ANDARE OLTRE: COSTRUIRE LA NUOVA DEMOCRAZIA

 

BRUNO MUSSO – GENOVA 23.3.20 

  • L’ATTUALE SITUAZIONE DI RIFERIMENTO

La crisi politico/economica. La crisi che stiamo vivendo evidenzia sempre di più la sua natura politica, mentre l’inefficienza economica ne rappresenta solo uno dei modi di manifestarsi: qualcosa si è rotto nel nostro modello democratico non più capace di assolvere alle sue funzioni. Nella seconda metà del secolo scorso, quando costruivamo l’attuale democrazia non solo cresceva l’economia capitalista ma anche parallelamente crescevano libertà, diritti e uguaglianza sociale, arrivando a livelli mai raggiunti prima.

Le democrazie divenute vincenti selezionavano gli uomini migliori e si imponevano progressivamente in tutti i paesi avanzati come Europa, Nord America,  Giappone E Australia; paesi avviati oggi a divenire perdenti che perseguono logiche assurde per quanto riguarda la scelta sia degli uomini che delle politiche: basta pensare alla Brexit, a Trump, al Governo italiano, nonché all’affermarsi più o meno larvato di logiche autoritarie. Infatti i regimi autoritari appaiono vincenti: le politiche del Mediterraneo Orientale relative alla Libia, al genocidio dei Curdi, alla Siria, ecc. vengono decise da soggetti quali Putin, Erdogan, Assad, dittatori di paesi che dispongono globalmente di un Pil (e di armi) inferiori a quelli dell’Italia e della Germania.

La rottura del precedente equilibrio non può essere attribuita all’incapacità dei popoli di autogestirsi facendosi incantare dalle false promesse di politici inadeguati: sia perché questo nega il concetto stesso di democrazia, nucleo fondante della nostra civiltà, sia perché, solo con riferimento a U.E. e USA, ancora 40 anni fa il dibattito pubblico era incentrato su democrazia, libertà, diritti. Kennedy davanti al muro di Berlino dichiarava “io sono berlinese”, i nostri leader anticipavano il futuro e le democrazie vincenti sostituivano progressivamente i regimi dittatoriali.

Non è concepibile che gli stessi popoli oggi, attraverso libere elezioni, esprimano tendenze opposte: scelgono uomini incapaci, bugiardi che fanno riferimento alla parte peggiore di noi, mentre i (rari) politici capaci non svolgono un’azione incisiva. La vera ragione sta nell’inadeguatezza del nostro impianto democratico scaduto a tali livelli che alcuni uomini “di sinistra” arrivano a teorizzare la superiorità della Cina sugli Usa grazie al regime autoritario, meritocratico e vincente.

Non ha senso scaricare sul meccanismo capitalistico, secondo un radicato pregiudizio, la mancata crescita economica e l’accentuarsi delle disuguaglianze: il capitalismo infatti è solo il luogo del manifestarsi di queste disfunzioni, mentre i fattori di crisi si originano a livello politico a causa della rottura del meccanismo istituzionale. Nella seconda metà del secolo scorso infatti negli stessi regimi capitalistici si riducevano le diseguaglianze ed anzi, anche se poco evidenziato, si era formato un binomio vincente democrazia/capitalismo per cui le democrazie si realizzavano solo nei regimi capitalistici (tutte le soluzioni alternative fallivano) e il capitalismo avanzato, solo nei regimi democratici.

Non ha alcuna legittimazione economica neppure la tesi che la riduzione della potenziale ricchezza impone sacrifici e riduce redditi e diritti: è vero esattamente il contrario, come può evidenziare il salto tecnologico degli ultimi 50 anni, connesso all’elettronica. Senza scomodare la “Ricchezza delle Nazioni” di Adamo Smith è facile rilevare che la prosperità di un Paese deriva dalla sua capacità produttiva e l’aumento di produttività connesso all’introduzione dell’elettronica nel ciclo produttivo (come ciascuno può constatare nella propria vita quotidiana) è almeno pari a quello realizzato nei secoli precedenti con l’utilizzo della meccanizzazione e del motore.

Non è quindi azzardato sostenere che nei nostri paesi il divario tra l’attuale tenore di vita e quello possibile, dovrebbe essere almeno uguale a quello verificatasi fra la fine del ‘800 e la fine del ‘900. Questo sottolinea l’assurdità della situazione e il margine di miglioramento economico/sociale oggi possibile e necessario. Purtroppo il primus politico confonde anche le analisi degli economisti; questi non hanno infatti previsto la crisi, né identificato soluzioni idonee a superarla; la situazione è analoga a quella del ’29, quando la crisi, non prevista e non risolta, poté essere superata solo dopo la seconda guerra mondiale grazie alla caduta dei vincoli politici.

Anche allora eravamo in presenza di una forte evoluzione tecnologica capace di far crescere produzione e benessere: nel ’28 Keynes aveva previsto un possibile aumento del reddito (Pil) del 400%. Viceversa l’economia non è cresciuta, si sono ridotti redditi, libertà e occupazione spingendo verso l’evoluzione dittatoriale, nata anche allora sull’onda di un successo elettorale. Solo dopo la guerra, sulle macerie delle città europee, la caduta di molti vincoli politici ha permesso alle società avanzate dell’Europa e del Nord America di aumentare benessere collettivo, libertà e diritti, fino a livelli mai raggiunti prima. Le democrazie hanno così vinto e sconfitto progressivamente le varie dittature dei paesi europei.

Diventa necessario quindi mettere a fuoco i meccanismi condizionanti che legano economia e democrazia, affacciandoci a un campo difficile, di competenza specifica degli economisti; però l’interdipendenza dei tanto numerosi settori coinvolti legittima la mia presunzione di voler partecipare al dibattito come imprenditore, pur non essendo io un economista. Un imprenditore ha una minore conoscenza specifica ma grazie a una consolidata esperienza di un punto di sintesi del processo produttivo può cogliere con più facilità interdipendenze e condizionamenti dei diversi settori: nel mio caso particolare, gli oltre cinquant’anni passati al “Università” del porto di Genova mi hanno permesso di sperimentare e patire con decenni di anticipo l’incapacità della struttura pubblica di assolvere al proprio ruolo e le molte disfunzioni rilevabili oggi a livello generale nei meccanismi economici.

Gli economisti dovranno essere indulgenti con le mie inevitabili inesattezze, nonché con l’esposizione di punti forse acquisiti e banali; mi sento però giustificato perché parliamo di una disfunzione politica, settore nel quale conta non tanto ciò che si pensa nelle segrete stanze della conoscenza, ma ciò che viene recepito dall’opinione pubblica che, come diceva Keynes, è spesso schiava di un economista defunto. Ciò che mi appresto a scrivere sarà forse approssimato e scontato ma spero possa servire a smantellare, con il linguaggio più comprensibile di un non addetto ai lavori, i preconcetti legati al passato che pesantemente condizionano la nostra conoscenza collettiva e le conseguenti scelte politiche.

 

Democrazia. È necessario quindi partire dall’idea stessa di democrazia, evidenziando come essa sia l’elemento determinante e irrinunciabile della nostra società e come la sua caduta snaturerebbe la nostra stessa civiltà, trasformandola in un guscio vuoto senza anima. Democrazia infatti significa, o dovrebbe significare, che i cittadini partecipano in maniera paritetica alla gestione della struttura pubblica, all’uso delle risorse e sono coinvolti nelle scelte che ne determinano l’uso e condizionano il loro futuro.

L’obbiettivo di una società in cui tutti tendenzialmente hanno gli stessi diritti, non significa una società di uguali, ma solo un sistema in cui tutti hanno uguale condizione di partenza, libero ciascuno di svilupparsi secondo la propria capacità e volontà; tutti disponendo comunque di alcuni diritti irrinunciabili quale sanità, istruzione, dignitoso tenore di vita e garanzia per la vecchiaia. In una parola una società costituita da uomini liberi, perché queste sono le condizioni indispensabili per essere tali.

Sostenere che le risorse economiche, compreso ovviamente i mezzi di produzione, devono essere al servizio della collettività, potrebbe sembrare un ritorno alla teoria marxista della proprietà pubblica dei mezzi di produzione; i danni prodotti da questa logica impongono chiarimenti e distinzioni. Infatti in molte logiche, compreso quelle del cattolicesimo, esiste una quasi omogeneità di obbiettivi, ma le posizioni si differenziano a livello delle strategie possibili per raggiungerli; in economia l’obbiettivo che non dispone di uno strumento in grado di renderlo realizzabile, rimane un sogno utopico, privo di contenuto pratico. Quasi sempre la rottura fra obbiettivo e prassi si manifesta quando l’utilizzo di uno strumento apparentemente corretto, per qualche vincolo esterno, perde il suo contenuto reale e rimane solo formale incapace di raggiungere l’obbiettivo fissato.

Per quanto riguarda i mezzi di produzioni, precisiamo subito che non parliamo di proprietà ma solo di disponibilità e la differenza non è un cavillo lessicale, ma il nucleo del principale equivoco che ha condizionato lo scontro politico di oltre un secolo. Se facciamo riferimento a beni individuale, fruiti da singolo in autonomia quali casa, frigorifero, automobile, ecc., possedere e fruire sono sinonimi, perché la proprietà ne garantisce la libera fruizione. Diverso è il caso di un bene di uso collettivo quale una strada, una scuola, una fabbrica, specie se chi ne fruisce non è un singolo ma una collettività; in questo caso la disponibilità della specifica risorsa deriva al singolo non dalla proprietà, ma dai meccanismi che ne determinano le modalità d’uso e di fruizione. Solo l’efficienza di tali meccanismi può trasformare questo diritto da formale a reale e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, come ci ha insegnato la storia, non ha permesso di raggiungere il risultato sperato mentre altri mezzi sono risultati più idonei.

Risulta però difficile in molti casi distinguere fra reale e formale perché, come spesso succede, non solo l’apparente lettura della realtà sembra legittimare la tesi, ma spesso viene anche confermata dai positivi obbiettivi inizialmente raggiunti; diventa però indispensabile capire il perché dei risultati positivi e le eventuali cause esterne che li hanno generati.

 

Benessere economico: Rimandiamo a dopo, quando esamineremo il capitalismo e la democrazia, l’analisi dei meccanismi utilizzati e utilizzabili, ma preliminarmente per chiarire ed eliminare equivoci sempre in agguato, vediamo quale è l’obbiettivo a cui deve tendere una società democratica per essere tale; potremmo sintetizzarlo nell’istanza di aumentare il tenore di vita della collettività, ridurre le diseguaglianze sociali, garantendo comunque i diritti irrinunciabili. Per capire come raggiungere l’obbiettivo dobbiamo osservare che il sistema economico è composto da due momenti distinti ed interconnessi, cioè quello produttivo – fabbrica, azienda, struttura agricole – da cui escono i prodotti e quello di utilizzazione dei prodotti dove gli stessi vengono consumati.

Per semplificare: da ogni struttura produttiva escono sia i prodotti che la loro contro-faccia finanziaria costituita da salari, profitti e copertura degli altri oneri. Entrambi i flussi si incontrano attraverso il mercato – produzione e consumo – e le remunerazioni, quali i salari operai, rappresentano il diritto di ciascuno di fruire di una parte della produzione per soddisfare le proprie necessità; la quantità e qualità dei beni di cui ciascuno può fruire determina il suo tenore di vita.

La produzione è quindi finalizzata a soddisfare le necessità della collettività; il lavoratore è infatti interessato all’ammontare del salario (momento produttivo) al solo scopo di ottenere un elevato tenore di vita (potere d’acquisto). La precisazione pare scontata e quasi inutile mentre, come vedremo, la tendenza di derivazione marxista di focalizzare quasi esclusivamente il momento produttivo, rappresenta l’origine di uno dei maggiori equivoci interpretativi che condiziona la strategia della sinistra.

Come prima osservazione possiamo rilevare che, essendo l’obbiettivo del meccanismo economico la capacità produttiva per garantire il benessere, il lavoro non è un obbiettivo ma solo una necessità della produzione: i positivi risultati della seconda metà del secolo scorso sono la conseguenza dell’evoluzione tecnologica che ha permesso di aumentare la produzione con un minore impegno lavorativo. In quest’ottica non ha senso la paura del robot, che toglie lavoro agli uomini, perché proprio il robot può e deve corrispondere a un aumento di benessere con un minore impegno lavorativo. Ovviamente è necessario, come nella seconda metà del ‘900, un’azione della struttura pubblica idonea a garantire l’equilibrio economico al nuovo livello tecnologico per trasformare l’aumento produttivo in benessere; se questo manca, come nell’Ottocento, non cresce il benessere ma la disoccupazione. La causa di questo effetto negativo però non è l’evoluzione tecnologica, ma l’incapacità pubblica di utilizzarne le positive potenzialità; proprio il diverso livello di intervento pubblico ha generato la grande differenza fra la seconda metà del ‘900 (aumento benessere) e quella del ‘800 (aumento disoccupazione).

Per non ripetere gli stessi errori dell’Ottocento vediamo quali sono gli elementi che condizionano tenore e qualità della vita del singolo soggetto; sono due: la capacità produttiva del sistema Paese e i criteri di ripartizione delle risorse. Il primo è economico – conseguenza delle risorse naturali e dell’efficienza produttiva cioè il loro livello di ottimizzazione produttivo; il secondo è politico cioè il reale livello di diritti e quindi di potere dei singoli o dei gruppi da cui deriva la quota della produzione globale di cui ciascuno può fruire. Si rileva subito che entrambi gli elementi non si determinano a livello aziendale dal rapporto padrone/lavoratore, ma a quello dell’intero sistema: infatti l’aspetto economico deriva dalla capacità produttiva globale, come l’aspetto politico, cioè il livello dei diritti, determina la distribuzione del potere e la ripartizione dei redditi fra i soggetti e le classi.

