscenza di Aristotele ma dal nostro modello democratico non più funzionante; infatti esso regge con fatica, finché regge, da noi, ma certo non può essere proposto come riferimento a chi ancora non ce l’ha. Abbiamo offerto un modello avariato che non poteva impiantarsi nella nuova realtà, per questo non si è imposto, non perché la democrazia non sia esportabile.
La soluzione della tripartizione dei poteri pensata dall’illuminismo francese quasi tre secoli fa per legittimare e consolidare il nascente potere borghese, fino a quando ha funzionato, è stata esportata in buona parte del mondo grazie alla sua superiore efficienza. È stata imposta, a volte anche con le armi come in Europa nel dopo guerra, più spesso controllando lo svolgimento delle elezioni per decidere aiuti ed alleanze. Ovunque in passato ha attecchito sostituendo i regimi precedenti; un nuovo modello democratico capace di risolvere le contraddizioni odierne e garantire l’aumento di benessere, potrà nuovamente affermarsi ovunque sia perché permetterà al terzo mondo di uscire dall’attuale situazione di violenza e disperazione, sia perché libererà gli attuali paesi avanzati dal dramma inaccettabile, ma oggi irrisolvibile, dei migranti. Questa è la posta in gioco e l’obbiettivo da raggiungere.
Difficoltà del cambiamento – Incominciamo affrontando le difficoltà: dobbiamo costruire una struttura operativa, ancorata al territorio, che aggreghi le necessità della collettività e non quelle della struttura produttiva; questa è la prima difficoltà perché, come nel caso del Pil, tutte le nostre logiche organizzative omologano principalmente le strutture produttive, bisogna quindi rompere la visione prevalente superando le mille difficoltà di qualsiasi cambiamento, specie se di questa dimensione. Vediamo le principali.
Prima – la struttura produttiva, pubblica e privata, è organizzata e accentrata, sa cosa vuole e ha i mezzi economici per raggiungere gli obbiettivi; le necessità della collettività sono invece principalmente individuali, decentrate, sparse sul territorio e finora prive di una propria organizzazione: è facile quindi che i soggetti produttori già inseriti nel meccanismo di potere, prevalgano e lo utilizzino a proprio favore. Si impone quindi un meccanismo di contrasto effettivo, reale ed efficiente.
Secondo – il controllo deve originale dal basso per evitare l’identità del controllato con il controllore; deve coinvolgere potenzialmente tutta la popolazione perché le fasce escluse perderebbero diritti e reddito, come il proletariato nell’800; il meccanismo deve essere reale e non solo formale perché “in nome del popolo” si sono legittimati i peggiori abusi.
Terzo – gli obbiettivi devono essere egualitari e non meritocratici e, grazie al controllo della maggioranza, devono prevalere le istanze egualitarie per soddisfare le necessità della collettività; è quindi dialettica con la logica meritocratica e selettiva della struttura produttiva.
Quarto – la conoscenza, questo è il punto principale, su cui ritorneremo in seguito, ed è legato al meccanismo della conoscenza e al circolo vizioso che la condiziona. La collettività per partecipare effettivamente deve conoscere, onde non alimentare l’attuale demagogia; la conoscenza richiede però l’inserimento nel ciclo produttivo; si ritorna così al punto di partenza perché per produrre si deve avere la conoscenza necessaria. Il principale vincolo è infatti l’interdipendenza conoscenza/produzione, dove la conoscenza deriva dalla produzione e quest’ultima è figlia della conoscenza.
Non serve aggiungere altri punti, già questi possono evidenziare la “missione impossibile”, e spiegare anche la voglia crescente di un uomo forte che assuma il comando e, con equilibrio, intelligenza, competenza e autorità, guidi il popolo verso un radioso avvenire. Per chi crede nelle favole è certo l’ipotesi perfetta, ma l’economia non è una favola e nella realtà ciascuno, singolo o classe, difende principalmente i propri intessi; nessuno difende chi non ha potere. L’esperienza ci insegna che, indipendentemente dalle caratteristiche degli uomini al potere, chi non ha diritti non ha né reddito né dignità come il contadino medievale o il proletario dell’800.
Sgombriamo anche il campo dall’ipotesi che un miglioramento organizzativo sia possibile solo selezionando, con l’uso di incentivi, gli uomini migliori per i posti di responsabilità. Forse può valere per singoli individui ma non regge parlando dei grandi numeri richiesti dall’organizzazione politico/economica. Infatti l’incentivo presuppone un meccanismo di controllo sui risultati che possa legittimare il premio; in mancanza tutti hanno uguali diritti di averlo. Inoltre il ruolo svolto dal singolo segue logiche ben precise e determinate dai poteri delegati, dal livello di conoscenza del selezionatore e dagli obbiettivi che si pongono. Basta ricordare l’Ottocento in Europa quando la borghesia, unica al potere, pur disponendo di una classe dirigente di alto livello, non ha sfruttato l’evoluzione tecnologica per far crescere la produzione, con il risultato di festeggiava incosciente la belle époque, ma dicondannare il proletariato, senza potere, a disoccupazione e miseria.
In sintesi è quindi necessario un meccanismo di collegamento continuo tra l’organizzazione produttiva e la collettività, che fornisca a quest’ultima: la conoscenza necessaria ad esprimere le proprie necessità in maniera coerente e ragionata; la possibilità di trasmetterle alla struttura produttiva pubblica; il controllo sui risultati raggiunti, per selezionare le politiche e gli operatori che meglio soddisfino le sue necessità.
Questo obbiettivo può essere raggiunto dalla costituzione di una piramide organizzativa basata su una catena gerarchica/conoscitiva continua, operante in tempo reale, che partendo dalle necessità del territorio in cui conoscenza e potere, livello per livello salgano dalla base al vertice per ridiscendere poi per il coordinamento e controllo. Non facile da capire e forse neppure da realizzare ma a questo punto è corretto fissare solo principi e necessità rimandando a una fase successiva il contenuto pratico più idoneo a realizzarli. Anche l’Illuminismo francese ha fissato il principio della tripartizione dei poteri; le Costituzioni che hanno recepito tali principi sono state elaborate in seguito, dopo più di mezzo secolo, dai vari popoli in base alle loro necessità e ai precedenti storici, utilizzando le esperienze e gli errori fatti.
Questo principio rappresenta comunque il nucleo di una nuova struttura politico/economica che dovrà modificare radicalmente il nostro impianto istituzionale. Pensiamo quindi utile per meglio capire l’impostazione, esaminare il processo capitalistico, dove logiche analoghe hanno costituito il suo principale punto di forza. Quando un qualsiasi soggetto in qualsiasi momento di un qualsiasi punto del mondo va al bar e prende un caffè effettua una scelta che svolge due fondamentali funzioni: dice cosa vuole alla struttura produttiva affinché si adegui per soddisfarla; esercita un controllo sul suo operato scegliendo il prodotto e l’organizzazione che meglio lo soddisfa.
