IL CORONAVIRUS E LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

Bruno Musso – Genova 23.5.20

Mi ero ripromesso di dimenticare il coronavirus e parlare della democrazia, ma il coronavirus si è imposto violentemente come emblema dell’attuale crisi del nostro modello democratico.

Abbiamo affrontato la guerra del coronavirus nel modo peggiore: imposizioni violente, costi spropositati, nessun coordinamento né visione strategica per il dopo, mancanza di mezzi; la resistenza, comunque strenua, è stata gestita interamente da gruppi o singoli che con fatica, coraggio e senza attrezzatura e coordinamento hanno fatto fronte oltre il possibile. È stato come l’8 settembre 1943 con l’Italia abbandonata senza aggiornamento, istruzioni, piani, mentre l’unica resistenza era affidata a pochi, isolati e disarmati partigiani.

La colpa non è però dei singoli a di un meccanismo perverso, erroneamente ancora chiamato democratico, che sceglie gli uomini peggiori e non li fornisce neppure dei mezzi e del tempo per lavorare. Lasciare morire medici e infermieri per mancanza di adeguata protezione è come mandare all’assalto un esercito disarmato; abbiamo fatto di peggio! Per disporre delle mascherine (prevenzione minima), risultate disponibili solo dopo mesi abbiamo ricorso al fai da te.

D’altronde i politici erano strenuamente impegnati per l’adesione al Mes, la sfiducia a Bonafede, la stesura di migliaia di pagine dei tanti decreti; dovevano così affrontare continuamente problemi che conoscevano poco e riguardavano marginalmente il coronavirus, ma rappresentavano il loro impegno principale, perché decisivi per la ripartizione del potere politico.

In questa situazione fa paura il dopo: in Italia gli aiuti ipotizzati sono briciole: il fermo produttivo costa 3 miliardi al giorno pari a 180 miliardi per due mesi, più il costo del ripartire. I 55 miliardi sono assolutamente inadeguati, specie se i 533 articoli con 622 rinvii (compreso la legge del 14.4.1910, non 2010!) del decreto serviranno a prosciugarli in mille rigagnoli laterali.

Manca soprattutto una strategia: la riapertura, certamente necessaria, ci riporterà al punto di partenza perché nel frattempo, salvo marginali prevenzioni (mascherine e distanziamento) nulla è stato fatto. L’unica speranza è rappresentata dal “Generale Estate” ma ne ignoriamo l’efficacia.

Il vaccino è un sogno futuro a tempi lunghi; avremmo dovuto utilizzare questi mesi per una massiccia campagna di identificazione dei malati, ma i tamponi sono 1.000 quando ne servirebbero 100.000, gli esami sierologici latitano, si continua a discutere del nulla, mentre per la mancanza delle risorse si decuplicano i danni.

L’unico punto fermo è la certezza che all’interno di questo meccanismo politico/istituzionale non c’è soluzione e che si prepara un domani incerto. È allora propedeutico e necessario parlare del funzionamento della democrazia, che può rappresentare l’unica soluzione e la condizione irrinunciabile del vivere civile. Essa ha, o dovrebbe avere, l’obbiettivo di raggiungere il livello più alto di benessere della collettività e la minore sperequazione nell’uso delle risorse.

Premettiamo che produzione significa tutto, perché deve essere prodotto tutto ciò di cui disponiamo e quindi, contrariamente a una diffusa opinione, non solo frigoriferi e televisori, ma anche libertà, giustizia, sicurezza, leggi, attività pubblica, ecc.  L’obbiettivo è quindi, massimizzare la produzione e ridurre le sperequazioni nella disponibilità di beni e servizi; l’organizzazione economica ha infatti due momenti distinti e contrapposti: produzione e distribuzione (consumo).

Questi due momenti seguono, o dovrebbero seguire, due logiche contrapposte: la prima, all’interno di precise regole, meritocratica, selettiva ed elitaria, la seconda ugualitaria. L’obbiettivo democratico consiste nel perseguire questi opposti obbiettivi.

Aspetto emblematico è, o dovrebbe essere, la sanità: ospedali efficienti che selezionano il personale migliore, le tecniche più avanzate, le metodologie più affidabili, cioè il più alto livello di eccellenza produttiva; come contro faccia una distribuzione totalmente ugualitaria – servizio gratuito uguale per tutti.

Le democrazie future saranno proprio caratterizzate da servizi pubblici di eccellenza, fondamentalmente gratuiti, e reddito di cittadinanza per tutti. Non è un sogno utopico, perché realizzarlo costa certamente meno del disordine odierno.

Se invece confondiamo i due momenti, o seguiamo per entrambi le stesse logiche abbiamo il risultato che o si ferma la produzione o le diseguaglianze esplodono; più facilmente succedono entrambe le cose. Le collettività perdono tutti i diritti e si salvano solo pochi privilegiati.

È esattamente quello che è successo oggi; il nostro meccanismo democratico ha funzionato egregiamente fino alla fine del secolo scorso, raggiungendo nelle democrazie avanzate i più alti livelli di diritti, libertà, benessere ed equità distributiva, ma verso la fine degli anni ’90 si è rotto. Nelle 37 pagine postate il 23.2.20, aggiornando e sintetizzando il mio libro Cercando la Democrazia, ho cercato di illustrare in modo organico la causa della rottura.

Qui mi basta ricordare e sottolineare che tutte le democrazie avanzate del mondo, all’interno di questo meccanismo istituzionale hanno dimostrato l’incapacità, più o meno spinta, di affrontare la complessità della gestione pubblica di un’economia moderna; il coronavirus l’ha solo messo drammaticamente in evidenza. Dobbiamo smettere di discutere del nulla, per affrontare finalmente in modo serio questo nodo determinante e strategico.

Sono però inutili i soliti palliativi; serve un salto qualitativo che adegui la struttura produttiva (produzione e distribuzione) alle necessità del salto tecnologico compiuto negli ultimi 50 anni con l’elettronica (causa della rottura del meccanismo precedente). Solo così la mano pubblica potrà finalmente gestire la complessità produttiva del moderno villaggio globale. L’alternativa è la miseria generalizzata, la sperequazione economica intollerabile e lo scontro continuo da cui le nostre democrazie usciranno immiserite e perdenti.

Lascia un commento