 

Distorsioni interpretative. Queste premesse permettono di evidenziare due punti in cui la frattura fra formale e reale ha condizionato pesantemente la nostra lettura della realtà originando una prassi che contraddiceva gli obbiettivi ufficialmente dichiarati. I due punti hanno coinvolto entrambi gli elementi visti che determinano il benessere collettivo: per il livello economico – l’utilizzo delle teorie marxiste del plus valore, per quello politico – la logica borghese della democrazia delegata. Nell’analisi che segue cercheremo proprio le ragioni e i condizionamenti che in entrambi i casi hanno dato iniziali risultati positivi diventando poi l’ostacolo per il raggiungimento dei successivi obbiettivi.

Partiamo quindi da quello economico: la visione di Marx, con la teoria del plus valore, ha focalizzato il momento produttivo, cioè solo metà del ciclo economico, e di conseguenza ha considerato il margine imprenditoriale come puro sfruttamento cioè una quota di salario che il padrone “rubava” al lavoratore. Automatica la deduzione che bastava nazionalizzare i mezzi di produzione per eliminare lo sfruttamento e mettere il sistema economico al servizio della collettività costruendo un regime ugualitario. Magnifica semplificazione che, anche se non corrispondeva alla complessa realtà economica, ha contribuito a creare un’iniziale forza dirompente sia perché semplice e comprensibile (“ti pagano meno di quello che dovrebbero”), sia perché la fotografia della realtà sembrava confermare la tesi: il padrone sottopagava l’operaio e il salario aumentava solo a seguito di un conflitto sindacale. Vedremo in seguito la vera causa dei risultati positivi raggiunti, ma questa interpretazione è stata per un secolo il credo di molti che non volevano vedere come i paesi capitalistici, rispetto a quelli comunisti, potevano offrire maggiore benessere collettivo e minori diseguaglianze sociali.

La violenza rilevata in Cina e nei paesi dell’Europa dell’Est ha imposto una profonda revisione, però in mancanza di una spiegazione soddisfacente, per molti l’insuccesso dell’Unione Sovietica è rimasto solo un incidente di percorso che uomini diversi avrebbero potuto evitare. Come ironicamente diceva Keynes “contro una teoria non bastano i fatti ci vuole un’altra teoria”. Questa “non spiegazione” pesa ancora nell’interpretazione collettiva della realtà odierna e rende necessario capire come e quando la logica dei rivoluzionari russi ha perso il suo contenuto reale per diventare un semplice paravento formale.

Discorso analogo vale per la distorsione del discorso politico relativo al meccanismo di delega della democrazia borghese. Anche in questo caso sembrava fuori discussione che le libere elezioni a suffragio universale dovessero rappresentare per la collettività la maggiore garanzia di controllo del sistema politico e di conseguenza di quello produttivo, garantendo così il raggiungimento dell’equità sociale e la difesa dei soggetti deboli. Ciascuno disponeva liberamente di un voto per cui necessariamente dovevano prevalere gli interessi degli strati deboli che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione. Anche in questo caso la convinzione era confermata dalla positiva evoluzione della seconda metà del secolo scorso con i notevoli risultati raggiunti. La crisi odierna evidenzia invece i limiti del meccanismo elettorale, minando molte certezze, ma ci vorrà tempo, speriamo non un altro secolo, per capire quali meccanismi sono stati prima positivi e poi negativi e quali soluzioni possono permettere di andare oltre e garantire una partecipazione più avanzata.

È chiaro che le dichiarazioni di principio quali quelle di lavorare per il popolo o difendere i suoi interessi non mutano la realtà mentre molti abusi sono stati giustificati da dichiarazioni “politicamente corrette”. Il punto è mettere a fuoco quali elementi sono effettivamente idonei a raggiungere l’obbiettivo distinguendo fra formale e reale perché questo distinguo può spiegare il fallimento della rivoluzione Russa e il limite dell’attuale democrazia.

Ritorniamo quindi dall’obbiettivo democratico, di garantire il maggior benessere collettivo e le minori diseguaglianze sociali che si raggiunge massimizzando la produzione attraverso la sua ottimizzazione (aspetto economico) e minimizzando le sperequazioni sociali (aspetto politico).  Esaminiamo separatamente gli elementi che condizionano sia l’ottimizzazione produttiva sia la reale distribuzione del potere e di conseguenza del tenore di vita.

 

Ottimizzazione produttiva. È chiaro che nella realtà moderna la capacità produttiva del sistema Paese, più che dalle risorse naturali, dipende dalla capacità di ottimizzare la produzione. A questo punto sono necessarie alcune precisazioni per evitare i troppi equivoci che confondono i quotidiani dibattiti. Dobbiamo infatti precisare cosa si intende per capacità produttiva, perché oggi si tende a considerare come tale principalmente la produzione di frigoriferi, televisori e altri beni e servizi prodotti dalla struttura capitalistica; questa impostazione non è casuale ma è conseguenza della disfunzione che origina l’attuale crisi; questa produzione infatti è quella che fa capo alla parte capitalistica che però non è la totalità della produzione, ma solo una parte e quella che in prospettiva è destinata a diventare la parte minoritaria e meno strategica.

Infatti la produzione fa capo a due settori: il primo gestibile dal capitalismo attraverso il mercato, che è caratterizzato da un eccesso di capacità e spesso ricorre a politiche commerciali aggressive ed invadenti. In questo campo l’aumento è auspicabile solo per permettere di fruire dei beni prodotti anche a coloro che oggi ne sono esclusi a causa delle diseguaglianze sociali.

Vi è invece il secondo settore produttivo, non gestibile attraverso il mercato, che è necessariamente di competenza della mano pubblica, cioè produzione di libertà, abitabilità urbana, equilibrio ecologico, garanzie sociali e tutto quanto condiziona il vivere civile; possiamo definirle istanze sociali, ma si tratta sempre di produzione che richiede una specifica capacità perché non si può realizzare senza un meccanismo idoneo. Costituisce la parte produttiva più complessa ma anche la più strategica che condiziona sia la produzione globale sia il benessere reale e la qualità della vita. Proprio l’incapacità da parte della mano pubblica di adempiere a questo compito è il nucleo della crisi che stiamo analizzando.

Parlando di aumento di produzione ci riferiamo quindi al secondo settore (gestione pubblica) perché la possibile limitata crescita del primo (capitalismo) sarà finalizzata solo a soddisfare le necessità dei soggetti beneficiati dalla maggiore equità distributiva. La precisazione si impone per non spaventare il lettore affermando che è necessario-possibile aumentare di 10 volte (+1.000%) la produzione; non si pensa infatti a decuplicare telefonini e televisori, quanto produrre quei beni e servizi dalla cui mancanza nascono tutte le quotidiane disfunzioni economico/sociale.

Abbiamo già sottolineato che l’obbiettivo non è l’aumento del salario ma del tenore di vita e che i due elementi sono solo marginalmente interdipendenti perché il secondo è sempre più condizionato dall’inefficienza pubblica che limita sia l’ottimizzazione produttiva (capacità economica del sistema Paese), sia la parità di diritti (livello democratico). Di conseguenza il lavoro è solo una necessità, non un obbiettivo e l’evoluzione tecnologica, come nella seconda metà del ‘900, ha proprio la funzione di aumentare il tenore di vita riducendo l’impegno lavorativo. Sarebbe grave rifare l’errore dell’Ottocento di considerare l’evoluzione tecnologica come una minaccia all’occupazione; allora la paura era giustificata a causa sia della mancanza di un precedente storico cui fare riferimento sia del potere politico delegato alla borghesia poco interessata a contrastare il fenomeno per difendere il proletariato. Oggi con l’esperienza acquisita e con il livello democratico che abbiamo, o dovremmo avere, è d’obbligo capire che il robot deve portare benessere e non disoccupazione.

Possiamo anticipare che sta crescendo l’importanza della mano pubblica e la sua efficienza è determinante per il reale reddito e tenore di vita, nonché per la giustizia distributiva: tutti elementi che vengono infatti condizionati dalla disponibilità di servizi pubblici efficienti, parzialmente gratuiti, quali sanità, istruzione, verde pubblico, garanzie sociali e molti altri. Un semplice esempio: l’autostrada a pagamento invece che gratuita (come in Germania) implica un’automatica riduzione del tenore di vita della collettività. Abbiamo visto la violenta protesta dei francesi contro la volontà di Macron di aumentare la tassa sulla benzina: era di fatto una riduzione mascherata dei salari che coinvolgeva molti lavoratori.

Marx, con la teoria del plus valore, ha semplificato la realtà, focalizzando esclusivamente il rapporto padrone- lavoratore come luogo nel quale nasceva il benessere e si realizzava lo sfruttamento, ha così trascurato il risultato produttivo, spesso visto come farina del diavolo che interessava solo il padrone: il criterio valutativo è stato stravolto.  Come vedremo parlando del capitalismo, da questo errore logico derivano le principali contradizioni interpretative che ancora condizionano la sinistra. Certamente è superata la visione iniziale della produzione come farina del diavolo ad uso del padrone per cui era lecito perfino boicottarla, però si continua a vedere positivamente l’efficienza produttiva principalmente quale garanzia per l’occupazione, rimasta sempre il principale indice valutativo.

Quando un’azienda nasce o rischia di chiudere ci si preoccupa dell’occupazione guadagnata o persa, non della necessità di ciò che viene prodotto. È vero che l’occupazione è locale e chiaramente determinabile mentre l’utilità del prodotto è generale e scarsamente quantificabile, però alla base c’è un errore valutativo che deriva dalla teoria del plus valore; il suo superamento è necessario per capire quali meccanismi sono idonei a raggiungere livelli più elevati di benessere e equità distributiva

Purtroppo per valutare il benessere economico determinato, dall’ottimizzazione produttiva a livello economico e dai criteri di ripartizione a livello politico, oggi non abbiamo neppure un indice attendibile di misurazione, perché disponiamo principalmente del Pil (prodotto interno lordo) come indice della capacità produttiva globale di cui seguiamo con trepidazione l’evoluzione essendo la sua crescita considerata indice di aumentata ricchezza. È però un indice rozzo, derivato dalla cultura dominante che misura solo la produzione e non il benessere dei cittadini.

Ritornando all’esempio delle autostrade, se un Paese le fa pagare mentre prima erano gratis, il Pil aumenta del relativo fatturato mentre il benessere dei cittadini si riduce a causa del costo aggiuntivo (simile all’introduzione di una nuova tassa). Seguendo questa logica perversa, al fine di coprire l’ampiezza della crisi si tende a far pagare ai cittadini tutti i servizi che utilizzano (compreso il transito su “la via dell’amore” alle Cinque Terre), così mentre crescono Pil e occupazione (gli esattori del pedaggio), si depauperano i cittadini.

È emblematico come spesso abbiamo assistito ad autunni caldi con violenti scontri sindacali protrattisi per mesi per ottenere un aumento di salario, considerato una vittoria anche se spesso non valeva più di un 10% – 15% del salario stesso; poco significativo pensando che lo Stato preleva più del 50% del reddito di ognuno (compreso sull’aumento), promettendo servizi che svolge male o non svolge, e in sordina riduce drasticamente il nostro tenore di vita. Eppure tutti, specie a sinistra, si entusiasmano per le vittorie sindacali (scontro aziendale), considerando marginale il tenore di vita determinato dalla capacità economica del sistema paese e dal livello democratico.

Non si vede o si finge di non vedere questa contraddizione neppure nei casi in cui in maniera ancora più grottesca il comportamento della mano pubblica ha annullato direttamente i vantaggi faticosamente ottenuti. Anche dimenticando l’utilizzo, oggi non più possibile, della svalutazione della lira, rimangono molte altre misure come la leva fiscale, l’addebito di servizi in precedenza gratis, la sospensione di altri. Solo i partiti populisti alla fine hanno identificato giustamente, quale principale causa della miseria, la disfunzione del meccanismo pubblico e l’esecranda “casta”; non proponendo però soluzioni alternative, si sono ridotti a una contestazione globale, inevitabile fuoco di paglia non destinato a durare.

Come abbiamo visto non abbiamo neppure indici idonei a misurare la qualità della vita, l’inquinamento urbano, la sicurezza fisica, le garanzie sociali e la maggior parte di ciò che determina il nostro reale tenore di vita. È evidente che, come già sta iniziando, dovremmo elaborare indici più sofisticati, ma essendo il Pil finora l’unico indice disponibile, dobbiamo utilizzarlo, coscienti dei suoi limiti.

 

Equità distributiva: Come ci insegna anche Marx, le risorse si ripartiscono in funzione dei diritti, cioè del potere delle parti e dei singoli, per cui tanto più elevato è il livello di partecipazione collettiva al potere tanto più ugualitaria sarà la divisione delle risorse. Nel sogno utopico di un’uguaglianza perfetta avremmo per ogni individuo una totale uguaglianza dei punti di partenza per cui, al netto dei già citati servizi irrinunciabili e comunque garantiti (sanità, istruzione, garanzie social, ecc.), le differenze economiche fra i diversi soggetti deriverebbero dalla loro capacità e volontà.