Trasmissione delle necessità e controllo sul produttore, esattamente quello che stiamo cercando. Ovviamente l’acquisto del singolo caffè cambia solo in maniera infinitesimale l’organizzazione del produttore, ma se ad acquistare il caffè sono 1 -10 -100 milioni di uomini, tutta la struttura produttiva si modifica per soddisfare tale richieste; saranno quindi necessarie più macchine per produrre il caffè, più navi per trasportalo, più acciaio e così all’infinito in quel complesso meccanismo di interdipendenza e coordinamento che coinvolge il mercato mondiale e rappresenta la forza dirompente del capitalismo.
Con un analogo esempio possiamo meglio approfondire sia il meccanismo gerarchico/conoscitivo che rappresenta il presupposto dell’intera struttura, sia la sua mancanza strutturare nel meccanismo di selezione pubblica costituito dalle elezioni. Immaginiamo quindi lo stesso soggetto vada in un grande magazzino dove può effettuare una scelta ponderata perché conosce sia i prezzi dei vari prodotti sia le proprie possibilità (reddito); con questi due dati è in grado di soddisfare al massimo le sue necessità del momento. È una scelta fatta in autonomia dal singolo, cioè l’unità elementare degli utenti.
La scelta ha conseguenze sul livello più basso della catena gerarchica del produttore, ad esempio l’uomo che sostituisce il prodotto comprato. Se la stessa scelta è fatta da più persone, il problema risale lungo la catena gerarchica e coinvolge ad esempio l’ufficio acquisti che effettua un nuovo ordine. Più crescono i consumatori di quel prodotto più sale il livello della produzione coinvolto, fino ad arrivare ai massimi vertici che possono decidere di interrompere una produzione e/o fare grossi investimenti per potenziarne un’altra. L’efficienza e tempestività della risposta del produttore seleziona il produttore e i suoi uomini, perché se il bene richiesto non è adeguatamente disponibile la scelta del consumatore cade sul prodotto di un altro. Pare che alla fortuna iniziale di Benetton abbia contribuito la maggiore rapidità nel trasmettere alla produzione le scelte del mercato.
Come abbiamo visto solo il produttore può elabora la strategia produttiva che meglio soddisfa alle necessità; infatti non è di competenza dell’utilizzatore, che però deve poter esercitare il controllo finale sul risultato, effettuando o meno l’acquisto. L’interdipendenza fra produttore e utente è quindi costituita da una catena gerarchica/conoscitiva dove il consumatore esprime le proprie necessità che vengono recepite dal livello più basso del produttore e trasmesse, lungo la sua scala gerarchica, al vertice il quale reagisce gestendo la struttura produttiva per soddisfare al meglio le necessità dell’utente, al quale rimane il controllo finale scegliendo il produttore che meglio lo soddisfa. In questo modo la collettività/utente può esprimere le proprie necessità e controllare l’operato del costruttore.
Il rapporto quindi non è mai diretto base/vertice ma, sia in salita che in discesa, è intermediato dalla catena gerarchica/conoscitiva, organizzata in forma di piramide, in modo che ad ogni livello si fermino conoscenza e potere di specifica competenza. L’efficienza di questa piramide è uno degli elementi determinanti del funzionamento aziendale e ne produce il successo o il fallimento.
Supponiamo invece che per l’evoluzione tecnologica o per scelte politiche un unico produttore nazionale sia autorizzato a fornire alcuni prodotti e li distribuisca in un pacco preconfezionato il cui contenuto è di difficile identificazione ma viene magnificato dalla squadra che gestisce la produzione e criticato dalla squadra rivale. Supponiamo che continui a crescere la parte di prodotti riservati al produttore unico e diventi nel tempo la parte di produzione principale e strategica, assorbendo del reddito dell’utente una fetta crescente che passa dal 10% ad oltre il 50% delle proprie risorse (come nella nostra realtà!).
È evidente che l’utente riduce la sua possibilità di scelta sia perché non è in grado di capire cosa effettivamente contiene il pacco, sia perché ha l’obbligo di pagarlo comunque anche se non gli serve, come il canone della televisione comunque dovuto. La situazione non migliora molto se ogni 3 – 4 anni la collettività/utente ha la facoltà di partecipare a un’elezione a suffragio universale (l’uguaglianza è garantita!) compilando un modulo prestampato in cui, sulla base delle promesse ricevute, indica quale gruppo di potere vuole che gestisca il produttore unico. Nella realtà ha perso qualsiasi possibilità di imporre le proprie necessità e controllare l’operato del produttore.
Facile capire che l’esempio descrive la situazione della società moderna incapace di adeguarsi alla nuova realtà. In passato il capitalismo controllato dalla concorrenza gestiva il 90% della produzione, mentre la struttura pubblica controllato dalle elezioni gestiva l’altro 10% che riguardava quasi esclusivamente il livello di diritti riservati a ciascuno e di conseguenza la forza. Entrambi questi meccanismi di controllo erano reali e quando hanno operato correttamente hanno garantito benessere e libertà. La nostra struttura istituzionale è stata pensata per questa realtà ed ha soddisfatto le necessità dell’abbinata borghesia/capitalismo che rivendicava la libertà dei suoi attori. Non si poneva invece il problema di un maggior compito produttivo pubblico perché non ne esisteva la necessità e non era consono con gli interessi della borghesia che si considerava (giustamente) la più dotata a svolgere attraverso il capitalismo la funzione produttiva
Il problema si è posto verso la fine del secolo e solo allora si è potuto riscontrare che la nostra struttura istituzionale non dispone dello strumento idoneo a questo compito, diventato nel frattempo l’elemento strategico della qualità della vita e dell’equilibrio economico/sociale. Facile capire come questa mancanza vanifica in parte la democrazia riducendo a puro fatto formale i poteri/diritti della collettività, e permette parallelamente alla struttura pubblica – politici e funzionari- priva di controllo di compiere a qualsiasi abuso.
La collettività/elettore può decidere poco ed esprimere solo luoghi comuni, come “voglio uomini capaci, onesti e competenti” che non modifica nulla, infatti continuano a essere selezionati i soggetti peggiori che meglio ingannano la collettività offrendo irresponsabilmente tutto. Le elezioni, esaurito il loro fondamentale compito di difesa dei diritti, per la gestione della produzione corrispondono al modulo sopra visto che non ha alcuna funzione e diventa pura demagogia. Cade così il potere di controllo della collettività, rimangono solo i controlli formali, spesso inutili e negativi per cui si rompe la catena virtuosa da cui deriva ottimizzazione, conoscenza e benessere.
La posizione è molto pericolosa, perché le elezioni garantiscono la nostra irrinunciabile libertà e quindi nasce il diffuso equivoco, legittimato dall’apparenza: “la libertà ha questi problemi non risolti, per risolverli bisogna rinunciare a un po’ di libertà e cercare il salvifico uomo forte”. È come nell’esempio dell’acquedotto che porta l’acqua in una zona arida, ma la distribuisce in modo discriminante; l’alternativa, acqua discriminata o aridità, rappresenta l’equivoco che difende la discriminazione: la risposta corretta consiste nell’equa distribuzione dell’acqua.
