Bruno Musso -28.3.20
Finora mi è parso giusto astenersi dallo scrivere sul coronavirus per non esulare dal mio campo di analisi e per la drammaticità della situazione che richiede unità e non critica; è però possibile qualche riflessione più legata alla logica e ai numeri. Si conferma innanzi tutto la funzione strategica della mano pubblica, ma anche della sua inadeguatezza all’attuale pesante compito: discorso non solo italiano, che riguarda, più o meno, tutte le democrazie.
Prova ne sia che solo il regime autoritario cinese sembra sia riuscito a fermare il contagio; non deduciamo però, come troppi fanno, che è il migliore ma solo, come ripeto da tempo, che il nostro meccanismo democratico si è rotto e non assolve più ai suoi compiti – aggiustiamolo: non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca.
La logica – un susseguirsi di decreti, a volte assurdi e spesso contradditori, che proibiscono tutto, per nascondere la mancanza di una seria strategia. Mancano cose essenziali come mascherine, guanti, tamponi ecc. che costano decine di milioni per cui si subiscono perdite economiche per decine di miliardi. Le informazioni più utili per capire e difendersi dal contagio facilmente arrivano da soggetti esterni.
I numeri – il contagio non ha mai superato l’uno per mille della popolazione; questo significa che abbiamo chiuso in casa 1.000 persone perché non riuscivamo ad identificare quell’una contagiata. Non era tecnicamente possibile? Leggo (fake news?) che il corpo umano reagisce al contagio emettendo anticorpi che evidenziati con un’analisi del sangue possono denunciarlo.
Forse l’uscire di casa potrebbe essere legittimato non da “situazione di necessità” ma dall’analisi del sangue effettuata ovunque in tempo reale come avviene per i donatori di sangue. Fantasie? Forse, ma certamente una soluzione tempestiva poteva essere trovata, impegnando risorse adeguate che avrebbero comunque rappresentato un centesimo dei danni subiti. Viceversa il tempo è stato impiegato per decidere collegialmente i divieti (spesso incomprensibili) e l’elenco delle attività da chiudere.
Inutile piangere sul passato, guardiamo al futuro. Si prevede una crisi superiore a quella del ’29: l’ipotesi è corretta però il coronavirus non è la causa ma il detonatore. La crisi è esplosa nel 2008 e da allora non si è fatto nulla per trovare una soluzione, limitandoci a tamponate le emergenze. Da più di 15 anni contesto le concordi dichiarazioni sulla ripresa dell’economia, perché sono convinto che la crisi non è economica ma politica e quindi non risolvibile senza rimuoverne i condizionamenti.
Come nel ’29 – anche allora la crisi era politica: l’aumento di produttività allora avrebbe dovuto far crescere la produzione ma questo implicava l’aumento dei salari e quindi la caduta dei privilegi della borghesia al potere. La crisi, dopo vari tentativi falliti, si è risolta solo con la caduta dei privilegi alla fine della guerra.
La situazione attuale è analoga: l’immenso aumento di produttività connesso all’elettronica permetterebbe un forte aumento di produzione (10 volte – 1.000% come il precedente legato all’industrializzazione), ma è concentrato nella gestione del territorio, cioè infrastrutture e servizi pubblici (scuola, sanità, giustizia, trasporti urbani, vivibilità delle città, ecc.): di conseguenza è impossibile perché dovrebbe far capo alla mano pubblica che non dispone degli strumenti necessari.
Il nostro sistema istituzionale è stato pensato quasi tre secoli fa dalla borghesia, nuova classe emergente, per legittimare il proprio potere; difende (bene) i diritti politici dei cittadini, ma non prevede la costruzione della catena gerarchico/conoscitiva necessaria a gestire la complessità dell’attuale struttura produttiva. L’interdipendenza dei fenomeni economici impedisce anche la crescita della produzione capitalistica e riduce l’equità distributiva. La crisi, come nel ’29, non potrà essere superata senza il preventivo superamento del vincolo politico/istituzionale.
Questo elemento è determinante per guardare al dopo coronavirus e al superamento della crisi: è convinzione generale che è necessario investire massicciamente in infrastrutture e servizi pubblici anche ricorrendo al debito pubblico. La tesi economicamente è indiscutibile, avvallata anche da autorità come Draghi, però trascura il momento politico: è stata infatti proprio l’incapacità politica di assolvere a questo compito che ha generato la crisi; se non cambia la logica l’obbiettivo rimane irraggiungibile.
Un esempio può chiarire: se si possiede una casa fatiscente, è corretto che si chieda un prestito per ristrutturarla e sarà agevole trovarlo; la situazione cambia se i fondi ottenuti vengono assorbiti dall’emergenza quotidiana senza che vengano effettuati i lavori. Se poi avversità metereologiche fanno crollare la casa non ristrutturata, diventa ancora più urgente ricostruirla e legittimo bypassare l’equilibrio di bilancio; difficile però sarà ottenere la fiducia dei finanziatori perché, se non cambiano i comportamenti, i lavori non verranno eseguiti e i soldi saranno spesi senza risolvere nulla, mentre il debito continuerà a crescere.
Questa in sintesi è la nostra situazione nel conflitto con la U.E.: per la credibilità del nostro debito pubblico abbiamo bisogno dell’avvallo della B.C.E.; basta ricordare che in un passato vicino, l’equilibrio è stato raggiunto quando il governatore Draghi disse: “faremo tutto quanto sarà necessario”. Oggi pretendiamo l’avvallo comunitario ma rivendichiamo la libertà di spendere a nostro piacimento nonostante che l’esperienza confermi che la maggiore spesa manterrà la struttura improduttiva senza risolvere i problemi.
Non esiste quindi soluzione: non spendere significa un blocco drammatico ma spendere serve solo alla struttura improduttiva. Inevitabile la crescita delle difficoltà ad essere finanziati, mentre l’eventuale uscita dalle regole della U.E (irresponsabilmente sostenuta) farebbe in pochi mesi collassare il bilancio dello Stato.
Con il coronavirus i nodi sono venuti al pettine riducendo lo spazio dell’attesa: o facciamo un significativo passo avanti o il sistema collassa. Il cambiamento non è però un problema di uomini o di buona volontà: la borghesia per gestire il potere ha inventato la tripartizione dei poteri perché all’interno della logica feudale la società industriale non era realizzabile.
L’attuale società interconnessa post borghese deve trovare una nuova logica per la complessità delle nuove necessità; obbiettivo non facile ma possibile che rappresenta però il primo passo necessario perché non sarà mai risolvibile se continueremo ad ignorarlo e far finta che basta continuare irresponsabilmente a spendere. Il tempo stringe: è tardi è sempre più tardi.