Ovviamente questa, come tutti i sogni utopici, rappresenta solo una direzione verso cui muoversi, però non sottovalutiamo che le immense capacità produttive potenzialmente disponibili in futuro, grazie all’attuale salto tecnologico, potrebbero legittimare l’ipotesi di una situazione non così diversa. Basta ricordare i risultati raggiunti, pur con ben minori risorse, nella seconda metà del secolo scorso grazie all’evoluzione democratica. Cercheremo in seguito di capire quali elementi sono idonei a raggiungere questo obbiettivo perché il sistema utilizzato delle libere elezioni, che sembrava perfetto, ha dimostrato che dopo una fase iniziale ha perso la sua carica positiva.

 

Effetti collaterali – L’ottimizzazione produttiva sia a livello della pura produzione (capitalismo) che della gestione pubblica (democrazia) non aumenta solo il benessere collettivo ma mette in moto anche due effetti collaterali fra loro interdipendenti, la cui importanza è forse maggiore del suo obbiettivo principale. Il primo è la produzione di conoscenza e il secondo il meccanismo di selezione meritocratica.

Meccanismo conoscitivo: sappiamo che il “fare” è il principale meccanismo conoscitivo della collettività: l’uomo medio conosce quello che fa e dal fare attinge la sua conoscenza. Il discorso vale per qualsiasi attività umana: fare il pane come sciare; per essere un panettiere bisogna fare il pane, come per essere sciatore sciare. Non si riesce a conoscere la logica del “fare” senza effettuare quella specifica attività. Però non è sufficiente “fare” perché la conoscenza nasce dal meccanismo di ottimizzazione del “fare”.

Per riuscire ad ottimizzare è necessario che chi opera veda il risultato della sua azione per poterla migliorare, sviluppando così la sua conoscenza: lo sciatore deve capire se e quando cade e il panettiere controllare la qualità del pane. Deve quindi esserci un’unità conoscitiva fra il fare e i suoi risultati: rimandiamo a dopo l’esame di come il meccanismo capitalistico di ottimizzazione ottiene questo risultato e i precisi limiti della struttura pubblica. Ovviamente il singolo processo produttivo può coinvolgere più uomini ciascuno dei quali non coglie l’intero processo; è però necessario e sufficiente un punto centrale di responsabilità che colga il risultato globale e distribuisca compiti e responsabilità ai vari centri di ottimizzazione: ognuno di loro parteciperà al processo conoscitivo.

La conoscenza è poi un fatto collettivo e non individuale per cui non è necessario che tutti gestiscano un punto di ottimizzazione, ma è sufficiente che ne esista un numero significativo perché in essi si sviluppi un livello di conoscenza che allargandosi alla collettività può facilitare partecipazione e scelte dell’intero gruppo. Se spacchiamo invece l’unità del ciclo, rompiamo il meccanismo di conoscenza; tornando all’esempio del panettiere se, senza unità conoscitiva, uno impasta, uno panifica e uno vende il pane e tutti ignorano l’interdipendenza fra i diversi lavori nonché il risultato finale, la produzione sarà inadeguata e nessuno dei tre diventerà un panettiere: rimarranno solo uomini che fanno gesti ripetitivi.

Meccanismo di selezione: l’ottimizzazione produttiva innesta anche necessariamente un meccanismo meritocratico, comunemente sottovalutato a causa di due opposti preconcetti. Il primo perché si crede che sia sufficienti l’utilizzo di incentivi per premiare e selezionare i migliori; l’incentivo presuppone invece la possibilità di controllare i livelli di ottimizzazione produttiva raggiunti, perché solo questi permettono incentivi finalizzati e la “promozione sul campo”, unico reale meccanismo selettivo. In mancanza si deve ricorrere a titoli o indici che non dicono nulla e proprio per questo sono inutili e scarsamente applicabili. È emblematico che la ripetuta istanza di utilizzare gli incentivi per premiare i migliori burocrati si traduca regolarmente in una distribuzione egualitaria; d’altronde un ricorso al Tar darebbe ragione al funzionario non premiato.

Il secondo preconcetto di segno opposto, comune anche a molti sindacati, caratterizza chi, in nome dell’uguaglianza, combatte la gerarchia e i meccanismi incentivanti. Questa istanza, dal fascino romantico, non tiene conto che senza gerarchia non c’è produzione, senza produzione non c’è né benessere né conoscenza. Si rompe cioè la catena che regge la nostra struttura economico/sociale. Ovviamente il livello coercitivo della gerarchia si riduce al crescere del livello di libertà offerto dalle possibilità tecnologiche (basta pensare alla violenza della disciplina sulle navi a vela ancora all’inizio dell’Ottocento) per cui la realtà futura permetterà certamente una logica gerarchica più decentrata e partecipata. Non a caso il sottotitolo del mio ultimo libro ipotizza una gerarchia condivisa; ma la gerarchia è comunque necessaria.

 

Sintesi storica. Queste premesse ci permettono di tracciare una sintesi di come si sono evoluti nei secoli i rapporti vincolanti fra livello tecnologico, capacità produttiva, logica istituzionale ed evoluzione democratica; potremo così identificare alcuni dei meccanismi che condizionano l’uso dei mezzi di produzione e vedere come interagiscono con le istanze democratiche. Quello che segue non è ovviamente un discorso storico ma solo un’analisi relativa agli elementi che condizionano la nostra specifica analisi. Sappiamo che si tratta di una semplificazione rispetto a una realtà più complessa e articolata però, pur con mille contraddizioni, il risultato finale può servire per le nostre valutazioni.

La prima parte della storia umana in Occidente è caratterizzata da un lungo periodo che arriva oltre il 1.000 dopo Cristo, in cui la tecnologia rimane fondamentalmente invariata e la produzione agricola ne rappresenta il settore principale. Il potere deriva dall’ampiezza e fertilità del territorio controllato e si struttura secondo la logica feudale. I contadini hanno diritti quasi inesistenti, le risorse di cui dispongono rappresentano il minimo necessario per garantirne la sopravvivenza.

L’ottimizzazione produttiva è molto spinta, sia perché si ripetono nei secoli gli stessi processi, sia perché, date le scarse risorse, è la condizione della sopravvivenza. L’ottimizzazione si sviluppa però all’interno dell’attività tradizionalmente svolta: nessuno ha l’interesse, né le conoscenze per innovare e uscire dal già collaudato modo produttivo. Per i signori feudali, principi o re, la produzione è al loro servizio e va bene com’è; se vogliono aumentare il potere ipotizzano guerre di conquista; i contadini sono privi di diritti e non hanno mezzi e preparazione per pensare a logiche diverse.

Questa realtà arriva fino al Quattrocento (XV secolo) e sono poco significativi i tentativi di far evolvere la struttura pubblica in senso democratico, allargando il numero degli aventi diritto. Potremmo ricordare le polis greche, parzialmente i Romani, i Comuni, le Repubbliche Marinare; a riprova di quanto detto possiamo notare che sono comunque società in cui cade la centralità dell’agricoltura per dare spazio ad altre attività quali l’armamento, la finanza, l’inizio della manifattura, tutti embrioni di attività non feudali ma borghesi.

 

2)- I FASE EVOLUZIONE TECNOLOGICA – HARDWARE – CAPITALISMO E BORGHESIA

Inizio evoluzioni – Verso la metà del Quattrocento scatta la rivoluzione e tutto incomincia a cambiare negli strumenti produttivi; usando un linguaggio moderno, potremmo chiamare questa prima fase, che finirà intorno alla fine del Novecento, l’evoluzione dell’hardware produttivo. L’elemento scatenante di questa evoluzione tecnologica, grazie alla quale passiamo dal medio evo ai tempi moderni, è una nuova logica produttiva che passa sotto il nome di capitalismo.

Prima di andare oltre dobbiamo affrontare alcuni preconcetti e chiarire in cosa consiste effettivamente questa nuova logica produttiva perché il capitalismo, essendo stato per più di un secolo al centro dello scontro politico, è stato interpretato in vari modi, spesso negativi e quasi sempre fuorvianti. Già l’uso del termine “capitalismo” è fuorviante, sarebbe più esatto parlare di produzione “per conto di terzi di attività industriali, finanziarie, agricole e commerciali”; il termine “capitalismo” risente infatti della logica marxista che divide il mondo fra padroni (i capitalisti) sfruttatori e i lavoratori sfruttati. In base alla teoria del plus valore lo sfruttamento nasce infatti da una quota di salario rubato dal padrone al lavoratore; si legittimava così la lotta di classe per eliminare il padrone e costruire finalmente una società di uguali.

L’analisi marxista era storicamente corretta nella sostanza politica, ma fuorviante in quella economica; si confondeva infatti il padrone con la borghesia al potere e il lavoratore con il proletariato senza diritti. Nella fase iniziale la differenza era poco influente perché i due ruoli si sovrapponevano; effettivamente la borghesia aveva tutti i diritti e il lavoratore era un proletario senza diritti. Rimaneva comunque l’errore di confondere un fatto politico, la distribuzione dei diritti, con un fatto economico, il livello delle remunerazioni che ne era solo la conseguenza.

Era allora anche corretto portare lo scontro a livello aziendale perché l’azienda era il luogo dove il proletariato operava e poteva organizzarsi; però il risultato era politico perché era il sistema paese, e non il padrone, a venire condizionato dai successi sindacali. Prova ne sia che la rivoluzione russa ha eliminato il padrone ma, non avendo aumentato i diritti politici, ha ridotto libertà, diritti, benessere e uguaglianza distributiva. La logica marxista è stata così determinante per l’evoluzione sociale di buona parte del ’900, come forza di rottura, diventando però fuorviante nelle fasi successive perché impediva la comprensione delle evoluzioni delle forze economico/sociali. Siamo così arrivati alle contraddizioni attuale che, condizionate dalla falsante ideologia di sinistra, originano battaglie di retroguardia che perseguono di fatto obbiettivi opposti a quelli dichiarati.

Cerchiamo quindi di chiarire in cosa consiste il modello produttivo del capitalismo e quali sono i suoi punti di forza e i relativi limiti. L’elemento che  caratterizza questa logica produttiva è la realizzazione di tanti punti organizzati finalizzati alla produzione “per conto terzi”: questo permette la specializzazione produttiva, necessaria per sfruttare le economie di scala dell’organizzazione industriale, ottimizzare la produzione, aumentare la produttività, stimolando l’evoluzione tecnologica; il meccanismo è inoltre estremamente aperto per cui ciascuno  liberamente può cogliere lo spazio di un nuovo centro di ottimizzazione: quello che oggi chiamiamo le start app.

Se pensiamo alla rigidità di qualsiasi altra struttura organizzativa, specie se pubblica, capiamo la forza vincente della sua estrema duttilità ed elasticità. Il mercato, mezzo portante del sistema, assolve alla doppia funzione di far conoscere al produttore le necessità della collettività e controllare che siano soddisfatte correttamente, eliminando chi non è idoneo.

Per chiarire e semplificare l’esame dei meccanismi decisionali del capitalismo partiamo dal più elementare degli esempi di produzione capitalistica e chiediamoci quali sono le condizioni perché il panettiere possa soddisfare la nostra necessità di pane, obbiettivo principale della produzione; discorso analogo vale per qualsiasi altra attività produttiva che prendiamo in esame.

È necessario che il panettiere conosca in tempo reale le nostre necessità di pane perché i nostri gusti e bisogni sono volubili e in continuo cambiamento; in mancanza di questo il pane prodotto sarà per quantità e qualità non adeguato alle nostre necessità. Ma non basta: il panettiere ha infatti la convenienza a soddisfare le proprie necessità e non quelle della collettività utente (cioè quelle degli acquirenti del pane) per cui è necessario un meccanismo coercitivo idoneo a far prevalere le seconde sulle prime.

Entrambe queste funzioni vengono svolte (bene) dal mercato che oggi mette in rete in tempo reale le necessità di tutti gli utilizzatori mondiali, permettendo al panettiere di conoscere non solo la necessità di pane ma anche la disponibilità delle materie prime e dei macchinari necessari alla sua attività. La collettività utente attraverso il mercato dispone anche del meccanismo di controllo e imposizione, potendo eliminare i produttori non idonei: tutte funzioni indispensabili. Nulla è perfetto, però il mercato, all’interno dei limiti che vedremo, è la soluzione migliore e finora l’unica capace di ottimizzare il ciclo produttivo.

 

Scontro produttore-consumatoreLo scontro fra produttore e consumatore è di fatto la dialettica che condiziona l’evoluzione capitalistica e il mercato è l’elemento che permettere di far prevalere le necessità del consumatore, cioè della collettività utente, su quelle del produttore. Cioè il mercato, come meglio vedremo, a determinate condizioni e la migliore tutela delle necessità della collettività in quanto riesce a mettere effettivamente le risorse economiche e i mezzi di produzione al servizio della collettività. E’ infatti un meccanismo reale e come tale funziona meglio della nazionalizzazione dei mezzi di produzione che, come ci ha insegnato la storia, è solo un meccanismo formale. Il controllo del mercato (meccanismo reale) così tutela meglio la collettività rispetto alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione (solo formale). Ne consegue però che il capitalismo non può operare se manca il mercato, perché in questi casi le necessità del produttore (padrone, imprenditore o lavoratore) prevalgono su quelle della collettività, che perde qualsiasi tutela.