La necessità di coniugare libertà ed equa distribuzione delle risorse richiede una catena gerarchica/conoscitiva, analoga a quella capitalistica, che possa collegare le necessità della collettività con la struttura produttiva pubblica e le fornisca lo strumento necessario a gestire la parte di produzione non controllata dalla concorrenza, oggi predominante e strategica. Rispetto al modello capitalistico, che usiamo di riferiamo per riferimento, esistono due principali differenze; la prima di impostazione: nel capitalismo la conoscenza sale dalla base al vertice e il potere ridiscende alla base, mentre nel nostro caso conoscenze e potere salgono dalla base al vertice e ridiscendono alla base. La seconda di conoscenza: diversa è la conoscenza che nei due casi serve alla collettività per effettuare le scelte e controllare il risultato raggiunto.
La prima è facilmente risolvibile, anzi le aziende già incominciano a muoversi in questa direzione perché l’evoluzione sociale chiede sempre di più una gerarchia condivisa e quindi stimolare un potere che risale lungo la catena gerarchica, risulta fondamentale anche per l’efficienza aziendale. Molto più complesso invece è l’aspetto della conoscenza infatti, come abbiamo visto, nel meccanismo capitalistico è individuale sia la scelta del consumatore che quella del produttore: il consumatore acquista un frigorifero e il produttore ne ottimizza la produzione per soddisfarne la richiesta.
Ben diversa è la situazione di quasi tutte le scelte di competenza della struttura pubblica perché, riguardando la gestione del territorio, prevalgono i fenomeni di interdipendenza e di compatibilità, per cui ogni scelta non fa riferimento alla singola richiesta e allo specifico produttore coinvolto, ma deve traguardare l’intero territorio di riferimento. Nel servizio di trasporto urbano ad esempio, per l’utenza sono predominanti le necessità dell’intera città, così come per il produttore pubblico non è significativo l’equilibrio di bilancio dell’azienda delegata al servizio, quanto le caratteristiche del servizio reso perché determina le caratteristiche economico/sociali della città.
Nel caso del capitalismo quindi è sufficiente una conoscenza individuale: il singolo utente sa cosa vuole e il singolo produttore cosa deve fare. Nella nuova struttura politica è necessaria una conoscenza collettiva per condizionare le scelte collettive sia del produttore pubblico che della collettività/utente. Questo è il principale problema da risolvere perché, come continuiamo a ripetere la conoscenza è condizionata dall’interdipendenza produzione/conoscenza in cui la conoscenza nasce dal “fare”, cioè dalla produzione, che a sua volta è figlia della conoscenza. Così la collettività, senza un diverso inserimento produttivo, non può avere la conoscenza necessaria, d’altra parte non può inserirsi nel nuovo processo perché priva di tale conoscenza.
Per incominciare ad inoltrarci in questo non facile mondo sconosciuto possiamo partire da un precedente tentativo di struttura democratica alternativa, rappresentato dal modello dei Soviet che i rivoluzionari russi adottarono dopo la rivoluzione all’inizio del secolo scorso. Il tentativo fallì, ma vi erano alcuni punti comuni al nostro discorso e quindi sarà utile rilevare le similitudini e le diversità per capire cosa non ha funzionato e perché è oggi legittima l’attesa di un risultato positivo.
I soviet. La rivoluzione russa come tutte le rivoluzioni rivendicava un più equo criterio di ripartizione delle risorse per garantire benessere collettivo ed equità sociale. Per raggiungere l’obbiettivo, secondo la cultura dominante del momento, si considerava necessario raggiungere i seguenti obbiettivi:
Eliminare il “padrone” capitalista perché secondo la teoria marxista lo sfruttamento nasceva a livello aziendale come “plus valore” rubato dal padrone/borghese all’operaio/proletario.
Realizzare una forma più avanzata di partecipazione collettiva alla gestione economico/politica, sintetizzata dallo slogan – potere alle masse -, che avrebbe sancito la fine della lotta di classe con la vittoria del proletariato sulla borghesia.
L’impianto costituzionale dei paesi europei veniva (giustamente) considerato finalizzato a mantenere il potere della borghesia, controparte del proletariato nella lotta di classe. Questo punto era oggettivamente corretto per tutto l’Ottocento fino quasi a metà del Novecento, perché le democrazie borghesi europee rappresentavano solo i borghesi, unici con diritto di voto, titolati a eleggere propri membri in difesa dei propri interessi, mentre il proletariato senza diritti veniva escluso in maniera inaccettabile.
Serviva quindi un’organizzazione economica alternativa perché per raggiungere questi obbiettivi non bastava certo la volontà rivoluzionaria ma serviva uno strumento organizzativo basato su logiche e prassi nuove; si doveva quindi creare una diversa organizzazione per soddisfare le istanze della collettività, allora rappresentato dal proletariato, e fornire gli strumenti necessari a renderle coerenti e utilizzabili. I interessa questa coscienza che oggi manca mentre la maggioranza della popolazione, pur rilevando una situazione inaccettabile, si illude che sia sufficiente a modificarla la buona volontà e l’onestà dei soggetti coinvolti. Troppi si rifiutano di capire che l’inadeguatezza dei vari soggetti, politici e burocrati, non è la causa ma la conseguenza della crisi e nulla si può modificare senza cambiare il meccanismo istituzionale che la origina.
I Soviet sembravano la formula magica che rendeva la nuova struttura pubblica capace di risolvere tutti i problemi e legittimare un futuro felice ed equo. La storia ha smentito questa previsione, ma i condizionamenti ideologici hanno reso difficile la comprensione del perché e così per più di un secolo ci si è illusi che l’arretratezza e la violenza prodotte fossero incidenti di percorso rimediabili con uomini e tempi diversi. Alla fine ci si è arresi all’evidenza, ma molti hanno preso atto senza capirne la ragione, condizionando ancora oggi la corretta lettura della realtà.
Gli elementi oggettivi che sembravano fare dei Soviet la soluzione ideale erano molto convincenti: i mezzi di produzione non solo diventavano pubblici, ma il proletario/operaio li avrebbe gestiti direttamente e l’insieme dei soviet sarebbe diventata la catena gerarchico/conoscitiva che costruiva il potere politico. Soluzione perfetta: l’operaio padrone di sé stesso che si autogestisce, mentre le masse (oggi diremmo la collettività) partecipano alla gestione del potere economico e determinano quello pubblico. Oggettivamente nella logica allora dominante, era perfetta e difficilmente contestabile; si può capire come ancora oggi dopo un secolo spesso sfuggono le ragioni del suo fallimento. Capire il perché, permette invece di evidenziare le sue contradizioni ed evitare gli stessi errori nella ricerca di una soluzione pur diversa ma con lo stesso obbiettivo di far partecipare la collettività alla gestione della struttura economico/sociale.
