Bruno Musso – 19.8.19 I commentatori della nostra realtà quotidiana denunciano e rimangono spiazzati dai comportamenti contraddittori dei vari soggetti politici coinvolti in scandali internazionali, scontri interni, dichiarazioni incoerenti. Le contraddizioni sono invece coerenti con il presente non più interpretabile con le chiavi di lettura di un passato che ha perso attualità.
In Europa (e non solo) dopo la seconda guerra mondiale sono fiorite le democrazie, generando la crescita del reddito generale (Pil), la riduzione delle sperequazioni economiche, l’aumento della libertà e dei diritti; mai nella storia l’umanità aveva raggiunto livelli così elevati e la realizzazione dell’Unione Europea è stata un elemento propedeutico e determinante del processo.
Un patrimonio di valori comuni era così condiviso, salvo frange estreme, da tutte le forze politiche di destra e di sinistra; l’uomo politico veniva valutato per la sua capacità di interpretarli correttamente ed era sufficiente un ragionevole sospetto di corruzione o inaffidabilità perché venisse radiato.
Nella nuova realtà, diametralmente opposta, questi criteri interpretativi non sono usabili; il consenso di Salvini continua a crescere, nonostante gli scandali e i ripetuti comportamenti contraddittorii che ragionevolmente gli vengono contestati. Il motivo è connesso con i mutamenti che stiamo vivendo: verso la fine del secolo scorso l’attuale meccanismo democratico (non la democrazia!) ha subito un arresto; i redditi hanno smesso di crescere (in parte diminuendo), si sono ridotti diritti e libertà e sono aumentate le sperequazioni sociali.
La gestione del territorio, che è diventata la parte portante (forse pari al 70%) del sistema produttivo, è un’attività operata prevalentemente in regime di monopolio naturale e come tale deve essere necessariamente di competenza pubblica. L’attuale meccanismo pubblico non è però in grado di assolve a questo ruolo perché privo degli strumenti necessari.
Il discorso, anche se l’Italia rappresenta uno dei punti di maggiore crisi, riguarda tutte le democrazie moderne, basti pensare a Trump, alla Brexit, ecc.; si impone quindi l’identificazione di un più avanzato meccanismo di gestione e partecipazione collettiva.
La collettività, che soffre delle disfunzioni del sistema, costata il ruolo parassitario dei governanti e rivendica un sostanziale cambiamento; i valori tradizionali di democrazia, solidarietà, serietà, coerenza economica, vengono travolti da un rifiuto totale, parzialmente corretto ma privo di alternative possibili.
Le incoerenze e irresponsabili istanze dei vari Salvini diventano così vincenti, forti del fatto che i precedenti governi, compreso quello del Pd, non erano così responsabili, se il risultato è la situazione attuale.
Questo evidenzia però le possibilità e i limiti di Salvini: può rimanere vincente solo fino a quando contesta il potere, sarà perdente appena lo impersonerà; è già successo a Renzi, a Macron ed ad altri, perché si sono necessariamente comportati come i criticati predecessori.
In passato, in casi analoghi i vari Mussolini o Hitler, potevano consolidare il loro potere con la deriva dittatoriale; oggi, spero, da noi è difficilmente realizzabile sia perché incompatibile con il livello tecnologico delle interconnessioni elettroniche e mobilità collettiva, sia, specie in Europa, per i generali diritti acquisiti e la rete diffusa di poteri autonomi.
Salvini sembra cogliere (o è caso?) questo limite e per superarlo si muove a due livelli contrapposti: quello pubblico irresponsabile che contesta i vincoli della UE, del bilancio e del buon senso, continuando a far crescere il consenso; quello pratico delegato a esecutori contestati (i vari Tria, Conte, ecc.) che fanno quasi di nascosto il necessario per tenere in piedi l’economia.
Per questo, al di là delle minacce, non credo che il leader della Lega farà saltare la maggioranza né il governo: infatti può mantenere il consenso solo se rimane Ministro dell’Interno, facendo attribuire ad altri la responsabilità dei necessari sacrifici (che lui contesterà).
La proposta di una nuova maggioranza Pd e 5 Stelle, potrebbe essere l’alternativa meno peggio, come già scrissi il 26.3.18, capace di limitare lo strapotere di Salvini; però in questa realtà incoerente di squilibri insuperabili potrebbe invece portarlo a una schiacciante vittoria.
Il nuovo governo infatti dovrà in autunno approvare la finanziaria, che specie dopo un anno di paralisi pubblica richiederà lacrime e sangue per garantire quel minimo di equilibrio economico necessario per ottenere l’ombrello Ue, senza del quale il bilancio dello Stato italiano non regge finanziariamente.
Però la sola austerity non basta certamente a superare la crisi, né il nuovo governo potrà migliorare significativamente la macchina pubblica; sarà allora facile attaccare i “poteri forti” della Ue e della “casta”, per le sofferenze imposte, che non hanno raggiunto i risultati promessi, fornendo alla logica irresponsabile di Salvini una forza dirompente dai pericolosi risultati imprevedibili.
Difficile fare previsioni positive senza affrontare il vero problema, costituito dalla impalcatura istituzionale necessaria alla nuova realtà.