La dialettica marxista focalizzata sul rapporto padrone-lavoratore tiene conto solo di metà del ciclo produttivo, cioè il momento produttivo, trascurando l’altra metà in cui la produzione viene consumata, determinando il tenore di vita degli aventi diritti. Arriva così a valutazioni contradditorie che non tengono conto della complessità del ciclo economico e del meccanismo che determina il reale benessere della collettività.

La comprensione di questo aspetto, che contrasta con l’interpretazione corrente, mi è stata facilitata dallo scontro con la Compagnia Portuale del porto di Genova affrontato a partire dagli anni ’70. Avevo la necessità di far operare nel porto di Genova la prima nave porta container, ma dovevo combattere la diversa logica operativa della Compagnia Portuale; mi sono scontrato così con una gestione operaia di 8.000 uomini, aristocrazia operaia, autogestiti e senza “padrone”, forti di una lunga tradizione di autonomia e partecipazione democratica, che simboleggiava allora l’ipotesi più avanzata di una gestione di sinistra. Non era facile considerarsi di sinistra ed essere costretto a combattere contro un’organizzazione di lavoratori, che era l’emblema stesso della sinistra; in più volevo mantenere la convinzione, per non dire la certezza, di difendere gli interessi generali della collettività.

Con il tempo e con fatica ho capito che la Compagnia Portuale operava molto bene quando si trattava di soddisfare le proprie necessità, ma aveva un diverso atteggiamento verso le necessità “di terzi”, perché operando in regime di monopolio naturale, senza il controllo del mercato, tendeva a privilegiava le proprie necessità a scapito di quelle prioritarie della collettività utente del Nord Italia. È stato necessario scavalcare i vincoli della Compagnia Portuale con la legge di riforma 84/94, per adeguare il servizio portuale alle nuove necessità della collettività.

Riferendoci a fatti storici consolidati possiamo ricordare anche che all’inizio del ‘900 i rivoluzionari russi per garantire il potere del proletariato hanno ipotizzato di utilizzare la gestione operaria, cioè i Soviet, come catena gerarchico/conoscitiva che partendo dalla base creava il potere esecutivo. Nell’ideologia marxista la soluzione era perfetta: eliminava il plus valore del padrone e dava il potere alle masse: poteva rappresentare certamente la tanto cercata futura società egualitaria. I nuclei di base della catena erano però dei produttori privi del controllo del mercato e quindi, come tante Compagnie Portuali, soddisfacevano le proprie necessità e non quelle della collettività utente. Per difendere la produzione e gli interessi della collettività si è dovuto passare alla “centralizzazione democratica”: una feroce dittatura che negava alla collettività qualsiasi diritto e possibilità di difesa. Il mercato sarebbe stata una difesa ben più reale di quella formale della proprietà pubblica dei mezzi di produzione.

Il meccanismo di ottimizzazione produttiva dell’organizzazione capitalistica è calato nel territorio e viene realizzato spontaneamente da qualsiasi soggetto con idee innovative. I punti di ottimizzazione si possono così moltiplicare a dismisura perché sono tali tutti i nuclei produttivi, dal panettiere all’industria meccanica. L’ottimizzazione produttiva porta a selezionare i produttori migliori e crea una struttura fortemente meritocratica perché il mercato elimina rapidamente chi non è idoneo; questa selezione meritocratica non riguarda solo il vertice ma coinvolge tutta la catena gerarchica.

L’elemento portante di questa fase evolutiva capitalistica è la borghesia, la nuova classe che grazie ad essa è arrivata al potere. Inutile chiedersi se il capitalismo è figlio della borghesia o viceversa, perché corrisponde alla domanda oziosa dell’uovo e della gallina: senza stabilire chi origina l’altro, resta il punto fermo che ciascuno dipende dall’altro e senza l’uno non potrebbe esistere l’altro. Le caratteristiche di entrambe si compenetrano a vicenda in un’organizzazione abbastanza accentrata, ma in evoluzione ed articolata; questo produce un potere più diffuso, rispetto a quello feudale, ma ugualmente limitato da cui deriva la dimensione numerica della borghesia valutata intorno al 3% della popolazione.

Borghesia e capitalismo hanno entrambi meccanismi dinamici e meritocratici, antitetici alla società feudale e tali da legittimare, in presenza di una buona organizzazione, la realizzazione dell’ascensore sociale, tanto caro al sogno americano. Immaginare un capitalismo tradizionale non gestito dalla borghesia è quasi un ossimoro e ne sono testimoni i fallimenti delle varie rivoluzioni del ‘900 che rivendicavano una società più avanzata post-borghese: impossibile fino a quando il capitalismo tradizionale è stato il più avanzato, per non dire l’unico, meccanismo produttivo.

La possibilità oggi di andare oltre per la prima volta non è più un sogno utopistico perché alla fine del ‘900 si è conclusa la fase evolutiva dell’hardware per dare origine alla seconda fase che, sempre utilizzando lo stesso linguaggio, potremmo chiamare del software, caratterizzata dal prevalere dell’elettronica. Questa, come vedremo, segue logiche diverse che, caduti i precedenti condizionamenti, rendono possibili e necessari prassi più avanzate di partecipazione collettiva e di diffusione del potere.

 

Preconcetti sul capitalismoPrima di andare oltre nell’esame dei meriti del capitalismo, che come abbiamo detto ha permesso il passaggio dal medio evo alla società moderna, è doveroso chiedersi il perché della diffidenza diffusa che porta comunemente a considerarlo la causa di tutti i mali.

Esiste un primo motivo storico: il capitalismo quando è nato, sfruttando la libertà operativa, si è sviluppato sul territorio, diventando un potere autonomo che operava vuoi all’interno di un fatiscente potere precedente, vuoi in un nuovo potere gestito dalla stessa borghesia capitalista; era così un potere quasi assoluto, privo di regole e condizionamenti. Il risultato era prevedibile, il capitalista “padrone” ha sostituito il vecchio feudatario comportandosi in maniera analoga verso i suoi “sudditi”: gli operai della fabbrica sostituivano i contadini del feudo.

A causa dei diversi meccanismi produttivi il comportamento capitalistico era però ancora peggiore: infatti nel feudalesimo il livello tecnologico rimaneva abbastanza costante per cui erano limitati gli stravolgimenti economico/sociali. Inoltre la produzione era “in conto proprio” cioè formalmente al servizio di chi deteneva il potere – il Re Sole legittimamente dichiarava “lo Stato sono io”. Ogni aumento di capacità produttiva quindi, non aumentava il benessere dei sudditi ma lo lasciava invariato, mentre veniva utilizzato per meglio soddisfare i bisogni o capricci dei sovrani: si pensi alle grandi regge di Versailles e di Caserta costruite nel Seicento e Settecento. La situazione del suddito rimaneva misera ma fondamentalmente immutata.

Nell’Ottocento invece la produzione “per conto terzi” gestita dalla borghesia subiva un reale controllo produttivo rappresentato non dal proletariato ma dal mercato; veniva così limitava la quota del prodotto che il gestore (capitalista) poteva prelevare; il capitalista quindi per aumentare significativamente il proprio reddito doveva far aumentare la produzione ma questo richiedeva un aumento di reddito anche del proletariato (maggiori salari) e questo contrastava con gli interessi della borghesia. Senza la crescita della produzione, come invece è finalmente avvenuto nella seconda metà del Novecento, l’aumento di produttività ha aumentato solo la disoccupazione; così per tutto l’Ottocento la forte evoluzione tecnologica non ha aumentato né la produzione né il benessere collettivo ma ha fatto crescere la disoccupazione, la miseria e un ulteriore riduzione dei già miseri salari.

A fine Ottocento la situazione del proletariato in Europa era drammatica con fame, disperazione e massiccia emigrazione: in Italia si calcolano più di 20 milioni di emigrati cioè quasi il 50% della popolazione: una falcidia paragonabile alle grandi pesti del passato. La borghesia in contropartita ha goduto di un’epoca felice che è passata alla storia come “la belle epoque”.

Però tutto questo non è stato provocato dal capitalismo, che rimane solo un efficiente mezzo tecnico, ma dell’uso che ne hanno fatto le forze politiche allora al potere; attribuirne la colpa alla produzione capitalista sarebbe come accusare l’agricoltura delle violenze del sistema feudale. La distinzione non è formale ma necessaria, perché un’ampia fetta della classe politica per spiegare la crisi attuale  utilizza ancora questi preconcetti per alimentare la caccia “all’untore” e, sviando l’attenzione, nascondere i veri responsabili, cioè la classe politica stessa.

Esistono poi altri motivi culturali di condanna. La lotta contro il padrone infatti ai suoi inizi aveva portato risultati positivi e questo sembrava la migliore conferma della propria correttezza e spingeva a non sostituirla con logiche diverse. Abbiamo visto infatti che era corretta la lotta di classe del proletariato che rivendicava i diritti negati dalla borghesia; così come era corretto identificare il proletario con il lavoratore, per l’identità fra i due soggetti, portando lo scontro a livello aziendale cioè in una sede dove i proletari/lavoratori erano concentrati e potevano organizzarsi.

Ma lo scontro reale era quello politico fra borghesia e proletariato per i diritti e non aziendale fra padrone e lavoratore per il salario, il cui ammontare derivava invece dal livello di diritti. L’azienda era infatti solo il luogo dello scontro non quello in cui si determinavano i diritti e i vantaggi economici; le vittorie sindacali avevano scarse ripercussioni a livello aziendale perché il profitto imprenditoriale (la quota del padrone) è condizionato dal livello di concorrenza e non dalla pressione sindacale. Viceversa la crescita del benessere derivava dall’aumento di produttività e di produzione che i cambiamenti politici e la pressione sindacale mettevano in moto.

Altro condizionamento culturale come nuovamente ironizza Keynes “l’uomo comune che si crede libero da preconcetti culturali in verità è schiavo di un economista defunto”, infatti la nostra lettura della realtà si rifà, spesso inconsciamente, alla teoria marxista perché valida in passato ed in seguito accantonata ma non sostituita, rimanendo così l’unica chiave interpretativa disponibile.

In ultimo questa teoria conviene agli strati sociali emergenti, legittimandone i privilegi, cioè ai lavoratori non più proletari e ai borghesi non padroni; specie nella borghesia, fra manager, burocrati, professionisti, i “non padroni” sono la maggioranza e tutti possono fruire di una “indulgenza plenaria”. Ricordo un grande professionista che mi precisava che “lui viveva del suo lavoro, mentre io, padrone, del lavoro degli altri”; si dimenticava però che salvo il contadino medievale o Robinson Crusoé tutti vivono scambiando il proprio lavoro con lavoro altrui e la sua rata di scambio, che determinava la sua maggiore ricchezza, era molto migliore della mia.

La somma di questi equivoci causa anche la frattura fra la chiave interpretativa e la prassi abituale; quando per esempio si affronta un’elezione: è generale la (legittima) convinzione, anche da parte delle forze di sinistra, che per vincere bisogna scartare i politici tradizionali e puntare su un rappresentante della “società civile”: cioè un professore, un professionista, un manager o un imprenditore, tutti alti responsabili del sistema capitalistico, soggetti ufficialmente finalizzati allo sfruttamento, ma  chiamati per combatterlo e difendere le collettività deboli.

Superando questi numerosi condizionamenti storico/culturali possiamo finalmente prendere atto che il capitalismo è solo un mezzo tecnico di ottimizzazione produttiva che però necessita del mercato e di una struttura pubblica capace di porre regole correte e farle rispettare. Possiamo paragonare il capitalismo al gioco del calcio, fatto di abilità, intelligenza, eleganza e coordinamento, ma che degenera in pura violenza se mancano le regole e l’arbitro. Quando degenera però non è colpa dei giocatori, ma della mancanza di regole.

Ho già citato lo scontro vissuto in prima persona con i portuali del porto di Genova che in forza dell’articolo 110 del Codice della Navigazione fruivano di privilegi, socialmente corretti in passato ma anacronistici oggi. Il comportamento dei portuali costituiva così una disfunzione che danneggiava gli interessi prioritari dell’intera pianura Padana; però la colpa non era né del portuale né della loro organizzazione, ma del legislatore che non aveva saputo adeguare la legislazione alle nuove necessità. Il problema si è infatti risolto solo quando questo è avvenuto.

Il discorso analogo vale per il mercato che è l’elemento portante dell’efficienza capitalistica perché seleziona, controlla e premia il produttore effettuando l’ottimizzazione produttiva e garantendo i diritti della collettività; se per motivi strutturali questo viene a mancare il capitalista che opera in monopolio perde qualsiasi spinta all’efficienza e si limita a fruire, senza alcun controllo, di una rendita di posizione, vera e propria tassazione impropria.

La precisazione si impone perché le disfunzioni attuali fanno capo allo Stato, latitante e incapace ad assolvere ai maggiori compiti legati alla gestione del territorio; per assolvere ai suoi compiti non dispone né degli strumenti conoscitivi necessari né del mercato come elemento di ottimizzazione e di difesa della collettività. Diventa così concreto il rischio che la maggioranza della produzione sia fuori controllo e, nell’indifferenza generale, venga autorizzata e quasi facilitata a compiere qualsiasi abuso, attribuito poi alla disfunzione capitalistica. In quest’ottica si devono leggere i salvataggi e i disastri ripetuti quali il crollo del ponte Morandi, il caso Ilva e quello Alitalia.

 

Conseguenze economiche: L’interagire attraverso il mercato di possibilità e necessità porta all’ottimizzazione del ciclo produttivo: obbiettivo fondamentale perché solo l’aumento della produzione, abbinato a una politica di riduzione delle sperequazioni, può garantire, come è avvenuto nella seconda metà del secolo scorso, un generale miglioramento economico/sociale.