La logica dei Soviet aveva due punti non risolti tipici del momento storico e della cultura marxista. Il primo forse storicamente insuperabile: considerava il capitalismo il nemico da abbattere mentre tale era la borghesia che lo gestiva e quindi lo scontro doveva essere a livello politico contro la logica della sua gestione. Combattere lo strumento ci riporta al solito esempio di distruggere l’acquedotto per evitare le diseguaglianze che crea. Politica certamente perdente specie in quel momento perché il capitalismo era il migliore per non dire l’unico strumento di ottimizzazione produttiva e quindi era necessario gestirne l’uso e non combatterlo rinunciando a tutti i vantaggi che poteva offrire.
Ancora oggi il capitalismo e il meccanismo produttivo più avanzato, infatti non si prevede di rinnegarlo ma solo si prende atto che non può operare sulla parte principale della produzione, per la quale si cerca una soluzione alternativa, pur coscienti che sarà meno efficiente della logica capitalista, ma molto di più dell’attuale “non” gestione. A quei tempi invece era corretto gestire il capitalismo che operava sul 90% della produzione e affiancarlo con un criterio distributivo egualitario gestito dalla mano pubblica. Le politiche delle democrazie riformiste, realizzate principalmente dai paesi del Nord Europa, hanno “oggettivamente” rappresentato il più alto livello raggiunto dal sistema economico/sociale.
Inoltre, anche se il fatto è marginale, i Soviet costituivano un’organizzazione unica che gestiva sia produzione che distribuzione e quindi dovevano seguire due logiche comportamentali contrapposte: quella meritocratica e selettiva della produzione e quella egualitaria e inclusiva della distribuzione con il rischio di non realizzare nessuna delle due. Il problema si è posto poco perché i Soviet hanno scarsamente operato, però la rigida divisione fra le due funzioni è stato uno dei punti di forza dei paesi del Nord Europa, mentre la confusione, come spesso in Italia, tende allo stallo produttivo che non soddisfa nessuna delle due necessità; ricordiamo l’esempio virtuoso della sanità con produzione meritocratica e distribuzione gratuita a tutti.
Il principale vincolo al funzionamento dei Soviet deriva però dalla logica marxista di fare riferimento solo al momento produttivo dimenticando invece che la produzione serve a soddisfare le necessità della collettività e quindi il produttore le deve conoscere e gli devono essere imposte perché dialettiche alle sue; duplice azione che svolge (bene) la concorrenza del meccanismo capitalistico. I Soviet dovevano invece delegare la produzione agli operai gestori, che non sapevano cosa dovevano fare, né avevano la convenienza a farlo perché privilegiavano i propri interessi contrapposti a quelli della collettività/utente.
Sarebbero stati tante Compagnie Uniche del Porto di Genova, disinteressate e incapaci di servire la collettività/utente, che avrebbero fatto naufragare la catena virtuosa della crescita economico/sociale. È stato così inevitabile che il lavoratore/produttore mantenesse un potere puramente formale mentre quello reale passava alla “democrazia centralizzata” cioè una brutale dittatura che accentrava in sé tutti i diritti. Però la struttura pubblica totalitaria ha continuato a fingere che il proletario, chiamato “compagno” era ormai al potere, non subiva più lo sfruttamento del padrone e si autogestiva. Potere formale e non reale, l’equivoco su cui si sono rette e tuttora si reggono tutte le dittature degli ultimi secoli. Migliore infatti è risultata la situazione in Occidente dove, continuando ad utilizzare il capitalismo, la lotta di classe ha modificato la situazione politica, riconoscendo al proletariato i diritti negati, con conseguenti vantaggi economici prima inimmaginabili.
Lo stesso discorso, anche se non coinvolge i Soviet ma solo la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, vale per tutte le rivoluzioni mancate del ‘900 quale Cuba, Cina, ecc. Sembrava infatti che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione garantisse il controllo della collettività (il popolo – le masse) sulla struttura produttiva. Si realizzava invece un’unica struttura gerarchica, facente capo al suo vertice (quasi come la società feudale), con la collettività che perdeva ogni diritto, disponendo solo di un diritto formale senza strumenti per esercitarlo.
La violenza rilevata in Cina e nei paesi dell’Europa dell’Est ha imposto una revisione, ma è mancata una spiegazione soddisfacente e per molti gli insuccessi, quale l’Unione Sovietica, sono rimasti incidenti di percorso che uomini diversi avrebbero potuto evitare: la solita spiegazione esistenziale (come oggi) invece di quella economico/politica. Come ironicamente diceva Keynes “contro una teoria non bastano i fatti ci vuole un’altra teoria”, e questa “non spiegazione” pesa ancora nell’interpretazione collettiva della realtà odierna.
Andare oltre. Finora abbiamo messo in evidenza i limiti e le contraddizioni della situazione attuale, ora è necessario ipotizzare possibili via d’uscita per andare oltre. A questo livello si possono indicare solo direzioni e ipotesi coerenti con l’obiettivo da raggiungere e idonee a superare le attuali disfunzioni; le soluzioni concrete devono costruirsi sulla conoscenza del “fare” e, seguendo i principi elaborati, si baseranno sulla sperimentazione e gli errori fatti. Così è successo per la tripartizione dei poteri quando solo molto tempo dopo è stata tradotta nelle Costituzioni democratiche.
Incominciamo rispondendo ad alcune domande preliminari. La prima è d’obbligo: cosà succederà della produzione capitalistica nella società futura? La storia facilita la risposta: esattamente quello che è successo all’agricoltura dopo la rivoluzione francese e l’evoluzione industriale: ha continuato ad esistere ed anzi si è sviluppata per soddisfare le maggiori necessità della popolazione, ma non è stata più l’elemento strategico del sistema produttivo, sia perché impiegava una parte decrescente della popolazione (negli Usa il 3%), sia perché la potenza del sistema paese veniva determinata dalla capacità industriale. Inoltre anche l’efficienza agricola dipendeva sempre di più dai prodotti industriali (trattori, trebbiatrici ecc.), mentre gli uomini che la gestivano utilizzavano conoscenze e logiche nuove e diverse.
