Genova 2.2.02 – Bruno Musso
Quadro di riferimento –Nell’articolo scritto il 10.12.19 avevo festeggiato la ventata d’aria fresca del movimento delle Sardine, sottolineando anche le difficoltà a medio termine di tradurre questa positiva ansia in una forza di cambiamento. Avevo sottovalutato forse l’onda d’urto della fase iniziale e devo riconoscere invece con piacere che è stata determinante per la vittoria in Emilia Romagna del PD, che per ora ha salvato l’Italia dalla deriva salviniana.
Si conferma anche che il popolo non è diventato indifferente ma è il meccanismo istituzionale che non è più idoneo a recepirne le necessità e selezionare gli uomini idonei a soddisfarle, mentre i Salvini sono solo l’espressione di questa incapacità e quindi conseguenza non causa della crisi. Ritorna così la domanda di cosa fare per salvare questa nuova forza evolutiva senza trasformarla nel solito movimento/partito di opposizione destinato, come i 5 Stelle, a perdere forza e coerenza con l’arrivo al potere.
La lettera del 1.2.20 al Presidente Conte firmata da 6.000 Sardine è certamente condividibile, ma spedita alla persona sbagliata, che non ha né la conoscenza né i poteri per fare quanto richiesto. È come dare istruzione a un autista, rimproverandolo degli incidenti passati senza tenere conto che i comandi dell’automobile sono rotti e sterzo e freno non rispondono più. Anche il Governo attuale, quello passato e quello futuro, quasi indipendentemente dal colore politico, sono oggi sospinti in direzione opposta a quello che dovrebbe essere il senso di marcia e riducono redditi, diritti e libertà.
Ben diversamente da quello che è avvenuto nella della seconda metà del secolo scorso, quando il meccanismo funzionava e sono stati raggiunti quegli obbiettivi che oggi stiamo cercando di difendere. A prescindere dai nostri governanti, siamo in presenza a un’inadeguatezza istituzionale generale, che coinvolge tutte le democrazie avanzate, rappresentata da Trump, Brexit e dal prevalere, nella culla della democrazia, delle destre paradittatoriali.
La mancanza di obbiettivi reali nel meccanismo esistente, apre però maggiori spazi in prospettiva, dove le Sardine, grazie ad età, professionalità ed entusiasmo, potrebbero diventare forza dirompente e innescare quella rivoluzione culturale propedeutica alla necessaria rottura evolutiva. Il primo passo è capire che la cultura dell’odio e del nemico altro non è che la ricerca del capro espiatorio da parte degli uomini al potere incapaci di superare le difficoltà; così Salvini demonizza i migranti e la U.E., mentre il Pd, anche se con minore intensità, accusa i padroni e il capitalismo internazionale. Tutti problemi reali ma di copertura: il vero nemico siamo noi e la nostra incapacità di adeguare le Istituzioni alle nuove necessità sociali.
Vincoli istituzionali – L’attuale democrazia è stata inventata dall’Illuminismo francese per consolidare e legittimare il potere della borghesia, soddisfacendo alla necessità di un’uguaglianza formale; altri modi sono oggi però necessari e possibili. I fallimenti nel ‘900 di tutte le soluzioni alternative impongono però la prudenza e la necessità di capire sia perché il sistema ha dato ottimi risultati fino agli anni ’90 del secolo scorso, invertendo poi la tendenza, sia perché oggi è legittima l’ipotesi di una soluzione più avanzata.
Le democrazie sviluppatesi nel II dopoguerra erano inizialmente caratterizzate dal suffragio universale e dall’esistenza di un proletariato, stragrande maggioranza della popolazione, privo dei diritti essenziali. L’obiettivo primario dell’azione politica diventava quindi il riconoscimento di tali diritti, mentre l’elettore ben sapeva cosa voleva e poteva così selezionare gli uomini più idonei, delegarli e controllare il loro operato. L’Autorità pubblica stabiliva le nuove regole e le faceva rispettare sia dai cittadini che dalla struttura capitalistica.