L’obbiettivo non contrasta con il meccanismo retributivo dell’imprenditore perché, grazie al controllo democratico e alla concorrenza (mercato), il margine imprenditoriale si deve attestare intorno al 2%-3% del valore del prodotto; significa quindi che a fronte di solo un 2%, l’imprenditore si dà carico di valutare le necessità della collettività, soddisfarle ottimizzando la produzione e pagare con il fallimento un possibile insuccesso. La struttura pubblica viceversa preleva più del 50% del Pil (cioè del prodotto), non produce quello che serve, non ottimizza ciò che fa e nessuno paga per gli errori commessi.

Inoltre nel margine imprenditoriale è compresa anche la fantasia creativa che è alla base del salto tecnologico degli ultimi secoli. È corretto quindi affermare, anche se polemico e non “politicamente corretto”, che il valore aggiunto dell’imprenditore è superiore al suo costo, cioè, rovesciando la logica marxista, il padrone regala un “plus valore” alla collettività. Questa lettura della realtà, che rappresenta il principale punto di rottura con la logica tradizionale, si rende necessaria se si vuole superare l’attuale equivoco culturale.

Come esperienza personale posso ricordare che negli anni ’80 ho costituito una comune agricola alla ricerca di forme organizzative alternative; pensavo che l’autoproduzione, bypassando l’intermediazione capitalistica, permettesse risparmi di costi sui beni prodotti; ho dovuto rilevare la situazione opposta perché l’organizzazione capitalista rappresenta un valore aggiunto e non un costo; questa è una delle principali ragioni del suo successo e del benessere verificatosi alla fine del ‘900 nei paesi avanzati.

Tale constatazione, ripetiamo, non annulla le teorie marxiste sullo sfruttamento e la lotta di classe, ma evidenzia solo che lo scontro con il padrone è l’azione in cui si materializza la lotta, non ciò che determina il cambiamento: perché la battaglia vera è politica e il padrone è solo l’ufficiale pagatore, non il soggetto che decide quanto pagare. Oggi se vogliamo dire “qualcosa di sinistra” dobbiamo ricercare i veri meccanismi che determinano il benessere e l’equità distributiva, focalizzando l’attenzione sulla struttura pubblica titolata a fissare le regole, farle rispettare e realizzare infrastrutture e servizi pubblici efficienti e parzialmente gratuiti. Sono infatti l’istruzione, la sanità, i trasporti urbani, le città vivibili, la sicurezza, le garanzie sociali ecc., che rappresentano il nucleo dell’equità sociale, della qualità della vita e del reale tenore di vita.

Purtroppo, subendo i condizionamenti della teoria marxista del plus valore la sinistra e le organizzazioni sindacali che su di essa si sono sviluppate, tendono a difendere gli interessi (privilegi) dei dipendenti pubblici contro quelli prioritari della collettività utente, compromettendo così l’efficienza della macchina pubblica (priva del mercato), arrecando alla collettività, specie nella sua parte debole, un danno sociale incalcolabile. La sinistra se non avrà la forza di invertire la rotta, nell’attuale situazione perseguirà una politica che rimarrà, come è, di destra.

Destra e sinistra non sono infatti la stessa cosa: dovrebbe difendere gli interessi dei pochi la prima e della collettività la seconda. Purtroppo nell’attuale cultura prevalente destra e sinistra si differenziano principalmente per le dichiarazioni di principio – “politicamente corrette” quelle di sinistra – le prassi però di entrambe sono oggettivamente di destra, perché difendono solo chi detiene il potere. Si legittima così il rifiuto populista e per ritornare a dire “qualcosa di sinistra” è necessaria una radicale discontinuità della struttura pubblica che si può ottenere solo con un maggiore livello democratico: questo è il vero nucleo del cambiamento.

Si aggiunga che l’elemento portante della nostra società è il meccanismo conoscitivo grazie al quale abbiamo raggiunto l’attuale sviluppo; le disfunzioni che ne stanno determinando la rottura, fermano l’evoluzione positiva e generano la crisi generale.

 

Democrazia borghese e struttura istituzionale. Abbiamo chiamato borghese l’attuale democrazia per sottolineare che l’istanza di democrazia risale ai Greci e ha 2.500 anni di storia, mentre l’attuale forma istituzionale lungi da essere la Democrazia, è solo il suo manifestarsi storico degli ultimi due secoli, teorizzata dall’Illuminismo francese a metà del ‘700 proprio per legittimare il potere della nascente e rivoluzionaria classe borghese.

Vediamo quindi la ragione che l’hanno legittimata, i punti di forza che l’hanno resa vincente per più di un secolo e i limiti per cui è necessario andare oltre per costruire la società futura. La borghesia per sfruttare le possibilità del meccanismo capitalistico doveva sia liberarsi dalla rigidità territoriale del feudalesimo, sia legittimare il potere come espressione dal basso della collettività, in antitesi all’imposizione dall’alto del feudalesimo. Ha centrato brillantemente entrambi gli obbiettivi.

Il capitalismo aveva bisogno di grande libertà di movimento, di iniziativa e di pensiero: la tripartizione dei poteri ha rotto l’unità feudale che caratterizzava i singoli territori. Inoltre la società borghese legittimata dalla rivoluzione francese in nome di “égalité, fraternité e liberté” doveva prevedere cariche elettive per dare l’impressione di una legittimazione dal basso. Emblematica è la formula che ha caratterizzato l’autorità pubblica in Italia, passata nel tempo da “per grazia di Dio” a “per grazia di Dio e volontà della Nazione” per arrivare infine a “per volontà della Nazione”.

Nella fase iniziale la legittimazione dal basso era anche formalmente abbastanza limitata perché gli aventi diritto, cioè i votanti, erano una sparuta minoranza: in Italia pari a 418 mila nel 1861 e 621 mila nel 1880 contro una popolazione rispettivamente di 22 milioni e 28 milioni; tenendo conto della vita media, dell’età per votare e del voto solo maschile, significa che aveva diritto di voto solo un 6% -7% della popolazione che avrebbe potuto votare con il suffragio universale. Praticamente solo i membri della borghesia; pertanto il meccanismo delle elezioni serviva alla borghesia per scegliere al proprio interno un gruppo ristretto particolarmente selezionato e consono ai propri interessi. Solanto nel 1900 la percentuale aumenta di circa 4 volte e per il suffragio universale si deve arrivare al 1911, con 10,4 milioni di votanti e quindi, in riferimento alla popolazione, 15 volte il rapporto iniziale.

Durante tutto l’Ottocento il potere era quindi rappresentato dai soli borghesi che votavano ed erano eletti; anche se più estesa e libera si era costruita una nuova società abbastanza analoga alla precedente, sulla base del collaudato principio “che tutto cambi perché nulla cambi”. Si pensava che la situazione potesse mantenersi anche con il suffragio universale, valutando (giustamente) che la cessione del potere fosse più formale che sostanziale, grazie al meccanismo della delega base/vertice, che lasciava poco potere al delegato.

Non poteva però durare; troppe erano le contraddizioni non risolte che sono esplose, anche se con tempi lunghi: già il nome “democrazia borghese” è un ossimoro perché la prima parola significa potere della maggioranza e la seconda della minoranza. Inoltre il capitalismo e la borghesia hanno come nucleo della loro forza la capacità di evolversi e questo implica necessariamente cambiamento nella struttura di potere. Infatti già nell’Ottocento la crescita massiccia della tecnologica avrebbe potuto portare a un forte aumento della produzione e del benessere collettivo, ma richiedeva di aumentare i diritti e redditi del proletariato: per semplificare, il discorso di Ford che pagava di più gli operai perché potessero comprare le sue automobili. Questo avveniva però un secolo dopo.

Nel ’800 invece non esisteva il suffragio universale e i borghesi erano gli unici a votare per cui la struttura pubblica difendeva solo i loro interessi. Così la produzione non si è adeguata all’aumento di produttività e, come abbiamo visto, è esplosa la disoccupazione e la miseria; alcuni movimenti teorizzarono la distruzione delle macchine per limitare la disoccupazione. L’inevitabile lotta di classe arrivava a minare l’equilibrio del sistema.

La rottura si è manifestata prima a livello formale con il suffragio universale (in Italia nel 1911), poi in maniera sostanziale con la crisi del ’29 che sanciva come un sistema borghese a forte evoluzione tecnologica e crescita della produttività non poteva economicamente reggere, perché aveva davanti un bivio: in alternativa far crescere la produzione o la disoccupazione. La prima ipotesi non era politicamente realizzabile in quando oltre il 90% della popolazione era costituita dal proletariato, classe senza diritti né potere d’acquisto. Keynes nel ’28 aveva ipotizzato che la produzione avrebbe potuto crescere di 4 volte (400 %) ma questo, come abbiamo visto avrebbe rotto l’equilibrio delle classi: così la produzione non è cresciuta, si è scatenata la crisi e si sono ridotti i salari (in Italia del 10%) dando origine a reazione e contro reazione fino alla dittatura, che annullava le elezioni e portava con sé fascismo, nazismo e seconda guerra mondiale.

Cosa è successo dopo è noto; solo sulle macerie delle città europee sono caduti i precedenti condizionamenti politici dando così origine in Europa al grande sviluppo produttivo, canto del cigno dell’abbinata borghesia-capitalismo. Nella seconda metà del ‘900 si è raggiunto il più forte sviluppo economico/sociale che si è concluso però con la crisi odierna. Capire i meccanismi dello sviluppo e della successiva crisi è condizione necessaria per immaginare una possibile via d’uscita; identificare cioè perché e quando il potere della collettività, nel nostro meccanismo istituzionale, si è trasformato da reale a semplice rito formale con scarso contenuto effettivo.

 

L’attuale struttura pubblica. Vediamo come funziona l’attuale struttura pubblica e quali meccanismi ne condizionano il funzionamento: incominciando a identificarla. Intendiamo per struttura pubblica tutta l’articolata organizzazione dei tre poteri, cioè magistratura, parlamento e governo nonché le organizzazioni e burocrazie che da essi derivano. Anche queste sono organizzazioni produttive e come tali devono sapere cosa fare ed essere in grado di farlo; però la logica democratica ha aperto problemi nuovi che non esistevano, o erano marginali, nelle situazioni precedenti. Infatti in passato la classe al potere, feudatari o capitalisti, fondamentalmente difendeva i propri interessi e sapeva quindi ciò che voleva ed aveva il potere per farlo.

Con l’attuale democrazia nasce, o dovrebbe nascere, una dualità fra le necessità della collettività e la struttura di potere finalizzata a soddisfarle. Rileviamo quindi un certo parallelismo, forse non casuale, con il meccanismo economico del capitalismo, infatti anche in campo politico si verificava di fatto il passaggio dalla precedente “produzione in conto proprio” (finalizzata a soddisfare solo la classe al potere) all’attuale “produzione in conto terzi” (al servizio dell’intera collettività). Ci troviamo così con le stesse necessità viste prima, cioè avere un meccanismo che consenta di conoscere le necessità della collettività e che costringa a soddisfarle senza privilegiare gli interessi dei detentori di potere (i produttori).

È idea comune che in questi settori i soggetti coinvolti non privilegino i propri interessi ma assolvano al proprio compito per il bene comune; sono affermazioni legittime ma ricordano quelle degli imprenditori che lavorano solo per i propri operai. Certamente esistono differenze, ma la storia ci ha insegnato che i comportamenti sono analoghi: l’eccezione di San Francesco non modifica la statistica.

Inoltre la rottura dell’unità produttore-utilizzatore condiziona anche il livello conoscitivo perché va perduta l’unità di conoscenza-azione, necessaria per ottimizzare la produzione e sviluppare la conoscenza. Questa unità si è infatti rotta con il meccanismo democratico che ha diviso potere, i delegati, da una parte e collettività, i deleganti, dall’altra costretta quest’ultima a delegare al potere politico il soddisfacimento delle sue necessità. La rottura dell’unità richiede che la collettività come già visto per il capitalismo, sappia cosa vuole e abbia i mezzi per trasmettere la sua volontà al potere costituito, avendo la possibilità di controllarne l’operato e selezionare i soggetti idonei.

Le elezioni hanno svolto egregiamente questa funzione di conoscenza e controllo nella fase iniziale dando la legittima sensazione che potessero rappresentare lo strumento di una vera democrazia svolgendo la stessa duplice funzione che assolve il mercato nella parte capitalistica: far conoscere ai governanti le necessità della collettività e dare agli elettori il potere di controllare l’operato degli eletti, imponendo di soddisfare al meglio le necessità della collettività-utente. A partire dagli anni ’90 però il meccanismo si è rotto e per capirne la ragione può servire l’esame delle differenze nel meccanismo di trasmissione e controllo, esistenti tra il mercato del capitalismo e le elezioni. Il capitalismo utilizza una catena gerarchica/conoscitiva che unisce la base (la singola richiesta) al vertice; dispone quindi di uno strumento reale che, fino a quando opera il mercato, può assolvere al duplice compito. Le elezioni invece generano un rapporto base/vertice senza passaggi intermedi – il votante e l’eletto- che come tale, salvo specifici casi che vedremo, è quasi esclusivamente formale senza contenuto reale.