Così la produzione capitalistica continuerà ad espandersi ma perderà il suo ruolo dominante sia numericamente a livello occupazionale (stimabile in prospettiva al 30% dell’occupazione totale), sia come elemento che determina il peso del Paese, sempre più condizionato, dopo la rivoluzione dell’elettronica, dalla capacità di gestire il territorio
Certamente il salto necessario è difficile da immaginare, ma tale era anche per la tripartizione dei poteri nel momento in cui è stata pensata; si è però imposta perché era indispensabile. Anche oggi il cambiamento è necessario e per muoversi in questa nuova direzione bisogna fare finalmente il primo passo affrontare questo problema, perché nessuna soluzione è ipotizzabile fino a quando, come oggi, continuiamo a ignorare dimensione e causa della crisi, sperando che priva di specifiche origini strutturali possa risolversi da sola, grazie all’intelligenza e all’impegno dei singoli; nessun un nuovo strumento istituzionale sarebbe necessario ma basterebbe la solita “non spiegazione” esistenziale
Per non scoraggiare e mantenere l’ottimismo della volontà, ricorderemo che tutto è impossibile fino a quando non viene realizzato. Nell’ultimo libro pubblicato Cercando la democrazia, ho illustrato alcune ipotesi e possibili soluzioni; queste però rappresentano un semplice lavoro di fantasia perché a tavolino si possono fissare i principi generali ma le soluzioni concrete saranno scritte in seguito dai popoli, adeguandole alla propria storia, come è successo ai regimi democratici che hanno recepito il principio della tripartizione dei poteri
Cerchiamo quindi di sintetizzare il filo conduttore dei principi esposti. Una democrazia è tale solo se le risorse economiche sono utilizzate per soddisfare con equità distributiva le necessità della collettività. Per dotare la collettività degli strumenti che permettano di trasformare tale principio in un obbiettivo reale bisogna che essa possa conoscere e valutare le proprie necessità, fare scelte coerenti, imporle ai produttori e controllare il loro operato selezionando uomini e strategie che meglio adempiono al proprio compito.
È il meccanismo di controllo che crea a caduta, sul lato della produzione, la catena virtuosa di ottimizzazione produttiva, conoscenza e sviluppo economico; sul lato dell’utilizzo: equità distributiva e crescita del benessere diffuso. I due meccanismi sono interdipendenti e si condizionano a vicenda. Oggi disponiamo solo della concorrenza nella produzione capitalistica che assolve (bene) l’ottimizzazione produttiva, ma in questi casi per vincoli specifici non può operare. Il meccanismo delle elezioni della struttura pubblica invece può garantire i diritti e facilitare l’equità distributiva ma non ha gli strumenti per gestire la complessa attività produttiva pubblica richiesta. D’altronde è un’attività che in passato rimaneva marginale perché la quasi totalità della produzione (intorno al 90%) era controllata dalla concorrenza capitalistica mentre la parte pubblica gestiva principalmente i diritti e di conseguenza l’ordine pubblico, nonché la regolamentazione e controllo del capitalistico (sempre gestione dei diritti).
Questo precario equilibrio è venuto a cadere verso la finne del secolo perché i nuovi compiti della mano pubblica di gestione del territorio, derivano da mille istanze quotidiane sparse sul territorio, con la collettività/utente, controparte della struttura pubblica, che non ha la conoscenza necessaria per esprimere necessità, compatibilità e priorità delle sue necessità; non può quindi formulare una domanda ragionata e coerente, ma se anche potesse, non avrebbe gli strumenti per controllare l’operato della mano pubblica e l’efficienza di quanto fatto per soddisfarle.
Per esaminare ulteriormente questo vuoto organizzativo possiamo fare riferimento a una situazione analoga del meccanismo capitalistico evidenziando la sostanziale diversità nono stante un’apparente similitudine. La situazione della collettività che elegge il Parlamento e il Governo, potrebbe sembrare simile a quella dell’Assemblea degli azionisti che nomina con cadenza pluriennale un Consiglio d’amministrazione delegato alla gestione e si limita a controllarlo annualmente in base al risultato di bilancio. Come funziona l’azienda dovrebbe anche funzionare il potere politico; la reale e totale differenza può mettere in evidenza la parte mancante nella struttura pubblica. Nell’azienda infatti il controllo dell’assemblea (che in campo pubblico sono i cittadini/votanti) è solo a cadenza annuale perché l’organo governante, il consiglio di amministrazione (che sono Parlamento e Governo) subisce un controllo giornaliero e continuo da parte della concorrenza attraverso il mercato che svolge la sua azione sia sul vertice che su tutta la catena gerarchica.
Infatti il mercato trasmette al produttore le necessità della collettività/utente con il prezzo che ne quantifica la necessità; la concorrenza, premiando i migliori, seleziona gli uomini e le organizzazioni più idonee a svolgere quello specifica attività; ne controlla quindi l’attività, evidenziano quotidianamente i risulta raggiunti dai singoli soggetti coinvolti nonché dalle attività e strategie seguite; questo controllo alimenta la catena virtuosa che produce: ottimizzazione produttiva, conoscenza e sviluppo economico. L’Assemblea quindi si limita a prendere atto dei risultati raggiunti integrandoli con premi o condanne
Nella struttura istituzionale manca proprio questo meccanismo continuo (come il mercato) che permetta alla collettività di esprimere un’istanza ragionata, trasmetterla alla mano pubblica e controllare che venga soddisfatta al meglio. La struttura pubblica, priva di questo strumento di controllo è “oggettivamente” incapace di svolgere qualsiasi azione coerente e questo vuoto organizzativo rompe l’intera catena produttiva; non si conoscono le necessità da soddisfare, né il modo migliore per farlo, bloccando lo sviluppo economico; da questo deriva che il Pil non può crescere ed è inutile cercare soluzioni salvifiche nelle teorie keynesiane non più attuali.
L’inefficienza che ne deriva impedisce alla struttura pubblica non solo di assolvere alla propria funzione produttiva ma anche di regolamentare e controllare il capitalismo, che può così utilizzare il vuoto di potere per lucrare del caos. Il risultato lo rileviamo quotidianamente ed è sotto gli occhi di tutti.
Urge quindi trovare questo nuovo strumento istituzionale che riempia il vuoto esistente e l’esperienza dei Soviet può essere utile per identificare possibili direzioni evitando di rifare gli stessi drammatici errori. Infatti le elezioni, una volta garantiti i diritti degli elettori, non possono andare oltre, ma non dimentichiamo l’immensa libertà che hanno garantito nei paesi democratici, per cui onore al merito e massimo rispetto. Se però non vogliamo perdere i risultati raggiunti, dobbiamo andare oltre e ipotizzare un nuovo strumento che le possa integrare.
Ipotesi di soluzioni. Dovrà essere un meccanismo continuo, come il mercato, ancorato stabilmente al territorio, finalizzato a recepire le istanze della collettività necessariamente egualitarie perché espressione della maggioranza della popolazione. Dovrà inserire tali istanze in una catena gerarchica/conoscitiva che come una piramide parta dalla base e si sviluppi per diversi livelli fino il vertice, con la conoscenza e le scelte (il potere) che si fermano ai diversi livelli di specifica competenza. Solo all’interno di tale meccanismo organizzativo le istanze smetteranno di essere l’attuale richiesta irresponsabile del “voglio tutto” e, valutando priorità e compatibilità, potranno diventare ragionate, quantificate e coerenti e di conseguenza diventare le istanze che la collettività chiede alla struttura pubblica di soddisfare; sulla base di come la struttura pubblica, ai suoi vari livelli d’intervento, avrà soddisfatto le istanze, potrà essere valuta la sua attività, effettuando il necessario controllo degli uomini preposti e delle strategie seguite.
