Nell’articolo dell’8 marzo avevo messo in risalto che delle tre forze politiche in campo, 5 Stelle, sinistra e Pd, nonché Lega di Salvini, solo l’ultima ha programmi concreti anche se contestabili, mentre le altre due, fuori dalla realtà, insegono, la prima un domani utopico, la seconda un passato non più attuale. L’esame dell’utopia dei 5 Stelle ha drammaticamente messo in risalto la probabile vittoria di Salvini.
Vediamo ora perché anche la sinistra e il Pd, con o senza il nuovo segretario, siano destinati al fallimento se rimangono legati alle attuali strategie. È un discorso complesso perché implica la contestazione di convinzioni e tabù che hanno caratterizzato una logica vincente per più di un secolo di lotta.
Partiamo quindi dal messaggio marxista che condiziona, anche se oggi inconsciamente, la lettura dello scontro sociale; nel pensiero marxista la ripartizione delle risorse (giustamente) deriva dal livello di potere dei vari soggetti e il proletariato, al tempo il 97% della popolazione, è privo di diritti. La conseguente lotta di classe rivendica i diritti negati e il proletario viene identificato con il lavoratore, perché tale era la situazione, mentre sindacati ne diventano la forza trainante.
L’incredibile risultato raggiunto ha confermato la logica seguita: in tutti i Paesi avanzati, nella seconda metà del novecento, si è raggiunto il più alto livello in termini di reddito, diritti, libertà, nonché riduzione delle sperequazioni sociali.
È stato però determinante nel raggiungimento dell’obbiettivo anche la capacità di ottimizzazione del processo produttivo del capitalismo; quest’ultimo fattore ha evidenziato così la prima contraddizione: infatti la dialettica sociale non era determinata in azienda dal rapporto padrone/lavoratore (teoria del plus valore), ma in campo pubblico dal contesto legislativo che stabiliva i diritti e il conseguente livello di potere delle parti.
Se gli scontri e il consenso si sono storicamente manifestati in azienda, solo la struttura politica e non da quella economica dispone del potere di modificare le regole; il capitalismo è infatti soltanto un efficiente mezzo tecnico che necessita da una parte del mercato che ottimizzi la funzione produttiva e dall’altra della struttura pubblica che controlli e stabilisca le regole. Potremmo paragonare il capitalismo al gioco del calcio: bellissimo, se ci sono regole precise e un arbitro che le fa rispettare – pura violenza se mancano questi due elementi.
Certamente i “padroni del vapore” , svolgendo la loro attività, hanno cercato di modificare le regole ma è compito della struttura pubblica impedirlo come dell’arbitro di non cedere alle pressioni e alle proteste dei calciatori. La crisi attuale nasce proprio dall’incapacità dell’arbitro.
In sintesi una politica di sinistra può essere portata avanti solo dalla struttura politica, perché il meccanismo capitalistico è a valle di questa: l’occupazione e il benessere si difende con una politica coerente di equilibrio e sviluppo (moneta, tassi di interessi, pressione fiscale, infrastrutture, urbanistica, scuola e molte altre cose ancora) e non con la “mobilitazione” dei lavoratori della singola azienda una volta che si è perso l’equilibrio economico; in quel momento restano solo i sussidi che prolungano l’agonia, peggiorando la situazione.
Questo equivoco interpretativo non è stato determinante in una prima fase, cioè fino agli anni ’80, ma tale è diventato per la successiva evoluzione tecnologica. Oggi infatti non esiste più il proletariato, inteso come classe priva di diritti; la nuova necessità consiste nel trasformare i diritti acquisiti da formali (spesso eccessivi) in reali: inutili sono i diritti del lavoro, se questo manca; l’istruzione e l’assistenza sanitaria, se le strutture collassano. È corretto affermare quindi che è di sinistra solo la costruzione di una efficienza produttiva pubblica.
Si aggiunga che la gestione del territorio è diventata l’elemento portante della nuova economia e, contradicendo il mito della globalizzazione, rappresenta quasi il 70% della struttura produttiva. Però si tratta di un’attività è principalmente pubblica perché costituita vuoi dalla funzione istituzionale, vuoi dai servizi al territorio svolti in regime di monopolio naturale per i quali il capitalismo non genera efficienza ma rendita di posizione.
Siamo quindi in presenza di una nuova difficoltà che consiste nel produrre in assenza di mercato nonostante che questo rappresenti l’unico strumento di ottimizzazione esistente. È la grande sfida della mano pubblica perché da esso deriva lo sviluppo compatibile, la giustizia sociale e la qualità della vita.
La sinistra però, salvo che nelle dichiarazioni di principio, non solo non persegue questo obbiettivo ma esattamente quello opposto: in nome dei diritti (privilegi) dei lavoratori combatte quelli ben più determinanti della collettività utente – specie delle sue categorie deboli. È una politica “oggettivamente” di destra, con la pesante responsabilità di aver smontato il funzionamento della macchina pubblica, vanificando parte delle conquiste sociali precedentemente raggiunte.
La legittima protesta della collettività, erroneamente chiamato populismo, renderà la sinistra perdente fino a quando continuerà a difendere solo il lavoratore e non il vero soggetto debole, cioè l’utente portatore di necessità essenziali: è questa categoria di persone che bisogna difendere se si vuole mettere fuori gioco la spregiudicatezza di Salvini.