Bruno Musso – Genova 16.12.19 –
La vittoria della Brexit conferma e certifica, come da tempo ripetuto, che l’attuale meccanismo democratico si è rotto e non è più compatibile con la realtà attuale. È facile identificare la causa del fallimento: nella seconda metà del secolo scorso l’abbinamento capitalismo-democrazia ha prodotto risultati insperati in termine di benessere, libertà, diritti ed equità distributiva; ma la tendenza positiva si è invertita verso la fine del secolo compromettendo i risultati raggiunti e creando instabilità, incertezza e legittima paura.
Il discorso riguarda tutte le democrazie avanzate e coinvolge i cittadini/elettori che di conseguenza chiedono principalmente il cambiamento e seguono coloro che lo promettono nei modi più convincenti. Tali istanze vengono però regolarmente frustrate e le promesse disattese, in un girotondo infinito di uomini e attese messianiche, perché l’incapacità degli uomini politici è la conseguenza non la causa delle disfunzioni e quindi, all’interno dell’attuale meccanismo istituzionale, il cambiamento non è possibile.
Anche in Inghilterra lo scontro si è concretizzato fra leader di scarso peso, su cambiamenti impossibili e gli elettori sono stati costretti a scegliere tra due opposti sogni utopici. Da una parte la Brexit dominata dal sogno della ritrovata autonomia, libera dalle pastoie della U.E., che potesse ricreare gli splendori dell’Impero Britannico, nonostante che da oltre un secolo ne fossero caduti i presupposti.
Dall’altra la fuga in avanti dei Laburisti che inseguiva l’obbiettivo legittimo e necessario di un mondo socialmente più avanzato, consono con la crescita democratica del secolo scorso, ma oggi impossibile per la crisi dell’impalcatura istituzionale e la conseguente spinta in senso opposto. Entrambe le ipotesi non avevano possibilità reali e nella confusione generale ha vinto la nostalgia, perché nei momenti di sconvolgimento tende a prevalere il rimpianto di un tranquillo passato collaudato e conosciuto.
Le conseguenze sia per l’Inghilterra che per la U.E. sono drammatiche: infatti la U.E. è un gigante economico (globalmente il primo Pil mondiale), ma un nano politico dalla spaventosa fragilità. Subisce le pressioni di tutte le potenze mondiali, grandi (Usa, Cina) e meno grandi (Russia, Turchia, ecc.) che lo attaccano a livello politico per neutralizzare il suo potenziale economico.
Non a caso Trump ha sponsorizzato la Brexit; infatti l’Inghilterra senza la U.E. disponendo solo del suo mercato troppo piccolo per reggere nel villaggio globale, diventa dipendente degli Usa. Marchionne ci ha spiegato che l’azienda automobilistica non sopravvive se non produce almeno di 6 milioni di veicoli/anno; stesso discorso vale per tutte le altre attività quale aereonautica, elettronica, militare, porti, ecc.; in particolare per l’economia inglese che ha puntato sul settore finanziario. Pur trascurando i problemi specifici del Regno (Dis)Unito, senza la U.E., l’Inghilterra non raggiunge questa soglia minima e deve diventare periferia degli Usa che di volta in volta potranno decidere se e come tenerla a galla. Per non voler subire le decisioni prese collegialmente nella U.E. dovrà sottostare alle imposizioni di un paese straniero. Così una delle prime democrazie del mondo ha democraticamente deliberato il suicidio. A quanti drammi dovremmo ancora assistere prima di capire che il sistema non regge più?
La debolezza politica della U.E. rappresenta un rischio anche per tutti i paesi che ne fanno parte, rendendoli possibili prede di un paese straniero (chissà se in Italia anche Salvini capirà questo elementare principio!). L’Italia è sensibile alle sirene di Putin e della Cina e non è escluso che per uscire da una situazione interna inaccettabile, rompa i vincoli concordati a livello comunitario, per trovarsi poi a subire le imposizioni di potenze straniere senza scrupoli. Altre defezioni potrebbero sbriciolare la U.E. e condannare tutti i suoi membri, compreso la Germania, alla inconsistenza economica e politica.
Rischio molto pesante perché nel secolo scorso il mondo era dominato dalle grandi nazioni democratiche che imponevano una pax romana spesso discutibile ma finora “la peggiore all’infuori delle altre”. Oggi questi soggetti non hanno più né intelligenza e capacità strategica per gestire lo scontro a livello potenziale, né (fortunatamente) la disponibilità di partecipare ai conflitti, né soprattutto un modello democratico vincente da proporre in sostituzione delle brutali dittature.
La scena mondiale è quindi passata ai piccoli dittatori che utilizzano la “razionalità intesa allo sterminio” delle armi comprate da noi e un piccolo nucleo di mercenari tecnicamente preparati; in questo modo possono occupare il vuoto lasciato dalla nostra assenza, ottenendo lucrosi vantaggi. Così è successo in Crimea, in Ucraina, nella lotta con i Curdi, nello scontro in Libia e altre sgradevoli sorprese ci sta forse preparando il futuro.
Sempre più urgente diventa quindi l’adeguamento del nostro meccanismo democratico alla nuova realtà economico/sociale, prima che crolli l’intera impalcatura della nostra cultura e del vivere civile