Questa struttura potrebbe utilizzare tecnologie messe a punto negli ultimi secoli dall’organizzazione aziendale, anche se non facile sarà adattarle alla diversa realtà; infatti nell’azienda la conoscenza parte dal basso e sale al vertice mentre il potere dal vertice scende alla base, nel nostro caso potere e conoscenza partono dal basso e risalgono fino al vertice per ridiscendere alla base. sopratutto nell’azienda sia il produttore che l’utente effettuano rispettivamente ottimizzazione e scelte a livello individuale per le quali è sufficiente una conoscenza individuale. Nella gestione del territorio invece sia la struttura pubblica (produttore) che la collettività/utente devono effettuare scelte collettive che riguardano l’intero territorio e non il problema specifico; per questo il produttore deve essere la struttura pubblica e la collettività deve essere inserita in un’organizzazione che le permetta di elaborare la conoscenza necessaria.
Inoltre come nel capitalismo, l’espressione di volontà dei membri della collettività/utente non deve rimanere un semplice mi piace, ma tradursi in un’azione che condiziona, pur in maniera infinitesimale, l’intero meccanismo, come l’acquisto del singolo bene condiziona il sistema produttivo e ne determina la strategia produttiva e l’ottimizzazione. La nuova organizzazione della collettività/utente dovrebbe poter tradurre le istanze in specifiche domande quantificate, non individuali ma collettive, la cui ampiezza coinvolge i soggetti e i livelli di riferimento; dovrebbe inoltre delegare al produttore di soddisfarle, controllando però il risultato e intervenendo di conseguenza.
Scartiamo subito un’ipotesi analoga a quella dei Soviet perché, oltre alle varie contraddizioni evidenziate, nel nostro caso si confonderebbe il ruolo di utente, cioè la collettività e di produttore che ne soddisfa le necessità. Errore abbastanza diffuso perché si tende a credere, inconsciamente sempre condizionati dalla teoria del plus valore, che unire l’utente al produttore permetta oggi di risparmiare l’intermediazione capitalistica. Questo invece significa ritornare alla produzione in conto proprio perdendo tutti i vantaggi che caratterizzano la produzione in conto terzi comune del capitalismo e della logica democratica.
Dobbiamo invece mantenere tale distinzione lasciando alla struttura produttiva sia pubblica che privata, ampia libertà comportamentale con l’obbligo però di rispondere dei risultati raggiunti. Solo così possiamo utilizzare la conoscenza del “fare e sfruttare la casualità e la fantasia creativa che caratterizza il produttore e ne costituisce la forza. L’utente individuale del capitalismo e quello collettivo della democrazia devono rimanere escluso da questo processo ma in contropartita esprimere le proprie necessità e controllare che vengano soddisfatte al meglio.
Manteniamo quindi la divisione fra i due ruoli con la collettività/utente che facendo riferimento livello per livello e non alla situazione generale, possa elaborare le proprie necessità, trasformandole in istanze coerenti, compatibili e possibili, in modo che siano realizzabili e quindi permettere un reale controllo dei risultati dello specifico livello del produttore pubblico, selezionando gli uomini e le strategie più utili.
Dobbiamo quindi ipotizzare una nuova struttura staccata dalla produzione che svolge la stessa funzione di controllo e ottimizzazione svolta dalla concorrenza nel capitalismo; il potere esecutivo, cioè il governo potrebbe essere una struttura di tecnici controllati e selezionati (come lo sono i dipendenti delle aziende) non già dalla concorrenza ma dal nuovo meccanismo che come abbiamo visto deve, come la concorrenza, far conoscere le necessità della collettività e controllarne il soddisfacimento, cioè l’ottimizzazione produttiva. La piramide organizzativa deve coinvolgere tutta la collettività perché, come ci ha insegnato la storia del ‘800, gli esclusi non hanno diritti e perdono reddito e libertà.
Siccome il principio della “tripartizione dei poteri” non è scritto sulle tavole della legge, si potrebbe pensare a un IV potere – Controllo Economico – che, ancorato al territorio, abbia il compito di elaborare le necessità della collettività, controllare i risultati ottenuti e tutelare l’obbiettivo egualitario della logica maggioritaria. Questo meccanismo di controllo, propedeutico a qualsiasi attività economico/sociale, deve valutare non il modo di operare del produttore (salvo i vincoli di legge) ma i risultati della sua azione. Abbiamo visto l’inutilità degli attuali controlli sulla struttura pubblica, perché è il produttore che controlla sé stesso e inoltre sono solo formali non potendo controllare i risultati.
Andare oltre, a questo livello, nell’identificare i contorni di questo ipotetico soggetto e sua logica organizzativa significa perdersi nel campo dell’immaginazione utopistica, però la fantasia creativa ha sempre caratterizzato l’azione produttiva, e spesso è stata utilizzata come punto di riferimento per i passi successivi e quindi, pur conoscendo il rischio, vogliamo avanzare qualche ulteriore ipotesi. Abbiamo precedentemente parlato del reddito di cittadinanza come elemento qualificante della nuova realtà; potremmo ora immaginare che tale reddito, in parte più o meno significativa e utilizzando forse una moneta parallela, possa essere messo a disposizione dei singoli cittadini per realizzare le opere e i servizi necessari alla gestione del territorio.
I singoli gruppi di base avranno a disposizione il reddito dei propri membri e lo utilizzeranno, liberamente o secondo percentuali prefissate, per soddisfare le necessità del gruppo o con i gruppi limitrofi per le necessità comuni, risalendo così lungo la piramide gerarchica/conoscitiva. Così ogni singolo livello conosce le cifre di cui dispone, l’impegno di ogni intervento e i risultati ottenuti; potrà quindi con facilità controllare gli uomini e le strategie utilizzate, intervenendo di conseguenza.
È importante ipotizzare anche nuove logiche di gestione della produzione pubblica che, sfruttando il nuovo meccanismo di controllo, siano in grado di ricuperare almeno in parte la casualità e fantasia creativa che caratterizza il capitalismo. Infatti dato il forte legame con il territorio tale attività difficilmente può essere gestita dai privati, anche se l’organizzazione dell’utenza dovrebbe limitare gli abusi. Sarebbe forse ipotizzare soluzioni ibride che pur lasciando la caratteristica pubblica dell’attività valorizzino l’efficienza operativa.
