Migranti, nuovi sbarchi in Sicilia. Ecco perché fuggono

di Bruno Musso

 5 maggio 2015

Abbiamo parlato della fuga di popoli che dà origine al dramma dei migranti; ora vorremmo considerarne almeno alcune cause. La prima è certamente di carattere storico/economico: si è creato, in termini di benessere e libertà, un divario inaccettabile fra l’Europa e le nazioni dell’Africa e del Medio Oriente. Questo divario nasce forse più dalla mancata evoluzione tecnologica di quei paesi che dallo sfruttamento delle società avanzate, come vorrebbe la logica marxista. All’inizio del Novecento comunque la differenza fra un proletario europeo e un africano era quasi inesistente, ma con la democrazia esplosa in Europa nella seconda metà del secolo scorso, che ha prodotto una libertà prima impensabile e un reddito medio aumentato di dieci volte, il divario è diventato enorme.

Il villaggio globale in cui si conosce tutto di tutti ha moltiplicato l’effetto e chi dalle zone più disagiate per primo ha raggiunto l’agognato paradiso è diventato una testa di ponte per facilitare l’arrivo degli altri.

Però il sogno economico non sarebbe sufficiente a spingere interi popoli ad intraprendere una fuga che implica affrontare sicure violenze e una probabile morte. La causa scatenante del fenomeno è più complessa e ci riguarda direttamente, perché originata dalla crisi del nostro modello di democrazia che non riesce più ad assolvere la sua funzione e produce a caduta la crisi economica e la crescente instabilità mondiale.

La democrazia non si esporta. La voglia di autogoverno deve essere espressione autoctona dei popoli ed esprimersi come istanza delle varie comunità. Si può invece esportare la tecnica organizzativa della struttura pubblica che è una tecnologia, come l’elettronica, e deve essere disponibile al servizio di tutti. Ma proprio questo è l’anello rotto del sistema mondiale per cui nei paesi avanzati si crea crisi economica e nel terzo mondo si mina il vivere civile.

Il terzo mondo è oggi quasi interamente caratterizzato da regimi dittatoriali più o meno spinti, però ovunque la circolazione di idee e conoscenza del villaggio globale hanno acceso la voglia di autogestione e di democrazia, come ha mostrato l’affascinante esempio della primavera araba. Là i dittatori non hanno retto alla guerra di popolo sostenuta da uomini e tecnologia delle economie democratiche; però poi è mancato un modello di riferimento valido per il dopo e questo ha vanificato l’intero processo.

Non si è ripetuto, come si sperava, quello che era successo in Europa nel 1945 quando, grazie all’arrivo delle truppe alleate vincitrici, cadevano le dittature e nascevano le democrazie: allora quel modello democratico era vincente e in meno di mezzo secolo nei paesi che lo hanno adottato ha saputo decuplicare i redditi e garantire libertà impensabili.

Verso la fine del secolo scorso quel modello è però andato in crisi, non riuscendo più ad assolvere al suo ruolo da noi per inerzia ha retto una democrazia formale che tende a una nuova specie di dittatura non basata su manganelli, censura e carcere, ma costituita da quella che si può definire la dittatura diffusa. Si tratta della struttura pubblica all’interno della quale vi è un 50% della popolazione, cioè i politici/burocrati che condizionano, ciascuno singolarmente, l’operato complessivo della macchina e sono parzialmente improduttivi, parassitari, ben pagati, inamovibili e senza vincoli. Di conseguenza questa elefantiaca struttura è incapace di svolgere i crescenti ruoli strategici che l’evoluzione le attribuisce e costituisce il tappo che impedisce la crescita economico/sociale.

Se nei paesi avanzati tutto ciò si traduce in crisi economica e disagio crescente (come in Grecia e presto purtroppo in Italia), nel terzo mondo si pone l’alternativa fra dittatura e caos.

Le democrazie occidentali hanno i mezzi per far cadere le dittature intollerabili ma non per aiutare le popolazioni ad evitare il successivo esplodere del caos. In mancanza di un modello istituzionale alternativo e vincente crescono la povertà e la disoccupazione e prevalgono gli estremismi islamici (non l’Islam), torna una sorta di organizzazione tribale, senza nazioni né confini, di tutti in lotta con tutti, con alleanze a geometria variabile che cambiano di volta in volta, esplode la violenza diventando endemica, spesso sfiorando il genocidio.

La fuga per quanto drammatica rimane così l’unica strada possibile, dando origine a questo tumultuoso esodo che sarà una delle principali cause del collasso delle nostre democrazie, prive di soluzioni senza la rivoluzione necessaria

Approfondisci

Bruno Musso, La rivoluzione necessaria. La crisi economica vista da un imprenditore, Franco Angeli 2014, pg.160, 21 Euro.

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