Un esempio può chiarire: l’utente quando va in un grande magazzino trova migliaia di prodotti in vendita con relativi prezzi in base ai quali può fare una scelta ponderata che, compatibilmente con le sue possibilità (reddito), permette di soddisfare al massimo le sue necessità del momento (gli economisti parlano di massimizzare l’ofelimità marginale); può anche un giorno optare per un prodotto più economico, ma un altro giorno sceglierne uno più costoso per festeggiare qualcosa. È una scelta fatta in autonomia dal singolo, cioè l’unità elementare degli utenti.

La scelta avrà conseguenze sul livello più basso della catena del produttore, ad esempio l’uomo che sostituisce il prodotto comprato. Se la stessa scelta è fatta anche da altri, il problema risale lungo la catena gerarchica del produttore e coinvolge ad esempio l’ufficio acquisti che effettua un nuovo ordine. Più crescono i consumatori di quel prodotto più sale il livello della produzione coinvolto fino ad arrivare ai massimi vertici che possono decidere di interrompere una produzione e/o fare grossi investimenti per potenziarne un’altra. L’efficienza e tempestività della risposta del produttore è il motore della selezione sua e dei suoi uomini, perché se il bene richiesto non è adeguatamente disponibile la scelta del consumatore cade sul prodotto di un altro. Pare che alla fortuna iniziale di Benetton abbia contribuito la maggiore rapidità nel trasmettere alla produzione le scelte del mercato.

Supponiamo invece che nel grande magazzino si possa solo scegliere fra poche confezioni abbastanza uguali contenenti i vari prodotti pubblicizzati dai vari produttori; la scelta risulterebbe molto limitata. La possibilità di scelta non migliorerebbe se il consumatore avesse il diritto ogni 4 anni di compilare un modulo prestampato in cui esprime le proprie preferenze; modulo da inviare neppure al responsabile della specifica produzione ma al vertice del sistema produttivo, quale ad esempio il presidente della Confindustria nazionale o dello stesso Governo.

È evidente che l’utente può decidere ben poco anche perché può dire solo luoghi comuni, cioè “voglio prodotti buoni, economici e che non fanno male” e altre amene banalità. È quello che caratterizza troppo spesso il dibattito politico, come quando si deve decidere una nomina per un posto pubblico di responsabilità e si chiede la preventivamente l’identikit del soggetto cercato, arrivando alla banale affermazione che deve essere “serio, competente, preparato e onesto”

Comunque le elezioni sono il solo meccanismo di partecipazione democratica di cui finora disponiamo, sarà quindi utile capire perché nel tempo il loro ruolo si è modificato svolgendo alternativamente funzioni diverse ed opposte. Come abbiamo visto nell’Ottocento gli elettori erano i borghesi e il sistema difendeva bene i loro interessi, ovviamente diversi da quelli dei proletari. Nel Novecento però con il suffragio universale, la struttura pubblica, almeno a livello formale, avrebbe dovuto essere al servizio della collettività e grazie alla netta maggioranza del proletariato avrebbe dovuto far cadere il predominio borghese. La reazione dittatoriale ha sospeso tutto fino alla fine della guerra quando, tornati al suffragio universale, il meccanismo ha funzionato bene permettendoci di raggiungere gli ottimi risultati degli anni ’90 che però ne hanno segnato il limite, evidenziato dalla successiva rottura degli equilibri.

Il fenomeno si spiega ricordando che il funzionamento del meccanismo richiede che l’elettore conosca le proprie necessità e di conseguenza scelga un delegato idoneo al compito richiesto e possa controllare che operi nel modo migliore per soddisfarlo. Nel periodo del dopo guerra, alla caduta della dittatura, la stragrande maggioranza degli elettori era costituita dal proletariato che rivendicava i propri diritti negati; i proletari sapevano quindi cosa volevano ed erano in grado di valutare se gli eletti operavano correttamente. Pur con molti equivoci ed errori era abbastanza facile stabilire gli obbiettivi e valutare le azioni svolte. Si aggiunga che a livello economico il ruolo della mano pubblica era ancora marginale e meno strategico rappresentando, almeno nella fase iniziale, non più del 10% dell’intera struttura produttiva, mentre l’altro 90% era gestito dal mercato attraverso il capitalismo (pubblico o privato non cambia)

Abbiamo avuto così quasi mezzo secolo in cui pubblico e privato si sono integrati: il pubblico allargava le fasce degli aventi diritto, riducendo le sperequazioni; il capitalismo, gestito dal mercato, ottimizzava la parte predominante della produzione. Il meccanismo virtuoso facilitava anche lo sviluppo capitalistico, perché l’aumento del costo della mano d’opera spingeva la domanda globale e stimolava la crescita economica, selezionando i produttori e gli uomini più efficienti.

La situazione descritta ovviamente non era solo italiana ma comune a tutte le democrazie mondiali, che in quel momento si costruiscono e si consolidano, con i grandi leader, la sinistra e i sindacati come forza propulsiva e la simbiosi democrazia – capitalismo. Nel secolo scorso infatti i paesi democratici erano capitalistici e il capitalismo avanzato prosperava solo nei paesi democratici. Era il sistema vincente che si è progressivamente imposto in Europa e in tutti i Paesi avanzati, mentre tutte le soluzioni alternative fallivano; oggi il quadro si sta rovesciando, con le soluzioni autoritarie che tendono a prevalere.

 

II FASE – EVOLUZIONE TECNOLOGICA -SOFTWARE – SOCIETA’ INTERCONNESSA POST BORGHESE

Cambiamenti La situazione è completamente cambiata quando alla fine degli anni ’90 si è raggiunta una discreta parità di diritti creando una classe “indistinta” che supera, almeno in buona parte, la distinzione proletariato-borghesia; il problema è diventato allora come rendere da formali a reali i diritti formalmente acquisiti. Vedremo in seguito le condizioni perché questo avvenga, preliminarmente vediamo però i vincoli del meccanismo di conoscenza, che rendono complicato saper cosa vogliamo e di conseguenza esprimere le nostre necessità alla struttura pubblica. Sembrerebbe infatti facile elencare cosa vogliamo, ma economicamente parlando è difficile perché è facile dire tutto quello che vogliamo, mentre è difficile valutare la priorità e la compatibilità fra le varie istanze. La situazione, come vedremo, è ancora più complicata, ma anche arrestandosi a questo primo livello, quando dobbiamo esprimere le nostre necessità alla struttura pubblica manchiamo degli elementi qualitativi e quantitativi (i prezzi del meccanismo capitalistico), che come avviene per i prodotti scelti attraverso il mercato, rendono reale e qualificante la scelta.

Vediamo comunque con ordine quali sono i cambiamenti che hanno rotto il circolo virtuoso della seconda metà del Novecento e hanno portato alla crisi odierna. Nei 75 anni che vanno dalla fine della guerra ad oggi l’evoluzione tecnologica prima a livello delle macchine e poi dell’utilizzo dell’elettronica è stata tale che tutto è cambiato ed ha modificato le logiche economico/sociali. Anche solo partendo da questo radicale cambiamento è facile dedurre che un sistema pensato in una società prevalentemente agricola oltre due secoli e mezzo fa non può più reggere nella realtà moderna. I cambiamenti sono comunque così tanti che ne trascureremo la maggior parte, limitandoci ad elencare quelli che più coinvolgono il nostro discorso imponendo la nuova logica.

Innanzi tutto un problema di modalità produttive: se ripercorriamo la storia vediamo che i vari sistemi produttivi erano caratterizzati da una minoranza privilegiata che poteva pensare e una maggioranza impiegata in lavori manuali tanto faticosi da non lasciagli tempo per pensare; i primi gestivano il potere i secondi erano subalterni: il contadino della società feudale e il proletario dell’era industriale. Oggi nei paesi avanzati il lavoro manuale brutale è quasi interamente scomparso, rimangono solo poche sacche che sono dovute più a ritardo evolutivo che a necessità tecnica; tutti quindi sono diventati soggetti pensanti e come tali rivendicano di partecipare alla gestione del potere. Appartengono ovviamente a questo gruppo anche coloro che, a causa della disfunzione della struttura pubblica, pur lavorando, di fatto svolgono un’attività non produttiva e come tale non portatrice di conoscenza.

Inoltre il proletariato, inteso come classe priva di diritti non esiste più e  dispone invece di diritti spesso eccessivi, ma formali e non sempre  reali; di conseguenza il meccanismo della delega, più formale che reale, viene sempre più spesso rifiutato; non a caso era stato pensato dall’illuminismo francese per legittimare il potere della borghesia giustificato come investitura dal basso; otteneva così il superamento dell’investitura dall’alto della società feudale, senza minare l’accentramento del potere. La nuova classe indistinta non è però più disponibile a delegare ad altri scelte che la riguardano direttamente e sono strategiche per il suo benessere e qualità della vita; rivendica così giustamente un ben più concreto meccanismo partecipativo.

Il vero punto di rottura comunque è determinato dal cambiamento produttivo che ha reso la gestione del territorio la parte predominante dell’intero sistema; ne rappresenta la parte strategica e assorbe fino al 70% delle risorse. Quasi l’intero settore non può utilizzare il mercato per ottimizzare le scelte produttive: si tratta infatti sia di struttura istituzionale di programmazione e governo, sia di infrastrutture e servizi al territorio, caratterizzati dal monopolio naturale. Nel caso di monopolio, come abbiamo visto cade il controllo del mercato e di conseguenza lo stimolo all’efficienza e la difesa della collettività; il gestore privato non ottimizza più il processo produttivo ma diventa l’esattore di un arbitrario pedaggio che costituisce una vera e propria tassa.

 

Ottimizzazione produttiva. La situazione si complica ulteriormente perché l’ottimizzazione produttiva del mercato non solo viene a mancare, ma il meccanismo di scelta diventa molto più complesso, perché perde la capillarità e l’autonomia che caratterizza il capitalismo; in esso infatti qualsiasi operatore, come il panettiere, è un punto di ottimizzazione e può effettuare le scelte con riferimento solo agli elementi interni al proprio ciclo produttivo. Anche l’utente effettua le scelte autonomamente e sempre con riferimento solo al bene richiesto, il cui prezzo è la misura del desiderio che il bene suscita. La scelta di entrambi, produttore e consumatore, è effettuata in piena autonomia ed eventuali effetti esterni negativi possono essere limitati dalla mano pubblica. Sistema non perfetto, ma ha egregiamente funzionato, specie se in presenza di una efficiente struttura pubblica.

Totalmente diversa è la situazione relativa alla gestione del territorio perché, sia per il produttore che per il consumatore, l’ottimizzazione produttiva è finalizzata a obbiettivi che sono esterni al punto da ottimizzare, cioè sia per la collettività-utente che per la struttura pubblica-produttore l’ottimizzazione è principalmente basata su elementi esterni al punto organizzativo in esame; l’interesse totale non si ottiene come somma di tanti interessi parziali. Son infatti prevalenti i fenomeni di interdipendenza e compatibilità.

Interdipendenza – basta un esempio: ha poco senso ottimizzare un servizio di trasporto metropolitano sulla base dei risultati di bilancio aziendale della società che lo gestisce, sia perché, dato il monopolio, essi risentono più della crescita delle tariffe che dell’efficienza, sia perché il livello del servizio reso determina le principali caratteristiche di una città, quali la conformazione urbanistica, i tempi persi della popolazione, la qualità della vita, i valori immobiliari e molti altri elementi caratterizzanti. Si tratta inoltre di condizionamenti irreversibili e poco modificabili: Londra non sarà mai idonea alle automobili così come Los Angeles al servizio pubblico. Il discorso vale per quasi tutte le scelte relative al territorio.

Compatibilità – altro esempio: tutti vogliono la zona pedonale ma anche arrivare a casa con l’automobile, la corrente elettrica ma non l’impatto delle centrali, la città pulita ma non gli inceneritori, il lavoro ma non la fabbrica. La maggioranza delle scelte relative al territorio sono utili per qualcuno ma penalizzanti per altri. Per entrambe le ipotesi esaminate le scelte sono molto più complesse perché la loro ottimizzazione non si realizza all’interno del punto di scelta ma dell’intero territorio.

Anche sul lato della collettività-utente o consumatore la scelta non è più individuale; una scelta individuale, cioè decidere se comprare un frigorifero o un televisore, è molto facile; una scelta collettiva quale valutare la priorità fra metropolitana, verde pubblico, inceneritore, aria pulita, diventa ben più complessa e questa complessità caratterizza quasi sempre l’uso del territorio. Per le scelte individuali è sufficiente la conoscenza del singolo, per quelle collettive è necessaria una conoscenza allargata all’intera comunità utente, che diventa però impossibile senza un diverso inserimento di ognuno nell’organizzazione produttiva.

 

Conseguenze per la democrazia: Riassumendo la situazione non potrebbe essere più complicata: la collettività titolare degli interessi da tutelare non ha gli strumenti per sapere cosa vuole all’interno di una necessaria scala di priorità: in contropartita invece l’evoluzione economico/sociale ha reso predominante l’attività di gestione del territorio, attività prevalentemente pubblica, gestita in regime di monopolio e quindi priva del mercato che attualmente è l’unico meccanismo di ottimizzazione produttiva conosciuto. In aggiunta nelle scelte del territorio prevalgono l’interdipendenza e la compatibilità, per cui la singola attività non può essere ottimizzata con riferimento allo specifico produttore e consumatore, ma deve traguardare l’intero territorio di riferimento, esulando dal campo specifico di ciascuna struttura produttiva in cui si opera. Parallelamente la collettività-utente deve effettuare scelte che non sono individuali ma collettive e per le quali non ha i necessari strumenti conoscitivi.