Potremmo pensare come esempio a un interessante precedente che ha riguardato in passato la marina da guerra inglese, contribuendo ad aumentarne la forza: utilizzando uno strumento, oggi definibile di tipo sindacale, ha sviluppato nella flotta di Sua Maestà l’efficienza di una flotta corsara. Infatti le navi rimanevano al servizio della Corona, però la paga degli equipaggi era fortemente condizionato dal valore delle “prede”, veri e propri premi di risultato; si è così creato un forte incentivo all’efficienza e alla selezione dei migliori equipaggi, comandante incluso. Logiche analoghe oggi non sarebbero assolutamente possibili perché manca un reale meccanismo di controllo; potrebbero invece essere messe a punto nella futura organizzazione pubblica, proprio grazie alla capacità del nuovo soggetto – Controllo Economico – di cui disporrà la collettività/utente
In pratica avremmo ricostruito il meccanismo di ottimizzazione capitalistica (l’unico che finora esiste e funziona) ma per domande e ottimizzazione non individuali ma collettive, adeguandosi così alle necessità della gestione del territorio. Avremmo costruito un sistema parallelo al meccanismo capitalistico, con un’analoga ottimizzazione produttiva ma con la capacità di gestire una domanda della collettività/utente e un’offerta della struttura pubblica, entrambe non individuali ma collettive, necessarie per la gestione del territorio, cioè la parte di produzione che il capitalismo non è in grado di svolgere
Possiamo immaginare che una porzione di territorio che costituisce un nucleo di base sia organizzata con modalità da definirsi, ma forse analoghe a quelle di un club sportivo o una cooperativa dove i soci identificheranno le necessità comuni valutando priorità e compatibilità e in alcuni casi anche svolgendo un’attività sociale con proprio lavoro (part time). Il tutto finalizzato a costruire una conoscenza collettiva delle necessità e delle risorse richieste relative alla specifica area. Queste unità di base dovranno agglomerarsi con le unità limitrofe per gestire le necessità relative a una maggiore dimensione territoriale. Si costruirà così una piramide gerarchico/conoscitiva che formando un’unica struttura organizzativa, collegherà la base al vertice. La dimensione territoriale di tale nucleo di base potrebbe essere il quartiere, o forse anche una dimensione minore, mentre il quartiere potrebbe essere l’agglomerato di più nuclei; lo sviluppo potrebbe avvenire territorialmente secondo l’attuale organizzazione di quartiere, comune, regione, nazione, U.E.
L’elemento qualificante di differenziazione con il passato consiste nel modo di costruire il potere, opposto a quello attuale; oggi infatti ogni livello di vertice si legittima con una delega dalla base; cioè rapporto diretto base/vertice e quindi meccanismo idoneo solo alla difesa dei diritti dei deleganti (i votanti) ma incapace dell’integrazione reale con il territorio, necessaria per mettere al servizio della collettività l’attività produttiva non controllata dalla concorrenza. Nell’ipotesi esposta invece potere e conoscenza si fermano ai vari livelli della struttura organizzativa perché, come insegna l’esperienza aziendale, il meccanismo diventa reale solo se ad ogni livello si fermano la conoscenza e il potere di competenza di quello specifico livello.
L’interagire necessità/possibilità, permette l’ottimizzazione produttiva e crea sia la conoscenza necessaria sia la selezione degli uomini che raccolgono la fiducia degli altri e possiedono la capacità di raggiungere gli obbietti fissati. Ho chiamato nel mio libro “gerarchia condivisa” questa catena gerarchico/conoscitiva in cui conoscenza e potere salgono attraverso i vari gradini dalla base al vertice e ritornano alla base, diventando il nucleo del controllo pubblico.
L’ipotesi di una moneta parallela erogata come reddito di cittadinanza da utilizzare per l’attività pubblica di gestione del territorio, può essere vista come la parziale sostituzione dell’attuale meccanismo fiscale, con però la stessa differenza prima evidenziata. Infatti nella fiscalità attuale il singolo cittadino paga una parte del proprio reddito all’autorità pubblica, locale o nazionale, la quale lo gestisce a propria discrezionalità, per fornire i beni e servizi necessari; dal rapporto diretto base/vertice nasce una delega in bianco al vertice per la gestione e toglie alla collettività ogni controllo reale sulla modalità d’impiego e sui risultati; la realtà quotidiana è la dimostrazione emblematica di questo vuoto strutturale di controllo. La nostra ipotesi prevede invece pagamenti e controllo, livello per livello, dove i beni e servizi resi vengono controllati direttamente da chi paga.
Questo nuovo strumento istituzionale cioè il IV potere – Controllo Economico – dovrebbe permettere di raggiungere un alto livello di partecipazione, nucleo della logica democratica. L’ipotesi esposta vuole soprattutto ottenere che la collettività/utente non si limiti a una espressione di volontà, ma effettui un atto concreto che condiziona l’organizzazione produttiva. Come nel meccanismo capitalistico, anche il produttore pubblico può così ottimizzare la produzione sviluppando la conoscenza del “fare”, mentre la collettività/utente controlla e giudica i risultati raggiunti e riesce a conoscere ed elaborare le proprie necessità.
Si potrebbe pertanto ipotizzare, come prima approssimazione sempre usando la fantasia creativa, due poteri politici eletti dalla base, cioè: il Legislativo, eletto con delega diretta base vertice che stabilisce i diritti dei membri della collettività; il Controllo Economico, cioè il IV potere, attraverso il quale la collettività esprime ed elabora le proprie necessità, le impone al Governo e controlla che vengano soddisfatte al meglio. La sua elezione partirà dalla base e si realizzerà livello per livello, con la scelta dei responsabili da parte dei compagni di ogni specifico livello e si articolerà lungo una catena gerarchica/conoscitiva continua, dove conoscenza e potere saranno relativi ai vari livelli, in modo da garantire la conoscenza e il potere specifici necessari all’adempimento delle funzioni di competenza.
Infine due poteri tecnici esecutivi non eletti, ma costruiti da una selezione meritocratica che, nata “sul campo”, può meglio adempiere al proprio compito: la Magistratura che come oggi valuta sul rispetto delle leggi pur con un maggior controllo sugli obbiettivi raggiunti in termini di “produzione di giustizia”; infine l’Esecutivo, cioè l’attuale Governo che si adeguerà alle richieste del Controllo Economico e provvederà a soddisfarle al meglio.
Si tratta solo di prime ipotesi, ma è sufficiente per evidenziare la “missione impossibile” che attende l’attuale civiltà; difficile forse, ma violentemente imposta dalla spinta delle disfunzioni esistenti e della mancanza di reali alternative di sopravvivenza. Quella che abbiamo delineato è comunque solo un filo conduttore per evidenziare i principi di una possibile strategia d’uscita; le soluzioni reali saranno elaborate nel tempo dalle varie società in funzione dei propri valori e storia, così come nel giro di un secolo tutte le nazioni democratiche hanno elaborato le loro Costituzioni che rispettavano i principi della tripartizione dei poteri dell’Illuminismo francese.