Nulla è perfetto però il sistema funzionava: la parte capitalistica, che coinvolgeva quasi il 90% dell’attività, controllata dal mercato, ottimizzava la produzione e soddisfaceva le necessità della collettività; le scelte sia dell’utilizzatore che del produttore – nella produzione e nell’acquisto ad esempio di un televisore – erano infatti individuali. È nato così il binomio vincente democrazia/capitalismo in cui le democrazie erano capitalistiche e il capitalismo avanzato fioriva solo nelle democrazie.
Con la fine del secolo tutto è cambiato. I diritti formalmente ottenuti hanno richiesto di essere trasformati da formali in reali: i diritti del lavoro si vanificano se il lavoro manca, come sanità, istruzione, mobilità e sicurezza sociale, se prevale il caos. Si aggiunga che la società moderna, non è più disponibile a delegare a terzi le scelte che riguardano direttamente le proprie necessità.
Soprattutto è diventava determinante la gestione del territorio che coinvolge la parte predominante della produzione, forse il suo 70%, cambiando totalmente le regole perché, trattandosi di un’attività priva di mercato, vengono a cadere l’ottimizzazione produttiva e la difesa degli interessi della collettività. L’attività deve fondamentalmente essere pubblica non solo perché svolta in regime di monopolio naturale, ma perché in essa prevalgono, sia per il produttore che per l’utilizzatore, i vincoli di interdipendenza e compatibilità: ogni scelta non riguarda quel soggetto e quell’attività specifica ma l’intero territorio e l’intera collettività: basti pensare a mobilità urbana, verde pubblico, pedonabilità, istruzione, sanità e quasi tutto quello che coinvolge il territorio.
Il risultato è che la collettività manca degli strumenti necessari a sapere quello che vuole e valutare interdipendenze, compatibilità e priorità; chiede quindi tutto e il suo opposto premiando chi mente e promette di più. Il politico eletto non ha così né mandato né conoscenza, né controllo; non regola né controlla il capitalismo che diventa selvaggio e portatore dei maggiori abusi; sbandiera obbiettivi demagogici premianti nel breve termine, ma insegue solo i propri interessi. Prevale la corruzione e l’inefficienza; si riducono reddito, diritti e libertà, mentre le elezioni diventano strumento non di democrazia ma di demagogia
Possibili ipotesi di soluzioni – È necessario quindi inventare un meccanismo gestionale nuovo per questa determinante attività comune; nel mio ultimo libro Cercando la Democrazia ho provato ad individuare direzioni possibili; ma si tratta di semplici ipotesi perché a tavolino, specie in questo campo, si possono solo fissare dei principi, mentre le soluzioni nascono dalla sperimentazione, dagli errori e dalla storia dei popoli. L’Illuminismo francese ha fissato solo il principio della tripartizione dei poteri; le costituzioni democratiche sono state scritte molto dopo (la prima, quella americana, dopo 50 anni) rispettando quei principi, ma adeguandosi alle diverse storie e culture.
La strada obbligata è calarsi nel territorio per recepire le sue necessità; il punto qualificante è però la conoscenza, perciò non basta una dichiarazione di principio ma è necessaria una reale partecipazione produttiva in quanto ciascuno di noi conosce solo quello che fa e quindi se non fa non conosce. La concatenazione gerarchia – produzione – conoscenza impone anche una struttura gerarchica che però riguarda un’attività finalizzata al soddisfacimento delle necessità dei soggetti coinvolti può essere partecipata e permettere di passare dalla dittatura diffusa alla gerarchia condivisa (come appunto recita il titolo del mio libro).
Il nuovo Potere Esecutivo, ancorato alle necessità del territorio, dovrà costruire una piramide gerarchica/conoscitiva per unire la base al vertice, con la conoscenza e il potere che si fermano ai diversi livelli di loro specifica competenza. Solo in questo modo il controllo e la delega tra i livelli è reale e non formale; infatti il rapporto diretto fra base e vertice, come nelle attuali elezioni, è soltanto formale e senza contenuti reali.
Obbiettivo non facile ma possibile, comunque necessario perché il mantenimento della situazione attuale impedisce qualsiasi miglioramento, alimentando la demagogia che cerca di nascondere il progressivo degrado del sistema. È bello sperare che la fantasia creativa e l’impegno delle Sardine possano mettere in moto un cambiamento reale idoneo a “nuotare” verso l’attesa società nuova?