Genova 8.4.19 – Dando per scontato che l’adesione al progetto cinese della Via della Seta sotto il profilo politico debba essere decisa a livello europeo, mi limiterò a considerare la scelta dal lato economico; a questo scopo però si rende necessaria una prima distinzione tra il settore capitalistico che produce beni e servizi in regime di concorrenza e quello, fondamentalmente costituito dalle infrastrutture, che al servizio del territorio opera in regime di monopolio naturale.
Nel primo caso l’utente, cioè la collettività, viene difeso dal mercato e quindi non è determinante la proprietà aziendale: ciò non toglie che nel caso che molte aziende passassero ai cinesi noi passeremmo al ruolo di colonia con perdita di reddito, conoscenza e occupazione.
Trattasi comunque di una situazione abbastanza equilibrata: i cinesi, come aziende di Stato sfruttano la grande dimensione, le possibilità finanziarie illimitate e gli aiuti mascherati; noi però abbiamo maggiore elasticità e fantasia creativa, così il confronto può avvenire quasi ad armi pari, per cui vinca il migliore (è il mercato, bellezza!).
Totalmente diversa è la situazione delle infrastrutture e degli altri servizi al territorio gestiti in regime di monopolio naturale: si tratta principalmente di attività che con i tempi lunghi condizionano il territorio spesso in maniera irreversibile, inoltre la mancanza del mercato impone che la mano pubblica garantisca le necessità della collettività. Ruolo difficile che specie in Italia non si riesce ad assolvere, perché esce dall’orizzonte temporale dei nostri politici e richiede una preparazione specifica e culturale che ci manca.
La macchina da guerra dell’organizzazione cinese è quindi vincente e il suo strapotere inevitabile. Non a caso i cinesi oggi puntano principalmente sulle infrastrutture: dal loro controllo può derivare la nostra perdita di sovranità e l’arbitrario sfruttamento della collettività italiana. Così il possesso del porto di Genova potrebbe aprire alla Cina una delle principali porte dell’Europa.
Per capire come questo possa in pratica avvenire più facile è utilizzare la fantasia e immaginare un giovane leader politico, capo di un partito del cambiamento finalizzato a combattere (giustamente) la povertà e le diseguaglianze economiche; a tale scopo il leader ipotizza il reddito di cittadinanza; costo stimato 8 miliardi anno, ma eliminazione della povertà e possibilità di stimolare la ripresa economica.
Tutte convinzioni sbagliate ma relativamente credibili. Tuttavia, mentre il maggior costo di 8 miliardi non è drammatico per il bilancio dello Stato – meno dello 0,4% del debito pubblico – il vero problema è quello dei tassi d’interesse, fortemente instabili e legati alla fiducia. Può bastare infatti la crescita degli interessi dell’1% (100 punti di spread) per produrre un maggior costo di bilancio di 20 miliardi; l’aumento poi di 4% – 5% (assolutamente normale) significherebbe 100 miliardi di costi in più, non compatibili con il bilancio dello Stato. Ricordiamo che Berlusconi ha dovuto dimettersi per un aumento dello spread di 500 punti (5%).
Per il reddito di cittadinanza diventa perciò necessario trovare una copertura finanziaria che non coinvolga i mercati; così il giovane leader si reca due volte in Cina ottenendo l’assicurazione di aiuto al “amico” italiano. L’operazione non risulta ovviamente in via ufficiale, ma alcuni indizi confermano l’assunto: è quasi un anno che il Governo, in nome del cambiamento, si è inimicato i partner europei e americani, ha sfiduciato i tecnici e aumentato il debito, mentre l’economia entra in recessione; eppure lo spread non si è quasi mosso. Con Berlusconi per molto meno era schizzato di 500 punti; facile immaginare la famosa “manina” che intervenga alle aste dei Bot italiani e in silenzio acquisti l’invenduto per evitarne il deprezzamento.
I cinesi però non impiegano risorse economiche per aumentare il benessere italiano; seguitiamo pertanto la nostra storia di fantapolitica. Noi continuiamo ad indebitarci, magari anche con operazioni specifiche – vedi il finanziamento cinese per lo spostamento della diga foranea di Genova – finché un giorno loro smettono di coprirci e anzi, anche per limitare le perdite, liquidano di colpo.
L’effetto è dirompente e fa schizzare lo spread almeno di 500 punti (in Grecia in situazione analoga ha superato i 2000 punti), il bilancio dello Stato non regge e ci costringe a chiedere l’aiuto della Ue che impone l’austerity e la vendita di alcuni beni quali ad esempio il porto di Genova (il porto non solo le sue concessioni), come già è successo ad Atene. Operazione tecnicamente non difficile; basta che nel frattempo le Autorità Portuali, come oggi molti già chiedono (che coincidenza!), vengano trasformate in S.p.A., così poi le azioni, su diktat della Troika, possono essere cedute ai cinesi e il gioco è fatto.
I cinesi a questo punto forse realizzeranno rapidamente il contestato programma di sviluppo portuale denominato Bruco e disporranno così della principale porta marittima dell’Europa, capace di condizionare il territorio e garantire a regime anche 10 miliardi di rendita all’anno, pagati dalla collettività italiana. In tal modo, ironia della storia, la scarsa conoscenza dei meccanismi economici può fare sì che l’aiuto richiesto alla Cina, finalizzato a realizzare il reddito di cittadinanza, si trasformi in un regalo ai cinesi di analogo ammontare pagato dagli italiani. Spero che questa sia solo un’ipotesi fantapolitica, ma temo invece che la realtà possa risultare peggiore.