Cammino analogo, forse con tempi più brevi, potrebbe quindi seguire il IV potere del Controllo Economico e diventare lo strumento condizionante della prosperità della società futura. Ripetiamo che quest’ultima parte esce comunque dall’analisi, diciamo scientifica, delle cause che condizionano la realtà e si spinge in un campo di fantasia per immaginare la società futura, il possibile scenario e la strategia per raggiungerlo. Facile infatti è fotografare la realtà, più difficile spiegare le cause dei fenomeni e le evoluzioni necessarie, praticamente impossibile prevedere come si realizzeranno. Nella realtà giocano casualità e più variabili di quelle prese in esame, per cui il risultato è “puramente casuale”, pur seguendo una direzione obbligatoria. Se un masso si stacca dal fianco di una montagna siamo certi che precipiterà a valle ma è impossibile prevedere il percorso che farà.
Il principale problema rimane comunque la conoscenza e la ricostruzione del meccanismo del “fare” che la produca: infatti oggi la maggioranza della popolazione svolge un lavoro parcellizzato in cui, non controllando logiche, obbiettivi e risultati, non ottimizza la produzione e non sviluppa la conoscenza. Ne deriva l’attuale stupidità collettiva “oggettiva” non soggettiva, che con troppa superficialità viene attribuita alle nuove tecnologie come la televisione e i telefonini. Nasce così il paradosso che la nostra società della conoscenza ha distrutto il suo principale meccanismo conoscitivo; il contadino medievale aveva un centesimo delle nozioni dell’uomo moderno, ma una capacità di capire e ottimizzare la produzione cento volte superiore.
Senza ricostruire il meccanismo della conoscenza non è comunque ipotizzabile una gestione su base democratica di un sistema complesso come l’odierno; non a caso i sistemi dittatoriali risultano oggi avvantaggiati. La difficoltà nasce dall’interdipendenza conoscenza-produzione, dove la conoscenza deriva dalla produzione che a sua volta deriva dalla conoscenza. Da questa interdipendenza nasceranno i principali miglioramenti, ma un prezzo da pagare è inevitabile, come l’introduzione del suffragio universale è costata lacrime e sangue; era però necessario per la nascita della società moderna.
Anche nel nostro caso non ci sono alternative perché l’attuale sistema economico/sociale non può né svilupparsi, né garantire l’attuale situazione; l’epidemia del coronavirus lo ha dimostrato e la inevitabile degenerazione, con legittime proteste populiste, tende a ripetere la situazione che abbiamo già visto esattamente un secolo fa negli anni venti del ‘900. Si accentuano soprattutto i drammatici problemi ecologici come ci insegna Greta (incredibile che debba dircelo una ragazzina di 16 anni); mentre tutto il terzo mondo sta trasformandosi in una polveriera pronta ad esplodere, magari innescata da un qualche Dottor Stranamore.
L’analisi vista è conforme al mutamento produttivo, infatti la prima fase dell’evoluzione industriale capitalistica era caratterizzata da grandi strutture produttive, con pochi capi e tanti esecutori impegnati in attività semplici e ripetitive. La percentuale dei privilegiati pur aumentata rispetto al feudalesimo, rimaneva ridotta, non molto superiore al 3% della popolazione e corrispondeva numericamente alla borghesia; era il periodo del binomio capitalismo/borghesia e della costruzione della democrazia attuale con i limiti evidenziati.
L’attuale seconda fase evolutiva, caratterizzata dall’elettronica potrebbe portare un tale aumento di benessere generale e di libertà, che facciamo fatica ad immaginare perché finora nessuno è riuscito a utilizzare le sue reali potenzialità produttive. Infatti non si è ancora realizzato l’aumento di produzione che poteva portare a minor impegno lavorativo e maggiore benessere (come nella seconda metà del ‘900), mentre l’inevitabile disoccupazione tecnologica è stata parcheggiata in finte occupazioni pubbliche e in altre coperture sociali non produttive, quindi a carico della minoranza produttiva. Così lo sforzo produttivo si regge oggi su solo un 30% della popolazione, che deve anche combattere con il 70% improduttivo, costituente la “dittatura diffusa”, casta priva di controlli reali, ma dotata di potere di veto.
Facile capire quindi che, se e quando, arriveremo a utilizzare la capacità potenziale fornitaci dall’elettronica il salto sarà notevole; non esisteranno più gli esecutori di attività semplici e ripetitive; saremmo in presenza solo di operatori “pensanti” che come tali vogliono capire e possono partecipare. L’azienda, anticipando i cambiamenti necessari, ha incominciato a trasformare la gerarchia interna da imposta a partecipata, perché si è resa conto, al contrario della struttura pubblica, che questo, oltre ai mille vantaggi sociali, aumenta anche la conoscenza del singolo e il suo inserimento nella struttura, migliorando l’efficienza aziendale, la stabilità e i profitti.
Inoltre la gestione del territorio sparsa sullo stesso, è necessariamente decentrata, caratterizzata da un legame orizzontale tra soggetti di livelli omogenei che devono essere coordinati da una “gerarchia condivisa”. Il nucleo di questa immensa potenzialità produttiva è comunque l’elaborazione di una conoscenza diffusa capace di esprimere le necessità della collettività e del territorio, pesando alternative e compatibilità, garantendo la partecipazione di tutti, e non di pochi, al processo conoscitivo.
Ricordiamo infine che il nuovo meccanismo di controllo non riguarda la produzione capitalistica (cioè frigoriferi e televisori), che già funziona ed è controllata in maniera adeguata dalla concorrenza, ma solo la parte pubblica attualmente priva di qualsiasi di controllo e quindi soggetta ad abuso pur rappresentando la parte più complessa e strategica dello sviluppo economico/sociale. Difronte all’attuale degrado pubblico qualsiasi soluzione alternativa non può che essere migliorativa
Abbiamo così tracciato le linee di una possibile società futura, complesse ma non impossibili; strada obbligata perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve sarà in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà. Come abbiamo detto il momento storico ricorda gli analoghi anni ’20 del Novecento; pensiamo necessario un serio intervento per evitare che la situazione porti come gli anni ’30 del secolo scorso a dittature e guerra.
È necessaria quindi una “discontinuità radicale”, che non chiamerei rivoluzione perché non siamo in presenza di una minoranza privilegiata al potere che viene abbattuta da una maggioranza, ma al contrario della necessità di rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di privilegi lavorativi. Tali privilegi infatti anche se piccoli sono sufficienti a bloccare il meccanismo pubblico, impedire l’ottimizzazione produttiva, interrompendo la catena virtuosa conoscenza, sviluppo, uguaglianza e benessere diffuso, riducendo così il tenore di vita non solo della collettività ma anche degli stessi privilegiati perché come utenti subiscono danni maggiori dei vantaggi lavorativi.
Il passaggio potrebbe quindi essere indolore e accadere nel punto in cui la crisi è più penalizzante; potrebbe quindi avvenire in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica e il coronavirus potrebbe far precipitare i tempi. Valuto che in questo momento proprio a Genova potrebbe esserci una finestra temporale capace di far partire la valanga; la coscienza collettiva non sembra però ancora matura.