Bruno Musso – Genova 17.4.20
La prossima crisi economica sarà pesante, ma la sua origine è politica e deriva dall’incapacità della mano pubblica di assolvere al proprio ruolo; la disfunzione ha incominciato a manifestarsi a partire dagli anni ’90, con un’esplosione violenta nel 2008 e ha continuato fino al 2019 in forma latente grazie a provvedimenti che fronteggiavano l’emergenza, ma non ne combattevano le cause. Il coronavirus è stato il detonatore che l’ha fatta esplodere; sono così finiti i tempi dell’attesa e questo potrebbe trasformare il dramma in opportunità.
Per aiutare la comprensione esponiamo l’attuale situazione sotto forma di favola: c’era una volta una citta fantastica ubicata ai confini del regno; in essa una grande famiglia imprenditoriale rappresentava il principale punto di riferimento economico/culturale: era benestante, colta e ramificata in vari nuclei, con figli, fratelli, cugini. Nel tempo i cambiamenti economici/sociali hanno offuscato l’importanza della famiglia, originando frizioni e contrasti fra i responsabili dei vari gruppi.
Le divergenze rimangono fisiologiche fino alla fine del secolo scorso quando all’interno di alcuni gruppi la conflittualità si è accentuata arrivando anche a paralizzare l’attività. Le iniziative, gli investimenti e le logiche gestionali, non sono state più finalizzate agli obbiettivi da raggiungere ma agli interessi contrapposti dei responsabili. I risultati negativi non sono bastati a frenare le spese folli, che hanno continuato finanziate con vendite di patrimonio e indebitamento. Per tacitare le preoccupazioni dell’intera famiglia ogni tanto si provvedeva a nominare qualche tecnico per migliorare la gestione ma, privilegiando gli interessi e i poteri dei singoli, i suoi suggerimenti venivano ignorati.
Improvvisamente è scoppiata una pesante carestia con conseguente crisi economica, che richiedeva ingenti risorse non più reperibili, a causa della situazione già compromessa. Solo una garanzia prestata dall’intera famiglia poteva cambiare la situazione, ma (giustamente) tutti si sono dichiarati non disponibili fino a quando fosse perdurata la logica di utilizzo delle risorse che alimentava spese inutili al servizio degli interessi dei gruppi al potere.
Il necessario ricupero di credibilità richiede la ricerca di un manager non licenziabile dai rissosi responsabili, in quanto deve godere della fiducia dell’intera famiglia, che controlla i risultati via via ottenuti. A questo punto, come in tutte le favole sono possibili due finali alternativi: nel primo – il nucleo fallisce perché non accetta il soggetto esterno; nel secondo – lo accetta, risolve i problemi… e vissero 100 anni felici e contenti.
Dalla favola è facile risalire alla nostra realtà politica: la città è il mondo, la grande famiglia raduna i popoli che compongono la U.E.; il nucleo dei responsabili rissosi è la struttura pubblica – politici e burocrati – dell’Italia; noi collettività indifesa siamo gli orfani senza futuro, potenziali fruitori delle risorse perdute. La gestione è stata fallimentare oramai da 30 anni e continuiamo a vendere patrimoni, indebitarci e spendere in iniziative e infrastrutture sbagliate, irrealizzabili e costose, che non risolvono i problemi della collettività ma alimentano vantaggi e rendite dei soggetti al potere. I tentativi formali di ridurre gli sprechi con l’inserimento di personaggi come Cottarelli sono stati accantonati perché “disturbavano il manovratore”.
Il risultato è evidente: siamo “maglia nera del mondo” (Prima pagina Repubblica 15.4.20) e non abbiamo più le riserve per fronteggiare la crisi. l’Italia produce e spende circa 5 miliardi di € al giorno; con l’economia ferma al 50%, il gap finanziario è di 3 miliardi/giorno che, se la fermata si protrae per 60 giorni (e forse non sufficienti), diventa 180 miliardi, oltre al costo per ripartire. Infatti la Francia prevede risorse straordinarie per 400 miliardi e la Germania 1.000. Sono cifre che non abbiamo e nessuno è disposto a darcele perché alimenterebbero i soliti sprechi; come versare acqua in un secchio bucato, comportamento quasi colpevole in questo momento di crisi mondiale. Continuiamo ad accusare l’insensibilità degli altri, ma la vera colpa è soltanto nostra.