È la tempesta perfetta: una collettività che non sa cosa vuole, deve delegare in bianco il soddisfacimento delle proprie necessità alla struttura pubblica senza poter controllare quello che essa fa; una struttura pubblica, a cui non dicono cosa deve fare e che comunque non ha gli strumenti per farlo, deve comunque effettuare le scelte strategiche, ulteriormente complicate perché ogni singola scelta non riguarda il caso specifico ma l’intero sistema. Il nostro sistema istituzionale rappresenta ormai un meccanismo quasi perfetto di non funzionamento; dovremmo rallegrarci di come ancora regge e non lamentarci del suo cattivo funzionamento.

La disfunzione iniziale inoltre, come sempre capita in economia, fa scattare tutti i moltiplicatori perversi che la caratterizzano. L’inefficienza pubblica ha originato la crisi economica riducendo reddito, libertà e diritti; la collettività, cioè gli elettori sono privi degli strumenti necessari per capire priorità, interdipendenze e compatibilità delle proprie necessità, per cui da una parte chiedono tutto e il suo contrario, dall’altra non sono in grado di valutare l’operato dei governanti. Capiscono solo che la crisi cresce mentre i governanti non tutelano gli interessi della collettività ma solo i propri: nasce la lotta alla “casta” che richiede come principale priorità il cambiamento, rendendo vincenti coloro, come i populisti, che lo promettono. Si prediligono i programmi irresponsabili, ma ricchi di promesse anche se non realizzabili. Le promesse sono in ogni caso prive di contenuto perché, a causa dei vincoli visti, il cambiamento è impossibile; quindi l’opposizione se passa al potere tende a seguire la stessa logica dei suoi predecessori.

Scattano ulteriori moltiplicatori di diseconomia: cresce la parcellizzazione dell’organizzazione pubblica che limita ulteriormente la conoscenza del “fare”; i programmi pubblici infrastrutturali e organizzativi sono di lungo periodo e quindi incompatibili con l’orizzonte temporale dei politici; l’elettorato non rappresenta un punto di riferimento perché non sa cosa vuole né può controllare le azioni dei politici e valutarne i risultati; vengono selezionati gli uomini peggiori perché falsificare la realtà e promettere l’impossibile è la carta vincente, mentre un lavoro serio non è realizzabile. In questa situazione le elezioni sono solo formali e fonti di demagogia e non di democrazia.

La disfunzione supera però qualsiasi ragionevole previsione e solo dopo averla subita e toccata per mano ho dovuto prenderne atto, cercando di capirne la ragione. I vertici politico/burocratici non sono interessati alla realizzazione delle infrastrutture e delle altre opere necessarie allo sviluppo, sia perché il loro orizzonte temporale è più breve di quello della costruzione, sia soprattutto perché sono inseriti in un meccanismo che, anche supponendo la buona fede, li spinge in senso contrario. La loro funzione è infatti quello di difendere il loro territorio per garantirsene l’appoggio; hanno quindi bisogno di una disfunzione – più grave è meglio è – che legittimi la richiesta degli stanziamenti necessari a risolverla. I fondi ottenuti danno subito una ricaduta di occupazione ed immagine, mentre l’inutilità o non realizzabilità dell’opera è quasi un pregio più che un difetto. Nessuno sarà infatti responsabile dell’insuccesso mentre il problema non risolto può legittimare la richiesta di nuovi stanziamenti, secondo l’antico detto degli avvocati “causa che pende, causa che rende”.

Solo per fare un esempio possiamo ricordare il Mose di Venezia: il problema dell’acqua alta era drammatico e poteva minale l’equilibrio di una delle più fragili e belle città del mondo; tutti sono stati coinvolti per trovare una soluzione; si sono stanziati 2 miliardi per realizzare in 4 – 5 anni una grande opera capace di risolvere il problema. La soluzione prescelta era però chiaramente irrealizzabile: gli olandesi non hanno partecipato alla gara d’appalto considerando impossibile farla funzionare; senza essere esperti è facile capire che la rigidità della soluzione non era compatibile con la mobilità e forza del mare. Sono passati più di 30 anni con una spesa 3 volte superiore al previsto e il problema è sempre aperto e forse mai sarà risolto, però in tanti, troppi, per 30 anni hanno vissuto grazie a questa fonte inesauribile di fondi pubblici.

Credo non sarebbe stato difficile ipotizzare soluzioni alternative che con forse un decimo di costo e di tempo avrebbero potuto salvare Venezia, ma non corrispondevano agli interessi dei decisori politico/burocratici. Il Mose non è purtroppo un caso isolato e troppe opere analoghe caratterizzano l’Italia; è stata l’esperienza vissuta a Genova e nel suo porto che mi ha fatto capire questa drammatica realtà. Nell’attuale secolo della logistica infatti l’arretratezza dell’Italia nasce proprio dalla mancanza di un grande porto che funga sia da centro logistico del Sud Europa che da calamita per la razionalizzazione del territorio: abbiamo già illustrato la soluzione che, con costi e tempi contenuti, potrebbe risolvere il problema, ma i burocrati e i politici preferiscono perseguire la realizzazione di opere faraoniche parzialmente inutili e di difficile realizzazione. Rendendo così legittima, forse inconsciamente, la richiesta per il territorio di nuovi fondi statali.

Questo spendere per ottenere l’appoggio popolare secondo la vecchia cultura del panem et circenses ha però il limite costituito dall’equilibrio di bilancio: è possibile parzialmente evitarlo, ricorrendo all’indebitamento pubblico che ne scarica l’onere sulle generazioni future. L’esistenza dell’euro fa però della U.E un sistema interconnesso che cerca di contenere i debiti di ciascun Stato; la contestazione della Comunità diventa così l’obbiettivo privilegiato e perfetto dei nostri politici perché risolve tutti i loro problemi, infatti: soddisfa l’ansia di cambiamento della collettività; la U.E. diventa il capro espiatorio responsabile di tutte le disfunzioni e della mancata crescita; i responsabili diventano i burocrati europei della “casta”, mentre si assolvono i politici nazionali, liberi di spendere.

Certamente la U.E. in quanto struttura pubblica, non è perfetta ed ha buona parte delle disfunzioni denunciate, però non è la causa della crisi; uscendo infatti dalla U.E. non torneremmo all’equilibrio degli anni ’80, ma accelereremmo il disastro che la U.E. sta cercando di frenare. Basta pensare che senza l’ombrello U.E. i tassi di interesse del nostro debito pubblico ritornerebbero come “ai bei tempi” ben sopra al 10% facendo collassare il bilancio italiano. Soprattutto oggi messi insieme siamo ancora un gigante economico (il primo Pil mondiale), ma un nano politico; senza la U.E. diventeremmo tanti nani preda naturale dei colossi economici. Eppure abbiamo assistito al suicidio della Brexit e forse altre analoghe follie sono all’orizzonte perché l’uscita dall’Europa, pur contraria agli interessi della collettività, è consona a quelli di politici e burocrati.

Questa situazione moltiplica le difficoltà di qualsiasi emergenza come la prevedibile crisi che seguirà all’epidemia del coronavirus; finora non ho voluto parlarne perché la sua imprevedibilità confonde le analisi e la drammatica della situazione chiede unità e non critica; certo il fenomeno conferma il peso determinante della struttura pubblica. Purtroppo nessuno vorrà capire la situazione e l’epidemia sarà utilizzata come alibi per politici e struttura istituzionale, che potranno presentare la crisi come conseguenza di una causa di forza maggiore non imputabile a loro. Viceversa era prevista e inevitabile come conseguenza della disfunzione pubblica; il coronavirus è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nella disinformazione generale, nascondendo le responsabilità politiche, l’emergenza legittimerà lo sforamento dei bilanci nazionali. Se le maggiori risorse fossero dedicate a copertura dei danni e alla realizzazione delle infrastrutture, sarebbero comunque un’opportunità; se invece, come inevitabile, saranno solo finalizzate a spendere non si risolverà nulla, allungando solo l’agonia.

 

Conseguenze organizzative- Per tutti questi motivi abbiamo una struttura pubblica completamente fuori controllo che genera corruzione, sottogoverno e inadempienza verso la collettività. L’obbiettivo di contrastare il fenomeno spinge a limitare la discrezionalità di chi opera con un’ulteriore parcellizzazione: si aumentano i controlli e le conseguenze penali per gli illeciti, ottenendo però il risultato opposto perché la mancanza di discrezionalità blocca l’operatività e nessuno è più responsabile dei risultati, in quanto ognuno si limita a seguire comportamenti obbligati, l’ulteriore crescita della parcellizzazione, riduce la conoscenza. Tutto diventa proibito e tutto viene delegato alla magistratura ormai paralizzata da un compito impossibile; così tutto è permesso e crescono gli illeciti. Per realizzare qualsiasi opera pubblica in tempi ragionevoli si deve ricorrere a un commissario legibus solutis perché all’interno della legge nulla è possibile; la recente esperienza della ricostruzione a Genova del ponte Morandi ne è un esempio emblematico tanto che tutti invocano a gran voce l’esperienza Genova.

L’inefficienza pubblica non compromette solo l’attività di propria competenza ma, a causa della sua importanza strategica, anche quella del capitalismo privato, impedendone la crescita. Alcuni esempi possono evidenziare il fenomeno: nell’attuale secolo della logistica la competitività del Nord Italia è condizionata dal suo funzionale inserimento nel mercato mondiale; questo implica un salto qualitativo a livello delle infrastrutture del porto e dei sui collegamenti terrestri, però, come abbiamo già visto, il progetto di sviluppo del porto di Genova denominato Bruco, elaborato dal Politecnico di Torino con degli operatori genovesi, che potrebbe risolvere il problema, è osteggiato dalle autorità sia per miopia sia per i meccanismi perversi degli interessi in gioco; viene così compromessa la competitività e la crescita del sistema Paese. Conosco solo per Genova altri casi che fanno impressione di scelte assurde.

Analogamente è caduto qualsiasi controllo internazionale, offrendo “licenza di uccidere” a organizzazioni finanziarie spesso criminali che nell’indifferenza generale in poco più di 25 anni hanno emesso certificati finanziari, in buona parte moneta falsa, pari a oltre 700 mila miliardi di dollari cioè 11 volte il Pil mondiale, saccheggiando la ricchezza generale, come si rileva chiaramente in occasione delle periodiche crisi economiche. Sembra incredibili che 7 miliardi di individui, che costituiscono la popolazione mondiale, lavorino tutto l’anno per produrre il Pil mondiale e poche migliaia di avventurieri emettano valori finanziari, parzialmente falsi, capaci di drenare una parte significativa di tale prodotto. La colpa non è del capitalismo finanziario ma della mancanza di regole e controllo che legittima e premia i banditi.

Inoltre la forte evoluzione tecnologica avrebbe dovuto permettere a occupazione costante, come nella seconda metà del ‘900, di ridurre l’impegno lavorativo e aumentare il benessere collettivo (Pil). La mano pubblica incapace di assolvere al proprio ruolo ha impedito di raggiungere entrambi gli obbiettivi, con la conseguenza che, come nell’Ottocento, avrebbe dovuto crescere pesantemente la disoccupazione. Per contrastarla si sono effettuate assunzioni nella struttura pubblica e nelle aziende operanti in monopolio, legittimandolo con la necessità di fronteggiare i mille obblighi non assolti.

Questa mano d’opera sparsa in tutti gli uffici pubblici e nei servizi in monopolio non ha né compiti reali identificati, né la conoscenza e gli strumenti necessari a svolgerli; dispone però di un potere molto parcellizzato, difficilmente controllabile, che può essere utilizzato con una forte discrezionalità per bloccare e sanzionare. Assistiamo a un ulteriore perdita di conoscenza mentre crescono i vincoli operativi e l’inevitabile corruzione. Gli esecrati “burocrati”, integrati dai politici, costituiscono ormai quella che ho definito nel titolo del mio libro “dittatura diffusa”. Utopistico è pensare di poter semplificare gli adempimenti burocratici perché il compito viene delegato proprio a coloro che li hanno creati per garantire il proprio potere.

 

Andare oltre. Una prima domanda è d’obbligo: cosà succederà della produzione capitalistica nella società futura? La storia facilita la risposta: esattamente quello che è successo all’agricoltura dopo la rivoluzione francese e l’evoluzione industriale: ha continuato ad esistere ed anzi si è sviluppata per soddisfare le maggiori necessità della popolazione, ma non è stata più l’elemento strategico del sistema produttivo, sia perché impiegava una parte decrescente della popolazione (negli Usa il 3%), sia perché la potenza del sistema paese veniva determinata dalla capacità industriale; anche l’efficienza agricola infatti dipendeva sempre di più dai prodotti industriali (trattori, trebbiatrici ecc.), mentre gli uomini che la gestivano avevano conoscenze e logiche diverse e nuove.

Così la produzione capitalistica continuerà ad espandersi ma perderà il suo ruolo dominante sia numericamente a livello occupazionale (stimabile in prospettiva al 30% dell’occupazione totale), sia come elemento che determina il peso del Paese. Non a caso già oggi la potenza militare è determinata più dal contenuto elettronico delle armi che dalla loro caratteristica materiale. Inoltre come abbiamo già detto l’efficienza della produzione capitalistica sarà sempre più dipendente dal supporto elettronico e dai vincoli pubblici che la condizionano: basta pensare all’edilizia e ai casi sopra illustrati.

