CORONAVIRUS: LA DIFFICILE USCITA DALLA CRISI

Bruno Musso – Genova 28.4.20

Ci attende purtroppo una crisi economica pesante e difficile da superare perché antica; nasce infatti negli anni ’90, esplode nel 2008 e, senza cambiamenti reali, si trascina fino ad oggi, quando il coronavirus la fa nuovamente esplodere.

È la conseguenza del meccanismo istituzionale di tutte le democrazie avanzate, non più idoneo per la complessità della società moderna; ha funzionato bene nella seconda metà del secolo scorso, perché l’obbiettivo della parità dei diritti permetteva al proletariato, maggioranza senza diritti, di sapere cosa voleva, scegliere suoi rappresentati idonei e controllarne l’operato. In quel periodo abbiamo costruito le moderne democrazie, raggiungendo il livello più alto di diritti, libertà e uguaglianza sociale.

Raggiunto, verso la fine del secolo scorso, un buon livello di uguaglianza formale, nasce la necessita di tradurla in reale: l’obbiettivo richiedeva però che la collettività fosse in grado di conoscere la compatibilità fra le proprie necessità, diverse e contrapposte, nonché la modalità per soddisfarle.

La mancanza di questa conoscenza collettiva, come ho meglio illustrato nelle 37 pagine postate il 23.2.20, aggiornando e sintetizzando il mio libro Cercando la Democrazia, ha rotto il meccanismo democratico e gli elettori, privi della possibilità di controllare i risultati, hanno chiesto tutto e il suo contrario, privilegiando le promesse più demagogiche e irrealizzabili.

I politici così hanno potuto operare senza controlli reali, coinvolgendo progressivamente anche la struttura burocratica – la “casta” tanto giustamente vituperata. Per garantirsi il consenso è ormai sufficiente continuare a promettere ed apparire; la conseguenza non è solo l’eterna campagna elettorale, ma anche le quotidiane scelte sbagliate della struttura pubblica.

Per realizzare seriamente le infrastrutture e i servizi necessari servono infatti tempi lunghi, con un incerto ritorno d’immagine; problemi non risolti, come la crisi logistica di Genova o l’acqua alta di Venezia, legittimano le richieste di fondi che accrescono subito potere e consenso politico. La struttura pubblica diventa più interessata alla possibilità di spesa (anche inutile) che alla soluzione dei problemi. La crisi economica ne è la conseguenza inevitabile.

L’incapacità di fronteggiare il coronavirus lo dimostra in modo evidente; proibizioni pesantissime senza nessuna seria strategia di uscita; quando fra una settimana forse si ridurrà la reclusione, rischiamo di trovarci al punto di partenza.

D’altronde lo stesso Conte, pur con tutta la sua buona volontà, ha la primaria necessità di difendere il proprio potere, contro i molti che, per la stessa necessità, cercano di scalzarlo: si aggiunga che sia i politici che la collettività  poco sanno di cure, tamponi, mascherine, così come del Mes e degli altri accordi europei; di conseguenza le posizioni contrapposte non nascono da obbiettivi diversi, ma solo dalla  ricerca del consenso.

Per superare il coronavirus, come per uscire dalla crisi economica, è necessario che la struttura pubblica sia in grado di elaborare una strategia seria che, con comportamenti coerenti, disponga grandi risorse per investimenti e servizi; è esattamente quello che non sa e non vuole fare.

La nomina di 15 commissioni con 440 esperti (un altro Parlamento) non può certo coprire questo vuoto di potere e di volontà; il coronavirus ci dirà quindi se abbiamo la forza di affrontare il cambiamento o preferiamo una crisi eterna e irreversibile.

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