Solo pochi mesi ci separano ormai dal collasso del bilancio pubblico, però proprio l’imminenza del dramma può generare la forza del cambiamento, prima impossibile. Voglio pensare (e sperare) che, come nella favola, al di là dei discorsi ufficiali, la nomina a “commissario straordinario” di Vittorio Colao possa rappresentare un reale cambiamento e non, come sogna la “casta”, la solita operazione di copertura: il baratro è troppo vicino per continuare i soliti giochetti fatti con Cottarelli.
L’obbiettivo primario rimane la credibilità dell’Italia, presupposto per qualsiasi spazio di sopravvivenza: missione difficile ma non impossibile. Le risorse degli Italiani sono molto elevate; abbiamo visto con quale eroismo medici e infermieri hanno retto all’urto pur nel caos generale; inoltre dopo 30 anni di malgoverno esistono enormi risorse potenziali non utilizzate. Basterebbe un piccolo miglioramento per iniziare un percorso virtuoso. Si ipotizza ovviamente una specie di governo ombra dotato di poteri provvisori ma ampi (come il commissario Bucci per la ricostruzione a Genova del ponte Morandi), i cui risultati vengano controllati da autorità indipendenti quali il Presidente della Repubblica e organi comunitari; sarebbe importante che venissero coinvolti anche personaggi come Draghi per limitare il rischio delle sabbie mobili della burocrazia.
A breve i risultati potrebbero essere superiori a quelli immaginati e capaci di farci rientrare in zona di sicurezza. Forse l’operazione può anche andare oltre al salvataggio contingente per rappresentare un primo passo verso il superamento delle disfunzioni che attanagliano tutte le democrazie del mondo. L’Italia, punto più arretrato delle democrazie avanzate, potrebbe infatti, come previsto, rappresentare l’inizio del cambiamento. Come ho meglio argomentato nelle 37 pagine postate il 23.2.20, aggiornando e sintetizzando il mio libro Cercando la Democrazia, nelle moderne democrazie la collettività non ha più la conoscenza necessaria a valutare l’operato della struttura pubblica che quindi, nonostante i crescenti vincoli formali, elude ogni controllo e sconfina nell’arbitrio.
Si impone di conseguenza una maggiore discrezionalità del soggetto operativo (senza discrezionalità non esiste responsabilità), bilanciata però da un controllo reale sui risultati; la collettività, per assolvere questo compito, attualmente non dispone della conoscenza necessaria, che potrebbe formarsi solo a seguito di un nuovo inserimento di ciascuno nella struttura produttiva. Un più avanzato meccanismo democratico di partecipazione collettiva rappresenta quindi il nucleo del cambiamento, per superare l’attuale logica delle elezioni, sempre più strumento solo formale.
L’esperimento Colao potrebbe essere un primo passo nella direzione corretta, perché amplia la discrezionalità operativa (come il ponte Morandi di Genova), ma con un reale controllo dei risultati; compito in questa prima fase da delegarsi ad Autorità esterne. Parallelamente si potrebbe sviluppare una più avanzata logica di partecipazione collettiva che possa dare all’intera società la conoscenza necessaria per valutare e controllare i risultati raggiunti.
L’immensa capacità tecnologica disponibile, ha infatti completamente cambiato le regole del gioco economico/sociale rendendo possibile un’età dell’oro, prima inimmaginabile ma oggi più raggiungibile di quanto si pensa; bisogna però capire che l’origine dei nostri mali non sono gli altri, ma solo noi che non abbiamo il coraggio di affrontare un radicale cambiamento