È necessario comunque capire come compiere i primi passi nella giusta direzione, idonei a mettere in moto il necessario cambiamento e quali sono gli obbiettivi da raggiungere; non facile ma indispensabile perché il sistema politico/economico con le disfunzioni evidenziate non può reggere a lungo e il suo collasso potrebbe portare a una catastrofe irreversibile, capace di compromettere la nostra società.

Partiamo dalla principale contraddizione dell’attuale struttura organizzativa che consiste nell’aver rotto il meccanismo della conoscenza del “fare”; come abbiamo detto la maggioranza della popolazione svolge un lavoro parcellizzato in cui, non controllando logiche, obbiettivi e risultati, non può ottimizzare rimanendo priva del meccanismo della conoscenza. Questa mancanza produce l’attuale stupidità collettiva, che con troppa superficialità viene attribuita alle nuove tecnologie come la televisione e i telefonini. Nasce così il paradosso per cui l’attuale società della conoscenza ha distrutto il suo principale meccanismo conoscitivo; il contadino medievale aveva un centesimo delle nozioni dell’uomo moderno, ma aveva una capacità di capire e ottimizzare la produzione cento volte superiore.

È quindi facile intuire che per prima cosa dobbiamo ricostruire il meccanismo della conoscenza; più difficile è come raggiungere l’obbiettivo. Comunque il primo problema da risolvere riguarda la conoscenza perché non è possibile gestire su base democratica un sistema complesso come l’odierno in una società caratterizzata da questa oggettiva (non soggettiva) stupidità collettiva. Non a caso in questa situazione i sistemi dittatoriali risultano avvantaggiati.

La difficoltà è accentuata dall’interdipendenza conoscenza-produzione, dove la conoscenza deriva dalla produzione che a sua volta deriva dalla conoscenza. L’interdipendenza produzione-conoscenza rappresenta quindi un’ulteriore complicazione per innestare la rottura iniziale necessaria a passare dal livello attuale a quello necessario: un prezzo da pagare è inevitabile. Anche l’introduzione del suffragio universale è costata lacrime e sangue, ma era necessaria per la nascita della società moderna.

Nell’ultimo libro pubblicato Cercando la Democrazia ho illustrato alcune ipotesi e possibili soluzioni, però a tavolino si possono solo fissare dei principi generali perché le soluzioni concrete saranno scritte in seguito dai popoli adeguandole alla propria storia. Così l’Illuminismo francese a metà del ‘700 ha stabilito il principio della tripartizione dei poteri, però le Costituzioni democratiche, che rispecchiavano tali principi, sono state scritte solo molto dopo (la prima quella americana di fine ‘700) dai vari popoli secondo le loro specifiche necessità.

Certamente il salto necessario è difficile da immaginare, ma tale era anche la tripartizione dei poteri nel momento in cui è stata pensata, eppure si è affermata perché era indispensabile. Anche oggi senza sottovalutare difficoltà e rischi, è necessario incominciare a muoversi nella giusta direzione e il primo passo obbligato consiste nell’affrontare finalmente il problema perché nessuna soluzione è ipotizzabile fino a quando continueremo, come attualmente, a voler ignorare dimensione e causa della crisi quasi non esistesse o fossimo spaventati per la complessità di una possibile soluzione. La realtà si impone sempre, specie tenendo conto dell’effettivo livello di necessità di cambiamento. Con un po’ di ottimismo possiamo ricordare che tutto è impossibile fino a quando non viene realizzato.

Ripetiamo quindi che l’attuale sistema non può reggere perché è impossibile immaginare che un meccanismo produttivo complesso come l’odierna economia mondiale possa sopravvivere con l’attuale struttura pubblica a cui sono delegati i principali compiti economico/sociali. Abbiamo da una parte i vertici politici scelti nella migliore delle ipotesi in modo casuale e più spesso con logiche negative dettate dalla demagogia, dall’altra una pletorica macchina pubblica composta di funzionari che gestiscono piccoli spazi di potere senza né una visione né una partecipazione globale, esigendo secondo una logica medievale, un pedaggio o di reverenza o di altro; infine come contro-faccia una collettività che paga le disfunzioni, le contesta, però non sa cosa vuole e cosa può volere, per cui chiede tutto e il suo contrario.

Inevitabile che il sistema economico/sociale non possa né svilupparsi, né garantire almeno l’attuale situazione; la quasi sicura degenerazione, con legittime proteste populiste, è capace di sfociare in situazioni che abbiamo già visto esattamente un secolo fa negli anni venti del ‘900. Soprattutto rimangono irrisolti i drammatici problemi ecologici come ci insegna Greta (incredibile che debba dircelo una ragazzina di 16 anni); mentre tutto il terzo mondo sta trasformandosi in una polveriera pronta ad esplodere, magari innescata da un qualche Dottor Stranamore.

Anche chi non condivide quanto detto (perché non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire e qualcuno può continuare a credere o illudersi che l’attuale crisi sia ciclica e destinata a finire naturalmente), non può ignorare che la necessità del cambiamento si evidenzia, pur ignorando la crisi esistente, solo guardando la storia dei cambiamenti precedenti.

Esiste infatti, come abbiamo visto, sempre e comunque un legame obbligatorio tra il modo di produrre e il meccanismo istituzionale: nella situazione iniziale la produzione agricola a tecnologia costante si inseriva in una realtà immobile, in cui l’attività era ripetitiva e faticosa mentre il controllo del territorio determinava lo spazio di potere. Di conseguenza la struttura pubblica feudale aveva pochissimi privilegiati (forse 0,1% della popolazione) forti di un’investitura dall’alto – (Dio o Imperatore) una realtà che non si modificava salvo invasioni e guerre.

Nella prima fase dell’evoluzione industriale – hardware – abbiamo un’organizzazione accentrata intorno a grandi strutture produttive, con tanti esecutori impegnati in attività semplici e ripetitive e pochi capi; attività in continua evoluzione che modificava nel tempo ogni situazione. La percentuale dei privilegiati pur crescendo, rimaneva ridotta e non molto superiore al 3% della popolazione e l’investitura avveniva dal basso attraverso meccanismi che col passare del tempo perdevano il contenuto reale per trasformarsi in riti solo formali. Questa è la democrazia attuale con i limiti evidenziati.

La seconda fase evolutiva – software – potrebbe portare un immenso aumento di benessere generale e di libertà, tale che stentiamo a immaginarlo perché finora siamo ben lungi dall’aver utilizzato le sue potenzialità. Non dimentichiamo che l’incapacità di utilizzarla ha impedito l’aumento della produzione e la riduzione dell’impegno lavorativo, per cui avrebbe dovuto far esplodere la disoccupazione tecnologia. Per fronteggiare il fenomeno abbiamo invece posteggiato il surplus di mano d’opera in finti lavori facenti capo al pubblico o ad attività in monopolio, entrambi pagati dalla collettività. Così la capacità produttiva oggi si regge effettivamente solo su un 30% della popolazione, che deve anche usare parte delle proprie energie per combattere il 70% improduttivo, costituente la “dittatura diffusa”, casta priva di controlli reali ma dotata di potere di veto.

Se e quando arriveremo finalmente a utilizzare la capacità potenziale fornitaci dall’elettronica non esisteranno più gli esecutori di attività semplici e ripetitive, salvo in sacche legate a fattori di inefficienza ancora dipendenti dall’arretratezza pubblica; saremmo così in presenza solo di operatori “pensanti” che come tali vogliono capire e partecipare. L’azienda, anticipando i cambiamenti necessari, ha incominciato a trasformare la gerarchia interna da imposta a partecipata, perché si è resa conto, al contrario della struttura pubblica, che questo, oltre ai mille vantaggi sociali dichiarati, aumenta anche la conoscenza del singolo e il suo inserimento nella struttura, migliorando così l’efficienza aziendale fonte di stabilità e profitti.

Inoltre l’attività di gestione del territorio, sparsa sullo stesso, viene ed essere necessariamente decentrata, con la tendenza a coinvolgere anche le tradizionali attività industriali; esiste quindi un legame orizzontale tra soggetti di livelli omogenei che devono essere coordinati da una “gerarchia condivisa”.  Vediamo le principali caratteristiche di questa evoluzione che impone e permette il cambiamento. Si tratta di un’immensa potenzialità produttiva il cui nucleo è l’elaborazione di una conoscenza diffusa capace di esprimere le necessità della collettività e del territorio, pesando alternative e compatibilità, garantendo la partecipazione di tutti, e non di pochi, al processo conoscitivo. Entra in gioco una logica diversa incompatibile con l’attuale meccanismo di delega.

Questo complesso processo sarà in grado di selezionare “sul campo”, secondo la logica del “fare” gli uomini più adatti a realizzare gli obbiettivi fissati; questi costituiranno la piramide gerarchica/conoscitiva che rappresenterà la struttura pubblica idonea e, grazie a un reale e continuo legame con la collettività (non solo formale come l’attuale), a effettuare le scelte strategiche necessarie all’equilibrio economico/sociale. Dal suo vertice discenderà lungo la scala gerarchica un potere sul territorio per coordinare le varie attività e dirimere divergenze e conflitti d’interesse; la gerarchia, se pur condivisa, è infatti necessaria perché senza gerarchia non c’è produzione e senza produzione non c’è né benessere né conoscenza.

Sarà bene non dimenticare inoltre che tale nuova logica non riguarda la produzione capitalistica gestibile dal mercato (cioè frigoriferi e televisori) ma solo quella parte legata alla gestione del territorio che è necessariamente pubblica; in essa infatti l’ottimizzazione produttiva del mercato non può operare sia perché svolta in regime di monopolio naturale sia perché per l’utente (collettività) e per il produttore (struttura pubblica) la scelta esula dal campo specifico in esame, ma viene coinvolto  l’intero territorio; si  richiede quindi una conoscenza collettiva, che risulta impossibile senza un diverso inserimento produttivo della collettività.

Abbiamo così tracciato le linee di una possibile logica futura di una società in cui la struttura pubblica si afferma come determinante e richiede una conoscenza collettiva capace di valutare priorità e compatibilità delle necessità generali. Tale conoscenza, propedeutica a una partecipazione più avanzata non più basata sulla delega, sarà la base della gestione pubblica capace di fissare e raggiungere gli obbiettivi, selezionando gli uomini e ripartendo i compiti. È quindi necessario partire da una capillare organizzazione sul territorio finalizzata ad agglomerarne le specifiche necessità. Possiamo immaginare come nucleo di base qualcosa di simile a un club sportivo o una cooperativa dove i soci forniscono lavoro (part time) a fronte di beni e servizi.

Si ipotizza che queste unità di base dovranno agglomerarsi con le unità limitrofe per gestire i problemi che coinvolgono la maggiore dimensione territoriale. Si costruirà così una piramide gerarchico/conoscitiva che formando un’unica struttura organizzativa, collegherà la base al vertice. Dovrebbe corrispondere territorialmente all’attuale organizzazione di quartiere, comune, regione, nazione, U.E. Il nuovo elemento qualificante però dovrebbe essere il modo di costruire il potere, opposto a quello attuale; oggi infatti ogni livello di potere si legittima con una delega dalla base; cioè rapporto diretto base-vertice e quindi meccanismo solo formale non reale e come tale incapace di trasmettere conoscenza e potere.

Nell’ipotesi esposta invece potere e conoscenza si fermano ai vari livelli della struttura organizzativa. Infatti l’esperienza aziendale ci insegna che il meccanismo diventa reale solo se ad ogni livello si fermano la conoscenza e il potere di competenza di quello specifico livello; questo interagire necessità/possibilità, permette l’ottimizzazione produttiva e crea sia la conoscenza necessaria sia la selezione degli uomini che raccolgono la fiducia degli altri e possiedono la capacità di raggiungere gli obbietti fissati. Nel mio libro ho chiamato “gerarchia condivisa” questa catena gerarchico/conoscitiva in cui conoscenza e potere partono dalla base, risalgono al vertice e ritornano alla base, diventando il nucleo del potere esecutivo.

Può sembrare a prima vista farraginoso e complesso come sempre avviene con le nuove idee; non dimentichiamo comunque che l’attuala meccanismo pubblico e prossimo allo stallo e qualsiasi soluzione si volesse adottare difficilmente potrebbe essere peggiore all’attuale. Inoltre come abbiamo già detto queste sono semplici ipotesi perché le realizzazioni effettive possono nascere solo dalla sperimentazione e dagli errori iniziali; la strada è però obbligata perché l’attuale struttura sta degenerando e a breve sarà in discussione la sopravvivenza stessa della democrazia e di tutti i valori che caratterizzano la nostra civiltà.

È necessaria quindi una “discontinuità radicale”, che non chiamerei rivoluzione perché non siamo in presenza di una minoranza privilegiata che viene abbattuta da una maggioranza, ma al contrario della necessità di rimuovere un’ampia maggioranza che fruisce di privilegi lavorativi. Tali privilegi anche se piccoli sono sufficienti a bloccare il meccanismo pubblico, impedire l’ottimizzazione produttiva, riducendo così il tenore di vita dell’intera collettività e anche degli stessi privilegiati che, in quanto utenti subiscono danni superiori ai vantaggi lavorativi. Proprio per questo motivo il passaggio potrebbe essere indolore e accadere nel punto in cui la crisi è più penalizzante; potrebbe quindi avvenire in Italia, il paese più arretrato delle democrazie avanzate e originare a Genova, la città che maggiormente soffre dell’incapacità pubblica. Valuto che in questo momento proprio a Genova potrebbe esserci una finestra temporale capace di far partire la valanga; la coscienza collettiva non sembra però ancora matura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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